Westworld

Westworld

Queste gioie violente hanno violenta fine. (Westworld; 1, 1)

Westworld è una serie tv ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy per la nota emittente televisiva statunitense HBO. È ispirata all’omonimo film cult di fantascienza del 1973 (conosciuto in Italia come “Il mondo dei robot”) di Michael Crichton. Nolan ha diretto il pilot e figura come produttore esecutivo della serie insieme alla collega Lisa Joy, J. J. Abrams, Jerry Weintraub e Bryan Burk. La prima stagione ha debuttato il 2 ottobre 2016 sul canale HBO ed è stata trasmessa in Italia in contemporanea su Sky Atlantic a partire dal 3 ottobre in lingua originale, mentre dal 10 ottobre verrà proposta la versione doppiata in italiano.
Westworld è una serie di genere prevalentemente fantascientifico e drammatico, ma appartiene anche alla categoria western, thriller, azione e avventura. Comprende 10 episodi della durata di circa 57 minuti l’uno (ad eccezione della puntata conclusiva di 91 minuti). Nel novembre 2016 la HBO rinnova la serie per una seconda stagione prevista per il 2018 [1].

Il titolo trasposto per la messa in onda italiana è “Westworld – Dove tutto è concesso”. La storia si svolge infatti in un futuristico parco tematico in stile western popolato esclusivamente da androidi senzienti, denominato appunto Westworld. Il resort è stato ideato allo scopo di offrire ai suoi ricchi visitatori una sorta di mondo in miniatura che fosse lontano dalla noiosa routine quotidiana, dove i clienti potessero usufruire del parco e degli stessi robot a proprio piacimento abbandonandosi completamente alla fittizia (ma estremamente realistica e ben concepita) avventura ambientata nel Far West, senza temere ritorsioni da parte degli automi residenti. Un luogo dove appunto “tutto è concesso” ed ogni desiderio umano (nobile o vizioso che sia) può essere soddisfatto. Tuttavia le premesse di quest’apparente equilibrio saranno scombussolate da una progressiva ribellione e presa di coscienza degli androidi e da circostanze misteriose interne al parco, che s’intrecceranno alle vicende di alcuni dei suoi visitatori coinvolgendo gli stessi creatori di Westworld.
L’ambiziosa serie tv, descritta come “un’oscura odissea sull’alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato” [2] analizza in profondità il rapporto che l’uomo ha con i suddetti automi, specie trattandosi non di semplici robot ma di androidi, ovvero esseri artificiali con sembianze umane alle volte indistinguibili dalle stesse persone in carne e ossa e che, nel caso di Westworld, sono anche in grado di provare emozioni come paura, tristezza e dolore, al pari di un normale individuo.
Ciò che viene messo in risalto è la cruenta manifestazione della violenza umana alla quale viene data libera espressione nel parco, nonché le sue implicazioni etiche, ed è questo un fondamentale nodo testuale della serie. Lo stesso Nolan afferma in un’intervista che «si tratta di uno show sulla violenza» [3], una violenza ingiustificata e attuata per puro scopo ludico, esternata molte volte per stuprare e addirittura uccidere, senza rimorso o pietà alcuna, creature considerate “non umane” come sono appunto gli androidi di Westworld, la principale attrazione del resort. Si tratta di un tema che viene sottilmente esposto anche allo scopo di far confrontare lo spettatore con la sensazione incomoda propria di quel conflitto tra bene e male che è parte della condizione umana, mostrando un aspetto intrigante e al contempo provocatorio dello show.
Nel serial vengono infatti affrontate numerose questioni inerenti la religione, la tecnologia, la moralità, permeando il tutto con un’aurea accattivante legata alle vicende di numerosi personaggi che evocano una grande empatia (inclusi i robot), bilanciando le sue evidenti attinenze filosofiche con un coinvolgente e piacevole vortice di romanticismo, omicidi e mistero. Si risale quindi alla messa in discussione di assunti che hanno a che vedere in primis con la natura primordiale dell’uomo, creando una sorta di specchio per l’umanità reale attraverso una storia di finzione.
Il parco di Westworld attira a sé personaggi psicologicamente complessi ma essenzialmente umani, contraddittori e imprevedibili, mostrandone appetiti e fantasie nascoste, come anche la follia o alienazione che li caratterizza. Emblematica è la scena in cui “l’uomo in nero”, interpretato da un eccezionale Ed Harris, con un braccio rotto ed una pallottola nella spalla sorride vivamente alla vista di un’orda di androidi ribelli intenta ad aggredirlo. O, ancora, gli storici fondatori del parco, geni dissimili ma accomunati da uno stesso scopo: Arnold è un grande teoreta, onesto ed emotivo, Ford impassibile, cinico e senza scrupoli. La realtà del mondo che ci circonda ne è piena.
Ciò che sorprende è anche l’assenza di un vero e proprio villain, un antagonista dichiarato. Non si è portati a parteggiare per macchine o uomini poiché le scelte degli uni come degli altri colpiscono in maniera disparata la sensibilità di ciascuno, generando opinioni discordi tra il pubblico. Tuttavia, la serie dimostra unanimemente che la più vera e pura cattiveria è insita negli istinti più biechi dell’indole umana, premettendo l’intelligenza artificiale come un riflesso dei suoi creatori e quindi dell’uomo stesso.
Westworld è un progetto pionieristico sul sopravvento della tecnologia a discapito dell’uomo e sui primordi della coscienza artificiale, tematiche che hanno molto ispirato Jonathan Nolan (fratello del più celebre regista Christopher), cosceneggiatore di record d’incassi come Memento, Interstellar e The Prestige. Già in Person of Interest aveva dato prova del suo talento nella resa di una serie fantascientifica, e, nel caso di Westworld, coinvolgendo intimamente lo spettatore nel paradosso di una realtà in cui gli androidi dimostrano una sempre maggiore “umanità” ed emotività mentre persone in carne ed ossa ostentano freddezza e apatia.
Di altissimo calibro è il prestigioso cast che contraddistingue la serie, in cui figurano Anthony Hopkins, Ed Harris, Jeffrey Wright, Thandie Newton ed Evan Rachel Wood, queste ultime due premiate ai Critics’ Choice Television Awards rispettivamente come migliore attrice e migliore attrice non protagonista in una serie drammatica e, nella stessa occasione, Westworld si è anche aggiudicata il premio come miglior nuova serie televisiva.
Il suo esordio ha ottenuto elevatissimi indici d’ascolto con una media di 12 milioni di spettatori su tutte le piattaforme, e la prima stagione si colloca oggi come la più seguita tra le serie originali HBO [4].

Fra i protagonisti della prima stagione troviamo il dr. Robert Ford (Anthony Hopkins), il visionario fondatore e direttore creativo del futuristico resort (e dei suoi residenti) in cui è ambientata la serie. È un personaggio enigmatico e metodico, sembra avere molto a cuore le sue creazioni ed è forse il solo ad essere a conoscenza dei misteri che sottendono il parco.
Dolores Abernathy (Evan Rachel Wood) ricopre un ruolo fondamentale: è il più antico androide creato nel parco ed anche il primo di questi a prendere coscienza di sé e della propria esistenza artefatta. È la prediletta del suo creatore Arnold, il quale le affiderà un importante incarico che si paleserà poi il filo conduttore dell’intera trama: la ricerca dell’epicentro di un misterioso labirinto.
Bernard Lowe (Jeffrey Wright) è il capo del team di programmazione di Westworld, in particolare un membro dello staff che collabora a stretto contatto col dr. Ford riguardo la configurazione delle “emozioni” degli androidi, con idee piuttosto contrastanti rispetto allo stesso Robert, suo superiore.
William (Jimmi Simpson) nonostante un iniziale scetticismo nel prender parte all’avventura del resort, spinto anche dal cognato Logan (Ben Barnes), assiduo frequentatore del parco, scoprirà di essere intimamente attratto dalle possibilità offerte da Westworld finanche ad innamorarsi della bella Dolores.
Arnold (di cui, per eludere eventuali spoiler, eviteremo di specificarne l’interprete) è socio del dr. Ford e cofondatore del parco, il personaggio più misterioso della serie, la cui vera identità sarà rivelata solo negli ultimi episodi. Così come quella del noto “Uomo in nero” (Ed Harris), uno dei protagonisti, il sadico ed efferato paladino di Westworld alla ricerca, come Dolores, dell’inafferrabile labirinto celato dal parco.
Maeve Millay (Thandie Newton) è un robot che svolge la mansione di maîtresse in un saloon del parco. Inizierà a dubitare della realtà del suo mondo artificiosamente costruito cercando in tutti i modi di fuggirne.
Fra gli altri personaggi ricordiamo poi Teddy Flood (James Marsden), uno degli automi residenti a Westworld, in particolare un pistolero sentimentalmente legato a Dolores.

Westworld è caratterizzata da uno sviluppo narrativo orizzontale ed una serialità forte, tant’è che Jonathan Nolan ha affermato in un’intervista di voler raccontare «una storia con capitoli lunghi un’intera stagione, ciascuno con una distinta atmosfera e tema» [5].
Gli episodi iniziano direttamente con la presentazione del classico logo originale della HBO a cui segue immediatamente la sigla, che introduce ogni puntata.

SiglaIl brano musicale è stato composto da Ramin Djawadi e alterna per lo più note di basso, violino e il motivo melodico principale suonato al piano, una musica “calda” contrapposta alla fredda atmosfera di un parco popolato da robot. L’intera sigla è stata realizzata in CGI e dura un minuto e quarantaquattro secondi, intervallando scene che raccontano la creazione materiale degli androidi, con braccia meccaniche intente a rivestire alcune componenti di questi ultimi e l’utilizzo di colori cupi tra il bianco degli automi e il nero dello sfondo. In particolare, figurano anche due androidi che, presentati in maniera quasi poetica, sono impegnati nell’atto sessuale, come anche la scena che include delle mani robotiche suonando una melodia al piano a tempo con il tema musicale della sigla. Verso la fine, appare un robot inscritto in una figura circolare (richiamando emblematicamente l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci) dissolversi nel liquido bianco che lo plasmerà poi ad immagine e somiglianza dell’uomo, come si scoprirà nella serie. L’idea di base era quella di presentare le scene dal punto di vista degli automi [6] ed è proprio nell’iride dell’occhio di uno di essi che appaiono riflessi i paesaggi pianeggianti e desertici tipici del Far West che caratterizzano il parco. Il cast viene poi gradualmente presentato, per tutta la durata della sigla, mediante scritte bianche sullo sfondo, insieme anche ai nomi del compositore della colonna sonora, il direttore della fotografia, i vari coproduttori e produttori esecutivi e gli ideatori della serie, fino alla parte finale in cui compare, sempre in bianco, il caratteristico logo del parco di Westworld e, subito dopo, il richiamo al film di Michael Crichton a cui si ispira la storia.
La sigla riproduce perfettamente l’atmosfera della serie a cui fa riferimento, condensando elementi simbolici con tematiche filosofiche e al contempo crude. A partire dalla prima scena, sempre dei titoli d’apertura, in cui sembra apparire un sole che sorge che si rivelerà poi essere in realtà la luce di un braccio meccanico che permetterà la creazione di una gabbia toracica robotica. Ogni immagine può avere molteplici significati, così come i messaggi che permeano la trama e le vicende mutevoli dei suoi personaggi, sottolineando il tema ricorrente secondo cui nulla è come sembra, lasciando lo spettatore spaesato ed affascinato dalla sapiente resa della sinossi.
A livello strutturale, sono molto ricorrenti flashforward e flashback, rievocando l’affiorare di ricordi passati o i precedenti ruoli che gli androidi erano chiamati a interpretare nel parco, prima di essere riprogrammati. Gli eventi raccontati convergono, poi, in archi temporali differenti: si tratta di timeframe, ovvero «finestre – generalmente aperte da vari flashback – sul passato del parco» assistendo, nella serie, ad «avvenimenti di quattro timeframe differenti» [7].
Riguardo al montaggio, talvolta vengono adoperate riprese di primissimi piani sugli occhi degli androidi durante le scene degli interrogatori rivolti dai tecnici di Westworld a questi ultimi, come anche sequenze in slow–motion di alcune scene di fuga o sparatorie, con l’accompagnamento di una melodia extradiegetica in crescendo. È, poi, evidente l’impiego di un montaggio volutamente discontinuo che narra la storia trasgredendo le regole della continuità classica, seguendo le vicende della trama tra passato e presente e confondendo lo spettatore con ripetuti salti temporali. Ricorrenti sono anche le inquadrature panoramiche del parco spesso utilizzate come immagini di raccordo, di transizione tra una scena e l’altra.
Inoltre, dato che la maggior parte della serie è presentata dal punto di vista degli androidi, sono state utilizzate principalmente delle steadycam nel filmare l’intera prima stagione, per dare l’idea dell’inalterato agire di una mente robotica in un perenne stato di loop e del controllo inoppugnabile che l’uomo esercitava sui suddetti robot. Ciò cambia, però, gradualmente con il progredire della trama, fino all’ultima puntata della prima stagione, nella quale alcune scene vengono girate con camera a mano, frenetiche e caotiche, come metafora della ribellione e presa di coscienza degli androidi contro i propri creatori [8].
Difatti, attraverso una mirata scelta di storytelling, inizialmente Westworld c’introduce in questo nuovo mondo con un andazzo un po’ lento, lasciandone intendere principi e dinamiche, così come le vicende dei vari personaggi e il loro legame col parco. Tuttavia, col prosieguo della storia, il quadro tende ad aprirsi sempre più, evidenziando il carattere espressamente labirintico della serie, secondo lo stile dei Nolan, con dettagli ed indizi disseminati in ogni episodio e in perfetta linea con la ricerca del fantomatico labirinto, fil rouge dello show, il cui significato verrà svelato nel finale di stagione. Gli equilibri della trama verranno dunque stravolti in concomitanza con la rivolta degli automi, passando dall’apparente lentezza iniziale ad uno sprint travolgente che terrà lo spettatore continuamente col fiato sospeso.
Tutto ciò si sposa perfettamente con l’idea di Nolan nel prendere ispirazione da alcuni videogiochi open-world come BioShock, Red Dead Redemption e Skyrim [9], nell’ottica di una sorta di gioco di ruolo, in cui il parco di Westworld viene associato alla realizzazione di una realtà condivisa, un mondo in cui viene data piena libertà d’azione ai suoi visitatori e i cui protagonisti, ma soprattutto lo spettatore, sono destinati a entrare progressivamente, di puntata in puntata.
Per di più ci troviamo di fronte ad un protagonismo collettivo, con memorabili colpi di scena spesso dovuti all’evoluzione dei personaggi, i quali tendono a svelare peculiarità inattese ed aspetti contrastanti della loro personalità (sia che si tratti di robot o uomini): la timida ed innocente Dolores si paleserà una spietata assassina, mentre il pavido e onesto William diverrà sempre più temerario e spregiudicato. Jonathan Nolan e Lisa Joy, i principali creatori della serie, si collegano infatti al concetto di una “moralità variabile” [10], in relazione al modo di vivere l’esperienza nel resort, in cui le scelte etiche dell’eroe di turno sono volubili, coerentemente con l’avvincente resa della trama.
Notevoli sono, poi, le inquadrature delle location che compongono il paesaggio del selvaggio West. Le riprese di questi luoghi sono avvenute negli Stati Uniti, perlopiù in California, nello Utah e in Arizona, proponendo vedute ad alta quota di valli e distese pianeggianti, ritraendo una versione idealizzata della frontiera americana. Oltretutto, alcuni dei set erano stati già utilizzati in passato in film western come Django Unchained o I magnifici 7 [11].
Le scelte dei colori sono tutt’altro che banali. C’è un evidente contrasto fra le tonalità dei caldi ed ampi paesaggi dell’Old West che costituiscono il parco, e la freddezza degli uffici e laboratori di creazione degli androidi, totalmente separati dal resort, che danno, invece, un’idea di cupezza e solitudine, dall’aria quasi asfissiante. Lo scenario generale è stato, dunque, concepito per rendere, anche allegoricamente, un brillante mix di un passato tanto sgargiante quanto primitivo e un futuro a tratti dispotico e tetro, parallelamente alla trasposizione della sensibilità ed emotività degli androidi e la frigidità dei loro impassibili creatori.
Gli ambienti in cui si svolgono le avventure dei protagonisti includono poi esclusivamente il vastissimo parco di Westworld e gli studi di programmazione dei suoi ideatori e collaboratori, che si trovano in una struttura sotterranea al livello inferiore del resort, ricordando vagamente la configurazione conica dell’inferno dantesco al cui apice (in Westworld) ritroviamo proprio i laboratori di riparazione e creazione degli androidi gestiti dagli uomini, al pari di Lucifero. Il mondo esterno al parco, invece, non viene mai mostrato.

Westworld, come già detto, s’ispira liberamente all’omonimo film del rinomato regista e scrittore statunitense Michael Crichton, autore di grandi successi di pubblico tra cui il romanzo Jurassic Park da cui Steven Spielberg ha tratto i suoi film. Jonathan Nolan e Lisa Joy sono, comunque, riusciti a dar vita ad un prodotto televisivo originale, con una struttura narrativa a piani (comprendendo parallelamente la prospettiva di androidi e umani) intrisa di pregevoli citazioni e riferimenti che rimandano tanto alla letteratura quanto alle arti figurative, suggerendo preziosi indizi allo scopo di snodare man mano il filo di una trama particolarmente complessa.
Molte sono, infatti, le tematiche che in tal modo vengono esplorate nella serie con illuminanti dialoghi e monologhi, muovendo dalla ricerca di sé in relazione al mondo onirico e ai propri desideri, fino al tema della coscienza e del cambiamento, tutti concetti che in Westworld sembrano accomunare sia androidi che umani.
Il romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, ad esempio, viene richiamato apertamente nel terzo episodio, quando Dolores legge un passo del libro su richiesta di Bernard:

[Dolores] “Mi chiedo se io sia cambiata nella notte. Ero la solita Alice stamattina al risveglio? Mi sembra di ricordare che mi sentivo un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, il quesito allora è: chi sono io nel mondo?”

Gli stessi abiti da lei indossati rimandano chiaramente al vestito azzurro del personaggio di Alice, così come l’acconciatura.
Ricorrente in più episodi è, poi, la frase «possa tu riposare in un sonno profondo e senza sogni», tratta dal primo romanzo che vede protagonista il detective Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, e pronunciata in Westworld dagli umani ai robot per resettare le loro funzioni e farli in qualche modo “addormentare”. Gli stessi androidi sono effettivamente intrappolati nel sogno megalomane degli ideatori del parco, che hanno creato un proprio mondo in miniatura popolato da robot di cui disporre a proprio piacimento.
Numerosi sono i richiami a Shakespeare, specie nel dialogo tra Ford e il robot Peter Abernathy, con riferimenti a opere come Enrico IV e King Lear. Oltremodo significativa è, però, una frase in particolare, derivante dal dramma di Romeo e Giulietta: «Queste gioie violente hanno violenta fine», attinente alla brutale manifestazione del dominio esercitato dall’uomo sugli androidi, che si consumerà alla fine in una feroce ribellione di questi ultimi. Tale aforisma rappresenta nello show un virus che innescherebbe tra gli automi una percezione alterata della loro esistenza, risvegliando un accenno di coscienza intesa come parte di una “mente bicamerale”, riprendendo in questo caso il pensiero dello psicologo Julian Jaynes [12].
Il principale nodo testuale della narrazione ha a che vedere, però, con un fantomatico labirinto, un’immagine assimilabile alla coscienza umana, che unisce e allo stesso tempo contraddistingue uomini e androidi. È un concetto manifestato sia come assunto teorico che metaforico e simbolico, che nella serie ritorna molto spesso a livello visivo, ritrovandone l’emblema raffigurato nello scalpo di un androide, sulla carta di un mazzo di tarocchi o inciso nel legno di un tavolo all’interno del parco. Tale labirinto sarebbe la chiave per il raggiungimento di una possibile libertà da parte degli automi, il cui reale significato verrà, però, svelato solo nel season finale, scoprendo, finalmente, una serie di tranelli e false piste, nonché l’enigma principale che aveva accompagnato tutta la serie e tenuto sulle spine milioni di spettatori. Interessante è un’affermazione di Arnold al riguardo:

[Arnold] La coscienza non è un viaggio verso l’alto ma verso l’interno. Non una piramide ma un labirinto.

La piramide a cui si riferisce Arnold allude alla vicinanza dell’uomo a Dio, che nella serie viene inteso in maniera alquanto laica, poiché l’uomo e la sua capacità intellettiva vengono comparati all’onnipotenza di una divinità. Il dipinto di Michelangelo Dio che crea Abramo sarebbe, a detta del dr. Ford, l’opera preferita del suo collaboratore Arnold, ed una sua fedele riproduzione viene inquadrata nell’ultimo episodio della prima stagione, proprio nell’ufficio del suo socio. Il quadro rappresenta il momento in cui Dio dona agli uomini una vita e uno scopo, e Ford illustra lucidamente come la personificazione di Dio, nel dipinto, ricordi vagamente la forma del cervello umano, dichiarando che:

[Robert Ford] Il messaggio è che il dono divino non proviene da un potere superiore ma dalla nostra mente.

Inoltre, una scritta diegetica che ritroviamo su un enorme schermo ad accogliere i nuovi turisti del parco è particolarmente significativa: “Benvenuti a Westworld. Vivi senza limiti. Scopri la tua vera vocazione”, secondo una dicotomia di fondo tra la comprensione della metafora del labirinto da parte degli androidi e il percorso che ognuno aspira a compiere a Westworld, avventura intesa come un viaggio di autoscoperta che, nella maggior parte dei casi, secondo quanto mostrato dalla serie, rivela l’io più infimo e autentico dell’uomo, scoprendo di cosa sia davvero capace una volta datagli totale libertà di azione, senza alcuna regola o limitazione.
Ma uomini e androidi sono, comunque, accomunati da qualcosa. Sempre sulla falsariga della definizione di “coscienza”, Ford spiega a Bernard che non sono poi così diversi:

[Robert Ford] Non possiamo definire la coscienza, perché non esiste. Noi umani sogniamo che ci sia qualcosa di speciale nel modo in cui percepiamo il mondo, invece viviamo in cicli tanto stretti e chiusi quanto quelli dei residenti (i robot). Senza dubitare delle nostre scelte, contenti per lo più di sentirci dire cosa fare dopo.

A livello prettamente linguistico, frequente è l’utilizzo di termini tecnici in relazione all’aspetto programmatico e tecnologico degli androidi, ritrovando spesso parole come loop, update, bug o logging. È ravvisabile anche il linguaggio tipico utilizzato nel Far West per una resa più realistica e convincente dell’avventura agli occhi dei clienti del parco, quindi sono ridondanti parole che riscontreremmo in un normale spaghetti western: cowboy, saloon, sceriffo, bandito. Il richiamo all’Old West è evidenziato anche dagli abiti tradizionali indossati sia dagli androidi del parco che dai visitatori umani immersi nell’esperienza di Westworld.
La scelta di far coesistere due generi distinti come western e fantascienza è stata tanto azzardata quanto geniale, ricreando un parallelo tra i pionieri dell’esplorazione occidentale e i futuristici creatori dell’intelligenza artificiale, in un connubio che fornisce alla serie qualcosa in più rispetto a già noti prodotti seriali.
Ultimo plauso alla colonna sonora che, oltre alla soundtrack originale, accompagna la serie con cover al piano di brani della nostra epoca, di autori come Radiohead, Rolling Stones e Amy Winehouse, orchestrate e mascherate in versione western: una scelta anacronistica in linea con un parco a tema Wild West abitato da robot. Si tratta nella maggior parte dei casi di melodie diegetiche, in quanto provengono da un pianoforte ben inquadrato e identificabile all’interno di molte scene che spesso introducono gli episodi, locato nel saloon del parco e il cui aspetto interessante è che si suona da sé, senza che nessuno ne prema i tasti.
La HBO, con la collaborazione di un team eccelso, rimane, quindi, fedele ai suoi standard, plasmando un’opera magistrale ed espansiva. In termini di portata e valori di produzione, Westworld è una via di mezzo tra una serie televisiva ed una sequenza di film, trattandosi di un vero e proprio spettacolo visivo, con splendide riprese ed impeccabili prove di recitazione. Una serie sci-fi che, in maniera raffinata, esamina rilevanti tematiche sociali, esplorando le aree più oscure della mente umana, fra tentazione e vizio, aspetti che vorremmo occultare e al contempo esprimere con forza, nell’eterna divergenza fra interessi personali e moralità comune. Il parco di Westworld rappresenta una “prigione dei nostri stessi peccati”, come afferma il personaggio del dr. Ford nella serie, in un intreccio che affronta anche sfumature più nobili della natura umana come la fede, la coscienza e il libero arbitrio, sfidando implicitamente lo spettatore per il quale l’immedesimazione nei conflitti interiori dei personaggi e il confronto con la propria persona sono inevitabili. Si tratta di un serial appassionante e ingarbugliato, seguendo un progetto audace che porta con sé la profondità della storia raccontata, imbellettata da dialoghi abilmente costruiti ed una sceneggiatura poliedrica ma coerente, senza dimenticare i familiari easter eggs che supportano la narrazione. Tutto ciò fa di Westworld un memorabile capolavoro.

 

Sofia Terzi

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