Vinyl

Vinyl

È un privilegio poter fare questo lavoro, far conoscere al mondo della musica nuova, plasmare la cultura. È tutto nelle canzoni, ragazzi. Vi viene da canticchiarla? Ve la ricorderete ancora domani? Vi fa venire voglia di chiamare la radio e scoprire chi era la band che hanno appena mandato in onda? (Vinyl; 1, 2)

«Con Vynil vi porto nel cuore dei Settanta». È con questa frase che Mick Jagger, leader dei Rolling Stones, ha scelto di lanciare la sua nuova sfida: una serie tv che racconti il mondo del rock nella New York degli anni ’70. Un’idea che affonda le radici in una storica amicizia con un mostro sacro della cinematografia: Martin Scorsese. Il regista, oltre ad aver girato un documentario sugli Stones nel 2008, Shine a light, ha da sempre dichiarato un amore incondizionato per la musica di Jagger e soci, che puntualmente andava a sfociare nei suoi lungometraggi, da Mean Streets a The Departed.
L’unione di uno dei più grandi esponenti del rock internazionale e di un regista che ha rivoluzionato il cinema contemporaneo non bastava: per sviluppare questo progetto visionario era necessario affidarsi ad uno dei maestri della scrittura seriale, Terence Winter, sceneggiatore de I Soprano e Boardwalk Empire, che aveva già avuto modo di collaborare con Scorsese in The Wolf of Wall Street, praticamente il profilo perfetto per realizzare Vinyl. A chiudere il cerchio c’è Rich Coen, scrittore e giornalista che, oltre a collaborare con la rivista Rolling Stone USA, ha realizzato una delle più apprezzate biografie sulla band di Mick Jagger: The Sun & The Moon & The Rolling Stones.
Un gruppo di creatori che nessuna serie potrebbe permettersi.
Mick Jagger, in veste di produttore esecutivo musicale, ha supervisionato l’imponente colonna sonora della stagione: oltre 250 canzoni che spaziano dal Rock & Roll al punk fino ad immergersi nel blues e soul, realizzando, così, una piccola audioteca storica. Martin Scorsese, oltre ad essere il produttore esecutivo, ha anche diretto il virtuosissimo pilot della serie, che si è sviluppato per ben 108 minuti. Inoltre, i riferimenti lasciati per le successive puntate hanno permesso a registi del calibro di Allen Coulter (I Soprano, Boardwalk Empire) e Mark Romanek (regista di numerosi videoclip musicali e vincitore di tre Grammy Awards) di allinearsi alla sua cifra stilistica: basta analizzare una qualsiasi inquadratura di un uomo seduto ad un tavolo o i movimenti a “schiaffo” della telecamera per trovare tracce di Scorsese in ogni episodio. Cifra stilistica che si conferma anche nella storia, grazie al lavoro di Terence Winter: personaggi paranoici, rapporto con le droghe e battute brevi accompagnate da deliziose divagazioni. Un mondo che, oltre a rimanere fedele ai suoi ideatori, si sviluppa lungo uno dei temi più appassionanti e ancora inesplorati dalla serialità televisiva.
Il pilot di Vinyl è stato mandato in onda dall’emittente statunitense Hbo il 14 febbraio 2016. In Italia, l’episodio è stato trasmesso da Sky Atlantic in contemporanea con gli Stati Uniti in lingua originale, con la versione doppiata disponibile a partire dalla settimana successiva, fino ad arrivare alla decima puntata della prima stagione. Nei palinsesti invernali per il 2017, HBO aveva inserito la nuova stagione di Vinyl per poi cancellarla nel giugno del 2016. I motivi di questa decisione riguardano due aspetti fondamentali: il primo riguarda l’enorme budget speso per la prima stagione (100 milioni di dollari e un terzo di questi impiegati per il primo episodio girato da Scorsese)  rapportato ad un’accoglienza tiepida da parte del pubblico; il secondo motivo è da ricercare nel piano di produzione scelto dall’emittente, orientato verso l’ormai consolidata Games of Thrones e il nuovo e avveniristico Westworld.
Probabilmente l’accoppiata Scorsese & Jagger non è stata sufficiente per smuovere la curiosità su quello che potenzialmente è uno dei migliori lavori televisivi a sfondo musicale degli ultimi anni.
La scelta di un pilot così lungo è stata azzardata, un episodio di due ore poteva avere più senso come finale che come apertura. Inoltre, la scelta di HBO di mandare la prima puntata in concomitanza con il lancio della sesta stagione di The Walking Dead (la seconda parte) della concorrente Fox potrebbe essere stato un autogol.
Quello che, però, resta agli atti è un lavoro straordinario che va oltre la semplice ambientazione dello scenario rock anni ’70. Vinyl viaggia all’interno dell’American Century Records, una casa discografica in continua discussione ed evoluzione che, oltre a galleggiare in un mercato fortemente concorrenziale, cerca comunque un’identità nuova, sperando di intercettare il nuovo Elvis Preasley, i nuovi Beatles o qualcuno che come loro possa aprire la strada ad un nuovo modo di fare musica. Un continuo girare su una puntina per tutta la stagione, immaginando di trovarsi su un bel 33 giri con 5 puntate sul lato A e 5 puntate sul lato B.

Richie Finestra è il presidente dell’ American Century Records, un’etichetta newyorkese che, pur pubblicando artisti di buon livello, fatica a sostenere i costi di gestione e trovare nuova musica da mandare sul mercato. È il 1973: esaurito il boom dei Beatles e con Elvis, il re del rock’n’roll, ormai in declino, il panorama musicale è in continuo fermento e in cerca di nuovi riferimenti. La casa discografica, però, è attiva più nei libri contabili che negli studi di registrazione, dato che le vere fonti di sostentamento non provengono dai negozi di dischi, ma dai passaggi radio ottenuti grazie a mazzette e dalle vendite gonfiate per far quadrare i bilanci. Il gioco sembra funzionare all’inizio, ma non riesce a durare e la bancarotta è praticamente dietro l’angolo. L’unico modo per venirne fuori è vendere la compagnia alla major tedesca PolyGram, che è interessata ad acquisire l’ACR, soprattutto dopo aver appreso del contratto che Richie sta chiudendo con i Led Zeppelin.
Questo è solo uno dei numerosi contatti tra realtà e fiction che rendono Vinyl un prodotto pregevole e non necessariamente di nicchia.
La serie parte da una scelta, una visione che Richie Finestra ha sul futuro della musica: la vendita della compagnia porterebbe lui e i suoi soci ad essere ricchi, senza più ansie contabili, ma defintivamente lontani dal mondo della musica. Un divieto che per Richie è troppo stretto e viene trasformato in un guanto di sfida verso se stesso, ma anche verso i suoi soci: ritornare alla musica, a scovare talenti e a incidere nei gusti della gente, andando al di là alle semplici logiche di mercato. Facile in teoria, complicato nella pratica, perché oltre all’ostilità dei soci (praticamente costretti da lui a seguirlo), bisogna fare i conti con un mondo spietato e in perenne movimento, che Richie riesce ad affrontare solo grazie all’abuso di cocaina e alcool.
L’American Century Records è in una cerniera che unisce i vecchi artisti che non può perdere per ragioni commerciali e le nuove proposte da scovare, senza tralasciare una cassa a secco che porta a snellire sia la sezione artistica che quella amministrativa e a programmare le proprie scelte con scadenze praticamente quotidiane.
Ma la rivoluzione di Richie Finestra non abita solo nella musica, perché bisogna fare i conti con la New York di inizio anni ’70. Gestire un’etichetta discografica vuol dire anche avere a che fare con artisti e collaboratori in continuo contatto con ogni genere di lusso e droghe; inoltre, il versare in cattive condizioni finanziarIe con pochi sbocchi a breve termine porta la mafia italo-americana a bussare alla sua porta. L’approccio di Richie a questo vortice di eventi sregolato passa sempre dalla cocaina, una dipendenza che manda in crisi il rapporto con la moglie Devon, un’ex modella e attrice della Factory di Andy Warhol (interpretato fedelmente da John Cameron Mitchell).
Anche il clima che si vive all’interno dell’ ACR rispecchia il carattere “senza freni” di tutta l’intera serie. I tempi stringenti costringono la sezione artistica a provinare nuove band, rispolverare qualche proposta ricevuta in passato e andare in giro per locali nella speranza di ascoltare qualcosa d’interessante. In una di queste occasioni, Jamie, assistente che si occupa del pranzo e di fornire droghe negli uffici, ascolta i Nasty Bits, una band scarsa dal punto di vista tecnico, ma particolarmente energica sul palco, che propone una musica rumorosa e d’impatto.
Ma non dimentichiamo che in Vinyl siamo in una terra di mezzo tra finzione e realtà, dove è necessario collegare l’udito alla lancetta del tempo: siamo nel 1973 a New York e un anno dopo arriverà l’ondata del punk rock capitanata dai Ramones.
I Nasty Bits (il cui cantante-attore è il figlio di Mick Jagger, James) vengono raccontati nella serie proprio nell’ottica della futura esplosione del punk rock: ragazzi che si allontanano dalle famiglie per vivere di musica ed eccessi, senza avere particolare voglia di dedicarsi tecnicamente allo strumento, ma con un senso di rabbia e rifiuto che definisce la loro identià, qualcosa di sporco e mai sentito e visto, che trova la sua massima espressione nell’esibizione live, il vero punto di qualità del genere.
Ma il passaggio da un solco all’altro del vinile non avviene mai in maniera semplice e scontata, perché i Nasty Bits, dopo essere entrati nelle grazie dell’American Century Records, vivendo tutte le pressioni che trasmette un’etichetta discografica, incrociano Lester, ex bluesman scoperto proprio da Richie. Quest’incontro permette alla band una maggiore tutela e allo stesso tempo porta la storia indietro nel tempo, indagando il passato controverso di Richie, quando ancora era un barista, quando rimase incantato dalla voce di quel chitarrista di colore a tal punto da volerlo presentare ad una casa discografica.
Mentre un altro filone (non secondario) della serie è incentrato sulla black music, che andrà ad incidere profondamente nella disco music di tutti gli anni ’80: anche in questo caso, particolare attenzione è riservata alla nascita e allo sviluppo del fenomeno negli ambienti di New York, come, ad esempio, le discoteche ricavate nelle cantine del Bronx dove ballava solo gente di colore e i deejay che curavano le selezioni rimbalzando dai Mandrill ai Kool & the Gang
La musica è ascoltata e anche vista. In ogni episodio c’è almeno un attore che interpreta una leggenda della musica rock che interagisce con i personaggi della serie e con la storia. Nel pilot di Scorsese, ad esempio, Richie va a trovare il cantante dei Led Zeppelin, Robert Plant, nel backstage e ha anche un diverbio con il manager della band Peter Grant, che ha fama di essere particolarmente scorbutico con direttori artistici e discografici (fama magistralmente rappresentata nell’episodio). Comparsate che rispecchiano i personaggi realmente esistiti, come si nota nel John Lennon che in compagnia di Yoko Ono si infastidisce se viene fotografato in un locale, e che in alcuni casi raggiungono momenti di commozione, quando il personaggio in questione è David Bowie nel suo periodo “Ziggy Stardust” (episodio 6, mandato in onda a due mesi dalla sua scomparsa e a lui dedicato).
Questa ricostruzione, oltre ad essere particolarmente attenta e precisa, si inserisce facilmente in un lavoro scenografico e costumistico di prim’ordine (anche qui troviamo due conferme di Boardwalk Empire: rispettivamente Bob Shaw e John Dunn), che agevolano lo sviluppo della storia e l’immedesimazione in quel periodo.

Il protagonista di Vinyl è Richie Finestra, il presidente della compagnia discografica American Century Records, interpretato da Bobby Cannavale. L’attore era stato scelto sotto l’indicazione di Terence Winter, ma solo in un secondo momento c’è stata la benedizione da parte di Mick Jagger, il quale più volte, prima delle riprese, ha portato Bobby Cannavale nel backstage degli Stones durante i concerti per aiutarlo ad immedesimarsi nell’ambiente musicale.
Questo ha contribuito al raggiungimento di un’interpretazione maiuscola di un personaggio tutt’altro che semplice da affrontare. Per quanto la serie si sviluppi su diverse sottotrame, Richie Finestra è comunque il punto cardine della narrazione e il suo stato d’animo scandisce, come se fosse una batteria, i tempi dell’American Century Records.
Con Richie vengono rispettati i tre dettami di Vinyl: sesso, droga e rock’n’roll. Da prendere tutti assieme, in un solo colpo. Essere al comando di un’etichetta discografica vuol dire vivere giornate imprevedibili a ritmi frenetici: la cocaina diventa l’unico modo per tenere il passo, ma allo stesso tempo lo fa diventare un vulcano pronto ad esplodere all’improvviso. A questo si aggiunge un rapporto con la moglie particolarmente delicato, la sua volontà di svincolarsi dall’amicizia di un boss della mafia italo-americana, l’essere coinvolto in un’indagine della polizia su un omicidio e la voglia di rivoluzionare la sua compagnia.
Per quanto gli eccessi e la complessità della vita privata rendano Richie Finestra un uomo incontrollabile al capo di un’etichetta che avrebbe bisogno di solidità, è l’unico tra i suoi soci ad avere una visione: ritornare alla musica, alle canzoni, andare oltre i freddi numeri contabili e cercare di incidere profondamente nel panorama artistico attraverso nuove scoperte.
Accanto a Richie, ma non sempre, troviamo la splendida moglie Devon (interpretata da Olivia Wilde, conosciuta dal pubblico del grande schermo soprattutto per Tron: Legacy e da quello della tv per Dr. House), un’ex attrice e modella della Factory di Andy Warhol, che decide di abbandonare la sua carriera artistica e metter su famiglia con Richie. Ma i due figli e un tenore di vita molto alto non bastano ad allontanare la voglia di riprendere la vita che ha lasciato, aspetto che è influenzato anche dal mondo di Richie, perennemente circondato da personaggi dello spettacolo.
La loro crisi è come un elastico, alterna momenti di tensione altissima ad attimi di rilassamento, dove alla passione fa da contrappunto la difficoltà di convivere con un marito che non ha orari e che quando rientra a casa non è mai lucido.
La qualità di questa serie passa soprattutto dai personaggi secondari e dall’equilibrio quasi alchemico con cui è stato composto il gruppo di soci di Richie Finestra. Nella American Century Records spiccano Zak Yankovich (interpretato da Ray Romano), che ha il compito di promuovere i dischi della compagnia nelle radio distribuendo mazzette (e in alcuni casi anche droga) a deejay e giornalisti musicali. Rispetto a Richie, brillante e vulcanico, Zak tende ad essere più cupo e realista, aspetto che va ad accentuarsi nel momento in cui salta l’accordo di vendita con la PolyGram e getta la compagnia nell’incertezza.
Insieme a loro c’è Skip Fontaine (interpretato da J. C. MacKenzie), uno dei personaggi più indovinati della serie, parla pochissimo ma il suo ruolo è fondamentale: è il direttore delle vendite dell’American Century Records, che ha inventato un sistema molto semplice per gonfiare le vendite dei dischi, ovvero far sparire le giacenze gettandole in mare o distruggendole nei modi più grotteschi possibili. Pur non entrando mai nel merito delle scelte artistiche, è sempre pronto a fare il lavoro sporco della compagnia. Scott Leavitt (interpretato da P. J. Byrne), invece, è il capo degli avvocati dell’etichetta e, tra i soci, è il più maldestro nel trattare con gli artisti, al punto da commettere puntualmente gaffe che possono compromettere accordi importantissimi e vengono riparate grazie a Richie.
Julian “Julie” Silver (interpretato da Max Casella) coordina la sezione “Artisti & Repertorio” ed è il primo a sposare la rivoluzione chiesta da Richie ai membri della compagnia, anche se non riesce ad avere la sua stessa apertura mentale ai gusti artistici, e questo crea spesso dei disaccordi con Jamie Vine (interpretata da Juno Temple), una giovane assistente che porta alla compagnia i Nasty Bits, una nuova band che potenzialmente potrebbe rappresentare la svolta per l’ACR. La gestione artistica della band porta Julie e Jamie su due piani completamente opposti e anche in questo caso è Richie a indicare la strada giusta. Vittima dei cambiamenti di Richie è Clark Morelle (interpretato da Jack Quaid) che, dopo aver cercato invano qualche nuova proposta per la compagnia, viene declassato a semplice impiegato che deve occuparsi del pranzo: ad una fase di scoraggiamento, però, segue la sua voglia di riscatto, che passa dagli uffici impolverati dell’archivio, dove incontra alcuni impiegati di colore che gli faranno conoscere la disco music che si balla nei quartieri neri di New York.
Ma i riflettori della vigilia erano tutti su un altro attore. Una delle indiscrezioni che erano trapelate a poche settimane dall’uscita di Vinyl riguardava l’attore scelto per interpretare Kip Stevens, il cantante dei Nasty Bits: James Jagger. Quel cognome così ingombrante ha un rapporto diretto con il leader dei Rolling Stones: infatti, è il figlio di Mick. Le ombre della raccomandazione, però, sono state spazzate via da un’interpretazione sorprendente, in cui James ci ha messo tutta la grinta necessaria per entrare nell’anima del punk rock. Nei momenti in cui prendeva la chitarra (impugnatura mancina a differenza del padre) e cantava, è stato molto difficile non notare l’influenza di Mick, soprattutto nelle performance dove era chiesta una presenza scenica aggressiva. Giù dal palco, invece, si è visto un ragazzo in netto contrasto con la società, fondamentalmente solo, con la musica come sua unica compagna, e che sfoga le proprie fragilità nell’eroina.
Ad aiutare i Nasty Bits nello spietato mondo della discografia arriva Lester Grimes (interpretato da Ato Essandoh), personaggio che in prima battuta è fondamentale per conoscere il passato di Richie, ovvero un giovane barista italo-americano che ascolta la voce di Lester in un blues raffinato e lo convince ad andare a bussare alla porta di una casa discografica; questo permette a Richie di entrare in un’etichetta discografica come manager e a Lester di iniziare ad incidere dischi, ma presto i due prenderanno delle strade diametralmente opposte che torneranno ad incrociarsi grazie ai Nasty Bits.
Vinyl fa uno sforzo in più introducendo anche interpreti di artisti realmente esistiti. Spiccano le interpretazioni di Elvis, Alice Cooper, David Bowie e Andy Warhol, molto curate e precise, in modo da non cadere nello stereotipo o nella messa in scena fine a se stessa, ma incastrate molto bene all’interno della storia.

Per una giusta analisi della serie, è necessario dividere il pilot di Martin Scorsese dagli altri nove episodi. In primo luogo per la durata: 108 minuti contro i 50-55 minuti di tutte le altre puntate e, successivamente, per lo stravolgimento della troupe. Nel pilot, Scorsese ha praticamente confermato in blocco la troupe cinematografica che lo aveva accompagnato in The Wolf of Wall Street (e ad un occhio attento i punti di contatto con quel film sono evidenti), tra cui spicca Rodrigo Pietro alla fotografia, per poi lasciare spazio alla troupe subentrata dalla seconda puntata in poi.
Il pilot può essere considerato un vero e proprio lungometraggio. Questa scelta va contestualizzata con l’idea madre di Vinyl su cui lavorava Mick Jagger, ovvero quella di realizzare un film sul rock americano degli anni ’70. Probabilmente, c’era troppo da raccontare per stringere una storia così piena di sfaccettature in poco più di due ore (minimo sindacale per un film di Scorsese) e le possibilità di espressione che offre un prodotto seriale permettono di sviluppare la sceneggiatura con maggior dettaglio. L’episidio, per quanto insolito e azzardato per il lancio di una serie tv, ha, comunque, un contenuto tecnico e narrativo che va ad aggiungersi ai capolavori di Scorsese e riesce a dare a Vinyl un salto di qualità fin dal primo ciak.
Nonostante Scorsese abbia diretto solo il primo episodio, si sente la sua presenza per tutta la serie, non come un’ombra, ma come una guida. I registi che si sono susseguiti negli altri episodi hanno rispettato la stilistica di Scorsese, riuscendo a renderla propria, pur introducendo nuovi elementi. Ad esempio, il terzo episodio, Wispered Secrets, è quello con maggiori riprese e riferimenti musicali, ed è diretto da Mark Romanek, che è molto più noto per le regie di videoclip musicali (tra i tanti spiccano Michael Jackson, David Bowie e i Nine Inch Nails) che per le regie cinematografiche.

Sigla. I restanti episodi si aprono direttamente con la sigla di Vinyl: una puntina di un giradischi che viaggia ad alta velocità lungo i solchi di un vinile e questa corsa viene intervallata da immagini di New York, i live club, musicisti impegnati a suonare e che si lanciano sul pubblico, anfetamine, ragazze che ballano e oggetti che vanno in frantumi. Il tutto accompagnato da Sugar Daddy il tema composto da Sturgill Simpson appositamente per Vinyl.

La serie ha una struttura orizzontale. La storia si estende per tutti e dieci gli episodi mantenendo le vicende dell’American Century Records come nodo principale della narrazione, attorno al quale si agganciano tutti gli altri personaggi.
Ma nelle singole puntate non c’è solo spazio per la storia e l’interazione dei personaggi.
In quest’intreccio trovano ampio respiro le note di una colonna sonora fuori da ogni schema: sono tutte canzoni, nessun effetto digitale o composizioni strumentali scritte in funzione delle scene. Vinyl ha la particolarità non solo di poter essere vista, ma anche di essere ascoltata come si ascolta una stazione radio o un vecchio juke-box, lasciandosi sorprendere da ciò che viene mandato. Il tutto supervisionato dai gusti di Mick Jagger, capace di mettere insieme una colonna sonora che è uno spaccato autentico della temperatura musicale di quel periodo, senza tralasciare alcun genere: rock’n’roll, blues, funky, jazz, reggae, surf rock, punk, disco music.
A supporto dello splendido lavoro di selezione, c’è anche un aneddoto che riguarda Bobby Cannavale, che in una delle interviste prima dell’uscita di Vinyl raccontava così l’incontro con Mick Jagger: «Mi è stato molto utile essere nel backstage del concerto degli Stones e vedere come si comportano le persone intorno a lui e come lui agisce intorno agli altri. Dopo lo spettacolo ha invitato me e la mia compagna nella sua suite dell’hotel. […] Aveva la televisione accesa, dove puoi semplicemente mettere la musica ed era sintonizzato su un canale di musica blues. E ogni singola canzone che veniva trasmessa lui la sapeva. Quello era un elemento realmente interessante. Sonny Boy Williamson poteva andare in onda e lui diceva ‘Oh, questa canzone…’. E raccontava una breve storia sul brano».
Oltre alle registrazioni originali ci sono state diverse canzoni ri-arrangiate per l’occasione. Nel secondo episodio, i brani dei Velvet Underground sono cantati da Julian Casablancas, leader degli Strokes, e troviamo anche Chris Cornell (già leader dei Soundgarden e Audioslave) a cantare Stay with me baby di Lorraine Ellison.
La selezione, inoltre, non va a pescare troppo nel classic rock e ha il pregio di recuperare tantissimi autori che erano finiti nel dimenticatoio e che, grazie a Vinyl, hanno raggiunto un nuovo pubblico. Per citarne alcuni: Slade, Albert Hammond, John Lee Hooker, Isley Brothers, Mott the Hoople.
Inoltre, la particolarità di Vinyl è quella di avere anche dei micro-videoclip legati alla colonna sonora all’interno di ogni puntata.
Richie dà una festa in piscina con i suoi amici e in sottofondo si sente Hey! Bo Diddley? Ecco che improvvisamente in un’altra scena compare Bo Diddley che canta la sua canzone sul bordo della piscina. Scatta l’allarme anti-incendio negli uffici della American Century Records? Di colpo ci troviamo con Janis Joplin che canta Cry Baby in un ufficio sommerso d’acqua. Richie e Zak devono andare a Los Angeles per affari? Sull’aereo troviamo Jan & Dean che cantano Surf City.
Queste scene rappresentano il vero valore aggiunto, soprattutto per il dettaglio ricercato nella somiglianza degli attori ai cantanti. A tratti sembra di trovarsi di fronte a Jerry Lee Lewis, Little Richard, Buddy Holly o Eddie Cochran.
All’interno di ogni episodio c’è, comunque, la chiara intenzione di rappresentare uno spaccato di quel mondo con maggior dettaglio e fare in modo, senza forzature, che la storia di Richie e dell’American Century Records passi proprio da lì. Nel pilot con i Led Zeppelin viene subito sottolineato il rapporto ambiguo tra artisti e discografici, poi segue la Factory di Andy Warhol, ricreata molto fedelmente da un’eccellente scenografia e, successivamente (per una puntata), la storia si trasferisce dalla costa Est alla costa Ovest, dove c’è un panorama musicale diverso rispetto a New York: ci si chiede se Crosby, Still, Nash & Young torneranno insieme e nel frattempo si assiste ad un Elvis sempre più spento. E poi c’è sempre il 1973 che ospita quello che è considerato il miglior disco della storia, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, che non solo invade i negozi di dischi, ma con quella grafica in copertina mette in dubbio la concezione dell’immagine che un artista poteva avere prima.
Non una serie sul rock, come erroneamente ha definito qualcuno, ma un universo di mode, relazioni, cultura e stili che hanno reso quegli anni unici e fondamentali. Il rock è il contenitore.
Alcune critiche sono state mosse anche sulla scelta narrativa dalla storia. Per quanto l’interpretazione di Bobby Cannavale sia stata esemplare e caratteristica, c’è chi ha imputato a Vinyl una certa difficoltà nell’intercettare l’empatia del pubblico, sostenendo che il ruolo del discografico poteva essere un contorno e non il centro della storia.
Questo aspetto, però, rischia di spostare l’attenzione dall’idea principale di Jagger e Scorsese: la protagonista è la musica. Sarebbe stato troppo semplice e riduttivo scegliere un cantante come protagonista della storia, l’idea del discografico, invece, è apparsa funzionale proprio perché ha permesso a Vinyl di spaziare a 360 gradi nelle viscere della musica che, di fatto, è al centro di tutta la serie, ancora più di Richie Finestra.
Il non aver confermato la seconda stagione ha creato malumore tra gli appassionati, ma non ha certo mandato su tutte le furie Mick Jagger e Martin Scorsese perché, al di la delle loro attività che vanno a gonfie vele da decenni e che poco hanno a che fare con le serie tv, sono riusciti nell’obiettivo di realizzare un piccolo capolavoro che fra tanti anni rimarrà uno dei prodotti culturali più completi e originali sul mondo degli anni ’70.

Vinyl è un film musicale? Un dramma? Una commedia?
Sul primo quesito la risposta è ovvia, ma per gli altri due generi occorre scendere nel profondo della storia. I profili dei protagonisti, Richie e Devon, fanno pensare immediatamente ad una storia complicata e drammatica, ma tutto l’universo che ruota attorno all’American Century Records è pieno di personaggi ironici, maldestri, geniali e rigorosamente esaltati, che richiamano alla commedia. La presenza di sostanze stupefacenti (cocaina in particolare) contribuisce a creare un clima imprevedibile dove è molto facile trovare Richie iperattivo e un attimo dopo completamente a terra. In tutto ciò, l’interpretazione degli attori è così autentica da trasmettere un senso di agitazione anche allo spettatore.
Nei dialoghi c’è la frenesia, un costante turpiloquio, la battuta secca, l’ironia di persone che vivono in un mondo dove è difficile essere presi sul serio. Gli spazi per i monologhi sono praticamente serrati, ma quando questo accade assistiamo ai dei ritagli da conservare:

[Andrea “Andy” Zito]: Le vostre strategie di marketing sono arcaiche, sembrate una compagnia che vende aspirapolveri. The Dark Side of the Moon: è in cima alle classifiche e non ha neanche un singolo, un concept album di rock progressive. Ogni capellone in America non smette di contemplare i misteri di quel cazzo di triangolo sospeso. I Pink Floyd non hanno un volto e tu continui a mettere le facce sulle copertine e la chiami arte. Vi fa apparire noiosi e questo non lo cambi con le p.r., bisogna reimmaginare tutta la compagnia.

[Richie Finestra]: Quando ho ascoltato la tua demo, sono rimasto di sasso. Era cruda, dura e mi ha portato nel tuo mondo, con le tue esperienze, per quanto siano fuori di testa. Reati, relazioni, droga, sesso. È la colonna sonora della follia di questa città. Scrivete quello che provate ragazzi, non ci vuole un mago.

All’interno dei dialoghi c’è anche un alto livello di citazionismo, dove spesso emergono quali sono i gusti musicali dei soci della compagnia, grazie a carrellate di nomi e titoli di autori che vengono puntualmente esaltati o distrutti.
Essendo una serie che spazia principalmente nella musica americana, Vinyl andrebbe vista in lingua originale, proprio per non disperdere quella magia di cantare e parlare con lo stesso timbro vocale che il doppiaggio, giocoforza, cancella.
Questa criticità si evidenzia soprattutto in una delle parti più belle della serie, dove Lester prova a spiegare ai Nasty Bits come fare a scrivere una canzone: prende una chitarra e mantenendosi su tre accordi maggiori, Mi-La-Si (che nella versione originale rispettano la notazione anglosassone E-A-B), inizia a muoversi tra le canzoni e i generi senza mai lasciare il giro.
La stonatura del doppiaggio è proprio nei cambi: quando Lester mantiene i tre accordi come tappeto e parla alla band, lo sentiamo con la voce di Nanni Baldini, ma appena canta prende la voce dell’attore Ato Essandoh.
E, come ogni lavoro su cui mette mani Scorsese, anche questo rispetta la tendenza delle frasi ad effetto, forse slegate dalla storia, ma destinate a caratterizzare i personaggi ed entrare nell’immaginario collettivo:

[Richie Finestra]: Ho costruito questa azienda consumando droghe, ho smesso ed è andata a rotoli. Tra l’altro, Freud, Edison e Sherlock Holmes hanno fatto grandi cose tirando cocaina.

[Zak Yankovich]: Io sono ebreo, loro tedeschi diligenti. Che devo fare io? Andare in un sottotetto a scrivere un diario?

[Julian “Julie” Silver]: Voi fate schifo, il mio compito è aiutarvi a fare meno schifo.

[Franl “Buck” Rogers]: Ho impostato la selezione casuale del jukebox perché la vita è questione di caso.

 

Andrea Martina

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