Un medico in famiglia

Un medico in famiglia

Ciao, famiglia! (Tormentone di Lele Martini)

Nel 1998 sui teleschermi italiani approda Un medico in famiglia (Rai Uno, dal 1998, 10 stagioni realizzate), una fiction prodotta sulla base di un format televisivo nato in Spagna, Médico de familia, trasmesso da Telecinco dal 1995.
Stiamo trattando di un formato seriale decisamente lungo. La prima stagione è di ben 52 episodi, le successive di 26. La serie, fin dall’inizio, conosce un grandissimo successo, registrando ascolti ben al di sopra dei 10.000.000 di telespettatori.

Il pubblico italiano conosce, così, per la prima volta la famiglia Martini, composta da un padre medico, vedovo, Lele, con tre figli a carico, Maria, Ciccio e Annuccia, il nonno paterno Libero, la cognata Alice, la colf Cettina e un amico sempre presente, Giulio. Da contorno a questa famiglia allargata ci sono i nonni materni Enrica e Nicola, la sorella di Lele, Nilde, con il figlio Alberto, l’amica del cuore di Maria, Rebby e i colleghi della U.S.L. (poi A.S.L.) di Lele.
Il grande successo riscosso ha garantito la longevità della fiction sulla famiglia Martini, che subisce notevoli cambiamenti: i bambini crescono diventando a loro volta genitori e zii, nuovi personaggi entrano nella loro vita, come Guido, futuro marito di Maria, oppure Bianca, sorella di Giulio e futura moglie di Lele, Melina, la nuova colf, e persino una nuova nonna, Ave, madre di Guido, oltre a una lunga serie di bambini, Lele junior, Elena, Bobò, Inge, Pietrino e Palù.
I cambiamenti nel cast della fiction non sono dipesi solo da necessità oggettive, ma anche dal fisiologico cambiamento della storia e dalla disponibilità degli interpreti (per esempio, Claudia Pandolfi-zia Alice esce già nella seconda stagione, Giulio Scarpati-Lele Martini, protagonista delle prime due stagioni, riappare poi solo nella sesta, con qualche cammeo nella terza e quarta stagione).
La famiglia Martini appartiene alla media borghesia italiana, vive dello stipendio di medico della U.S.L. di Lele e della pensione di ferroviere di nonno Libero. La moglie di Lele, Elena, è venuta a mancare a causa di un tragico incidente stradale e ha lasciato al marito tre figli piccoli: Maria, la maggiore, ha 13 anni, Ciccio appena 10 e Annuccia 3. La famiglia Martini viene presentata al pubblico italiano da Ciccio. 

Il “medico in famiglia” è interpretato da Giulio Scarpati che, nei panni del dottor Lele Martini, manda avanti una famiglia senza la moglie e contemporaneamente si occupa dei pazienti. Essendo un medico generico, Lele non usa termini tecnici molto specifici e si limita a prescrivere radiografie, tac, antidolorifici e analgesici e, persino, tisane ai suoi pazienti, perlopiù anziani che, più che del medico, avrebbero bisogno semplicemente di compagnia. Sempre impegnato con il suo lavoro di medico e sempre con la testa tra le nuvole, Lele ha a cuore i problemi dei suoi figli, anche se a volte molti suoi doveri di padre sono svolti da nonno Libero, che però non è più giovane come una volta («Lele, figlio mio, io credevo di farcela, invece non ce la faccio»). Lele è ricordato da tutti per il suo saluto abituale, quando rientra dal lavoro. Il suo Ciao famiglia! È una sorta di forma bandiera, un tormentone che caratterizza il personaggio.
Sua figlia Maria seguirà le orme del padre nella professione di medico e subirà numerosi cambiamenti nella crescita, prendendo progressivamente a esempio gli insegnamenti del padre. Troviamo così una Maria tredicenne lagnosa in crisi adolescenziale, con una vocina sottile e uno spiccato accento romano («Non vojo gnente!») che via via diventa una donna con una voce calda e priva di accento.
All’altro figlio, Ciccio, è affidata la descrizione della famiglia nell’episodio pilota, mentre scorrono sul video momenti di una normale giornata in casa Martini:

Questo è il mio papà e fa il medico e ci vuole molto bene, anche se a volte rompe. Vicino a lui c’è Maria, che sarebbe mia sorella maggiore e che rompe molto ma molto di più di papà. Questa è la nostra casa vecchia, adesso stiamo per andare in una casa nuova. Questo che fa lo scemo è nonno Libero, che è pensionato, prima faceva il ferroviere. E questa è Annuccia, la mia sorellina più piccola: da quando è nata lei non ho più potuto guardare la tv in santa pace! Questo sono io, quello piccolo e mi chiamo Ciccio. Quello grande è zio Giulio, che non è proprio mio zio ma è il più caro amico di papà; non ha figli e non è sposato, fa molto ridere. Quella che si sta incavolando di brutto perché le freghiamo le olive ascolane è Pia, la nostra tata. Questa che gioca con Annuccia è zia Alice, la sorella di mamma. Lei cambia spesso lavoro e fidanzato ma noi le vogliamo bene, anzi benissimo. Questa è la mia mamma, quant’era bella, si chiamava Elena ed è morta due anni fa in un incidente. Tutti noi sentiamo tanto la sua mancanza, anche papà che certe volte è triste e dice che non sa il perché.

Nonostante la presenza di un ricco cast, Un medico in famiglia è ricordato soprattutto per la presenza di due personaggi, nonno Libero (una delle migliori interpretazioni nella carriera di Lino Banfi) e la colf Cettina. A far da spalla alle loro gag c’è invece nonna Enrica, rigida nel suo essere signora d’altri tempi, ma che riuscirà a far breccia nel cuore del consuocero, diventando sua moglie.
Nonno Libero è senz’altro il personaggio portante della serie, e rappresenta il punto di riferimento di tutta la famiglia. Benché il ruolo di capofamiglia spetti al figlio Lele, Libero impersona un’indiscussa autorità morale, cui tutti si rivolgono in ogni momento. Presente nella vita del figlio e dei nipoti. Di origini pugliesi come l’attore che lo interpreta, Libero Martini ha lavorato tutta una vita come ferroviere, dirigendo anche un sindacato e, nonostante la pensione e l’età che avanza, conserva ancora il suo animo combattivo che l’ha distinto in gioventù. Da alcune sue espressioni ricorrenti è chiaro che soffre per questa sua nuova condizione di anziano e lo sottolinea ogni volta che se ne presenta occasione, citando le parole «del povero Carmine», un suo amico di gioventù, che aveva sempre una perla di saggezza per ogni occasione. «Aveva ragione il povero Carmine quando diceva…» è anzi uno dei suoi tormentoni, a volte all’inizio e a volte alla fine dei ragionamenti. Abbondano anche le freddure: «In una casa con l’anziano non servono riscaldamenti, perché l’anziano stufa! Aveva ragione il povero Carmine!», «L’anziano è come il negativo: rimane sempre all’oscuro», «Con la maionese, il ketchup e gli hamburger si sono persi tutti i valori!», «L’anziano è come un camion di pomodori: ognuno non vede l’ora di scaricarlo!», « Il nonno è come se non ci fosse, c’è o non c’è, chi se ne frega? Qui c’aveva ragione il povero Carmine quando diceva: – I vecchi sono come le porte a vetri: li vedi solo quando è tardi!». Il tormentone più riuscito è però il notissimo «Una parola è troppa e due sono poche»; come osserva Bolla [2004: 184], «proverbi e tormentoni di nonno Libero del tipo “Una parola è troppa e due sono poche” entrano nel fraseggio comune degli italiani».
Cettina (Lunetta Savino), all’anagrafe Concetta Gargiulo, è la collaboratrice domestica di casa Martini, è originaria di Mondragone, un paese della provincia di Caserta, di cui orgogliosamente esalta le origini. La donna diventa per la famiglia una persona importante, tanto da essere considerata una sorta di zia sulla quale contare nei momenti difficili. Eccola, quindi, dispensare consigli alle giovani Maria e Rebby («Sentite a Cettina, fate le superiori se no i maschietti se ne approfittano»), oppure consolare nonno Libero in momenti di sconforto («Su signor Libero, ja’, non vi abbattete, vi faccio una lasagna veloce veloce, così il veleno s’azzecca al cibo e non danneggia le pareti dello stomaco»), oppure invogliare Ciccio che non ha appetito («Su, mangia la zuppa a Cettina»).
Nonna Enrica (Milena Vukotic), nonna materna di Maria, Ciccio e Annuccia, è una donna di classe, appartenente all’alta borghesia; appare fin da subito come una donna forte e determinata, con le idee chiare e poco disposta ad ascoltare i consigli altrui. Critica le scelte del genero Lele, cercando di intervenire nell’educazione dei nipoti dopo che questi hanno perso la madre, facendo pesare le differenze economiche tra le due famiglie, Martini e Solari. Nonna Enrica ricorre spesso, per enfatizzare il suo discorso, a espressioni latine e soprattutto francesi, facendo sentire chi la ascolta inferiore a lei, fatto di cui poi si compiace; il suo giudizio, non tenero, su Guido è mediconzolo.

Una fiction come Un medico in famiglia va classificata tra le storie sociali, una prerogativa assunta programmaticamente soprattutto dal servizio pubblico: sotto questa etichetta sono normalmente catalogati prodotti molto diversi e «temi fra i più disparati ma che affondano le loro radici su fatti di cronaca o emergenze sociali» o «storie di vita quotidiana che si intrecciano con le problematiche giornaliere dalla scuola al rapporto tra adulti e adolescenti» [Sorice 2004: 65]. Classificare Un medico in famiglia come una serie di ambientazione medica sarebbe una forzatura. Si tratta di una vicenda che, con toni molto leggeri a cui contribuisce molto, ancora una volta, l’interpretazione di alcuni protagonisti, in primo luogo Lino Banfi, dà conto dei rapporti all’interno della famiglia (a partire dal conflitto genitori-figli, limitato di fatto a qualche sbuffo e molto attenuato nella sua drammaticità, secondo la tradizione italiana) e della famiglia con i sistemi sociali esterni (la scuola, la ASL, ecc.). La caratterizzazione linguistica dà peraltro ampia conferma di ciò: l’italiano dell’uso medio con connotazioni regionali, senza tratti alti e bassi se non in casi eccezionali, è senz’altro la varietà della fiction (si esemplifica dall’episodio 5, 15).
Sono presenti tratti come l’uso di gli sovraesteso per il femminile («Ma vedrai che gli passa»), il ci attualizzante col verbo avere («Ma che cj hai / amore», «Ma che disturbo cj ho?»), ma anche ridondanze di vario genere («Ma ci voleva bene quel sultano a sua moglie», «Per te io ti faccio») e forme aferetiche del dimostrativo («Ma chi è ’sta Cheope»). Nel settore della morfologia verbale, l’indicativo è preferito spesso al congiuntivo («Io sono convinta che ci sono dei problemi con Guido», «No no è meglio che la tieni tu»), sebbene non con sistematicità. Per quanto riguarda la microsintassi sono frequentissime dislocazioni e tematizzazioni («Adesso la riconosco / Maria», «Di quelle cose lì te ne faccio», «Un po’ di ragione ce l’ha», «Beh ce ne stanno tante di agenzie», «Tu non sai come l’hai fatto felice tuo figlio»). Per il lessico segnaliamo i genericismi cosa, l’espressione familiare contarla giusta, il meridionalismo mo, il rafforzamento dell’aggettivo in «Sto buono buono» e «Veloce veloce torniamo a casa».
La o le regionalità, visto che non c’è in questa fiction solo quella romana, sono ben presenti nel tessuto linguistico. Quella pugliese è un marchio di fabbrica di Lino Banfi: cfr. per esempio l’uso di stare in «Mi fai stare preoccupato»; ad essa si aggiungono altri accenti occasionali, come il napoletano della domestica Melina, trasparente nella pronuncia quanto in stilemi come l’intercalare «Come no?».
Non mancano neanche notevoli variazioni linguistiche connesse al livello socioculturale dei parlanti. Ad un polo più alto potremmo collocare il parlato di nonna Enrica, in non pochi casi piuttosto forbito. Si veda il dialogo che segue con nonno Libero, espressione, invece, di un livello medio:

[Enrica] Ma tu pensi che per una cosa così stupida / io ti voglia meno bene? Io ti sono vicina / anche se soffri di incontinenza / va bene?

[Nonno Libero] Incontinenza / ah / ah Dio // Non so se ridere o mettermi a urlare / Ma incontinenza significa che io / mi / mi faccio la pipì sotto / questo vuoi dire?

[Enrica] Ma che male c’è?

[Nonno Libero] ti faccio vedere io chi è Libero Martini!

[Enrica] Buonanotte!

[Nonno Libero] Buonanotte / Diabolik!

Enrica è, con ogni probabilità, l’unico personaggio a fare un uso standard del congiuntivo: nella prima battuta lo usa, infatti, anche in una situazione del tutto informale («Ma tu pensi che per una cosa così stupida / io ti voglia meno bene?») e si noti l’impiego da parte sua dell’ex tecnicismo, ormai tutt’altro che opaco, incontinenza, mentre Libero addirittura lo glossa («Mi faccio la pipì sotto / questo vuoi dire?»).
Di livello diastraticamente basso è il parlato di Cettina e Torello, il suo fidanzato. Si veda il dialogo che segue:

[Torello] Cettina guarda / te lo dico senza secondi fini // tu dovresti fartene una ragione / davvero.

[Cettina] Ma ci voleva bene quel sultano a sua moglie.

[Torello] Ma io di quelle cose lì te ne faccio dieci / te ne faccio per te // io ti faccio una piramide che è alta il doppio di quella di Cheophe / altro che storie.

[Cettina] Ma chi è ’sta Cheophe / non la conosco!

[Torello] Cettina / io ti devo dire una cosa molto importante // una decisione che ho preso / e che è inderogabile / roba di vita o di morte // ho deciso Cettì / io non torno più indietro / ho deciso.

[Cettina] Ma che fai?

[Torello] Ho deciso!

[Cettina] Ma che fai / non fare un gesto inconsulto!

Nello scambio di battute prevalgono nettamente i tratti substandard su quelli medi. Si vedano le ridondanze pronominali («Ma ci voleva bene quel sultano a sua moglie», in cui il ci è utilizzato per le; «Di quelle cose lì te ne faccio dieci / te ne faccio per te», qui con rafforzamento del dimostrativo con , dislocazione a sinistra e doppia ripetizione del pronome), forme aferetiche («Chi è ’sta Cheophe»), strutture a cornice («Te ne faccio dieci / te ne faccio», «Ho deciso Cettì / io non torno più indietro / ho deciso»), usi marcati dei pronomi personali e del troncamento Cettì. Per il lessico abbondano le frasi fatte come «Roba di vita o di morte» e «Non fare un gesto inconsulto!».

Per approfondire

Su Un medico in famiglia cfr. Felicita Gabellieri, Un sogno condiviso. Le audience di Un medico in famiglia, in Buonanno 2004: 199-226; sulla sua lingua (complessivamente definita come italiano «informale trascurato») cfr. anche Simona Messina, L’“italiano vero-simile”: la mimesi dell’italiano parlato nella fiction televisiva, in La testualità, numero monografico di «Quaderni del Dipartimento di Scienze della Comunicazione» (Università di Salerno), 5 [2007: 187-228].

 

Maria Letizia Raganato; Debora De Fazio (Lingua e linguaggio)

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