True detective - Prima stagione

True detective - Prima stagione

Credo che la cosa giusta da fare per la specie sia negare quello per cui siamo stati programmati:
smettere di riprodurci, andare incontro lentamente all’estinzione.
Un’ultima notte insieme come fratelli e sorelle e poi chiamarsi fuori da questo mondo così ingiusto.
(True detective – Prima stagione; 1, 1)

True Detective è una serie televisiva statunitense pluripremiata, onorata dal pubblico e dalla critica, andata in onda sul canale via cavo HBO dal 12 gennaio 2014 ed ancora in corso. La serie, ideata e creata da Nic Pizzolato, con l’aiuto dei produttori esecutivi Cary Joji Fukunaga, Scott Stephens, Woody Harrelson, Matthew McConaughey, Steve Golin, Richard Brown, si discosta da tutte le altre per la sua infinita cura dei dettagli, fuori dai soliti schemi, fa compiere alla serialità televisiva un nuovo passo in avanti: vera letteratura veicolata da serie tv. True Detective narra dei due detective Rustin Cohle e Martin Hart impegnati a risolvere il caso di Dora Lange, assassinata in un modo diverso dai soliti omicidi, singolare e misterioso, svolto da un quasi introvabile assassino che ha seminato terrore per quasi diciassette anni nella paludosa e caratteristica Louisiana. Concepita come una serie antologica, ogni stagione è pensata per narrare una storia diversa con annessi nuovi personaggi. Tutto sembra tendere alla realizzazione di qualcosa che non si accontenta dello standard. Il creator Pizzolato, infatti, sfrutta al massimo ogni elemento a disposizione per provare a offrire qualcosa in più del puro e semplice intrattenimento. La prima stagione della serie, composta da 8 episodi, di circa 60 minuti ciascuno, è stata trasmessa in Italia in prima visione assoluta su Sky Atlantic dal 3 al 24 ottobre 2014 con un eccellente riscontro.

True Detective narra l’esperienza, nonché la vita, di due agenti, Rustin Cohle (Rust),  mente enigmatica, incomprensibile, complessa ma incredibilmente brillante dell’avvincente poliziesco/thriller e Martin Hart (Marty), tipico “family man”, incuriosito e intimorito da quel partner silenzioso, le cui vite si intrecciano nella lunga caccia, durata diciassette anni, alla ricerca di un serial killer in Louisiana. Attraverso archi temporali diversi, adrenalinici flashback, vengono raccontate le vite private, le vicende e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto in seguito alla comparsa di un nuovo caso d’omicidio i cui dettagli corrispondono al precedente assassinio di Dora Lange. Rust e Marty saranno, quindi, sottoposti a un interrogatorio condotto dagli agenti Maynard Gilbough e Thomas Papania, i quali porranno loro domande sui loro trascorsi, in modo da carpire dettagli e sfumature sull’orribile, intricato e complesso caso di Dora Lange, consegnato loro nel 1995 e apparentemente risolto. Attraverso l’interrogatorio, si darà il via all’avvolgente narrazione, iniziando proprio dai primordi: il lontano 1995 in cui accadde il brutale omicidio. Durante la riapertura del caso nel 2012, Rust, che non ha mai smesso di cercare altri indizi e novità sull’accaduto del 1995, convincerà Marty e lo coinvolgerà nuovamente nella ricerca del killer. Non sappiamo che cosa sia successo negli anni trascorsi lontani, ma, quando li ritroviamo, dopo tutto quel tempo, Rust ha la coda di cavallo, la barba, il viso ancor più distante e cupo di quanto non lo sia stato già all’inizio; Marty, invece, dopo aver perso la moglie a causa dei suoi continui tradimenti, si è rifugiato nell’alcool, nelle relazioni extraconiugali, ha lasciato il lavoro ed è divenuto investigatore privato. Dopo l’apparente risoluzione del caso, ottenuta dai due nel 1995, non si sono più parlati, ma il nuovo delitto, avvenuto nel 2012, i cui dettagli e simboli ricordano proprio quello di Dora Lange, rimette tutto in gioco. Si uniranno nuovamente e, in una lotta continua tra il bene e il male, andranno alla ricerca di un presunto assassino senza tempo, che prontamente acciufferanno. Indagano e trovano ciò che non si sarebbero mai aspettati, si disperano: un serial killer di bambini, uno stupratore, un mostro, un pedofilo, forse il sicario della povera Dora.
True Detective è nato come romanzo, ma, non trovando editore, Nic Pizzolatto, ideatore e creatore della serie, ha deciso di trasformarlo nel copione di una sceneggiatura, ben riuscita. Sin dal titolo, sono evidenti i riferimenti letterari, come: da Il re in giallo di Robert W. Chambers, una sorta di “bibbia oscura” della stagione da cui prendono vita personaggi e vicende, alla narrativa di  Thomas Ligotti, molto amato da Pizzolato stesso, alle riviste americane di genere pulp nate nel 1924 in cui la narrativa gialla si alternava ad articoli riguardanti casi criminosi realmente accaduti e, infine, a scrittori del sud, come Erskine Caldwell, Truman Capote, William Faulkner, Carson McCullers, Tennessee Williams, Flannery O’Connor [1].
L’affascinante serie tv ha ricevuto vari riconoscimenti fra cui Television Critics Association Awards (2014), SXSW Film Festival (2014), Critics’ Choice Television Awards (2014), Premi Emmy, nomination al Golden Globe (2015), Screen Actors Guild Awards (2015), Satellite Awards (2015), Writers Guild of America Awards, (2015), Art Directors Guild Awards (2015) e ACE Eddie Awards (2015).

I protagonisti Rustin Cohle e Martin Hart cercano di risolvere il caso di un omicidio che ha sconvolto tutta la Louisiana. Matthew McConaughey interpreta il detective Rustin Cohle, un personaggio a tutto tondo, molto controverso, attivo, altamente influenzatore nonché protagonista, con un passato difficile. Ha alle spalle la morte di una figlia di cui non si saprà nulla durante la serie, un’esperienza traumatizzante durata quattro anni come infiltrato all’interno del mondo dei narcotrafficanti, passato che gli causerà insonnia e allucinazioni che lo accompagneranno occasionalmente. Cohle vive ogni momento della giornata, bello o brutto che sia, con apatia, distacco e nichilismo. Darà tutto se stesso per risolvere il caso di Dora Lange che lo attanaglia particolarmente. La personalità di Rustin si riesce a inquadrare già nei primi minuti della serie, quando è all’interno della scena del crimine: spaventosamente attento, analizza la vittima inerme e tenebrosa. Egli osserva Dora Lange con gli occhi di un serial killer, in modo da carpire i dettagli più nascosti, al fine di svelare l’assassino di quel terribile omicidio di una ragazza/prostituta innocente, legata a un albero con una corona di spine sul capo. Il detective Cohle non è per niente socievole e cercherà in tutti i modi di allontanare le persone che vorrebbero entrare nella sua vita. Unica eccezione sarà proprio il suo collega Martin Hart, detective, americano medio, conservatore, tradizionalista, talmente “credente e legato alla famiglia” da tradire, diverse volte, la moglie. Martin odierà il suo lavoro, poiché, attraverso di esso, verrà a conoscenza di crimini orribili e, talvolta, sarà lui stesso testimone del male puro. Varie vicissitudini lo porteranno a scelte inadeguate e passi falsi, arrivando al punto di non saper più gestire neppure la sua vita quotidiana. L’omicidio porterà un cambiamento rilevante nella vita di entrambi i detective, sia nella sfera professionale che privata. Rust ne diventa ossessionato fino a rischiare conseguenze molto pericolose pur di trovare un indizio concreto, al fine di risolvere il caso estremamente complicato.
Oltre ai protagonisti assoluti, troviamo Maggie Hart, moglie di Martin, interpretata da Michelle Monaghan; il detective Maynard Gilbough, interpretato da Michael Potts; il detective Thomas Papania, interpretato da Tory Kittles.
Tra i personaggi secondari, ci sono il detective Bobby Lutz, interpretato da JD Evermore; Cathleen, interpretata da Dana Gourrier; il detective Chris Demma, interpretato da Joe Chres; il detective Favre, interpretato da Dane Rhodes; il maggiore Ken Quesada, interpretato da Kevin Dunn; Lisa Tragnetti, interpretata da Alexandra Daddario; il comandante Speece, interpretato da Don Yesso; il detective Mark Daughtry, interpretato da Jackson Beals; il detective Ted Bertrand, interpretato da Jim Klock; il detective Jimmy Dufrene, interpretato da Garrett Kruithof; Steve Geraci, interpretato da Michael Harney; Laurie Perkins, interpretata Elizabeth Reaser; Charlie Lange, interpretato da Brad Carter; Beth, interpretata da Lili Simmons; Billy Lee Tuttle, interpretato da Jay O. Sanders; Joel Theriot, interpretato da Shea Whigham; Danny Fontenot, interpretato da Christopher Berr; Guy Francis, interpretato da Christopher Berry; Lucy, interpretata da Alyshia Ochse; Errol Childress, interpretato da Glenn Fleshler; Reggie Ledoux, interpretato da Charles Halford; Ginger, interpretato da Joseph Sikora; Audrey Hart, interpretata da Erin Moriarty (da ragazza) e Madison Wolfe (da bambina); Maisie Hart, interpretata da Brighton Sharbino (da ragazza) e Meghan Wolfe (da bambina); il maggiore Leroy Salter, interpretato da Paul Ben-Victor.

True Detective, definita da Repubblica una “serie fenomeno” [2], si apre con due uomini che camminano affannati nel buio, compare, poi, del fuoco che lentamente si propaga nell’immensità dei campi della Louisiana, una dissolvenza in nero e, infine, ecco i protagonisti assoluti, Rustin Cohle e Martin Hart, entrambi sottoposti all’interrogatorio condotto dai due agenti detective, Maynard Gilbough e Thomas Papania, aventi un obiettivo comune: ottenere più dettagli riguardo il vecchio caso assegnato agli esaminati nel 1995.
I detective indagano sulla loro carriera, gli amori proibiti di Martin, i complicati pensieri di Rust e le sue infinite notti insonni causate dal precedente arduo impiego nella squadra narcotici, ottenuto volutamente, in seguito alla morte della figlia, arrivando al vero e proprio punto nevralgico della narrazione, il caso riguardante lo strano, diabolico e oscuro omicidio di Dora Lange.
Ad un tratto, ci viene mostrata la scena del crimine. La vittima, immersa nelle infinite e malvagie distese di campi in Louisiana, legata sotto l’albero con una corona di cervo sul capo e le mani poste a mo’ di preghiera, dispensa nell’animo dello spettatore un assaggio di quell’eterno male presente in tutta la narrazione, straboccante di dettagli ampiamente oscuri, come rituali insoliti, simboli wodoo, personaggi perversi, spietati e infinitamente astuti.
Giunti sulla scena del crimine ulteriori agenti, posti controlli e limiti su tutto il perimetro, si dà il via alla vera investigazione. Cohle, chiamato “l’esattore”, perché non usa i bloc-notes, ma un librone per fare i conti con la copertina nera, lungimirante, si muove attorno alla vittima, la scruta e la studia, annota tutto, ogni piccolo dettaglio che potrebbe servire alla risoluzione del caso.
Attraverso lo scorrere lento e costante di una narrazione orizzontale, la scelta minuziosa dei luoghi e le immagini suggestive curate dal regista Cary Joji Fukunaga, si è venuto a creare un bellissimo, tentacolare senso di rapimento che cattura chiunque dall’altra parte dello schermo, lasciandolo libero al momento della tanto attesa risoluzione del caso di Dora Lange, ottenuta durante l’ottava ed ultima puntata.
Ogni aspetto, dalla narrazione alle ambientazioni, passando per gli eccezionali monologhi di Cohle e alle noncuranti risposte di Hart, è curato fin nei minimi dettagli, al punto che durante la visione si ha proprio l’impressione di essere in un altro mondo fatto di misteri, di cose dette e non dette, di relazioni malate e di tradizioni perverse.
Unendo tutti gli episodi, la serie televisiva raggiunge complessivamente la durata di circa 8 ore di pura investigazione: complicati archi temporali e flashback, prima un salto nel lontano passato, nelle ricerche del famoso omicidio, poi uno nello struggente presente nell’insolito interrogatorio su Marty e Rust e la narrazione fila liscia come l’olio.
Ciò che realmente fa da protagonista in True Detective, però, non è tanto la trama, quanto i personaggi, con i loro difetti, le loro capacità e i loro limiti. Definita dal suo stesso creatore Nic Pizzolatto un’antologia visiva, True Detective trova anche nella regia, firmata da Cary Fukunaga, un punto di forza. Scena che descrive la bravura di questo regista è la sequenza della quarta puntata, in cui Rust, tornato sotto copertura, tra sparatorie e inseguimenti, cattura uno dei suoi ex-compari, per scoprire qualcosa di più sul serial killer che lui e Marty stanno cercando.

Sigla. Sin dalla sigla, ci si rende conto di quanto la serie sia incredibilmente oscura e colma di vicissitudini insolite. Si scorgeranno, infatti, scene tratte dagli episodi o girate appositamente, campi lunghi, distese infinite di campi e paesaggi della tipica grigia e piovosa Louisiana, immagini e fotogrammi sovrapposti in trasparenza che presentano uno dopo l’altro i protagonisti: prima Matthew McConaughey, poi è il turno di Woody Harrelson, seguiti da Michelle Monaghan e da tutti i personaggi che prendono parte all’intera serie.  Prestazioni impeccabili, quelle dei due protagonisti, più di un pizzico di oscurità reso ancora più vivo dall’azzeccatissima scelta musicale dell’intera serie, selezionata da T. Bone Burnett, a cominciare proprio dalla sigla d’apertura “Far From Any Road” – The Handsome Family, genere country indie tipicamente statunitense, varco per un mondo parallelo e avvincente, quello di True Detective.
Sono quasi 50 i brani, tutti di repertorio, che si ascoltano nelle 8 ore di True Detective, dal blues al folk, dal country all’hip-hop, dall’indie metal alla psichedelica, fino al gospel e alla musica cajun. Un mescolarsi incredibile di generi e stili diversi, ma che, ascoltati tutti insieme, riescono a restituire l’atmosfera del racconto.

Varie e profonde saranno le riflessioni del nostro caro Rustin Cohle spezzettate qua e là durante la prosecuzione della narrazione, con riferimento a molte opere tra cui, così come si presume, al libro di Robert W Chambers intitolato Il re in Giallo, che emergerà ripetutamente [3]. “Ho chiuso gli occhi e ho visto il Re in Giallo, si muove attraverso la foresta”, dice Cohle nel secondo episodio, mentre legge ad alta voce il diario di Dora Lange, la prostituta assassinata. Una narrazione disseminata di riferimenti a qualcosa di più grande di quello che si trova sulla Terra, a cui Rust allude spesso durante le sue riflessioni che accompagnano quasi sempre ogni episodio. In conclusione, i titoli di coda lasceranno un grande vuoto da colmare con la successiva puntata, sino alla conclusione della serie completa.

I dialoghi di ogni singolo episodio appaiono estremamente curati, per certi versi filosofici, per altri molto tecnici, attraverso l’utilizzo di un linguaggio tipicamente poliziesco, senza mai scadere nel banale. Tipici esempi sono le conversazioni svolte fra i due detective protagonisti, in cui traspare il grande divario che li divide nettamente: l’ideologia particolarmente nichilista e atipica del detective Rust e la tradizionale e consueta struttura di pensiero di un americano medio cocciuto e orgoglioso.

[Rustin] Io mi considero realista, ok? Ma in termini filosofici sono quello che si dice un pessimista.

[Martin] Che significa?

[Rustin] Significa che non sono buono per i party.

[Martin] Fattelo dire: non te la cavi un granché neanche fuori dai party.

[Rustin] Io penso che la coscienza umana sia stata un tragico errore dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un proprio aspetto che è diventato indipendente da essa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale.

[Martin] Sembra proprio una bella stronzata, Rust.

[Rustin] Siamo dei semplici oggetti che si affannano inseguendo l’illusione di avere una  personalità. Quest’accrescimento dell’esperienza sensoriale e dei sentimenti, programmato con la totale sicurezza che siamo qualcuno, quando in realtà tutti noi non siamo nessuno.

[Martin] Non andrei in giro a dire queste stronzate, fossi in te.

[Rustin] Credo che la cosa giusta da fare per la specie sia negare quello per cui siamo stati programmati: smettere di riprodurci, andare incontro lentamente all’estinzione. Un’ultima notte insieme come fratelli e sorelle e poi chiamarsi fuori da questo mondo così ingiusto.

[Martin] Quindi perché alzarsi da letto la mattina?

[Rustin] Dico a me stesso che sono un testimone. Ma la vera risposta è che, a quanto pare, è quello per cui sono stato programmato. E mi manca il coraggio di suicidarmi.

Vari sono i riferimenti alla letteratura, tendente al giallo, tra cui il già ricordato libro di Robert W. Chambers, una raccolta di racconti capaci di dischiudere l’abisso della follia negli spettatori e forse di aprire la porta fra dimensioni differenti, da cui True Detective trarrà ispirazione per l’intera narrazione. Presenti anche alcuni ricollegamenti alle narrazioni di Thomas Ligotti, William Faulkner, Carson McCullers, Tennessee Williams, Flannery O’Connor, rinvenibili primariamente nei vari dialoghi di Rust.

[Rustin] Gli anni… Avete mai sentito nominare la teoria M, detective?

[Detective] No, è oltre le mie capacità.

[Rustin] È, tipo, in questo universo. Noi gestiamo in maniera lineare il tempo in avanti, ma al di fuori del nostro spazio-tempo, da una dimensione che sarebbe quadrimensionale, il tempo non  esisterebbe, e da quella posizione se potessimo raggiungerla vedremmo che il nostro spazio tempo è come appiattito. Come una singola scultura la cui singola materia in sovrapposizione ad ogni luogo che abbia mai occupato. La nostra vita si ripropone ciclicamente come dei kart su una pista. Tutto quello che è al di fuori della nostra dimensione è eternità. L’eternità ci osserva dall’alto. Ora per noi è una sfera ma per loro è un cerchio. […] Nell’eternità dove il tempo non esiste, niente può crescere, niente può divenire, niente cambia. Quindi la morte ha creato il tempo per far crescere le cose che lei ucciderà. E ognuno poi rinasce ma sempre nella stessa vita in cui si è vissuto in precedenza.

La scelta linguistica nel processo di traduzione dalla lingua originale all’italiano ha mantenuto fedelmente il messaggio originario, fondamentale per una serie televisiva di grande complessità come questa.

[Rustin] Sai, Martin, sono stato sveglio in quella stanza a guardare fuori dalla finestra ogni notte e alla fine c’è solo una storia, la più antica.

[Martin] Quale?

[Rustin] La luce contro l’oscurità.

[Martin] Ecco. So che non siamo in Alaska, ma a me sembra che l’oscurità abbia molto più spazio.

[Rustin] Già, sembrerebbe così.

[Nel frattempo Rust chiede a Martin di essere accompagnato a casa e lui acconsente] 

[Rustin] Credo che ti sbagli sul cielo stellato.

[Martin] In che senso?

[Rustin] Una volta c’era solo l’oscurità. Adesso la luce sta vincendo.

Un finale avvincente, che lascia quel dolce sapore di un’amicizia travagliata, vissuta durante gli otto episodi tra i due detective, tanto attesa dagli spettatori di True Detective e inaspettatamente ottenuta.

 

Marialucia Magazzino

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