Touch

Touch

I fili che ci legano non dipendono dallo spazio o dal tempo, quello che ad un individuo sembra uno scherzo del destino, da un’altra prospettiva è solo un filo che viene tirato, per rimettere le cose al loro posto. Anche quando i fili sembrano irrimediabilmente sfilacciati, non si rompono mai, non completamente; ma a volte la connessione più importante è qui… è adesso! (Touch; 1, 5)

Touch, serie creata da Tim Kring dopo Heroes e Crossing Jordan, è una serie in due stagioni da 13 episodi ciascuna, trasmessa sui canali satellitari Fox anche in Italia a partire dal 20 marzo 2012 (cfr. la voce di wikipedia, a cui si rinvia per altre, interessanti notizie e osservazioni). Altre due stagioni erano state originariamente programmate, ma gli ascolti non altissimi della seconda hanno consigliato alla rete la chiusura anticipata della serie.

I due protagonisti di Touch sono un padre, Martin Bohm (interpretato da Kiefer Sutherland di 24), ex giornalista, rimasto vedovo per via della morte della moglie negli attacchi terroristici newyorkesi dell’11 settembre, e il figlio autistico Jake (David Mazouz), che non parla ma ha una forte propensione per i numeri e per le loro connessioni con eventi del presente e del futuro. Tale propensione è alla base degli sviluppi narrativi sia della prima (ambientata a New York), sia della seconda stagione (a Los Angeles), entrambe dense di pericoli per Martin e Jake proprio per la capacità del ragazzo di leggere il futuro, che attrae l’attenzione delle persone senza scrupoli raccolte nella società «Aster corps». Lo sfondo su cui si muovono i personaggi è dato dall’interconnessione tra tutti gli esseri umani, che si legge anche in personaggi minori che mai intervengono nella trama principale (come le due ragazze giapponesi che di tanto in tanto girano video che affidano al web o alle trame apparentemente casuali del destino) e dalla presenza di fili invisibili a (quasi) tutti ma interpretabili attraverso leggi matematiche.

Altri personaggi importanti sono le due figure femminili “spalla” di Martin, per la prima stagione l’assistente sociale Clea Hopkins (Gugu Mbatha-Raw) e per la seconda Lucy Robbins (Maria Bello), una donna più o meno nella stessa posizione di Bohm: ha una figlia, Amelia, che come Jake legge le vicende attraverso i numeri ed è stata rapita dalla «Aster corps»). Abbiamo poi Avram (Bodhi Elfman), un ebreo di osservanza orientale che svolge un’importante funzione di consulenza e di raccordo, e, legati a una sola delle due stagioni, il professor Arthur Teller (Danny Glover), lo scienziato Calvin Norburg (Lukas Haas) e, nel ruolo dell’antagonista, un omicida seriale ossessionato dalla presenza dei 36 giusti (coloro che sanno leggere le interconnessioni, tra cui appunto Jake e Amelia), Guillermo Ortiz (Saïd Taghmaoui).

Sigla. La sigla di Touch, della durata di circa venticinque secondi, di grande ambizione e piacere visivo, si apre con un primissimo piano di Jake, protagonista della serie, e per tutta la sua durata è girata con la tecnica del time-lapse. I vari frammenti di immagini che scorrono riprendono momenti particolari della vita umana e naturale, come la nascita di un agnello o la preghiera in una moschea, che potrebbero appartenere ad ognuno di noi (ma la sigla della seconda stagione, modificata solo in alcuni dettagli e nell’arrangiamento musicale, presenta qualche brevissimo inserto di scene della serie). Subito dopo il frammento iniziale, nel quale compare Jake, è presentato il titolo della serie. Scritto in bianco, questo rimane in sovrimpressione per un paio di secondi mentre le immagini sottostanti continuano a scorrere.
Un vero e proprio filo rosso, inserito nella parte bassa dello schermo e che si muove sinuosamente sembra accompagnare tutti i singoli fotogrammi presenti nella sigla. Non sono presenti titoli di testa, ad eccezione della scritta finale, created by Tim Kring, che, inserita in forme circolari ma con contorni ondulati, compare su sfondo nero.

La serie presenta una forte orizzontalità, che comprende però anche casi di puntata risolti di solito grazie al contributo di Jake, che lancia una sequenza numerica che spetterà a Martin individuare e risolvere; non di rado tali sequenze implicano interconnessioni con persone all’altro capo del mondo, dal Giappone all’Iraq.

Caratteristica di ogni episodio di Touch è una sorta di prologo filosofico-scientifico, recitato fuori campo da Jake (ed è, ovviamente, l’unico momento in cui si sente la sua voce, dal momento che il ragazzo non parla) e fondato su ragionamenti appoggiati a insiemi di dati e, spesso, di numeri. Eccone un esempio, tratto da Touch 1, 2:

Ci sono 31 milioni, 530000 secondi in un anno, e in ogni secondo 1000 millisecondi, un milione di microsecondi, un miliardo di nanosecondi. L’unica costante che collega i nanosecondi agli anni è il cambiamento. L’Universo, dagli atomi alle galassie, è in perpetuo stato di flusso. Ma a noi uomini non piace il cambiamento. Lo ostacoliamo. Ci spaventa. Così creiamo l’illusione della stasi. Vogliamo credere in un mondo immobile. Il mondo del presente.
Eppure il grande paradosso rimane lo stesso: appena percepiamo il presente, il presente è già trascorso.
Ci aggrappiamo a un’istantanea. Ma la vita è un film in movimento. Ogni nanosecondo è diverso dal precedente. Il tempo ci costringe a progredire, ad adattarci, perché a ogni battito di ciglia il mondo cambia sotto i nostri piedi.

Daybreak è una webserie, ideata da Tim Kring e Taven Metzner e diretta da Jon Cassar (siamo ancora, come si vede, in un gruppo di lavoro tra 24 e Heroes). «Realizzata con intenti promozionali dalla AT&T, pur non essendo strettamente legata alla serie madre, essa prende spunto dal dodecaedro già apparso in Touch e ne dipana una nuova storyline» [wikipedia s.v. Touch].

 

Marcello Aprile, Alessandra Ciraci

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