This is us

This is us

Adoro pensare che un giorno magari tu sarai un vecchio come me e aiuterai un uomo più giovane tentando di spiegargli come tu abbia colto il limone più aspro che la vita possa offrirti e ne abbia fatto qualcosa di simile ad un limonata. (This is us; 1,1)

This is us è una serie televisiva statunitense, ideata da Dan Fogelman, annunciata per la prima volta il 2 settembre 2015, quando la NBC commissionò la produzione di un episodio pilota alla 20th Century Fox Television. Il 12 maggio 2016 è stata confermata la produzione di una prima stagione e pochi giorni dopo è stato pubblicato il primo trailer, che ha raggiunto subito una popolarità notevole, diventando il più visto su Facebook tra i nuovi trailer presentati dalle emittenti televisive statunitensi. La première televisiva è stata fissata per il 20 settembre 2016 e già il 27 settembre 2016 la NBC ha allungato l’ordine di produzione della prima stagione a 18 episodi, mentre nel gennaio 2017, dato il successo guadagnato dalla serie, è stata annunciata la produzione di una seconda e di una terza stagione, da trasmettere negli anni a seguire. In Italia This is us è stata trasmessa a partire dal 21 novembre 2016 sulla rete a pagamento Fox life.
La serie, che in origine avrebbe dovuto essere intitolata The Big Three, accolta da un grande successo di pubblico e di critica, ha ricevuto alcuni premi e numerosissime candidature, per i quli rinviamo alla scheda di Wikipedia.

This is us è una serie appartenente al genere family drama, concepita da Dan Fogelman in contrapposizione alla negatività delle opere contemporanee, alla «tv di qualità che punta sul crudo realismo (anche nelle commedie), sui thriller da brivido, sugli scenari apocalittici e sulle saghe fantasy dove la violenza abbonda» (Margherita Corsi, Vanity Fair Italia, 27 febbraio 2017). L’obiettivo del creatore della serie è quello di trasmettere speranza e ottimismo, di commuovere lo spettatore attraverso il racconto della quotidianità di una famiglia, con i suoi drammi e le sue vicende, dimostrando come questi si possano affrontare e superare grazie all’appoggio e all’amore dei propri cari. La serie non è però prevedibile, né presenta toni sentimentalistici fuori dalle righe, anzi la narrazione offre ad ogni episodio la possibilità di conoscere sempre di più i protagonisti e nuovi tasselli si aggiungono alla loro storia, talvolta con sottili colpi di scena, che arricchiscono o deviano le convinzioni del pubblico. Durante il Television Critics Association press tour, Fogelman ha paragonato This is us ad un’altra serie, considerata un colossal della tv nella cultura americana: «Quando abbiamo venduto la serie, avevamo un piano. Non l’abbiamo scritta in modo da ottenere il pilot e poi cercare di svilupparla nel caso fossimo stati fortunati e fossimo andati in onda. Nel lavorarci, l’ho descritta come una versione dramedy di Lost, in cui si deve scoprire come ciascuno sia collegato tra di loro e poi esplorare le loro vite» [1].
Il pilot della serie presenta quattro storie, che lo spettatore scopre essere connesse alla fine dell’episodio, e si apre nel 1980 con Jack e Rebecca, una coppia di giovani sposi in attesa di tre gemelli, che vengono alla luce nel giorno del trentaseiesimo compleanno del padre. Purtroppo, però, uno dei bambini non sopravvive, e perciò, seguendo il consiglio del medico che ha assistito al parto, i due neo-genitori decidono di adottare un bambino di colore, nato nello stesso giorno e trovato abbandonato presso una caserma di vigili del fuoco. Nel presente, trentasei anni dopo, si seguono contemporaneamente le vite adulte dei tre fratelli: uno dei gemelli, Kevin, è un attore insoddisfatto e frustrato, protagonista di una sitcom, “Il Tato”, che gli ha dato la popolarità, ma da cui si ritira, alla ricerca di un profondo cambiamento professionale e non solo. Kate, sorella gemella di Kevin, alla quale è molto legato, è invece una donna alle prese con i problemi legati all’obesità, al rapporto con il proprio corpo, e che cerca invano di perdere peso, mentre Randall, che è il fratello adottivo, uomo di successo nel lavoro, padre e marito modello nella vita, è alla costante ricerca del padre biologico da cui era stato abbandonato. Quando lo trova, lo accoglie nella sua vita, facendolo conoscere a tutta la sua famiglia, aiutandolo e accudendolo anche durante il periodo della sua malattia.
Nel corso degli episodi, le vicende si dipanano seguendo parallelamente diversi momenti della vita passata e presente dei due genitori e dei tre fratelli, mentre lo spettatore pian piano scopre come i protagonisti siano legati tra loro e come le loro esistenze siano state caratterizzate da numerosi dolori e altrettanti momenti felici, che influenzeranno le loro scelte. Il creatore della serie è riuscito a manipolare temi e situazioni che potrebbero facilmente essere percepiti come dei cliché, quali il problema dell’obesità, un figlio adottato alla ricerca del padre naturale, il nichilismo in cui si ricade all’interno di un mondo hollywoodiano vuoto e superficiale, infondendo ad essi autenticità e realismo. This is us «gira attorno ad una semplice premessa: la vita. Quei quotidiani, semplici momenti che ci trascinano, che ci guidano e che ci fanno piangere», come ha affermato Amber Dowling nella recensione pubblicata il 19/09/2016 su The wrap [2].
È una serie in cui non è solo il cosiddetto twist a prevalere, ma l’impatto emotivo è ottenuto attraverso uno sguardo profondo ed onesto alle vite umane e ai sottili fili, quasi invisibili, che le legano, provando come il pubblico non abbia necessità di grandiosi effetti scenici o maestosi colpi di scena, ma anche la semplice ed autentica verità, ben raccontata, possa appassionarlo e coinvolgerlo intensamente. Lo spettatore riesce ad empatizzare con i personaggi, immedesimandosi e creando una vera e propria connessione con le loro storie, grazie anche ad un cast eccezionale, che interpreta perfettamente i diversi ruoli e con essi le domande esistenziali ed universali di cui ogni personaggio si fa portavoce: cosa fare quando la vita non sta andando come ti aspettavi e ti sferza un colpo terribile? Come gestire i dubbi sulla propria carriera di cui non si è più certi? Perché convincersi che si è antagonisti di se stessi piuttosto che essere i protagonisti del proprio cambiamento?
James Poniewozik scrive sul The New York Times «Guardare This is us è come farsi picchiare con un cuscino bagnato di lacrime. Il pilot […] presenta, in un’ora, nascita, morte, riunificazione, crisi di carriera, dubbi su se stessi, affermazione di sé, conversazioni a cuore aperto, riconciliazioni. Esso vuole farti piangere giocando sporco. Non lascerà nessun pulsante del vostro pannello di controllo psichico non pigiato» [3]. Ed è proprio il pilot che immerge il pubblico fin da subito nel primo di tanti momenti commoventi e decisivi, proponendogli una possibilità di scelta che ad ognuno si presenta in un preciso momento della propria vita: arrendersi all’infelicità, soccombendo alla disillusione e al cinismo, oppure accogliere il dolore e reagire andando avanti, costruendo su di esso qualcosa di prezioso. Tutto ciò accade attraverso uno dei dialoghi considerato il “manifesto” della serie, ossia quello tra il ginecologo e Jack, che avviene subito dopo il parto di Rebecca, in cui il dottore annuncia al neo-papà la perdita di uno dei tre gemelli, cercando di confortarlo e condividendo con lui la sua stessa esperienza: «Ho passato 50 anni a far nascere bambini, […] ma non ho vissuto neanche un singolo giorno senza pensare al figlio che ho perso […]. Adoro pensare che per via del figlio che non ho mai abbracciato, per via della strada su cui mi ha condotto, io ho salvato un numero infinito di bambini. Adoro pensare che un giorno magari tu sarai un vecchio come me e aiuterai un uomo più giovane tentando di spiegargli come tu abbia colto il limone più aspro che la vita possa offrirti e ne abbia fatto qualcosa di simile ad un limonata» (1, 1).
Si può dire, con le parole di Aldo Grasso, che «This is us è un ritratto del matrimonio, delle relazioni tra genitori, figli e fratelli, tutto molto carico di significato. È una riflessione su un’appartenenza che definisce in profondità l’essere umano, quella alla famiglia» [4], «è un toccasana e i Pearson andrebbero presi come esempio. Non si sa mai diventino realtà», aggiunge Margherita Corsi su Vanity Fair [5].
Inevitabile per la critica è stato il confronto con Parenthood, la serie trasmessa da NBC in America tra il 2010 e il 2015 per ben sei stagioni, un family drama ugualmente incentrato sulle dinamiche di una famiglia numerosa, i Braverman, costituita da due capostipiti, quattro figli adulti e diversi nipoti, ognuno con la propria storia e vicenda esistenziale. Nonostante la raffinata scrittura che riusciva a sembrare spontanea e a mettere in risalto i sentimenti più profondi dei personaggi, analizzandoli minuziosamente a livello psicologico, This is us ha superato in popolarità l’antecedente, catturando tutta l’attenzione positiva di un pubblico numerosissimo e anche della critica, raggiungendo livelli molto alti, persino sulle principali piattaforme dei social media.
Parenthood propone fin dalla prima stagione un ritratto realistico di personaggi alle prese con la separazione, la malattia, la morte, le gioie e i risvolti inaspettati di una famiglia complessa, facendo capire come la vita ha sempre un lato doloroso e cieco, senza però affrontare tutto questo con un consiglio saggio di un medico premuroso che sa esattamente cosa dire al momento opportuno o un bambino che appare quasi magicamente per colmare il vuoto lasciato da uno perso.
Pur essendo una serie tv che si lascia guardare tutta d’un fiato, negli episodi di Parenthood vengono affrontati temi profondi che invitano lo spettatore alla riflessione, come le crisi tra genitori e figli, e le malattie, come la sindrome di Asperger da cui è affetto Max, secondogenito di Adam Braverman. Queste tematiche sono narrate con una verità talvolta schiacciante, alla quale i protagonisti più e più volte devono adattarsi, differenza che si nota proprio rispetto alla realtà raccontata da This is us, destinata invece a rimarcare come tutto accade per una ragione e come anche le situazioni peggiori acquisteranno un senso e un valore.
È probabile che l’immediata risonanza mediatica della serie, rispetto a Parenthood, sia dovuta proprio ad un ethos espresso già nel pilot e che trova i suoi riverberi in tutta la stagione, in cui, se pur in maniera latente, si sottolinea come esistano sia il libero arbitrio, che permette all’uomo di fare delle scelte, ma soprattutto delle forze maggiori che guidano i fili della vita di ognuno, vita dura, problematica, ma costituita anche da una sorta di rete di sicurezza: l’amore verso se stessi, verso la propria famiglia e le persone più care. This is us ha colpito il grande pubblico per la sua natura di dramma familiare in cui ognuno può rispecchiarsi nelle imperfette esistenze dei personaggi, il tutto mescolato ad un forte sentimento di ripresa e rinascita, che sembra essere l’ingrediente mancante ai predecessori della serie.
A questo proposito, significativo risulta essere il monologo pronunciato da Kevin nel quinto episodio, un discorso rivolto alle sue due nipotine, in cui, rivelando la sua passione per la pittura, racconta il significato di un quadro da lui stesso dipinto, composto da numerosissime e fitte linee di colori tra i più disparati, fatto per esprimere i sentimenti provati alla lettura del copione del suo spettacolo teatrale. Egli introduce un importante tema, quello della morte, dandone però una visione fuori dagli schemi, che ben fa comprendere quale sia il leitmotiv della serie:

«Ho dipinto questo [quadro] perché penso che la storia parli della vita e la vita è piena di colori. Ognuno di noi venendo al mondo aggiunge i suoi colori al quadro e anche se questo quadro non è molto grande, voi dovete immaginare che prosegue all’infinito in ogni direzione, diciamo fino all’eternità, perché la vita è questo giusto? […] Ho pensato: “E se tutti noi fossimo in ogni parte del quadro? Se ci fossimo ancora prima di venire al mondo e se ci restassimo anche dopo la nostra morte? Se i colori che ognuno di noi continua ad aggiungere si mescolassero l’uno all’altro fino a renderci […] un unico grande quadro? Insomma mio padre non è più con noi ma è ancora qui, è con me tutti i giorni, anche se non riusciamo a vederlo, tutto ha un senso in qualche modo. Moriranno delle persone nelle nostre vite […] ma è bello pensare che se qualcuno muore e non possiamo più vederlo o parlargli, non significa che non sia più parte del quadro. Credo sia questo il punto della questione, che la morte non esiste, non esiste un tu, un io, o un loro, esiste solo un noi» (1, 5).

I personaggi principali della serie sono i componenti della famiglia Pearson, cioè Jack, Rebecca e i loro tre figli, Kevin, Kate e Randall. Ognuno di essi viene ad essere scoperto gradualmente, in ogni sfaccettatura della propria personalità, attraverso diversi momenti della propria vita, intersecati a quelli degli altri componenti della famiglia. Tutti sembrano avere una marcia in più, nella loro sensibilità, nella loro responsabilità, nel loro senso di famiglia, nel loro saper amare in modo incondizionato, venendo presentati come dei veri e propri eroi della quotidianità. La psicologia e le caratteristiche dei protagonisti cambiano anche in base all’epoca in cui hanno vissuto e agito, basti pensare alla concezione dell’adozione di un bambino di colore nell’America degli anni ’80 o alla visione della necessità di un lavoro sicuro e stabile per mantenere moglie e figli, senza poter aspirare a realizzare i propri sogni, tematiche ancora attuali, ma che hanno subìto una reinterpretazione nel mondo odierno quando i tre gemelli sono ormai divenuti adulti.
Ogni personaggio della serie, attraverso la propria storia, fa emergere difetti, problematiche, disagi in cui ognuno può facilmente ritrovarsi, a partire dai problemi di peso di Kate, fino alla perdita del controllo di Randall sulla sua vita, all’insicurezza di Kevin, al senso di sacrificio e dovere, talvolta vacillanti, dei due genitori. Con il dispiegarsi delle diverse trame narrative, questi personaggi si scoprono, iniziano un percorso di cambiamento, fatto di ostacoli e grandi rivelazioni nel presente, molte volte condizionato da eventi passati, legati a ciò che sta accadendo nella vita dei tre fratelli ormai adulti, in relazione alla loro infanzia, all’adolescenza o al rapporto con i genitori.

Jack Pearson, interpretato da Milo Ventimiglia, è il marito di Rebecca e il padre dei tre fratelli. Egli, fin dalle prime scene, viene presentato come un marito e padre modello, portatore di grandi valori legati alla famiglia, al rispetto verso la propria moglie e al duro lavoro che possa permettere una vita dignitosa ai propri figli. Alla fine della prima serie lo spettatore conosce importanti passaggi della vita di quest’uomo, a partire dall’essere cresciuto con un padre severo e all’antica, con problemi di alcolismo che lui stesso “eredita”, anche se non con gli stessi effetti devastanti e solo per un breve periodo. Non è un uomo perfetto ovviamente, ma, nonostante questo, Jack è solare, premuroso, riesce a far sorridere la sua amata Rebecca e i suoi figli, costantemente pronto ad aiutare le persone da lui amate a superare qualsiasi momento di difficoltà. Così ha infatti parlato l’attore Milo Ventimiglia: «Mi sono avvicinato al personaggio di Jack con molta semplicità perché lui è così. Lui è una buona persona che ispira gli altri intorno a lui e anch’io provo a esserlo. Non credo però sia perfetto, come alcuni fra gli spettatori pensano» [6].
Un grande colpo di scena, che il pubblico può intuire nei primissimi episodi e poi confermare a partire dal quinto, è la morte di Jack, avvenuta in un momento del passato, non ancora ben specificato nella prima stagione, così come non sono state descritte le dinamiche della sua scomparsa, lasciando attorno al personaggio stesso un alone di mistero e creando una notevole curiosità negli appassionati. La consapevolezza della morte di Jack nella vita di Rebecca e dei figli, da un certo momento in poi, porta a focalizzare inevitabilmente l’attenzione sul fatto che un padre così divertente, disponibile, amorevole e presente, nonostante sia venuto a mancare, abbia dato alla sua famiglia tutto ciò che poteva e abbia lasciato dei preziosi insegnamenti di cui fare tesoro. In questo modo, la tristezza per l’assenza si tramuta in commozione quando si comprende che Jack continua a vivere e ad essere ricordato in ogni azione dei suoi figli, sottolineando ancora una volta come l’accettazione di un dolore e l’uso di esso per trarne beneficio sia il manifesto di This is us.

Rebecca Pearson, interpretata da Mandy Moore, è la moglie di Jack e la madre dei tre gemelli. Questa donna incarna il senso del sacrificio e l’amore verso la famiglia per eccellenza. In passato era una giovane ragazza con il sogno di diventare una cantante di successo, ma quando incontra l’uomo della sua vita, Jack, la sua esistenza prende una piega diversa, ritrovandosi ad essere moglie e mamma a tempo pieno. È presentata come il pilastro della famiglia, una madre dolce, determinata e anche un po’ severa, che cerca di educare i suoi figli al meglio, con impegno e devozione, nonostante le numerose difficoltà. Anche Rebecca nutre per il marito un amore incondizionato, grazie al quale ha affrontato le critiche della madre per non aver sposato un uomo ricco e di successo, ha accettato i momenti di debolezza di Jack legati all’alcolismo, ed ha rinunciato a rincorrere i suoi sogni per esaudire il suo desiderio di avere dei figli. Il percorso di Rebecca, però, è stato anche caratterizzato da molte insicurezze: più volte si è trovata davanti ad un punto morto della sua vita, sia prima di incontrare Jack, sia nel momento in cui i figli sono diventati adolescenti. Ha dovuto affrontare il peso di un bagaglio di rimpianti e di sogni infranti, una carriera da cantante mai decollata e la sensazione di non essere più un perno fondamentale della vita dei suoi figli una volta cresciuti. La sua normalità piena di difetti e di imperfezioni, tuttavia, non sta a significare che Rebecca sia un esempio negativo, ma al contrario mostra in modo diretto cosa potrebbe succedere quando la rinuncia alle proprie aspirazioni diventa un fardello difficile da sopportare, anche se dietro questo mondo che le crolla addosso e fa uscire il suo lato peggiore c’è, in realtà, una evidente necessità di sentirsi amata. Rebecca ha dimostrato meno forza interiore del marito, ma ciò non toglie il fatto che lei sia riuscita ad incarnare una realtà disincantata ed imperfetta più vicina alla quotidianità, subendo anche una evoluzione notevole, soprattutto alla fine della serie, quando sceglie di ricominciare a cantare, nonostante Jack non consideri la sua passione un vero lavoro e malgrado il timore di far sentire i figli trascurati. La stessa Mandy Moore ha confermato la sua approvazione per la scelta del personaggio che interpreta: «Rebecca è fiorente nel riconoscere l’importanza di questa passione che ha avuto per tutta la vita. I bambini sono cresciuti. Tutti dovrebbero essere in grado di cavarsela per un paio di settimane mentre lei esaudisce il suo sogno» [7].

Randall Pearson, interpretato da Sterling K. Brown, è il figlio che Jack e Rebecca hanno adottato dopo aver perso il terzo gemello durante il parto. Fin da subito la sua storia è di grande impatto, in quanto è un bambino appena nato abbandonato dal proprio padre, accolto da due genitori con il desiderio di colmare un grande vuoto, cresciuto in una società in cui gli uomini di colore fanno ancora fatica ad essere visti con rispetto ed uguaglianza. Randall, come accade per i suoi fratelli, è presentato nel corso della serie in varie fasi della sua crescita, ma sicuramente è l’età adulta quella con maggiore importanza per il personaggio nella prima stagione, poiché, fin dal primo episodio, la sua vita si stravolge quando ritrova, dopo 36 anni, il suo padre naturale, con il quale inizia a conoscersi e cerca di recuperare il tempo perso, accogliendolo benevolmente nella sua famiglia. Randall nel presente è un analista finanziario di successo, sposato con una donna meravigliosa, Beth, con la quale ha due splendide bambine, ma la sua vita, così ordinata, equilibrata, organizzata fino all’ultimo dettaglio, viene scossa dall’arrivo di William e della sua malattia e con suo padre giungono anche dubbi, timori, paure ed angosce. Come bambino, Randall ha avuto delle difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei; non vorrebbe sentirsi diverso dai suoi fratelli e dagli altri, ma in fondo lo è, soprattutto a causa della sua estrema intelligenza e capacità prodigiosa nell’ambito della matematica, qualità che giustifica la sua carriera di successo e che lo porterà a frequentare una scuola privata per bambini dotati. Diverse tematiche sono affrontate nello show attraverso questo personaggio, che è forse il più analizzato della prima stagione, come ad esempio lo stato d’animo di un bambino nero adottato, che chiede ai genitori chi sia il suo vero padre, perché forte è la necessità di riconoscersi in un modello di riferimento maschile che abbia il suo stesso colore di pelle, nonostante il legame con Jack sia solido e speciale. Anche il difficile e litigioso rapporto con il fratello Kevin, dovuto ad una forte competizione e alla percezione che Randall fosse il figlio favorito di Rebecca, è una costante nella sua vita, dall’infanzia fino all’età adulta, in cui però i due fratelli sembrano ritrovare l’armonia e l’affetto, nonostante le differenze sostanziali tra le loro vite, giungendo alla consapevolezza della necessità che l’uno ha dell’altro. Questo momento è uno dei più significativi, poiché Randall, cadendo vittima di un crollo nervoso, dimostra di essere umano e imperfetto come tutti e di non poter fare tutto da solo, ma di avere bisogno di un aiuto, che gli arriva inaspettatamente da suo fratello, al contrario di quanto accaduto in passato, quando l’ansia e il panico si insinuavano nella vita di Randall molto spesso. Appare come il personaggio più complesso e meglio scritto della serie, interpretato in maniera egregia da Sterling K. Brown, il quale ha scoperto le carte della sua vita privata: «Mio padre è morto da circa 30 anni, ero poco più che un ragazzo. Questo mi ha permesso di dare un’interpretazione sincera al personaggio, soprattutto nel desiderio di avere il padre accanto» [8].

Kevin Pearson, interpretato da Justin Hartley, è uno dei due gemelli avuti da Jack e Rebecca, nonché fratello di Kate e Randall. Il suo personaggio è quello che più di tutti nella serie subisce sia un cambiamento che un miglioramento, a cui lui stesso dà inizio quando, ormai stanco di essere considerato un attore solo per la bellezza mostrata in una sitcom priva di spessore, abbandona lo show e decide di dare una svolta alla sua vita, scegliendo di cambiare l’opinione superficiale che tutti hanno di lui e di intraprendere un percorso lavorativo ed artistico nel teatro. Kevin incarna il bel ragazzo che nessuno considera per le sue reali qualità, ma solo per il suo aspetto esteriore, reputazione che egli stesso ha di sé. Molte volte, infatti, appare debole ed insicuro, mettendo costantemente in dubbio le sue capacità di attore, come anche il suo ruolo nelle relazioni con le persone che ama. Àncora di salvezza per tutti i suoi problemi è la sorella gemella Kate, con la quale ha un legame molto profondo, non solo per il fatto di essere gemelli, ma per l’affetto immenso che provano l’uno per l’altra, di cui non possono fare a meno. Diverso, invece, è il rapporto con il fratello Randall, verso il quale ha sempre nutrito forte rancore, causato soprattutto dalla gelosia nei confronti di Rebecca, considerandolo quasi un “ladro” dell’amore materno. Questo lo ha portato ad ignorarlo e quasi odiarlo, finché, ormai adulto, cerca di rimediare agli errori del passato e di provare ad essere quel fratello, premuroso e presente, che Randall non ha mai avuto, a dimostrazione del fatto che non servono legami di sangue per unire due persone, se pur così diverse. I flashback legati all’infanzia mostrano un bambino già in contrasto con il fratello, che soffre molto spesso la competizione e vorrebbe a tutti i costi stare al centro dell’attenzione dei suoi genitori; i litigi proseguono anche con l’adolescenza, durante la quale Kevin diventa sempre più scontroso e disinteressato ad instaurare un vero rapporto con Randall. Nonostante ciò, lo spettatore non riesce ad odiare questo personaggio, poiché nel corso della serie può comprendere come col tempo Kevin sia protagonista di una evoluzione, che lo qualifica come colui che maggiormente si trasforma e cambia per migliorarsi, cambiamento con cui cerca di seguire l’esempio del padre e il suo modo di essere, scoprendosi molto più simile a lui di quanto pensasse. Sul percorso di crescita del personaggio l’attore Justin Hartley ha, infatti, dichiarato: «Adoro il modo in cui gli sceneggiatori stanno raccontando la storia, non è che nel momento in cui ha deciso di diventare una persona migliore, sia semplicemente diventato una persona migliore […] procede a piccoli passi. È dura. Inciampa, cade e poi si rimette in piedi. È perseverante, ma ci sono degli ostacoli. È la vita, è quello che tutti affrontiamo» [9].

Kate Pearson, interpretata da Chrissy Metz, è la figlia di Jack e Rebecca, sorella di Kevin e Randall, personaggio portavoce di un problema molto significativo, quello dell’obesità. Fin da bambina, Kate ha avuto un rapporto difficile con il proprio corpo e col cibo che l’ha portata a soffrire di questa  patologia e a sentirsi inferiore anche alla sua stessa mamma, molto più magra e bella di lei, motivo per cui anche il legame con Rebecca si è raffreddato, come si evince dalle scene ambientate nel presente. Purtroppo la sua malattia l’ha resa, fin da piccola, vittima di bullismo, un’altra grande tematica affrontata nella serie, se pur non completamente approfondita, dal quale solo il padre riusciva a distoglierla, strappandole un lieve sorriso, almeno per poco. Kate, infatti, era molto legata a Jack e soffre in maniera particolare per la sua morte, chiudendosi in se stessa e rifugiandosi ancor di più nel cibo e nell’incapacità di migliorare la propria salute. La svolta per questa donna, che si presenta comunque generosa, sempre disponibile e buona, arriva quando decide di partecipare a degli incontri per persone con problemi di peso e incontra Toby, un uomo molto divertente e simpatico, con il quale intraprende una relazione amorosa, tra alti e bassi. Anche grazie alla presenza di Toby, Kate inizia a smascherarsi, ad esprimere tutti i suoi sentimenti, sia positivi che negativi, ad allontanarsi da quella vita vissuta tra l’autocommiserazione e la speranza di non abbandonarsi allo sconforto di non riuscire a perdere peso, con tutte le difficoltà che un percorso di tal fatta porta con sé. Questa donna mette a nudo le problematiche e le dinamiche che influenzano coloro che soffrono di obesità e gli ostacoli che si interpongono tra essi e la perdita di peso, non legata esclusivamente ad un numero sulla bilancia, ma a motivazioni psicologiche molto più profonde. Il tutto è aiutato dal fatto che la stessa attrice, Chrissy Metz, vive combattendo contro l’obesità e il malessere fisico e psichico che ne consegue. La decisione di accettare il ruolo e di mostrarsi vulnerabile ha suscitato una forte empatia, particolarmente in coloro che, al pari della Metz, continuano ad affrontare la battaglia con il proprio peso; l’attrice ha così raccontato la sua esperienza: «Ci sono voluti anni, perché ero sempre al centro delle mire dei bulli e la mia insicurezza mi ha provocato un terribile attacco di panico il giorno in cui ho compiuto trent’anni. Ma grazie al mio senso dell’umorismo e all’amore che ho per me stessa sono riuscita a venirne fuori e far prevalere il meglio di me. […] Mi dimentico di essere in uno show televisivo e penso al fatto che sto influenzando positivamente la vita di milioni di persone» [10].

Beth Pearson, interpretata da Susan Kelechi Watson, è la moglie di Randall e la madre delle piccole Tess ed Annie e, pur non appartenendo in maniera diretta alla famiglia Pearson, è comunque un personaggio molto importante. Donna in carriera, madre instancabile e moglie sempre presente, dolce, premurosa ed estremamente innamorata del marito, è un personaggio che incarna grandi valori e assume un atteggiamento esemplare nei confronti della vita. Beth rimarca più volte il fatto che il rapporto con il marito si basi sulla fiducia reciproca e che per questo non ci siano segreti tra loro, infatti ella per Randall è un punto di riferimento fondamentale, lo ha aiutato nei momenti più bui della sua vita, come quello del suo primo esaurimento nervoso, e così farà anche dopo. Nella prima stagione non si conosce molto della vita passata di Beth, solo che il padre è scomparso anni prima a causa di un cancro, stessa malattia di William, al quale, nonostante le esitazioni iniziali di averlo in casa, si affezionerà moltissimo, come fosse il suo stesso padre.

Toby Damon, interpretato da Chris Sullivan, è il fidanzato di Kate, ugualmente in sovrappeso come lei, conosciuto durante gli incontri del gruppo di supporto per persone con problemi di peso che entrambi frequentano. Toby è molto divertente, spiritoso e sorridente, sempre pronto a fare una battuta, riesce a trasmettere un senso di positività e di benessere interiore nonostante la sua condizione fisica. In realtà la sua ironia cela dei problemi interiori che confida a Kate, relativi al suo precedente matrimonio finito male, al tradimento della ex moglie e al tentato suicidio, che hanno causato l’insorgere dell’obesità, da cui cerca di guarire insieme alla sua compagna, attraversando molte difficoltà, che ricadranno anche sul loro rapporto di coppia.

William Hill, interpretato da Ron Chephas Jones, è il padre naturale di Randall, ritrovato dopo 36 anni, molto malato, ma con la fortuna di trascorrere l’ultimo periodo della sua vita con il figlio e la sua famiglia. Al suo personaggio e alla sua storia è dedicato tutto il sedicesimo episodio, oltre ad altri indizi e accenni disseminati nel corso della serie; si scopre così che da giovane diligente, timido e con una grande passione per la musica, orfano di padre, si occupa della madre malata tanto amata e quando la perde, inizia a fare uso di sostanze stupefacenti, trascinato in questo vortice dalla sua ragazza, nonché madre di Randall. Il motivo per cui abbandona suo figlio è proprio la sua vita andata a rotoli, volendogli concedere la possibilità di averne una migliore, come gli confiderà in futuro. Nonostante il suo passato, William è un uomo saggio, intelligente, molto sopra le righe, che conserva un notevole bagaglio di esperienze di vita, di cui si servirà per dispensare buoni consigli non solo al figlio, ma anche agli altri componenti della sua famiglia. Ammirevole il suo coraggio di affrontare la malattia, che sottolinea quanto ogni momento, se pur breve, sia fondamentale e da vivere in armonia con le persone amate, senza sprecare un solo istante lontano da esse.

This is us è una serie che presenta una struttura molto originale ed atipica rispetto a quelle già utilizzate in altri family drama, caratterizzata principalmente da una narrazione orizzontale, che permette lo sviluppo della vicenda nel corso degli episodi. La particolarità della serie è il modo in cui propone gli avvenimenti, attraversando parallelamente diverse linee temporali, altalenanti tra il presente e vari momenti del passato dei protagonisti. Questa scelta porta il pubblico a dover mettere insieme i pezzi del puzzle che hanno condotto la famiglia Pearson allo stato attuale, puntata dopo puntata, sino al finale.
Se si guarda agli episodi nel complesso, si può notare come gli eventi passati non sono proposti seguendo un ordine cronologico, ma sono inseriti in ogni episodio in relazione alle vicende del presente, in maniera tutt’altro che casuale, mettendo in evidenza come il legame tra i genitori e i tre fratelli e tutte le esperienze vissute come famiglia, ma anche le stesse vite passate di Jack e Rebecca, si ripercuotano nel presente e nelle scelte che saranno compiute. Ad esempio, il secondo episodio si apre nel passato con Jack che recita con i suoi figli il motto dei “Big Three”, una breve filastrocca sulla loro nascita, che si ripresenta verso la fine della puntata quando Kevin, in preda al panico per il suo lavoro, nonostante fosse in compagnia di Kate, chiama Randall, il quale gli chiede di ripetere il loro motto per calmarsi e ricordare che non è solo in quel momento problematico della sua carriera. Le connessioni tra le due linee temporali costellano tutta la serie, spesso creando anche una circolarità all’interno della singola puntata, in cui gli elementi del passato presentati nell’antefatto ritornano nel presente a concludere l’episodio. Molte volte gli sceneggiatori creano soluzioni imprevedibili, portando lo spettatore a dedurre dei possibili nessi tra gli eventi passati e presenti, sulla base di una serie di indizi, che attraverso dei colpi di scena, portano a scoprire le peculiarità e le varie sfaccettature dei personaggi e delle loro storylines.
Ogni episodio ha la durata di circa 40 minuti e presenta delle caratteristiche fisse da cui si discosta il pilot, che si apre con una schermata nera in cui compare una semplice citazione tratta da Wikipedia, che informa subito lo spettatore di un aspetto che accomunerà i protagonisti dello show, ossia quello di essere nati nello stesso giorno:

According to Wikipedia, the average human being shares his or her birthday with over 18 million other human beings. There is no evidence that sharing the same birthday creates any type of behavioral link between those people. If there is… Wikipedia hasn’t discovered it for us yet.

Secondo Wikipedia, l’essere umano medio condivide il suo compleanno con oltre 18 milioni di altri esseri umani. Non vi è alcuna prova che condividere lo stesso compleanno crea un qualche tipo di collegamento comportamentale tra queste persone. Se c’è… Wikipedia non lo ha ancora scoperto per noi.

A partire da questa immagine, tutte le parole spariscono in dissolvenza per lasciare solo le tre che, attraverso un effetto di transizione che le porta a collocarsi verso destra, si avvicinano a formare il titolo della serie, This is us. Il sottofondo musicale che accompagna questa introduzione è una delle tracce più utilizzate nella serie, Death with dignity di Sufjan Stevens, che continua per i primi 4,12 minuti della puntata, durante i quali appaiono i titoli di testa, con i nomi di attori protagonisti, produttori esecutivi, creatore e regista.
Le inquadrature iniziali si focalizzano su una casa con degli scatoloni contenenti foto datate ’75-’79 e prese elettriche poco moderne, che portano lo spettatore a comprendere l’epoca passata in cui ci si trova. I primi piani sulla torta e sulla bilancia racchiudono invece, in modo immediato, le problematiche contro cui Kate dovrà combattere; l’inquadratura dedicata all’elegante ufficio di Randall, simboleggia la sede del suo importante lavoro, mentre quella sulla schermata del suo pc l’indagine iniziata per la ricerca del padre. I primi piani sui poster dedicati alla sitcom in cui recita Kevin, le maschere teatrali, suppellettili in una casa lussuosa e piena di belle donne, rappresentano il suo personaggio in balìa di un mondo ricco ma vuoto e la sua attività di attore. Nei primi minuti del pilot viene, perciò, introdotto il variegato assembramento di personaggi: una giovane coppia in attesa di tre gemelli, una donna obesa, un attore frustrato, un uomo di successo al quale arrivano notizie inerenti la ricerca condotta sul suo padre naturale, il tutto caratterizzato dalla marcata presenza di primi piani sul viso di ogni attore, quasi a voler avvicinare immediatamente lo spettatore ai personaggi e alle emozioni da essi provate, introducendo così anche il nucleo attorno al quale gravita tutta la serie, il sentimento.
Gli episodi successivi al primo si aprono con un riepilogo, attraverso immagini e scene principali tratte da quelli precedenti, della durata media 40 secondi, in cui si riassumono i nodi cruciali delle vicende fino a quel momento narrate, trattandosi di indizi e frammenti fondamentali per la comprensione dell’episodio corrente.

Sigla. La sigla, della durata di circa 6 secondi, proposta solitamente dopo un antefatto che varia dai 6 agli 11 minuti, è molto breve ed è composta dall’unione delle parole provenienti da direzioni diverse sullo schermo scuro, che si uniscono a formare il titolo, in cui il termine “us”, cioè “noi”, viene messo leggermente in evidenza in grassetto rispetto agli altri due, proprio ad accentuarne il messaggio: “questi siamo noi”, un “noi” che assume così un valore universale, in cui ognuno può riconoscersi. La musica, che correda questa grafica lineare e semplice della sigla, è una delle tracce appositamente create dal musicista Siddhartha Khosla, composta dalla sola chitarra acustica, rispondendo all’esigenza di legarsi ad una storia di generazioni all’interno di una famiglia, regalando una musica semplice e calorosa, ma allo stesso tempo complessa, melodiosa, emotiva e memorabile. Solo la sigla del secondo episodio si distingue leggermente dalle altre, in quanto parte da un primissimo piano sul volto sorridente di Rebecca, per poi allargare l’inquadratura e mostrare come quell’immagine sia solo un tassello di un mosaico formato dalle foto degli altri protagonisti, che si allontanano sempre di più, restringendosi, fino a dissolversi formando la parola “us”, unita alle altre due del titolo, ancora una volta a rimarcare l’importanza del concetto del “noi” e il forte senso dell’unione, tutto su uno sfondo in cui sono presenti altre immagini ingrandite di alcuni personaggi, che si confondono con uno sfondo di colore blu.

A partire da questo momento inizia la narrazione di ogni episodio, caratterizzata prevalentemente da un’inquadratura mobile. Difficile è, infatti, trovare una scena completamente fissa, stratagemma questo che fornisce un senso fortemente realistico alle riprese, oltre ad offrire allo spettatore la sensazione di muoversi all’interno della scena e quindi di partecipare, non solo emotivamente, ma anche fisicamente, alle vicende, così da poter immergersi completamente in esse.
La narrazione grafica della serie si basa soprattutto sui primi piani o piani medi dei personaggi, espediente inevitabile per This is us, il cui intento primario è quello di scandagliare l’animo dei protagonisti, andando ad indagarne tutte le emozioni, sia positive che negative, dando la possibilità al pubblico di scrutarne ogni singola espressione, per imparare a conoscerli e anche ad instaurare un profondo rapporto empatico con essi. La figura umana, che sia in primo piano o meno, è al centro della sceneggiatura e del montaggio di questa serie, ancora una volta dettaglio evidentemente non trascurabile, poiché in linea con l’importanza che si attribuisce alla persona in sé, vista nella sua quotidianità e semplicità, attraverso anche una scrittura potente e significativa, che accompagna l’analisi interiore dei personaggi. Sono però presenti riprese dell’intera figura, tuttavia molto meno numerose, una fra tutte quella dei primi minuti dell’episodio pilota in cui Kate sta per pesarsi e la si inquadra priva di vestiti e di spalle, trasmettendo un’immagine molto forte di un corpo gravemente in sovrappeso, messa a nudo come se si fosse spogliata di ogni barriera ed esposta in tutta la sua fragilità, se pur racchiusa in un corpo così imponente. Durante molti dialoghi, specie quelli più significativi, che costituiscono l’ennesimo fiore all’occhiello della serie, le inquadrature assumono una angolazione prevalentemente di quinta, con l’alternarsi dei primi piani tra i due interlocutori, in modo che non ci si allontani mai dal personaggio e dalla griglia delle emozioni che prova, costantemente sottoposta all’analisi dello spettatore.
Un’altra caratteristica singolare della sceneggiatura di This is us è quella delle innumerevoli inquadrature di particolari oggetti nel dettaglio, che solitamente sono indizi destinati ad aiutare la deduzione sul contesto in cui lo spettatore viene catapultato. Significativa a questo proposito è la prima puntata, in cui solo verso la conclusione si capisce come l’epoca del parto sia diversa, e precisamente risalente agli anni ’80, rispetto a quella del presente, grazie ai diversi segnali sparsi in tutto l’episodio: dalle inquadrature dedicate agli scatoloni precedentemente citati, ai particolari minuziosi presenti nell’ospedale, come una televisione che trasmette immagini di Saddam Hussein, agli abiti tipici di quegli anni, fino al vigile del fuoco che incontra per caso Jack e gli offre una sigaretta, mentre fuma lui stesso, come altre persone presenti, proprio davanti alla sala in cui sono custoditi i neonati.
Di evidente importanza risulta anche il settimo episodio, che ha una struttura complessa e mostra delle inquadrature diversificate, infatti si apre con una ripresa laterale ed in seguito una zoomata su una lavatrice, visibilmente non moderna, alla quale se ne sostituiscono altre due più nuove, attraverso l’effetto dissolvenza, così da scandire lo scorrere del tempo, in termini di anni. Un oggetto questo così in apparenza banale, ma che nel corso della narrazione si dimostrerà avere un significato simbolico, come anche gli altri ambienti della casa ripresi, ad esempio la cucina e la camera dei due fratelli, con una inquadratura dall’alto che si allarga man mano per dare una visione di insieme, in cui, con un effetto di dissolvenza, compaiono nuovi mobili, necessari per le nuove esigenze della famiglia e dei tre bambini diventati ormai adolescenti. Il finale della puntata si chiude collegandosi con l’inizio, andando a ritroso nel tempo, fornendo immagini concrete alle parole di Rebecca e Jack pronunciate in apertura come sottofondo, riguardanti le loro lavatrici, passando in rassegna i vari cambiamenti, fino a quando erano ancora solo una coppia di giovani sposi che si recava in lavanderia per fare il bucato. Il tempo, infatti, è uno dei temi alla base di tutta la storia raccontata, un ingrediente fondamentale, quasi un ulteriore protagonista, che oscilla tra il presente ed il passato, la cui messa in scena avviene attraverso dei flashback, che affollano la narrazione, creando una dinamicità necessaria ad una serie la cui maggiore forza non è quella di presentare straordinari effetti scenici, ma sta nel racconto della bellezza, e talvolta amarezza, di una semplice vita familiare. I flashback costituiscono una parte essenziale della struttura della serie e sono tutto ciò che il pubblico ha per connettere i vari pezzi della storia e capire come si è arrivati fino al punto in cui si trovano i personaggi nelle loro esistenze. Rilevante per riconoscere la presenza di un ritorno al passato nella scena è l’uso del filtro giallo, colore ottenuto, soprattutto negli ambienti interni, come le abitazioni, attraverso l’uso di una fonte di luce diegetica, quali lampade, abat–jour, o la stessa luce del sole che traspare dalle finestre. Questo colore porta alla mente positività e dona un senso di benessere e felicità, con un’atmosfera quasi antichizzata, nostalgica, ma allo stesso tempo rilassante. Il presente è, invece, caratterizzato da un colore meno acceso, più freddo, con un filtro tendente all’azzurro, come a voler far tornare il pubblico con i piedi per terra, ad un tempo in cui i personaggi devono affrontare con forza e determinazione una vita non solo fatta di bei ricordi e gioie, ma anche di sforzi e fatiche. Gli ambienti interni costituiscono un altro espediente usato dagli sceneggiatori per creare l’alternanza tra passato e presente, oltre che per delineare quella che può essere la condizione economica e sociale dei personaggi. La casa di Jack e Rebecca, inevitabilmente spaziosa, pur subendo diverse variazioni nel tempo, viene arredata con una mobilia e delle suppellettili tipiche dell’epoca, tutto curato meticolosamente, così come anche il modo di vestire dei personaggi, la stessa barba di Jack che si tramuta in baffi quando ormai i gemelli hanno circa otto anni e scompare quando, ancora più indietro nel tempo, conosce per la prima volta Rebecca. I luoghi del presente sono invece super moderni e riflettono la moda dei giorni nostri, ad esempio la casa di Randall è una villa molto confortevole, contemporanea, da cui traspare il benestare della famiglia, così come dall’eleganza del suo modo di vestire e quello di Beth; altrettanto raffinato è il suo ufficio, posto su un attico con vista panoramica sulla città di New York e le stesse automobili che i protagonisti usano, non sono utilitarie, ma berline o SUV, indicatore questo di notevole benessere economico anche per Kate e Kevin.
Le città che fanno da sfondo alla vicenda oscillano tra Pittsburgh, città d’origine di Jack e Rebecca, in cui sono nati i loro tre figli, New York, dove vive Randall con la sua famiglia, Los Angeles, in cui invece vivono Kate e Kevin e Philadelphia, dove vive il padre biologico di Randall. Un altro luogo al quale è dedicato un intero episodio è Memphis, la città natale di William, in cui egli torna prima che la malattia glielo impedisca, visitando i luoghi del passato, di cui lo spettatore può parallelamente osservare trasformazioni e cambiamenti. Rare, quasi assenti, sono le panoramiche dedicate a questi luoghi, che costituiscono così un vero e proprio sfondo, lasciando che tutta l’attenzione si concentri sui personaggi e sulle ambientazioni interne, una su tutte la “casa”, che rappresenta la famiglia, l’accoglienza e l’amore che da essa derivano.
Indispensabile per arricchire l’atmosfera celebrata in tutta la serie e per interpretare le sensazioni dei protagonisti, oltre che aiutare il pubblico ad essere coinvolto emotivamente, è la musica. Numerose sono le melodie composte appositamente dal musicista Siddhartha Khosla, fondatore dell’acclamata band indie-rock Goldspot, come la stessa sigla della serie, caratterizzate dall’ingente uso di chitarra acustica, violoncello e alcuni suoni leggermente più cupi, che ben mescolano le varie emozioni dello show e trasportano in una dimensione quasi eterea, che rispecchia la transizione costante tra passato e presente. Il musicista e compositore Khosla ha affermato proprio che la musica in This is us: «rispetta il pubblico, ma lo fa anche lavorare un po’. Non è tanto l’idea specifica del personaggio o delle relazioni tra essi. Ogni episodio ha un proprio tema, intrecciato ed estratto. È il mio modo di legare i personaggi in un tema, un’idea» [11]. Lo show vanta una durata che va dai 12 ai 17 minuti di musica per episodio e tra questa si trovano anche numerosissime canzoni già note al pubblico, scelte in perfetta sintonia con la trama, di natura extradiegetica, poste come sottofondo a scene particolarmente toccanti come anche del quotidiano, riflettendo anch’esse un determinato periodo temporale. Tra le più importanti vi è sicuramente il brano che apre il pilot, Death with Dignity di Sufjan Stevens, scelta particolarmente coraggiosa, in quanto, nonostante la canzone suoni delicata e sussurrata, è un testo dolente e profondo, ma fa anche parte di un album, Carrie & Lowell, che sottolinea come l’amore, il perdono, i rapporti autentici mettano nella condizione di superare il dolore, di sublimarlo e affrontarlo con forza e dignità. Un altro brano che ricorre in chiusura del primo episodio e dell’undicesimo è Watch me di Labi Siffre, una ballata anni ’70 che esprime amore e bellezza, proprio come le immagini cui fa strada, rispettivamente quelle dell’ospedale in cui Jack guarda i suoi bambini e vede per la prima volta Randall nella culla vicina, e quelle in cui Rebecca è incinta e attraverso dei flashforward immagina di vedere i suoi figli già nati e cresciuti, nella casa che hanno appena acquistato per la loro famiglia. Una canzone degli anni ‘60, invece, Blues run the game di Jackson C. Frank, fa da padrona in apertura e in conclusione nel terzo episodio, con un testo molto forte, che sintetizza come la vita altro non sia se non una scommessa e un continuo presentarsi di possibilità, che ognuno può cogliere o meno, testo che ben si adatta al passato turbolento di William, che in parte si inizia ad intravedere in questa puntata. Un ritmo particolare e caratterizzante, abbastanza diverso dal genere alternative-indie, o pop-rock delle altre canzoni, che risuona quasi come un blues africano, è quello di Jim and John di Lonnie Young, Ed Young e G.D. Young, presente nel sedicesimo episodio, dove ancora una volta protagonista è William con tutta la sua storia, in cui si ricorda la sua anima blues, tornato a Memphis, città natale in cui tutto ebbe inizio, a partire dalla sua carriera, poi abbandonata, di musicista. Nella serie sono però presenti anche episodi in cui la musica è diegetica, come per esempio nel terzo, in cui Kate canta in una casa di riposo Time after time di Cyndi Lauper, grazie ad una voce straordinaria ereditata dalla madre, della quale vengono inserite parti cantate quando torna ad esibirsi per i locali con la sua vecchia band.

La lingua originale della serie è l’inglese, tradotta e doppiata poi in lingua italiana per la messa in onda nel nostro Paese. L’italiano utilizzato dai personaggi può definirsi in linea di massima neutro e prevalentemente caratterizzato da alcune peculiarità proprie del parlato, nonostante ogni battuta sia estremamente corretta da un punto di vista grammaticale, facilitandone la comprensione e rispecchiando l’universalità dei temi affrontati.
Nonostante il doppiaggio, la serie non fornisce una resa linguistica che si discosta molto dall’originale, costituita, infatti, da un linguaggio quasi ineccepibile, raramente volgare o di basso registro, che cerca di conservare alcuni dei tratti tipici della lingua parlata, fondamentali per evidenziare il realismo dei dialoghi e dei personaggi stessi, oltre che mettere in risalto la familiarità presente tra di essi e la dimensione di quotidianità tipica dello show. Tra questi, ricorrente è l’utilizzo di ripetizioni lessicali «Restiamo grassi, io sono grasso, tu sei grassa, che differenza fa?» (1, 13), «So che sei agitata, quando ti mangi le unghie vuol dire che sei agitata» (1, 14); molto diffuse anche diverse forme di deissi temporali e spaziali «ora, allora, adesso, dopo, , , qui»; meno comuni, invece, le ridondanze pronominali «È giusto che noi ci si conosca meglio» (1, 15). Rare sono le forme di dislocazione, come quella a sinistra «Mio padre, lui mi teneva a bada» (1, 16), ma è ingente la quantità di segnali discorsivi, numerosissimi nei dialoghi molti fitti e serrati, come «insomma, senti, ascolta, comunque, niente, beh, ecco», oltre all’uso fraseologico di alcuni verbi «Il condizionatore è andato» (1, 14), per intendere “è rotto”. Inoltre, molti sono i diminutivi disseminati in tutta la serie come «mammina, papino, fratellino, mostriciattoli, posticino», la maggior parte dei quali fa riferimento a quella serie di teneri soprannomi che ogni componente della famiglia si attribuisce, come anche «piccola mia, piccolo mio, tesoro, amore mio, bello, vecchio mio». Solo in un caso vengono utilizzati degli accrescitivi in senso sprezzante: quando la figlia della datrice di lavoro di Kate fa riferimento alla sua obesità o alla sua falsa amicizia, usando termini come «cicciona, amicona» (1, 6). Altra particolarità, se pur sporadica nel corso della serie, è l’uso di termini ed espressioni derivanti dal gergo giovanile come «fico» (1, 1-1, 13), «come butta» (1, 1), che vengono utilizzati dagli adulti per rapportarsi ai più piccoli, rispettivamente William quando si relaziona alle sue nipotine e Rebecca con Randall da bambino.
Per quanto concerne la diafasia, il linguaggio della serie, sebbene i contesti presentati siano prevalentemente informali e familiari, può dirsi sostenuto, controllato e curato a livello espressivo, riflettendo anche l’istruzione ricevuta dai protagonisti, come la loro appartenenza ad un ceto medio-alto della società, riuscendo comunque a non risultare fittizio, ma a dare l’impressione della colloquialità e confidenzialità richieste dalle circostanze. In tutti gli episodi è difficile, infatti, che lo spettatore possa udire delle parole o espressioni volgari e spinte, se non in alcuni precisi momenti, come «va’ a farti fottere» (1, 1), «coglione» (1, 3), «puttana» (1, 2), «cazzo» (1, 10), «stronzo» (1, 9 – 1, 15), «stronzate» (1, 18).
Nella maggior parte dei dialoghi sono vi sono, altresì, alcune formule esclamative, anche queste tipiche del parlato, con la funzione di accentuare un’espressione, di rimarcare una sensazione di sorpresa o un’imprecazione, come «che diavolo, santo cielo, che diamine, caspita, incredibile, cavolo, accidenti». Presente nella narrazione è  anche un riferimento letterario a Randall Dudley, poeta afroamericano preferito da William, dal quale Rebecca prenderà spunto per il nome del figlio adottato. Di questo poeta viene citato un breve poema, Luzon, nel settimo episodio, che arricchisce di ulteriore emozione una scena toccante tra Beth e William:

Splendid against the night
the searchlights, the tracers’ arcs,
and the red flare of bombs.

Splendide contro la notte
le scie dei proiettili
i riflettori e le rosse scintille delle bombe.

Il grande punto di forza di This is us è l’empatia che riesce a suscitare attraverso il racconto della storia di una famiglia come tante, con le sue normalità e le sue eccentricità e questo avviene grazie alla potenza ed alla grandiosità dei dialoghi presenti nella serie. La psicologia, le insicurezze, i rimpianti, le pieghe che può prendere l’esistenza sono messe a nudo attraverso una scrittura memorabile, capace di far riflettere lo spettatore e contribuire a creare un legame forte con le vite e i sentimenti raccontati, che caratterizzano in modo particolare ogni personaggio agente nella storia, così come anche il loro modo di esprimersi e rapportarsi agli altri.
Jack è uno dei protagonisti al quale sono affidati dei discorsi, soprattutto riguardanti i suoi figli o sua moglie, in cui è evidente il potere curativo e sferzante, oltre che commovente, della parola. Egli è il marito e padre quasi perfetto che sa cosa dire al momento opportuno, che sa infondere coraggio, speranza e anche amore incondizionato, come accade quando parla della moglie incinta con i suoi amici, o con lei stessa, con una dichiarazione d’amore eccezionale:

Yeah, I just keep thinking about my wife and how I just want to get home to her, hang out with her, make sure she’s okay. Which is crazy, because she’s at her absolute worst right now. I mean, like, Exorcist level bad. But I still don’t want to escape her. Or my future vomiting, crap-riddled kids. I just, I want more time with them. I want to freeze time with them, so-so that I can get a little bit more.

Continuo a pensare a mia moglie e che l’unica cosa che voglio è andare da lei, stare con lei e assicurarmi che stia bene. Ed è assurdo perché ora è nel suo momento peggiore, credetemi, tipo ai livelli dell’esorcista, un vero mostro. Ma resisto, ecco io non scappo da lei o dai futuri vomiti o nauseabonde diarree che mi aspettano. Io voglio starci più che posso e voglio congelare il tempo con loro così da potermelo ricordare (1, 12).

I love the mother that you are. I love that you are still the most beautiful woman in any room and that you laugh with your entire face. I love that you dance funny and not sexy, which makes it even sexier. But most of all, I love that you are still the same woman who all those years ago, ran out of a blind date because she simply had to sing. You’re not just my great love story, Rebecca. You … you were my big break. And our love story, I know it may not feel like it right now, but, baby, I promise, it’s just getting started.

Amo la madre che ho accanto, adoro che tu sia ancora la più bella di tutte le donne e adoro quando sei allegra e il tuo viso si illumina. Amo anche come balli, non è sexy ma è il tuo ballo e a me piace. Ma soprattutto adoro che tu sia ancora la stessa donna che scappò da un appuntamento al buio tanti anni fa, soltanto perché doveva andare a cantare. Tu non sei solo la mia grande storia d’amore, Rebecca. Tu sei stata la mia grande svolta e la nostra storia d’amore, anche se ora non sembra proprio tesoro, ti assicuro che è appena cominciata (1, 18).

La resa in italiano delle battute in lingua originale appare ovviamente in parte modificata, per riuscire ad esprimere lo stesso effetto e lo stesso tipo di sentimento e così accade per tutti gli  altri dialoghi o monologhi. I discorsi più lunghi sono però affidati a Rebecca, in cui esprime insicurezze e perplessità sul suo futuro, su se stessa come madre e moglie, oltre che come donna, tipiche della personalità che incarna:

I don’t know how much you can tell from in there, but I am not gonna be the perfect mom you’ve probably been dreaming about. You guys dream, right? I think so. I’m impatient. And I’m… stubborn. And, uh…I stole an Abba-Zaba bar from the grocery store in fourth grade. And I’m… terrified that I’m gonna make a hundred wrong decisions and ruin the chances that you guys have to lead the perfect lives that you deserve, but… I will protect you, fiercely. […]. So, I guess what… I’m trying to say is, um… you are gonna have to take the good with the bad when it comes to me.

Non lo so se possiate capire dalla pancia, ma non sono la mamma perfetta che probabilmente immaginate. Voi sognate, giusto? Credo di si. Sono impaziente e anche molto severa. E ho… ho anche rubato una merendina di mirtilli in un negozio a 8 anni e mi sento… terrorizzata al pensiero di prendere decisioni sbagliate e rovinarvi la possibilità di avere la vita che perfetta che meritate, ma giuro che vi proteggerò finché avrò vita […]. Quello che sto provando a dire è che dovrete accettare tutto di me, il bello e il brutto (1, 12).

Kevin è il personaggio che crede meno in se stesso, più insicuro e indeciso di tutta la famiglia, che mette costantemente in dubbio ogni sua scelta e capacità; proprio per questo il  suo modo di parlare è pieno di false partenze, interiezioni e ripetizioni:

Um, so you know, I mean, I’ve given this a lot of thought, obviously. And I – um, I’m keeping Sloane in the play, because she’s worked really hard, you know, and she’s good in the play. She’s great. And, uh, she didn’t abandon us. You know, I trust her. So, um, I’m keeping her in the play.

Ehm, ecco, ci ho pensato molto ovviamente e ho deciso che… mm…. cioè, ormai c’è Sloan nello spettacolo, perché ha lavorato sodo ed è brava… ed è giusta sul ruolo. Ci tiene davvero e… e non ci ha mai abbandonati, so che posso fidarmi, perciò… mm… tengo lei (1, 11).

Randall è il personaggio più approfondito di questa prima stagione e quello con la storia più definita, sia passata che presente. Le battute che riguardano il suo lavoro nella finanza hanno una particolarità: sono ricche di espressioni idiomatiche, a volte con l’intento di sembrare sempre all’altezza della situazione:

[Sanjay] Um, sorry, I biked in from Brooklyn. Apologies if I’m a little sweaty.
[Randall] That’s all good in the hood.
[…]
[Tyler] Sanjay’s gonna come aboard help us land them.
[Randall] Really? I was hoping to throw my hat in the ring for that account.
[Tyler] Oh, well, given Sanjay’s background in, uh, renewable energy…
[Randall] I’ve got interest in renewable, too. Uh, I at least deserve a shot at this. Sir.

[Sanjay] Mi scusi, in bicicletta da Brooklyn. Sono un po’ sudato.
[Randall] Cosa non si fa per la forma.
[…]
[Tyler] Sanjay ci aiuterà ad aggiudicarcelo.
[Randall] Ah si? Ecco, io speravo fosse di mia competenza l’eolico.
[Tayler] Si lo so, ma vista l’esperienza nelle rinnovabili di Sanjay..
[Randall] Anch’io mi occupo delle rinnovabili, uh, credo di meritare l’occasione, Signore. (1, 13)

Qualche battuta all’insegna dello slang e dell’ironia è affidata a Toby, il fidanzato di Kate, il quale, essendo il personaggio più simpatico e sopra le righe, ha il modo di esprimersi più colorito tra tutti, che rispecchia queste sue qualità:

Well, I’m tired. I am cranky. And I have a straw stuck so far up my junk that I could whistle “Don’t worry be happy” if I sneezed.

No sono stanco e un po’ incazzato. Sai ho una cannula così dentro i genitali che fischierebbe “Don’t warry be happy” se starnutissi (1, 11).

 

No. I had arrhythmia. Arrhythmia doesn’t even sound serious. All right, it’s harmless. Like, “Hey, what – hey, why is that white guy such an awful dancer?” “Oh, don’t mind him. He has arhythmia.

No è stata un’aritmia. Aritmia non ha neanche il suono di una cosa seria, sembra una cosa da discoteca, tipo “Guarda là quel tizio come balla da schifo” “Oh smetti di fissarlo, quello ha l’aritmia” (1, 11).

Si può concludere affermando che il più grande merito di This is us è quello di aver celebrato lungo tutti i 18 episodi della sua prima stagione, la semplicità del quotidiano e la bellezza della normalità, servendosi di uno straordinario montaggio alternato tra passato e presente, che conferisce alla struttura narrativa un respiro ampio e articolato. Si aggiungono anche una sceneggiatura azzeccatissima ed originale, musiche dal grande trasporto emotivo, nonché un cast corale che ha saputo donare encomiabile realismo ai meravigliosi personaggi ed alle situazioni che li hanno messi alla prova con immensi dolori o sconfinate possibilità, piccole e grandi coincidenze, alternando la gioia e le risate alle lacrime più autentiche, proprio come accade nella vita.
Dan Fogelman ha dato vita ad una serie che riesce a toccare in un modo o nell’altro tutti, con dei contenuti umani espressi nel linguaggio universale dell’amore, e la sua unicità sta proprio nell’essere senza pretese, nell’avvicinarsi al pubblico senza strategie eccessive, raccontando esclusivamente l’umanità dei suoi personaggi, con un gioco di salti temporali che attraversa intere vite e un abile tira e molla di dettagli e reticenze sulle storie dei protagonisti, scavando a fondo nelle loro fragilità. Dalle dipendenze dal cibo, dall’alcol o dalla droga, alle difficoltà relazionali fra fratelli, fra genitori e figli o fra mariti e mogli, passando per il bullismo, le difficoltà sul lavoro e la malattia, in This is us c’è davvero tutto, il che la rende una serie che “parla” direttamente a ciascuno, facendo sì che lo spettatore si riconosca facilmente nelle storie narrate. Questa serie ricorda ad ognuno, con fermezza e convinzione, quanto la vita sia un bene prezioso e che, nonostante si inciampi sempre in degli ostacoli, ci pone anche di fronte a delle scelte, delle soddisfazioni, degli obiettivi, motivi per cui bisogna spronarsi e continuare a lottare, facendo sempre affidamento alle persone amate, che si sono scelte per affrontare questo lungo ma magnifico percorso.

 

Federica Corsa

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