The Mentalist

The Mentalist

MENTALIST, sostantivo: ‘persona che ricorre all’acutezza mentale, ipnosi e/o suggestione. Colui che padroneggia la manipolazione del pensiero e del comportamento.’
(Definizione che introduce ogni episodio della prima stagione)

The Mentalist è un poliziesco americano prodotto dal 2008 dalla Warner Bros. Television e dalla CBS Paramount Network Television. Ideata da Bruno Heller, la serie è terminata nel 2015 dopo 7 stagioni per un totale di 151 episodi da 41 minuti.
In America è stata trasmessa dalla CBS a partire da settembre 2008, mentre in Italia è stata la rete televisiva Joi la prima a mandarla in onda nell’aprile 2009.

Il mentalist è colui che ha il particolare talento di riuscire, attraverso un acutissimo senso dell’osservazione, a cogliere dettagli così nascosti da essere scambiato per un sensitivo.
Lo sa bene Patrick Jane, il protagonista della serie che, prima di accettare il compito di consulente al California Bureau of Investigation (CBI), si fingeva un medium e riusciva a far credere alle persone di avere contatti con l’aldilà. Un giorno, però, Patrick commette una leggerezza e sbeffeggia pubblicamente John il Rosso, un pericoloso serial killer. John, per vendicarsi della superbia mostrata dall’uomo, stermina la sua famiglia: è per questo che Patrick decide di accettare il nuovo lavoro al CBI, in modo tale da poter avere più possibilità di catturare il killer che ha ucciso sua moglie e sua figlia. La figura di John il Rosso sarà la sotto-trama di tutte le stagioni.
I colleghi del CBI sono inizialmente diffidenti a causa del passato da impostore di Patrick e, soprattutto, dei suoi metodi poco ortodossi. Con il passare del tempo dovranno però ammettere le sue capacità e lasciarsi guidare dalle sue intuizioni.
L’istinto del mentalist è spesso più rapido e immediato rispetto ai vincoli burocratici e alle procedure seguite dalla squadra che, solitamente, è indirizzata sul sospettato sbagliato, mentre il protagonista ha già trovato un indizio che lo porterà alla soluzione del caso.
Patrick utilizza un metodo del tutto differente rispetto a quello a cui polizieschi come CSI ci hanno abituato: i casi qui vengono risolti con l’aiuto della mente, non della scienza.
I metodi del protagonista sono lontani anni luce da quelli sperimentati nei laboratori scientifici: niente DNA, niente impronte digitali, niente luminor. Patrick smaschera l’assassino attraverso la manipolazione della mente, con l’osservazione degli ambienti e dei gesti, attraverso l’utilizzo dell’ipnosi. Nessun potere paranormale, però, ed è lo stesso Patrick a sottolinearlo già nel pilot, quando, dopo aver intuito una serie di informazioni sulla vita di una donna, questa gli chiede se è un sensitivo e lui risponde «No, presto molta attenzione».
Lontano dalle tecniche scientifiche di CSI e dai metodi psicologici tipici dei profili degli assassini stilati in Criminal Minds, ma simile per certi versi al suo successore Lie to me, The mentalist ha comunque il merito di aver aperto la strada ad un genere di poliziesco del tutto nuovo, con poche sparatorie, poche lotte e pochi strumenti analitici: un genere in cui per scoprire l’assassino l’elemento fondamentale è l’osservazione unita ad una buona dialettica che confonde l’interrogato fino a farlo confessare.
Sempre un passo avanti ai suoi colleghi, con intuizioni geniali e sarcasmo da vendere, il personaggio di Patrick Jane (il “dottor House” della polizia) è riuscito a riscuotere un grandissimo successo: la prima stagione di The mentalist è stata seguita in America da una media di 16 milioni di spettatori a puntata [1].
Il merito del successo, oltre all’assoluta novità del genere, è da ricercare anche nell’ottima campagna di marketing affrontata dalla rete CBS che ha promosso The mentalist con una serie di promo che hanno incuriosito lo spettatore. Frasi come «Watch closely» e «He reads between the lies» sono state utilizzate per promuovere la serie. «He reads between the lies» in particolare è la frase chiave del telefilm, una tagline che si rivela un gioco di parole tra lies (bugie) e lines (righe).
The mentalist ha ripescato a piene mani nella letteratura riportando in auge il metodo di ricerca deduttivo tipico delle analisi condotte da Sherlock Holmes. Il nostro eroe contemporaneo Patrick Jane è, dunque, più vicino alle indagini condotte alla ricerca di orme, di indizi, di sensazioni e di intuito (come Sherlock Holmes o il tenente Colombo) che ai più moderni strumenti introdotti all’inizio del nuovo millennio da serie come CSI.

Il protagonista, Patrick Jane (Simon Baker) è il mentalista, colui che dai minimi particolari è in grado di stilare facilmente un profilo. È sincero e cordiale e usa spesso queste doti per relazionarsi con l’interlocutore. Dopo aver ammesso di essere stato un truffatore, si unisce al CBI e dona un grande contributo alle indagini. Gli altri personaggi principali fanno tutti parte della squadra del CBI.
Teresa Lisbon (Robin Tunney) è il capo della squadra, ha molta fiducia in Jane e nei suoi collaboratori. Gli altri membri sono Kimball Cho (Tim Kang), Wayne Rigsby (Owain Yeoman) e l’ultima arrivata, Grace Van Pelt (Amanda Rihetti). Completa il cast John il Rosso, un assassino seriale di cui non si è mai visto il volto e che ha ucciso la moglie e la figlia di Patrick.

The mentalist segue le regole dei polizieschi nei quali la figura del detective è il pilastro dell’episodio. Patrick Jane è perfetto per questo ruolo, già dal look: un mix di classico e moderno, perennemente con giacca, gilet e camicia, raffinato, solare e simpatico.
L’episodio si apre con il teaser che, come spesso accade nei polizieschi, ha lo scopo di presentare il caso della settimana. Dura dai tre ai sette minuti, nei quali non manca la drammaticità dell’omicidio contrapposta alla simpatia di Patrick.

Sigla. In The Mentalist può essere individuata una pre-sigla che appare in tutte le puntate della prima stagione – raramente anche nel corso di quelle seguenti – che apre l’episodio, spiegando, con tanto di definizione da dizionario, chi è the mentalist. Su uno sfondo nero appare la parola centrata «mentalist», scritta in maiuscolo e in bianco. Subito sotto compare la parola «pronuncia» seguita dai due punti e da «/men-te-list/sostantivo». Tramite un effetto di transizione le frasi scompaiono, resta la scritta «mentalist», seguita dalla definizione «Persona che ricorre all’acutezza mentale, ipnosi e/o suggestione». A questa prima frase succede quella che recita «Colui che padroneggia la manipolazione del pensiero e del comportamento».
Oltre a questa pre-sigla, è presente anche una sigla brevissima, inserita solitamente dopo il teaser, con la quale viene presentato il protagonista.
Non sono presenti titoli di testa, solo alla fine della sigla appare la scritta «Created by Bruno Heller». Costruita sui toni del bianco, del nero, dell’azzurro e del giallo, la sigla si fonda su una serie di transizioni a tendina che la rendono molto dinamica. Lo schermo, in ogni transizione, è diviso da forme geometriche che si alternano alle immagini del protagonista.
Dopo la sigla, i crediti compaiono in video per oltre cinque minuti. Il resto dell’episodio si dipana sull’abilità di Patrick di risolvere il caso, cosa che avviene grazie alle sue intuizioni quasi sempre intorno al trentesimo minuto.

The mentalist è composto da episodi auto-conclusivi tenuti insieme dall’ottima recitazione del protagonista e dalla storia di John il Rosso, l’assassino a cui viene data la caccia in tutte le stagioni.
La sceneggiatura, curata e dalla discreta costruzione, prende spunto dai cliché del classico giallo d’investigazione.
La regia è attenta e sicura, raffinata nell’uso delle scene e dei contrasti d’ombra. Dietro alla cinepresa di molti episodi c’è lo stesso Simon Baker, ma in tanti altri c’è invece David Nutter. Nutter, regista anche di molte puntate di X-files, qui è autore del giallo per antonomasia, dalla costruzione dei personaggi alla storia: non calca mai la mano e si limita a seguire il protagonista trovando la sua chiave vincente proprio nelle sue doti psicologiche.
L’uso dei flashback è molto frequente sia per la costruzione dei casi che per la ricostruzione della vita del mentalista.
La musica è sempre presente, negli inseguimenti, nell’ufficio, a cena. È un sottofondo che non infastidisce e che crea un’ottima cornice sonora.

Pur essendo un telefilm dal genere ben definito, The mentalist non ha un linguaggio particolarmente settoriale. A differenza di altri telefilm appartenenti allo stesso genere, come i già citati Criminal Minds, CSI o Lie to me nei quali si ricorre molto spesso ad un linguaggio specifico, in The Mentalist questo non succede. Apparentemente ciò accade perché, non essendo utilizzata nessun tipo di analisi scientifica, è difficile che venga proposta una terminologia rigorosa. Ma, come già affermato in precedenza, anche la serie Lie to me, pur essendo un poliziesco, fonda le indagini non su strumenti analitici bensì su una scienza non sempre riconosciuta e cioè sul movimento del corpo e sulle espressioni facciali. Eppure, se in Lie to me i dialoghi riescono a conferire un taglio specialistico alla serie, in The Mentalist questo non avviene.
La caratterizzazione della serie non è dovuta, dunque, a dialoghi specifici ma a un insieme di elementi – le intuizioni di Patrick avvengono sempre con largo anticipo; i movimenti di camera indirizzano lo sguardo dello spettatore sui dettagli che in quello stesso momento sta cogliendo il protagonista – che inseriti uno di fianco all’altro rendono The mentalist un telefilm con un insieme di tratti facilmente riconoscibili.
Esempi di come la serie sia catalogabile pur senza avere un linguaggio peculiare sono presenti, sin da subito, sia nel pilot che nella seconda puntata della prima stagione.
Il primo dialogo è tra Patrick e la madre della vittima, una ragazzina; come colpevole è stato individuato il vicino di casa. L’episodio continua con una sorta di conferenza stampa durante la quale il padre della vittima ringrazia le forze dell’ordine per il lavoro fatto, al suo fianco c’è la moglie. Subito lo spettatore è aiutato dalla camera a focalizzare lo sguardo su alcuni dettagli, gli stessi che sta notando Patrick Jane. La scena si sposta nella casa della vittima e Patrick, come se fosse casa sua, inizia a preparare il tè. Nel momento in cui arriva la madre della vittima comincia il dialogo:

[Patrick] Ho osservato lei e suo marito, voglio che lei sappia che so bene come si sta sentendo.

[Donna] No, non ne ha la minima idea, può credermi.

[Patrick] Si invece lo so, lo so e voglio aiutarla.

[Donna] Non può aiutarmi. Lei sa cosa?

[Patrick] Cose di ogni genere. Fa finta che le piaccia sciare vero? Avrebbe voluto una giovinezza avventurosa, ama l’India ma non c’è mai stata, ha dei problemi a dormire e il suo colore preferito è il blu.

[Donna] Non capisco mi scusi. Lei è un sensitivo?

[Patrick] No, presto solo attenzione. Una volta guadagnavo molto facendo finta di essere un sensitivo. Le dico questo perché voglio che capisca che ciò che pensa è inutile nascondermelo.

[Donna] Nascondere cosa?

[Patrick] Sa cosa vedo se guardo suo marito? Vedo un uomo cordiale, affettuoso e generoso, un po’ vanitoso forse […].

[Donna] Sì.

[Patrick] Perché pensa che abbia ucciso lui sua figlia?

Grazie alle intuizioni di Patrick, il vero colpevole è scoperto e allo spettatore non rimane che ricordare quei movimenti di camera, quei dettagli mostrati qualche minuto prima, durante la conferenza stampa, e prendere atto che il mentalista aveva già capito tutto.
Patrick Jane per scovare l’assassino parla con il sospettato, con i testimoni, con i familiari e, poiché è consapevole delle possibili autocensure della mente umana, usa diversi stratagemmi per arrivare alla soluzione del caso: la psicologia inversa, l’interrogatorio informale, parlare in modo esplicito e diretto senza mezzi termini o anche strumenti meno ortodossi come l’ipnosi, eccone un esempio:

[Patrick] Rachael guardami. Prima che ti addormenti stasera, mentre ti rilassi stesa sul letto e scivoli nel sonno lentamente, voglio che pensi a me. Pensa a me e immagina di poter volare, di essere leggera, puoi galleggiare dolcemente nell’aria se lo desideri, serena, calma e al sicuro. Puoi volare via e lasciarti alle spalle tutti i pesi, le preoccupazioni e le paure. Immaginalo. È proprio una bella sensazione. Quando ci rivedremo ti ricorderai di questa sensazione e vorrai raccontarmi la verità perché quando dici la verità senti un grosso peso che ti viene tolto dalle spalle. Io ti saluterò e tu ti sentirai leggera come una piuma, come se stessi galleggiando nell’aria. Perché non ci pensi un po’ prima di tornare a lavoro?

Come si può notare, nei due esempi non ci sono termini che appartengono ad una determinata classificazione, ma il linguaggio usato rende comunque in maniera perfetta quello che è lo spirito di The mentalist.
Infine, una peculiarità riscontrata nei titoli degli episodi: in lingua originale contengono tutti la parola «red» (rosso, in riferimento al nome del killer John Red) o comunque un elemento che possa essere accomunato al colore rosso («blood», «scarlett», «redemption», «rubies», «fire»). Nella traduzione italiana si è preferito non tradurre alla lettera i titoli ma inserire in ognuno la parola «rosso». Per questo in italiano «Scarlett Fever» è stato tradotto con «Rossa di febbre», «Blood Brothers» è diventato «Rosso segreto» e «Ball of Fire» è stato tradotto con «Rosso fuoco».

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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