The affair

The affair

Your words and your actions have consequences. When you do something mean because you’re angry or bored, it happens to someone else, it hurts them. You’re not the only person who is real.

The Affair è un drama psicologico con venature noir ideato da Sarah Treem (fra le sceneggiatrici di In Treatment e House of Cards) e Hagai Levi (BeTipul) e diretto da Marc Mylod. Produttori esecutivi della fortunata serie sono Jeffrey Reiner, Eric Overmayer e i sopraccitati creatori Sarah Treem e Hagai Levi. Prodotta dalla rete televisiva Showtime e trasmessa per la stessa rete dal 12 ottobre 2014, The Affair è costituita da tre stagioni per un totale di 32 episodi di circa sessanta minuti. In Italia la serie è mandata in onda dal canale satellitare Sky Atlantic che terminerà la messa in onda della terza stagione a febbraio 2017. A fine 2016 la Treem ha annunciato di voler creare una quarta stagione che porti a conclusione tutte le storyline messe in atto durante le stagioni precedenti. Vincitrice di tre Golden Globe (migliore serie drammatica e migliore attrice in una serie drammatica assegnato a Ruth Wilson e migliore attrice non protagonista in una serie a Maura Tierney), la serie rivelazione ha ricevuto altre prestigiose candidature ai Satellite Awards, Writers Guild of America Awards e WGA Awards, riscontrando il 90% circa di recensioni positive su Metacritic e Rotten Tomatoes. Mediaset punta su The Affair che prossimamente sarà trasmessa sul canale Top crime.

Noah Solloway, insegnante di letteratura a New York, è reduce dalla pubblicazione con scarso successo del suo primo romanzo. Noah conduce una vita apparentemente serena fra lavoro e famiglia. È sposato con Helen e padre di quattro figli. La famiglia Solloway, come di consuetudine, nei mesi estivi si trasferisce dalla Grande Mela in una località turistica a Long Island, Montauk. Qui vivono nella loro sfavillante tenuta i ricchi genitori di Helen: Bruce Butler, famoso scrittore di bestseller e sua moglie Margaret. Prima di giungere nella dimora dei Butler, la famiglia Solloway fa una sosta in una tavola calda dove viene gentilmente servita da una graziosa cameriera, la giovane Alison Lockart. Alison è nativa di Montauk ed è sposata con Cole, figlio di proprietari terrieri del luogo. I coniugi Lockart non conducono un felice mariage come quello che lega Noah a Helen; Alison e Cole, difatti, cercano di rimettere insieme i cocci in seguito a una tragica esperienza luttuosa che ha profondamente turbato la loro esistenza. Una reciproca attrazione fulminea serra i primi fuggenti scambi di sguardi fra Noah e Alison, i quali instaureranno una relazione extraconiugale che sarà fulcro di The Affair, come il titolo suggerisce. La relazione fra Noah e Alison non sarà mai però, «un percorso lineare verso la felicità, piuttosto una corsa a ostacoli fatta di continue frenate, inversioni e cappottamenti» [Diego Castelli 2014].
Limitandoci a una tale sinossi, la serie sembrerebbe riproporre l’ennesimo banale quadretto di un’estiva passione clandestina con personaggi stereotipati, da telenovela. Ma Sarah Treem e Hagai Levi hanno offerto a Showtime qualcosa di molto più affascinante: l’intrigo sentimentale è raccontato direttamente dai protagonisti in un interrogatorio al quale devono sottoporsi a causa di un crimine. Lo scorrere degli episodi svela molteplici sfumature del crimine in questione e, soprattutto la seconda stagione, marca in maniera più vivida e dettagliata il tutto. I punti di vista con i quali Alison e Noah presentano la loro relazione sono discordanti, due differenti prospettive esistenziali, un’imperfetta sovrapposizione di sguardi. Secondo il giudizio del New York Times, parte dell’esito positivo di The Affair consiste nel suo tessere un telaio sconcertante ed enigmatico, in maniera quasi esasperante, attorno all’impulso meno misterioso del mondo. The Affair è una profonda analisi psicologica delle persone, dei sentimenti, dei ricordi, delle dinamiche di classe. «Quando Hagai ed io abbiamo iniziato a lavorare su questo copione siamo rimasti particolarmente affascinati da quante storie ci sono all’interno di ogni storia d’amore» [Sarah Treem 2014].
Il serial, descrivendo la tragedia di una donna dopo un devastante lutto e la frustrazione di un uomo a cui non basta più essere un buon padre e un buon marito, rimarca gli animi con eccellenza, tinteggia momenti di dolorosa intimità, descrive tensioni familiari con un sorprendente realismo; «Marital infidelity is “a hot subject ” and everyone’s qualified to have an opinion. And I think if this works, it will be because people see their own lives in it, things they may have done or thought» («L’infedeltà coniugale è un argomento scottante e tutti sono autorizzati ad avere un’opinione. E penso che se funzionerà, sarà perché la gente vedrà le proprie vite nello show, cose che avrebbero potuto fare o pensare») [Dominic West 2014].
Come osserva Mario Sesti, «The Affair ha la profondità di penetrazione e scavo di un mondo e dei suoi personaggi da grande romanzo realista e la libertà di scrittura e costruzione delle più avanguardistiche graphic novel. In realtà, gioca con le domande più antiche del mondo […], ma con una spietata abilità nello spostare a ogni episodio, di pochi passi, la risposta a questa domanda. Ma è difficile ricordare un’altra opera audiovisiva […] capace di intrecciare thriller e melodramma, noir e sensualità, con la stessa diabolica disciplina e accuratezza» [Mario Sesti 2015].

Immergendosi tout court negli iter introspettivi dei due protagonisti e dei comprimari, i rispettivi coniugi, Helen e Cole, lo spettatore di The Affair avverte subitamente la familiarità, la quotidianità del territorio su cui la serie pone le fondamenta. The Affair non ci consegna una bella morale, una guida su un corretto modus vivendi, una vicenda in cui tutto va come dovrebbe andare, piuttosto fa da lente di ingrandimento del senso di insoddisfazione nei confronti dell’esistenza, mediante un accurato disegno dei personaggi principali.
Dominic West, che ricorderemo come il Detective Jimmy McNulty in The Wire, interpreta, qui, Noah Solloway. Dal pilot sembra che la regia punti molto sul suo personaggio, su cui sono proiettate tutte le qualità di un brav’uomo dedito alla sua famiglia. La sua vita è «fuc**** perfect». Noah ama il suo lavoro di docente di letteratura e scrivere il suo secondo romanzo è quello che si propone di fare a Montauk, dove il suo equilibrio interiore sarà inaspettatamente stravolto. Noah si descrive come un premuroso marito dall’impeccabile condotta e tratteggia Alison come una femme fatale, ammiccante e provocante, a cui egli, quasi involontariamente, non sa opporre resistenza e alla quale si scoprirà visceralmente legato. Noah è sullo spartiacque fra una moglie da cui non sa allontanarsi, forse più per convenzione che per convinzione, e il sentimento per Alison che gli sconquassa testa, corpo e anima. Il personaggio di Allison si delinea come il contrappeso ideale al senso di inferiorità che Noah nutre intimamente nei confronti di Helen, appendice dello strapotere economico dei Butler.  A Noah piace che Alison si conceda completamente a lui, che dipenda da lui, che per lei lui sia indispensabile. Se lo spettatore nei primi episodi prova un forte senso empatico nei confronti di Noah e ne condivide le frustrazioni, con la sua evoluzione se ne distacca sempre più. Noah, negli episodi finali, approda a una noncuranza, a un’insolenza, a un meschino egoismo, che ne capovolge l’immagine iniziale: agli occhi di molti appare spogliato di ogni fragilità, in preda agli psicodrammi di una crisi di mezz’età, un personaggio fortemente stereotipato.
Dall’altro lato dello schema emotivo troviamo l’intrigante cameriera Alison, interpretata suggestivamente da Ruth Wilson (Luther), punta di diamante di The Affair. «It was really hard to find an actress who is both sexy enough that the guys would be like, “I would potentially leave my wife for her,” and intelligent, sensitive, and vulnerable enough that the women would say, “I relate to this character”» («E’ stato davvero difficile trovare un’attrice che fosse abbastanza sexy da far dire ai ragazzi: “Potenzialmente, potrei lasciare mia moglie per lei”, che fosse anche intelligente, sensibile, vulnerabile abbastanza da far dire alle donne: “Mi relaziono con questo personaggio”») [Sarah Treem 2014].
Alison non vive, sopravvive nel dolore: i suoi gesti, il suo sguardo, le sue parole, finanche il suo sorriso trasmettono uno stato di noluntas e di immane tristezza. La perdita di suo figlio Gabriel ha segnato irrimediabilmente ogni aspetto della sua vita. Ricordi, sofferenza e sensi di colpa le invadono prepotentemente la psiche ed esser felice con Cole risulta ormai un miraggio. Ad Alison, Noah appare un soffio di vita. Quando Alison vede Noah per la prima volta, Noah ha in braccio la figlia e a lei sembra esser un carataker, un uomo maturo e sicuro, ne rimane colpita, al punto che, a differenza di Noah, non ha tentennamenti riguardo l’idea di abbandonarsi a lui, nella sua fragilità, per essere salvata.
Sarah Treem, in un’intervista rilasciata a Vanity Fair, afferma che gli attori hanno portato diversi elementi a questa serie. I personaggi sono stati scritti adattando la loro essenza a quella reale degli attori. Ciò è avvenuto principalmente col personaggio di Alison. Dato il carattere forte di Ruth Wilson, Treem e Levi hanno pensato ad Alison come un personaggio inizialmente debole, che arriva, sulla scia di una di crescita emotiva, a una rivendicazione del suo potere. È sull’orlo del precipizio che Alison rinasce, prende le sue decisioni, trova il coraggio della sincerità, affronta Cole. Il personaggio di Alison, pertanto, si presenta come uno dei più riusciti: Alison è al tempo stesso ipostasi di fragilità e di forza.

«We as writers are very careful not to judge either character. That was the whole point that we have an incredible amount of compassion and empathy for both sides of the story. We think that these are both good people who weren’t intending to hurt anybody» («Noi come scrittori siamo veramente attenti a non giudicare nessun personaggio. Il punto è che abbiamo una grande quantità di compassione e di empatia per entrambe le parti della storia. Pensiamo che siano entrambe brave persone che non intendono ferire nessuno») [Sarah Treem 2014].

Se da casa si finisce col sentirsi “pseudo-psicanalisti” di Noah e Alison, in realtà, i due, più che su un lettino di uno psicanalista, dove sarebbe verosimilmente facile immaginarli, raccontano la loro storia, come precedentemente detto, in un commissariato, a causa di un evento criminoso. Ad ascoltarli, scrutarli e interrogarli, l’astuto detective Jeffries (Victor Williams). Le domande del detective accattivano l’attenzione, sfumano i margini del bozzetto sentimentale, si configurano come un ottimo artificio narrativo.
Maura Tierney (l’infermiera Abby Lockart in E.R. Medici in prima linea) interpreta Helen Solloway. Chi è Helen? Helen è un’abile donna d’affari gentile e popolare, cresciuta in una famiglia facoltosa, una brava persona, una brava moglie, una brava madre. Helen rappresenta l’infallibilità femminile, una bella donna sicura di sé che nessun marito penserebbe mai di lasciare. Una figura diametralmente opposta a quella di Alison, non solo nei tratti caratteriali, ma anche nell’aspetto, nella gestualità, nell’abbigliamento: mora, dai lineamenti marcati, in eleganti pantaloni e bluse, Helen; bionda e leggiadra, in abiti semplici e leggeri, la fragile Alison. La vita che Helen conduce è felice e fortunata, almeno prima che Noah non le confessi i suoi sentimenti per la sfuggente Alison. Allora Helen pensa di poter tenere a bada la vicenda in maniera razionale, perché lei può controllare qualsiasi situazione, ma, come accade a tutti, la considerazione che Helen ha di sé è sentitamente scossa dalla “metamorfosi” di Noah da marito esemplare ad amante insoluto della giovane Alison.
Se quelle di Dominic West, Ruth Wilson e Maura Tierney risultano interpretazioni da standing ovation non da meno è quella di Joshua Jackson (l’amatissimo Pacey in Dawson’s Creek e Peter Beshop in Fringe) nei panni di Cole Lockart. Cole è, probabilmente, il personaggio a cui ci si affeziona più facilmente, così da non riuscire a giudicarlo negativamente nemmeno quando si scopre il suo coinvolgimento nello spaccio di droga. Cole, infatti, subentrate le difficoltà economiche, è disposto a far di tutto insieme ai suoi fratelli Scotty (Colin Donnel), Hal (Danny Fischer), Caleb (Michael Godere), per non vendere il ranch che appartiene da generazioni alla sua famiglia. «Cole è un’anima tormentata e volatile legata al mondo reale, alla famiglia, alla vita da un cordone ombelicale fatto della carne di Alison e del ricordo di Gabriel». Cole vuole ritornare a essere felice e vuole farlo con Alison, anche dopo che lei gli confessa il tradimento con Noah: «Ho tutto quello che ho sempre voluto. Proprio qui» [Cole ad Alison, ottavo episodio].
Quando l’inafferrabile Alison si allontana definitivamente da lui, Cole è lacerato da una rabbia smorzata e da un’immensa disperazione, come se due cavalli imbizzarriti tirassero da parti opposte il suo cuore in frantumi, ragion per cui le scene finali donano l’immagine struggente di Cole in balia di un pericoloso abisso infinito.
La regia di The Affair tratteggia altri personaggi meno rilevanti, ma che influenzano in diversi modi e a diversi livelli le vite dei due amanti.
Per quel che concerne Noah:

– I suoi quattro figli: la ribelle adolescente Whitney (Julia Goldani Telles) che con le sue bravate tiene costantemente allerta Noah e Helen, il vivace Martin (Jake Siciliano) e i dolci Trevor (Jadon Sand) e Stacey (Leya Catlett). La serie punta i riflettori in particolar modo sull’educazione che i Solloway danno a Whitney, su quanto la fase adolescenziale possa essere delicata da gestire. Whitney cerca costantemente l’attenzione dei genitori, percepisce che il padre non è felice, prima ancora che sia Helen a notarlo. Dietro un’aria sfacciata da ricca diciassettenne newyorkese, svela un avvallato senso di inquietudine.
– I suoceri Bruce (John Doman) e Margaret Butler (Kathleen Chalfant): i due non hanno mai accettato fino in fondo Noah. Egli cerca di trasmettere sani principi ai suoi figli, così come ai suoi allievi a scuola; i coniugi Butler, invece, sembrano conoscere, come unico valore, quello della materialità e della sua ostentazione.
Josh Stamberg nel ruolo dell’amico fidato di Noah, Max: fra le tante storie che intrecciano quella principale c’è anche questa, la storia di una sincera amicizia. Una sincera amicizia, d’altro canto, è anche quella che lega Alison alla newyorkese Jane (Carolina Ravassa).

Oltre i sopracitati fratelli Lockart, intorno alla figura di Alison spiccano due donne dai caratteri così differenti e così ugualmente petulanti: Cherry Lockart (Mare Winningham), madre di Cole e Athena Bailey (Deirdre O’Connell) madre di Alison. Alison non la chiama “mamma”, né la sente come tale, Athena l’ha abbandonata in tenera età per girare il mondo, creando in Alison un vuoto che soltanto l’affetto nutrito per sua nonna Joan (Lynn Cohen) riuscirà a colmare.
Nella seconda stagione a questi personaggi si aggiungono Jon Gottlief, interpretato da Richard Schiff, avvocato di Noah; la fidanzata di Cole, Luisa, interpretata da Catalina Sandino Moreno; Joanna Gleason nei panni di Yvonne, un’editrice che con suo marito ospita nella loro casa degli ospiti Allison e Noah e Robert (Peter Friedman), marito di Yvonne.
Oltre ad arricchire la lista dei personaggi, nella seconda stagione, la rete di legami intelaiata da Noah, Alison, Helen e Cole muta radicalmente. È ancora The Affair l’intrico emozionale di due amanti? Cole ed Helen sono ancora le vittime che miete la passione trascinante dei due protagonisti?

Come per altre serie, 24 ad esempio, ciò che colpisce in The Affair non è tanto la trama, il cliché della storiella di tradimenti, quanto la geniale struttura. Inalterata dal pilot all’ultimo episodio della seconda stagione, indubbiamente il punto di forza della serie; un’impalcatura senza cui The Affair, con molta probabilità, non avrebbe riscosso successo. Ogni episodio è diviso in due parti esatte che mostrano stessi avvenimenti filtrati, però, da due prospettive differenti, quella di Noah e quella di Alison. Cosicché, più che semplici punti di vista contrastanti, tendono a configurarsi come veri e propri paralleli universi narrativi che non si incontreranno mai. I due, come accennato, si ritrovano, in momenti separati, a rispondere alle domande del detective Jeffries; un device narrativo mediante il quale la storia si dipana sottoforma di analessi continue. Qualche parola di Alison o di Noah, un primo piano sui loro volti incerti, un’inquadratura di quinta sullo sguardo imperterrito del detective e si origina una rassegna di ricordi o di memorie sotto mentite spoglie. Grazie a un abile montaggio discontinuo, affiora una narrazione liquida sospesa fra le linee temporali di presente e passato. Le versioni dei due protagonisti, discordanti non solo per dettagli insignificanti (gli orari di un traghetto, i colori di un vestito), ma anche per motivazioni, atteggiamenti e intenzioni, creano un puzzle irrisolto di tessere inconciliabili. A mischiare ulteriormente le carte in gioco, a riprova del dinamismo incalzante del drama noir, nella seconda stagione si aggiungono altre due versioni, quelle di Helen e Cole. The Affair fa risaltare, attraverso lo stratagemma della duplice narrazione, che diviene duplice storia (persino quadrupla), quanto la soggettività alteri la verità, quanto la memoria ne deturpi la consistenza, quanto ognuno percepisca gli avvenimenti secondo un proprio schema di significazione. Il risultato straniante innesca nello spettatore una girandola di ipotesi personali in attesa di verifica o di smentita nell’episodio successivo. Le voci inaffidabili di Noah e Alison, pertanto, personificano efficacemente la mistificazione della realtà.
Joshua Jackson in un’intervista rilasciata a TvLine sottolinea con arguzia che «nessuna delle due versioni è vera ed entrambe lo sono in The Affair. Accade semplicemente che le persone possano credere alla propria versione di verità e che questa possa risultare sbagliata».
The Affair, definito da Emily Nussbaum il “True Detective: For Her“, ha in comune con la fortunata serie di Nic Pizzolatto tre aspetti: la storia filtrata dal punto di vista di un certo personaggio, l’ambiguità del ricordo e la riflessione sullo storytelling. Per quel che attiene alla parabola sulla relatività del vero, Willa Paskin associa, invece, il meccanismo di The Affair a quello della lontana opera cinematografica Rashamon (Akira Kurosawa, 1950).
La divisione dell’episodio in due parti è resa perfettamente tangibile da una scritta bianca su sfondo nero (traccia grafica extradiegetica), in cui è indicato se la prospettiva narrativa è quella di Noah o quella di Alison. Quasi sempre la prima parte è quella di Noah, fanno eccezione il quinto e il nono episodio della prima stagione; una scelta stilistica, questa, su cui viene fatta luce nella seconda stagione. Un’intelaiatura di tale genere avrebbe rischiato, però, di essere solo un vuoto artificio se non fosse stata supportata minuziosamente da personaggi trascinanti come Noah e Alison.
Questi ultimi vengono inquadrati prettamente da vicino (abbondano i primi piani), di modo che l’interesse dello spettatore si rivolga unicamente a quello che, attraverso sguardi e parole, i protagonisti comunicano. Alcune scene sono occupate interamente da dettagli incentrati su Alison e che definiscono esplicitamente il suo composito ritratto psicologico: il taglio profondo inciso sulla coscia, immagine dell’angoscia che le pervade l’animo; il suo stivale con tacco che spegne la sigaretta, immagine della sicurezza che ambisce a dimostrare di fronte al detective. A contrapporsi alle riprese ravvicinate dei personaggi, i campi lunghissimi dei paesaggi. Immagini che spesso si succedono, attraverso associazioni per contrasto, dipingono Montauk immersa nella natura e una New York così freddamente caotica. L’utilizzo quasi costante di inquadrature soggettive conferisce alla serie un ulteriore senso di forte realismo. Velatamente rivelatrice in molti casi, la scelta di inquadrare gli specchi e ancora di più quella di riprendere dal punto di vista fittizio dello specchio. Lo specchio è, infatti, per antonomasia, metafora del doppio.
Il logo della casa di produzione della serie apre ogni episodio. In seguito alla presentazione del logo, una voce fuoricampo di uno degli attori principali, prevalentemente quella di Ruth Wilson o Maura Tierney, annuncia il riassunto dei punti salienti delle puntate precedenti. Il riepilogo, della durata di un minuto e mezzo circa, dà ampio rilievo all’interrogatorio del detective Jeffries e consente, considerata la forte orizzontalità della serie, di destreggiarsi agevolmente nei suoi intrecci. Il primo e il nono episodio della prima stagione, a differenza degli altri otto episodi, presentano, in concomitanza allo scorrimento degli ultimi titoli di coda, un’anticipazione di quello che avverrà nella puntata successiva, così da alimentare la curiosità o incrementare la suspense. Altri due aspetti distinguono il pilot dai restanti episodi: la presenza di un teaser subito seguito dalla rapida comparsa del titolo della serie e la mancanza della sigla. Il breve teaser, ritrae Noah nell’atto di nuotare in una piscina pubblica e una giovane ragazza che gli si avvicina allusivamente e a cui Noah non dà confidenza. Questo prologo appare insignificante fino all’ultimo episodio della prima stagione, quando la stessa identica scena viene reiterata con risvolti assai differenti e che echeggiano marcatamente umoristici.
Generalmente, l’insistenza delle riprese in cui Noah nuota denotano lo stato persistente di stress psicofisico a cui egli soggiace e da cui intende liberarsi facendo attività sportiva. Per egual ragione, ricorrono scene in cui sia lui che Alison fanno footing.

Sigla. La sintesi delle puntate precedenti è seguita dalla sigla, rimasta invariata anche nella seconda stagione. Quest’ultima, mediante un abile montaggio connotativo, firma l’essenza psicologica dell’intero drama, dandone, seppur in maniera complessa, una valida chiave di lettura.
Persistente, nei settantacinque secondi circa, l’immagine del mare di Montauk. Un grigio cupo colora uno spaventoso mare in tempesta; il movimento frenetico della macchina da presa sembra seguirne l’impetuoso andamento. Viene utilizzata, anche, la tecnica dello zoom in che evidenzia l’incombente frastagliare di onde schiumose e che produce un effetto ottico non indifferente. La sensazione è quella di essere trasportati in un enigmatico tumulto angoscioso. La tristezza a cui, in diversi momenti, approdano tutti i personaggi della serie è efficacemente annunciata. Come emerse dal mare, appaiono sulla scena pagine bianche voltate da una mano di cui è lasciato intravedere solo un dito. L’immagine realizza un esplicito rimando alla stesura del secondo romanzo di Noah e, infatti, successivamente si nota non un libro completato, bensì un opuscoletto, la bozza plausibile del suo Descent. Mediante un’affascinante dissolvenza incrociata dal nero su bianco dei fogli, si passa al celeste dell’occhio di Alison in primissimo piano. L’occhio chiuso si apre per poi chiudersi ancora, esprimendo l’estenuante stato d’animo di Alison. I primi piani di Alison e di Noah, che nella sigla affiorano, sono ripresi dagli episodi. L’inquadratura della mano di lei sulle spalle di lui e quella di alcuni secondi dopo, in cui i due sono in un momento di passionalità, pur non essendo riprese fedelmente negli episodi, riecheggiano il collant erotico sentimentale della serie. L’oscurità delle iniziali riprese zoomate è soppiantata intorno al quindicesimo secondo da una visione ad ampio raggio che consente di scorgere un cielo sereno, spiraglio di luce. Mentre il flusso dei fiotti perdura, quella stessa luce illumina fievolmente lo sguardo pensieroso di Noah e subito dopo quello di Alison. Ancora una volta, le immagini sono montate tramite dissolvenza incrociata; l’ottimale decisione tecnico-stilistica segnala emblematicamente il legame che nei dieci episodi unisce i due amanti. Il mare diviene una sorta di voluminoso spazio dinamico in cui figure dai contorni flebili si stagliano fiocamente. A metà sigla i flutti paiono scaraventare sullo schermo un uncino, forte simbolo ambivalente. L’immagine potrebbe, con sottile illazione, riferirsi sia a un amo da pesca e, pertanto, all’attività a cui era dedito il nonno di Alison, sia, con maggiore attendibilità, essere allegorica del suo tentato suicidio; esattamente come il successivo campo lungo, che riprende Alison in procinto di imbattersi in un mare sconfinato. Affine, ma meno esplicita, la scelta adottata due volte di inquadrare, tramite plongée, i piedi di Alison bagnati dalla limpida acqua. Verso la fine, un campo medio cattura un bambino in abiti estivi che corre sulla sabbia e indefinitamente un uomo in acqua. Tale frame costituisce sagacemente un basilare antefatto della storia di The Affair. Le inquadrature dinamiche conclusive danno la viva impressione che la macchina da presa sia come travolta dal moto ondoso.
Lo scorrere delle sfocate immagini è accompagnato da quello degli opening titles che presentano il cast dei personaggi seguito da quello di produzione, il logo della serie e il nome dei suoi ideatori. I titoli di testa continuano ad apparire anche durante le prime scene di ogni episodio; scritti in bianco e con un carattere grafico chiaro e semplice, consentono allo spettatore di non distogliere l’attenzione dal collage delle immagini. Must indiscusso della sigla è il suo tema musicale: Container di Fiona Apple. La cantautrice statunitense ha rinnovato il suo inedito dopo aver visto unicamente l’episodio pilota della serie. Dunque, soffermarsi attentamente su ogni singola parola della canzone per scorgere risvolti inesplicabili della storia o suggerimenti riguardo la prossima stagione è un’impresa ardua quanto vana. Senza dubbio, melodia e testo infondono, con velata maestria, la sensazione di estrema malinconia della serie: “I have only one thing to do and that’s, to be the wave that I am and then sink back into the ocean”.
L’eco della voce penetrante della Apple sembra risuonarci dentro.
Container diviene il fil rouge che congiunge tutti gli episodi.

Al di là della sigla, nel corso della serie vengono adottate altre canzoni, sia on screen che off screen, in maniera idonea, mai invasiva. Why’d you come in here lookin’ like that? (Dolly Parton) canticchia radiosa Alison nel terzo episodio della prima stagione; nel quinto, invece, mette su un vinile, parte il brano Only Love e, mentre la voce di Ken Roberts si propaga nella casa, apre la porta a Noah intonando: “There must be something wrong, he said it’s only love it’s only love”. Altri significativi momenti musicali sono la rilassante e raffinata Black Mambo dei Glass Animals, sottofondo alla scena del quarto episodio della prima stagione in cui Alison e Noah fanno shopping, la romantica That fever di Davidge, il classico della musica Disco September degli Earth, Wind & Fire ballato dai due a una festa e, in ultima sede, la favolosa It’s My Life degli Animals, sottofondo dell’esilarante sequenza che ritrae le varie avventure sessuali di Noah nell’episodio che chiude la prima stagione.
Originale la scelta delle canzoni che accompagnano i titoli di coda, dipingendo un quadro variopinto di generi musicali e di stati emotivi. Si va dal country con la famosa Jackson (Johnny e June Cash) all’indie rock con Honey Sun (Elbow), passando per la malinconica Won’t you come home (Devendra Banhart).
Il soundtrack della seconda stagione è firmato da cantanti del calibro di Paul Simon e Art Garfunkel con April come she will e da una selezione accurata dello scenario musicale alternative.

«C’è questa ipotesi della fisica teoretica di cui ero appassionato a scuola sui viaggi nel tempo, su quello che potrebbe accadere se viaggiassimo indietro nel tempo e prendessimo decisioni differenti nel passato. Su come questo potrebbe condizionare la nostra vita futura. Insomma, la teoria dice che la nostra vera vita, la nostra prima vita, continua così invariata, ma al momento della decisione, una nuova vita si crea, lungo una tangente di un universo parallelo. Così si può, in un certo senso, vivere entrambe le vite». Al chiaro di luna, in riva al mare, con queste parole Noah colpisce implacabilmente Alison, palesemente sempre più affascinata dal saggio professore.
L’ immagine mentale che Alison ha di Noah si contrappone fortemente alla concretezza di Cole. Noah è un sognatore, un romantico, un utopista.
Margaret lo descrive come un idealista. Avvincenti i diverbi centrati sulle divergenze valoriali che separano Noah dai Butler:

[Margaret] L’idealismo va bene quando sei giovane. Non scordare però il bisogno di trovare un uomo che sappia evolvere.

[Whitney] Evolvere in cosa?

[Margaret] Al pragmatismo.

[Noah] Che assomiglia esattamente a cosa, Margaret?

[Margaret] Ti prego, non abboccare all’amo.

[Noah] No,no, no. “Pragmatismo” è uguale a “soldi”, non è così?

[Margaret] Così gira il mondo, Noah, che ti piaccia o no.

[Noah] So che non ha molto senso per te, ma io ed Helen cerchiamo di crescere degli esseri umani decenti, buono cittadini, non solo idioti felici con nient’altro in mente a parte come avere, spendere o guadagnare di più.

I dialoghi, in un drama come The Affair, sono le uniche armi fornite allo spettatore per tracciare i complessi profili psicologici dei personaggi; motivo per il quale, insieme alla suddetta struttura, costituiscono il punto cardine di questo serial.  Non è lasciato spazio a riflessioni da parte di un narratore esterno o a suggestivi monologhi in momenti in cui i personaggi sono soli, tutto gravita intorno alla gestualità, alle espressioni dei volti che accompagnano i dialoghi e agli stati emotivi che da questi affiorano. Dai dialoghi evince un linguaggio ordinario, non certamente privo di scurrilità. Parole come “fuck”, “ass”, “dick” sono reiterate in ogni episodio, in particolar modo nelle relazioni fra genitori e figli, sentore di quanto la crisi famigliare, che The Affair rappresenta, si manifesta anche su un piano formale. Semplice e spontaneo, quello di The Affair è un linguaggio in cui chiunque, in fondo, può ritrovarsi.
Il forte impatto comunicativo che le scene d’intimità hanno si origina dal fondersi del linguaggio del cuore con quello del corpo. Nell’episodio finale, ad esempio, la tenace Helen, sprofondata in un vortice angoscioso per l’assenza di Noah, rivolgendosi a lui, in lacrime, confessa:
«Odio la mia vita senza di te. Sai… sai un tempo ti piacevo per quel che sono. Credevo mi avessi scelta per quel che sono. È così! È così! Volevi un certo stile di vita ed è ciò che ti ho dato. Eri… eri stufo di essere povero. Volevi una grande famiglia, avrei potuto impedirti di avere anche quello. Non mi servivano quattro figli per compensare la desolazione che è stata la mia infanzia! Sai, non mi hai mai dato la possibilità. Non hai mai detto: “Ora sono diverso, voglio qualcos’altro.” Hai scelto di distruggere tutto, ma posso cambiare, ce la posso fare. E ci sto lavorando con il dottor Gunderson due volte a settimana e ora ho nuovi metodi».
Un discorso a parte merita lo sfondo crime di The Affair: l’interrogatorio che il detective Jeffries effettua. Uno sfondo che con l’avanzare delle puntate prende il sopravvento e a cui, come il season finale della prima stagione suggerisce, nella seconda stagione viene dato ampio rilievo. Lontane da qualsivoglia forma di sentimentalità, le domande che il detective pone a Noah e Alison appaiono attentamente calibrate parola per parola. A volte sembrano domande di un’usuale chiacchierata fra amici, ma la fermezza espressiva del detective smentisce subitamente questa fugace impressione. Una stanza dai colori chiari sguarnita di ogni ornamento induce a concentrarsi esclusivamente sul colloquio. L’enigmatico detective Jeffries freddo e razionale a quale gioco sta giocando? Quale pista sta seguendo? Un rebus da sciogliere.

[Noah] Posso farle una domanda?

[Detective Jeffries] Certo.

[Noah] Come può essere rilevante con ciò che è successo?

[Detective Jeffries] Forse non lo è, signor Solloway. Sto solo raccogliendo qualche informazione sulle persone che conoscevano la vittima e come sono collegate fra loro.

[Noah] Perché?

[Detective Jeffries] Per cercare di capire se qualcuno avesse un movente per uccidere quest’uomo.

[Noah] Pensavo fosse stato un incidente.

Di tanto in tanto, un sospiro d’ilarità attenua la presa drammatica che connette gli episodi, non mancano infatti, conversazioni con un tocco velatamente sarcastico o frasi totalmente ironiche:

-Nono episodio, prima stagione, Max a Noah:

«Le donne sono come il mercato azionario. Se investi i tuoi soldi in un fondo comune di investimento ad alto rendimento, li lasci lì a maturare. Non li togli da lì per rischiare con una start-up che ti sembra attraente. Il novantanove percento di quelle società fallisce e tu ci resti fottuto. Lascia i tuoi soldi dove sono.»

-Sesto episodio, prima stagione:

[Noah] Non hai neanche letto il mio primo libro.

[Max] Ehi, ascolta, ti voglio bene e ho letto la… dedica.

[Noah] Cosa? “A Helen”?!

[Max] A Helen. Helen Butler.

Arriva Alison:

[Max] Alison, probabilmente hai notato che il mio amico è leggermente… più bello di me, ma io sono notevolmente… meno sposato di lui.

Quintessenza eloquente di The Affair è la città di Montauk, dove la serie si svolge principalmente. La qualità della luce limpidissima pone in risalto un paesaggio verdeggiante mozzafiato e un mare impietoso: Montauk, «The end of the world» [Alison], una cittadella turistica dove il tempo sembra essersi fermato. La sensazione di calma interiore che l’eterea bellezza di Montauk infonde a prima vista cela un misterioso senso di sterminata malinconia. Una malinconia che incornicia gli eventi in cui i personaggi sono coinvolti, che riflette i loro stati d’animo più nascosti.

«I think of Montauk as the fifth character of the series. When I start writing, it’s really important to me to have a specific place that I set the story in because it just really informs the tone of everything that takes place there» («Penso a Montauk come il quinto personaggio della serie. Quando comincio a scrivere, per me è molto importante avere un luogo dove impostare la storia perché fornisce molti dettagli sull’andamento di tutto ciò che avviene lì») [Sarah Treem 2014].

The Affair con assoluto realismo replica il turbinio di emozioni che, usando un gioco di parole, ogni love affair reca con sé inevitabilmente. Così, i creatori non hanno potuto fare a meno di menzionare la più grande storia d’amore della letteratura di tutti i tempi, quella di Romeo e Giulietta: «[…] E gli adulti sono imperfetti. Romeo e Giulietta sono ragazzini. Sono innocenti. Non feriscono mai nessuno, non tradiscono mai nessuno, quindi visto che sono innocenti, il loro amore è puro, ma quando gli adulti interferiscono anche se cercando di aiutare, cosa che sia la nutrice che il frate fanno, finiscono per corrompere questo amore perfetto. Quindi, quello che Shakespeare sta cercando di dire è che un amore puro non può esistere in un mondo imperfetto» [Noah ai suoi studenti, ottavo episodio, prima stagione].
Ribattuto nel corso degli episodi, il riferimento favolistico a Peter Pan, il famosissimo romanzo di James Matthew Barrie. Alison nel pilot rivela a Noah che Peter Pan è il suo libro preferito.  La predilezione apparentemente frivola di Alison verso un’opera per ragazzi è motivata da toccanti scene in cui si reca alla lapide del figlioletto leggendone qualche pagina. Ad Alison, Peter Pan restituisce idealmente quello stato di gaudio che ornava la sua vita, quando a svegliarla era il suo Gabriel.
Prestando attenzione agli sgoccioli finali della prima stagione, si nota la presenza di altri riferimenti letterari, minimi ma indicativi. Nella seconda stagione desumiamo tracce di quello che il mondo dell’editoria nasconde: compromessi. Un campo che, sotto le stampe di libri atti a ipnotizzare il maggior numero di lettori, cela l’idea portante del capitalismo: vendere, vendere, vendere. Alla luce delle divergenze fra lo scrittore Noah e Harry (Stephen Kunken), suo editore, affiorano i titoli di due famosi romanzi del Premio Nobel per la letteratura John Steinbeck, uno è Uomini e topi (1937), l’altro La valle dell’Eden (1952).  Noah trascorre, durante un consistente lasso di tempo, le sue giornate al dipartimento d’istruzione di New York per un atto illecito. Tutto quello che accade fra un tavolo e l’altro dell’angusto ufficio funge da elisir d’ispirazione per la stesura del suo secondo libro, Descent. L’ispirazione maggiore proviene dalle letture del collega con cui condivide la scrivania: Infinite jest di David Foster Wallace, La compagnia dell’anello, Le due torri, Il ritorno del re, tutti e tre di J.R.R. Tolkien (tracce grafiche diegetiche). Ironico il riferimento verbale al capolavoro di Dostoevskij Delitto e castigo. L’animo profondo di Noah, guardando oltre la superficialità delle cose, scorge, tra quelle quattro mura, qualsiasi particolare. Un esempio è desunto dal celeberrimo aforisma presente su un quadro da cui egli trae, come rivela il suo sguardo, un momento di meditazione: “Sky is the limit”.

 

Roberta Vitale

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