Squadra antimafia - Palermo oggi

Squadra antimafia - Palermo oggi

Questo è un paese che gli eroi li ama soltanto quando sono sotto terra.
(Squadra antimafia – Palermo oggi; 1, 5)

Squadra Antimafia – Palermo Oggi è una fiction televisiva italiana creata da Pietro Valsecchi e prodotta da Taodue (società produttrice tra gli altri anche di R.I.S – Delitti Imperfetti e R.I.S Roma – Delitti Imperfetti, Distretto di Polizia, Il tredicesimo Apostolo). Andata in onda su Canale 5 dal 31 marzo 2009, è ancora in produzione: con l’ottava stagione, mandata in onda nel 2016, si conta un totale di 74 episodi, ciascuno della durata di 100 minuti circa.

In un’intervista, il regista Beniamino Catena afferma che Squadra Antimafia «ha un elemento comics, da romanzo d’appendice, un tono molto romanzato e svincolato dalla realtà contingente. Quasi mitico. E la regia amplifica questo tono immaginifico, svincolandosi dal linguaggio tipico della fiction. È più polveroso, più sporco e più pop». Specificando che è «più pop nel senso che la presenza di certi attori nel cast che si comportano in un determinato modo è legata ad un certo immaginario grazie al quale abbiamo portato anche i giovanissimi a seguire Antimafia. È un action poliziesco» [1].
Le prime quattro stagioni si concentrano sul ritorno a Palermo dei vecchi clan mafiosi cacciati negli anni ’80 dai Corleonesi. Queste famiglie, dopo diversi anni negli Stati Uniti, rientrano in Sicilia con il progetto di riconquistare quel potere, a suo tempo perso, per ridare lustro a una grande famiglia per troppi anni in esilio. Questo è il  motivo che spinge il vicequestore della squadra mobile di Palermo, Stefano Lauria, a rivolgersi alla collega e amica di Roma Claudia Mares.
Dopo un lungo flashback riferito al 1992, in cui Claudia Mares è impegnata come agente di scorta nel salvataggio di una bambina, che si capirà in seguito essere Rosy Abate, la scena si sposta di sedici anni nel momento in cui la Mares, arrivata a Palermo, si ricongiunge con l’amico Stefano Lauria. Questi mostra una forte preoccupazione per quello che si sta verificando in Sicilia, decidendo di parlarne con la collega durante un briefing privato, organizzato in segreto in un luogo ritenuto sicuro da cui si può osservare tutta Palermo.
Fin dall’inizio, proprio per il tono di segretezza utilizzato dal vicequestore, si comprende la gravità della situazione in cui versa Palermo. Ma poco prima di poter rivelare e spiegare a Claudia le sue scoperte riguardanti una lista di uomini politici corrotti e collusi con la mafia, Lauria viene assassinato. La ricerca della lista dei nomi, la cosiddetta “lista Greco”, rappresenterà uno dei fili conduttori delle stagioni successive.
La morte dell’amico convince la Mares a fermarsi a Palermo. Questo le vale la nomina a vicequestore della “Duomo”, la sezione antimafia della Questura locale.
Le indagini sull’omicidio di Lauria si intrecciano con una pista più complessa che fa capo alla questione più generale di una guerra, tanto temuta da Lauria, tra i vecchi e i nuovi clan mafiosi.
Nel mentre, arriva a Palermo anche Rosy Abate, pure coinvolta nella guerra di potere, per sposare il suo fidanzato americano Salvo Rizzuto, con l’intenzione di far ritorno nuovamente negli States. La Mares, avuta notizia delle nozze, invia un messaggio a Rosy chiedendole di poterla vedere. Durante l’incontro avvenuto tra la Mares e la Abate, quest’ultima le confida il desiderio di voler tornare a New York, città dove nessuno la conosce e che le permette di vivere con maggiore serenità.
L’intento di Claudia, ovviamente, è quello di indagare senza destare sospetti all’interno di quei nuclei mafiosi grazie alla sua conoscenza diretta con Rosy, permettendo così alla “Duomo” di capire come si siano modificate le dinamiche del vecchio potere a fronte di una nuova realtà, fatta di conoscenza delle nuove tecnologie e di spionaggio industriale per il controllo del territorio e delle risorse produttive.
Nella serie, l’elemento drama, in cui l’aspetto professionale viene attenuato da percorsi personali, si riscontra nella verticalità e orizzontalità delle vicende riguardanti la vita privata dei personaggi, con particolare attenzione per il legame tra Claudia Mares e Ivan Di Meo, vicequestore, protagonisti di una tormentata storia d’amore.

Claudia Mares, interpretata da Simona Cavallari, è il vicequestore della “Duomo” a Palermo. Si tratta di una donna determinata, l’immagine della poliziotta single senza famiglia che dedica tutta la vita al lavoro ma non per questo priva di sentimenti.
Ivan di Meo, interpretato da Claudio Gioè, è il vicequestore della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Palermo. Già dai  primi incontri con la Mares si può capire, attraverso gli sguardi e le riprese orchestrate, come tra i due ben presto nascerà una relazione. È lui l’uomo di cui Claudia si fida di più, arrivando persino a dubitare di tutti i suoi uomini coinvolti nelle attività di investigazione. La squadra della “Duomo” è composta anche da Alfiere (Ninni Bruschetta), in servizio da trent’anni. È il sospettato numero uno dopo una serie di indizi che hanno portato ad ascoltare, in un’intercettazione ambientale in carcere, un dialogo tra Nardo Abate e il suo compagno di cella: «Lo sbirro che non ci vede canta che è una bellezza!» (1, 4), chiaro riferimento ad un momentaneo problema di salute dello stesso Alfiere.
Gli altri personaggi che affiancano la Mares sono Gigante (Lele Vannoli), Africa (Marco Leonardi) e Viola (Silvia De Santis).
Rosy Abate, interpretata da Giulia Michelini, è l’unica donna della famiglia mafiosa. Allevata dal fratello Nardo alla morte dei genitori, Rosy vive parte della sua giovane vita a New York, crescendo come una ragazza della sua età, con dei valori e dei principi che la vogliono lontana dal mondo della mafia da cui proviene. La morte del marito e l’arresto dei fratelli nella prima stagione e, successivamente, la loro morte nella seconda, la segneranno al punto tale da danneggiarne irreversibilmente la personalità. In seguito, sarà lei a prendere il posto di capo indiscusso della cosca mafiosa.
Nel corso delle successive stagioni, la squadra della “Duomo” verrà progressivamente sostituita da nuovi agenti e con l’ampliamento sulla scena internazionale della riprese, in Colombia, compariranno nuovi boss mafiosi e non più solo italiani.
Entrano a far parte della “Duomo” dalla seconda stagione:
Sandro Pietrangeli, alias Pietra, interpretato da Giordano De Plano, è una figura rude all’interno della squadra, probabilmente il degno sostituto di Africa, dai toni poco gentili e decisamente brutali. Nel corso delle varie stagioni, egli attenuerà questo aspetto del suo carattere.
Luca Serino, interpretato da Francesco Mandelli, ricopre  il ruolo di un ragioniere arrivato da Milano. Timido e con poca esperienza sul campo, all’inizio subirà le vessazioni di Pietra, riuscendo gradualmente ad adattarsi a questa pericolosa realtà meridionale.
Fiamma Rigosi è l’esperto informatico che sostituisce Viola. È interpretata da Alice Palazzi.
Domenico Calcaterra affiancherà Claudia Mares alla guida della Duomo dalla terza stagione in poi. Interpretato da Marco Bocci, Calcaterra contrappone inizialmente ai metodi poco leciti della Mares i suoi “schemi sinergici”, efficaci e alla fine compatibili nella relazione lavorativa.
Figura di spicco è quella di Filippo De Silva, interpretato da Paolo Pierobon, un uomo spietato e senza scrupoli che non perde occasione per allacciare rapporti con le figure chiave del clan:

[Filippo De Silva] Ascoltami, Rosy: questo è lo Stato, quello che ti fa la caccia, la guerra e questa è la Mafia, Cosa Nostra, criminalità organizzata, chiamala un po’ come ti pare. Siete nemici mortali […]. Io sto in mezzo: io rappresento quella parte dello Stato che non vi vede come un nemico ma come una risorsa, quella parte di Stato disposta a trattare con voi e che per far questo ha bisogno di interlocutori affidabili, disposti a lavorare per il bene comune. […] Tu sei un cavallo vincente, Rosy, devi essere libera di correre senza legami […]. Dobbiamo ripulirti, Rosy, e per ripulire te dobbiamo sporcare Claudia Mares (Squadra antimafia; 3,3)

La quarta stagione vede protagonista la famiglia dei Mezzanotte, originaria di Trapani. Dante, una brillante interpretazione di Andrea Sartoretti (già conosciuto nel ruolo del Bufalo in Romanzo Criminale), rappresenta la mente. Laureato in economia, è razionale e intelligente, al contrario del fratello Armando (Massimo De Santis), uomo con un’indole violenta e con precedenti per estorsione e gioco d’azzardo.

Sigla. La fiction inizia in assenza di un riassunto delle puntate andate in onda precedentemente. In sovraimpressione appare il nome della società di produzione, la Taodue film, seguita dai nomi del cast che compaiono alternativamente negli angoli dello schermo mentre inizia il teaser. Dopo un minuto, parte la sigla, di circa 6 secondi: la musica, di Andrea Farri, accompagna la combinazione su sfondo nero del titolo, Squadra Antimafia in grassetto, come se vi fosse una trasparenza in grado di farci percepire le fiamme, chiaro riferimento ai numerosi attentati presenti nella serie e Palermo oggi in bianco evidenziato di rosso. Gli episodi terminano con la ripetizione della sigla iniziale seguita, poi, dai titoli di coda.
Nelle stagioni successive, la colonna sonora, modificata nella struttura con la particolare evidenza attribuita al numero della stagione inserito nel titolo (Squadra Antimafia – Palermo oggi 2, 3, 4, 5), parte dopo circa tre minuti e non compare più alla fine dei singoli episodi, dove è sostituita esclusivamente dai titoli di coda.

Nella realizzazione di quest’opera la regia ha saputo armonizzare con abilità scene interne ed esterne ai luoghi.
L’abbigliamento dei personaggi ha un suo stile preciso e cambia a seconda dello status e dei mutamenti di vita di ognuno di loro. All’eleganza bon ton della Rosy dei primi anni, cittadina d’America, si contrappone quello di una donna mafiosa dei nostri tempi che vive le sue trasformazioni dopo aver abbandonato una vita ricca e agiata,  costretta ora ad una fuga perenne. Spariscono abiti raffinati, gioielli, unghie ricostruite, capelli curati. La nuova Rosy si mimetizza, il suo abbigliamento è scomposto, spesso sciatto, e cambia come la sua personalità. Stivaletti, jeans e chiodo in pelle nero diventano quasi una divisa.
Di contro, le influenti figure maschili dei clan vivono l’ostentazione del potere, sottolineato dagli oggetti di lusso delle residenze, delle auto e di quegli ornamenti personali che amano indossare. È l’elemento distintivo rispetto ai vecchi padrini, l’anello d’oro portato al mignolo, simbolo inconfondibile di autorevolezza.
Sin dalla prima versione, regia e sceneggiatura si fondono con maestria catturando l’interesse dello spettatore e, nelle prime puntate, non mancano cliffhanger che lasciano col fiato sospeso.
Le scene mostrano realismo interpretativo ma spesso risultano anche poco credibili per qualche esagerazione narrativa. Nei personaggi tutti è presente un’antitesi notevole tra la durezza verbale e la fragilità dei sentimenti che emerge anche nelle figure criminali, esasperando le emozioni.
Durante tutta la proiezione, le ambientazioni variano. L’inizio di ogni scena è evidenziato con un titolo che specifica il luogo dello svolgimento dell’azione.
Per ciò che riguarda le sedi della Duomo, queste cambiano di stagione in stagione, anno dopo anno, in base ai traguardi raggiunti. Quello che emerge, infatti, sono le notevoli differenze delle strutture operative della squadra. Inizialmente, gli uffici sono ubicati in un luogo fatiscente e lugubre più simile ad uno scantinato che ad un dipartimento di polizia degno di essere definito tale, quasi a voler nascondere un’identità lavorativa, mentre, nella quarta serie, ci troviamo di fronte ad un loft  moderno e luminoso, un edificio confiscato alla mafia.
La trama e la personalità degli interpreti hanno permesso alla fiction di ottenere un grande successo di pubblico e alcuni attori, ancora non del tutto conosciuti, hanno raggiunto un livello di popolarità tale da essere seguiti da un numero sempre crescente di fan.

Squadra Antimafia – Palermo oggi è una serie di genere drammatico-poliziesco. L’incessante lotta tra bene e male, tra Stato e mafia, porta a confrontarsi con registri diversi. Da una parte abbiamo quello utilizzato dalla squadra della Duomo, che alterna momenti di rigore a dialoghi rozzi e sgarbati presenti in situazioni di frustrazione per operazioni mal riuscite e soprattutto negli  interrogatori ai malavitosi. Di seguito alcuni esempi:

[Senegalese] Io non ho ammazzato nessuno e voi mi state trattenendo illegalmente.

[Africa] Illegalmente! Bella, me piace ’sta parola, lo parli bene l’italiano. Bravo! Bonfante è morto affogato e sotto le sue unghie c’erano frammenti di pelle nera, pezzo di merda!

[Senegalese] Non sono l’unico nero a Palermo.

[Africa] È vero, non sei l’unica faccia di merda nera qua a Palermo. Però scommetto che il dna è lo stesso. Ah, dna! Conosci pure questa parola! Bravo! Lo parli bene l’italiano! […] Pezzo di merda! Quando uno come a te cerca di ammazzare uno di noi siamo tutti molto ansiosi di conoscerlo. Nu me pigghiare pi ’u culu a mie! A mie nu me prendi per il culo! (Squadra antimafia; 1, 5)

Oppure:

[Gigante] ’Ndo cazzo sta?

[Africa] Vaffanculo! L’avevo detto che era un casino!

[Gigante] (al telefono) Dottoressa, l’abbiamo perso (Squadra antimafia; 1,1)

Dall’altra parte, invece, c’è il registro delle famiglie siciliane, degli “scappati” e dei discendenti dei Corleonesi, che il più delle volte usano uno stile informale ma rigoroso, per mettere in atto una precisa strategia comunicativa di intimidazione, convincimento e vessazione.
L’esempio di seguito riportato si riferisce alla scena dell’interrogatorio a Nardo Abate, arrestato nel giorno delle nozze della sorella Rosy. Quale uomo di mafia e quindi omertoso, Nardo non confessa i suoi crimini, ma cerca di far ricadere la colpa su quelle famiglie di Palermo che vorrebbero incastrare gli Abate per aver fatto ritorno in patria.

[Nardo Abate] Mi ha fatto male pure sapere che chi li ha ammazzati non pagò. E che fummo costretti a scappare dall’altra parte del mondo. E oggi pago io. Chiuso qua dentro senza motivo; paga mia sorella Rosy nel giorno più bello della sua vita. Pagano i miei perché ancora una volta c’è qualcuno nascosto nell’ombra là fuori che muove i fili, così che i bravi burattini con le loro divise azzurre fanno ’u teatrino. […] Io non so di che cosa parla, dottoressa. Ci stanno mettendo in mezzo perché a qualcuno dà fastidio che siamo tornati. Qualcuno sta tragediando. Lo sa che cosa significa dottoressa? (Squadra antimafia; 1,1)

[Michele Lo Pane] Io prego per voi che dite il vero. Perché se scopro che state tragediando, allora quello che è successo vent’anni fa tra i vostri e i nostri parenti, a confronto sarà uno scherzo. Sono stato chiaro? Dio vi benedica a tutti (Squadra antimafia; 1,1)

[Michele Lo Pane] Allora ’u capisti alla fine che Trapani è un tragediatore? Che io non c’entro niente con queste minchiate? (Squadra antimafia; 1,4)

Il secondo ed il terzo esempio si riferiscono ad alcune battute del boss Michele Lo Pane. È utilizzato spesso il verbo tragediare, ricorrente, nella serie, nel linguaggio utilizzato dai mafiosi; si tratta dell’italianizzazione del verbo siciliano (attestato effettivamente nel trapanese, a Salemi, dal Vocabolario Siciliano di Piccitto e Trovato [VS 5,669].
Lo stesso modo di comunicare, improntato alla persuasione degli interlocutori, ritroviamo nel seguente dialogo tra Giacomo Trapani e i membri della Commissione, dove ambiguità e finto buonismo combaciano.

[Trapani] Michele Lo Pane è morto ed è un peccato. E io voglio ricordarmi di lui per tutte le cose buone che ha fatto. Voglio proporre un brindisi alla memoria di Michele Lo Pane! […] Tu lo sai perché è un bene ascoltare, Bonomo?

[Bonomo] No.

[Trapani] Perché ascoltando si imparano molte cose. Noi siamo come confessori che ascoltano in segreto i fatti, le preghiere, poi chiediamo il conto dei peccati. Io vi invito a pensare insieme a me ad un giorno nuovo, più prospero. Più prospero di affari per tutti, brindiamo! Aa saluti! A Michele Lo Pane! (Squadra antimafia; 1,5)

E ancora:

[Trapani] Io vi voglio prima di tutto ringraziare, per aver accettato questo mio invito qui. Segno che avete capito che sono un uomo di buona volontà, uno che non cerca la vendetta.

[Bonomo] Don Giacomo non tirate troppo la corda. E la morte di Lo Pane come la chiamiamo?

[Trapani] Giustizia, Bonomo, che quella è un’altra cosa. […] Io lo so che tra di voi c’è qualcuno che non mi è amico e io lo rispetto perché la pace si fa con i nemici, non con gli amici. La pace. Noi dobbiamo fare la pace, è quello di cui abbiamo bisogno ora. Per pensare al futuro. Per smetterla di guardarci indietro per tutelare meglio i nostri affari. C’è qualcosa di più importante, Amaturo? Questo dobbiamo proteggere. (sfilando il portafoglio di Amaturo). Ce lo teniamo vicino al cuore, però è più facile che ce lo sfilino perché tutti sanno che è lì. Come i nostri affari. Terreni, palazzi, raffinerie, tutta roba che si vede e quando si vede è più facile che a qualcuno ci viene voglia di mettere le mani sopra. Chi di voi non ha subito l’onta di un sequestro? Di una confisca? Ditemelo! Vogliamo continuare così? Ci vogliamo spaccare la schiena a poi arriva uno sbirro, un giudice e mette le mani sulla nostra roba. Bisogna cambiare. Noi dobbiamo trasformare il frutto del nostro lavoro in qualcosa che non si vede. Ah, ma a fare i maghi dobbiamo fare diventare le cose, i nostri guadagni, roba che non si può toccare, azioni, fondi, obbligazioni, tutta roba “clean”, roba pulita. (Squadra antimafia; 1, 6)

La donna, negli affari di mafia, non è ben vista e quando Rosy Abate affronta Lo Pane per avere spiegazioni circa la morte del marito, la reazione del boss è la seguente:

[Michele Lo Pane] Io non capisco perché sta fimmena sta qui tra noi.

[Giacomo Trapani] Perché lei oggi rappresenta la famiglia Abate.

[Bonomo ] ’E fimmene! Una è picca e due so assai.

[Michele Lo Pane] Minchiate! State tragediando! Voi c’avete qualcosa in testa ma io non mi lascerò fregare vi fermerò capito? Tu a me nu me piji per ’u culu! A Michele Lo Pane non lo fottete! Non lo fottete! […] Sono io che devo spiegazioni a questa fimmena? Signori, il mondo si sta capovolgendo! (Squadra antimafia 1,3)

E ancora, nella seconda stagione, quando Rosy inizia a imporre la sua figura all’interno della Commissione palermitana:

[Boss  Manzella] Io nu trattu cu ’e fimmene!

[Boss Zagaria] La lingua la usi bona. Puru la testa è bona, ma certi affari li trattiamo con tuo fratello.

[Rosy Abate] Ma sì, ma sì. Certo. Ma la mia solo una chiacchiera era. Che in fondo lo sappiamo, no? Ca cummannare nun è travagghio pe’ fimmene, giusto?

[Boss Manzella] Giusto. (Squadra antimafia; 2, 3)

Nei primi due episodi, inoltre, sono presenti dei brevissimi dialoghi in inglese tra Rosy e suo marito Salvo, appena tornati da New York, per i quali non sono stati inseriti sottotitoli o perché elementari e facilmente comprensibili, come ad esempio “I love her” (Squadra antimafia; 1,1), o perché immediatamente spiegati in italiano dai due giovani:

[Salvo] I can believe it, is a mess! Is already a fucking mess.

Da quanto tempo siamo sposati? Dodici ore? Meno di dodici ore, guardaci, stiamo già così (Squadra antimafia; 1, 1)

[Salvo] Ok, ok, Rosy, io non so quello hanno fatto i tuoi fratelli. Non mi interessa. Non lo voglio sapere, ma io e te ne restiamo fuori, ok?[Rosy] What? What are you talking about? They’re my brothers! Sono i miei fratelli! Come minchia mi chiedi di restarne fuori? Comeee?? (Squadra antimafia; 1, 1)

I prestiti non adattati dall’inglese sono frequenti ma usuali (racketbusiness); lo è meno clean, che dà l’idea non delle tradizionali attività illegali gestite dalla mafia, ma di qualcosa di diverso, di più moderno: azioni, fondi d’investimento. La mafia, ormai, guarda con attenzione all’alta finanza perché si è evoluto il suo concetto di “affari”:

[Trapani] Pensiamo a guardare avanti. Business is business! (Squadra antimafia; 1, 1)

Completano il quadro vari dialettalismi bandiera, molto frequenti all’interno della serie: salutamu, amunì, minchia.

 

Ludovica Monteforte

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