Six feet under

Six feet under

Non ho mai lavorato in un’agenzia di pompe funebri così deprimente! (Six feet under; 1, 10)

Campione di ascolti dal primo all’ultimo episodio, Six feet under è una serie drammatica statunitense andata in onda dal 2001 al 2005 per un totale di 63 episodi di 52 minuti ciascuno (tranne il pilota che supera i 62), divisi in sole 5 stagioni e terminata per precisa volontà dell’ideatore, nonché sceneggiatore e regista di alcuni episodi, Alan Ball (True Blood, Premio Oscar nel 1999 per la miglior sceneggiatura originale con American Beauty), che ha considerato l’arco narrativo ormai concluso. È stata prodotta dalla HBO Original Programming e dalla The Greenblatt, Janollari Studios, Actual size, Inc. ed è andata in onda sulla rete televisiva HBO a partire dal 3 giugno 2001. In Italia è stata trasmessa dal 5 aprile 2004 sul canale Italia 1.

Six feet under sdogana uno dei tabù più radicati nella nostra società: la morte.
L’argomento, di per sé, non è certo nuovo ai fan delle serie TV: sono stati mostrati omicidi, occultamenti e ritrovamenti di cadaveri, autopsie e funerali, ma nessuno prima d’ora aveva avuto il coraggio di raccontare quello che accade “dietro le quinte”.
Lo fa per primo Alan Ball che, attraverso le vicende della famiglia Fisher (proprietaria di un’agenzia di pompe funebri) e dei loro clienti, conduce lo spettatore in un mondo nel quale la morte altro non è che una merce come un’altra. Il critico televisivo Aldo Grasso in una delle sua analisi afferma che il telefilm «riguarda la morte come morte che dà la vita, perché una società di pompe funebri vive sulla morte degli altri».
La prima puntata di Six feet under, come del resto tutte le altre, si apre con una dipartita, ma questa è una morte diversa, perché ad andarsene è Nathaniel Fisher, il capofamiglia, rimasto ucciso in un terribile incidente d’auto. Questo provoca all’interno della famiglia grande scompiglio non solo perché per la prima volta i componenti si ritrovano ad essere loro quelli sconvolti da un lutto, ma anche perché la morte del patriarca stravolgerà tutti gli equilibri familiari. A fare da spalla alla famiglia Fisher saranno i fantasmi dei defunti (lo stesso Nathaniel Fisher apparirà ai suoi cari per commentare sarcasticamente le loro vicende) i quali, in particolare nel momento della vestizione, avranno delle conversazioni con i protagonisti. Questi ultimi, infatti, il più delle volte si ritroveranno a parlare della propria esistenza a dei cadaveri. La profondità di quei momenti, per quanto assurdi, sta nel vedere un uomo che, metaforicamente, si spoglia confidando le proprie sensazioni ad un cadavere che invece nudo è realmente. Non è un caso, dunque, che la famiglia Fisher, apparentemente normale ma con un lato uncoventional, sia stata ribattezzata in patria «la famiglia Adams del 2000» [1].
Accolto con clamore, soprattutto in America, sia dal pubblico che dalla critica, Six feet under è un telefilm dalle mille tinte, nel quale si passa, con estrema maestria, da un umorismo noir e stravagante a momenti drammatici ma mai lacrimevoli.
La straordinarietà della serie consiste, dunque, nell’essere credibile nonostante sia paradossale e il merito di ciò è da ricercarsi negli attori che, di stagione in stagione, approfondiscono il loro personaggio con una ricercatezza sorprendente. I personaggi, infatti, sono costruiti con assoluta accuratezza, ognuno ricorda solo sé stesso e tutte le caratteristiche (da quelle caratteriali a quelle linguistiche) sono studiate meticolosamente.
Coerente con il leitmotiv della serie, lo sceneggiatore Ball decide di chiuderla dicendo addio a tutti i suoi personaggi: nell’ultimo episodio della quinta stagione, infatti, è raccontata al pubblico la morte, avvenuta in modi e tempi diversi, di tutti i protagonisti; un finale così inaspettato lascia i fan commossi e sicuramente sorpresi.
La forza, l’innovatività di questo dramedy, vincitore di diversi premi tra cui un Emmy nel 2002 come miglior serie drammatica [2], non è la morte in quanto tale ma il modo in cui essa è raccontata. Senza vincoli, senza la paura di ferire lo spettatore o di oltraggiarlo e lasciandosi alle spalle il giudizio di una cultura gretta e moralista, Six feet under racconta la morte senza ipocrisia perché la vita non può prescindere da essa. Il telefilm, infatti, può essere considerato una sorta di viaggio catartico durante il quale lo spettatore entra in contatto con il mondo del lutto, familiarizza con esso e impara a rispettarlo.

La serie segue le vicende di una famiglia sui generis, i Fisher, proprietari di un’impresa di pompe funebri. Nathaniel Fisher (Richard Jenkins) è il capofamiglia che muore nell’episodio pilota ma che non abbandonerà mai moglie e figli. Nathaniel “Nate” Jr. (Peter Krause) è il figlio maggiore che lascerà Seattle per trasferirsi a Los Angeles e occuparsi degli affari di famiglia. Nell’aereo che lo riporta a casa conosce e instaura un rapporto intimo con Brenda Chenowith (Rachael Griffiths) che diverrà la sua ragazza. Nate diventa socio nell’attività di famiglia assieme a suo fratello David (Michael C. Hall), gay, inizialmente non dichiarato, che vive un profondo contrasto interiore tra come vorrebbe essere e come invece la società lo costringe a comportarsi; Dave ha una storia con Keith Charles (Mathew St. Patrick), poliziotto apertamente omosessuale. Ruth Fisher (Frances Conroy) è la madre e la morte del marito le darà la possibilità di vivere la vita che avrebbe voluto, ma senza potersi allontanare dal suo passato. Claire è la figlia più piccola, ribelle ed egoista.
Completa il cast Federico Diaz (Freddy Rodriguez), necroforo e abilissimo nel restaurare i corpi deformati da incidenti.

Six feet under ha una serialità marcatamente orizzontale e il caso della settimana (o, per meglio dire, “il morto”) serve da collante alle vicende della famiglia Fisher.
La puntata si apre senza riepiloghi o teaser, direttamente con la sigla.

Sigla. La lunga sigla di Six feet under, della durata di un minuto e quaranta, illustra la storia del viaggio che conduce il corpo di un uomo dal tavolo di un obitorio al cimitero. Numerosi sono i simboli allegorici utilizzati: la presenza di un corvo, che tradizionalmente è legato a cattivi presagi, dei fiori che appassiscono e di un albero, simbolo della serie, che all’inizio della sigla è verde e rigoglioso mentre alla fine ha solo rami secchi.
La sigla è piena anche di riferimenti più espliciti: il cartellino identificativo attaccato alle dita dei piedi di un corpo disteso sulla barella, le bare, i carri funebri e le lapidi sono tutti elementi che inducono lo spettatore a pensare che la protagonista assoluta della serie non sia altro che la Morte.
Il tema musicale della serie è composto da Thomas Newman [3] e si adatta benissimo alla sigla: di grande effetto l’inserimento dei titoli di testa che compaiono scandendo con estrema precisione il ritmo della musica.
Di grande impatto anche la costruzione del logo: partendo dal punto in cui il tronco dell’albero s’incontra con il terreno, è come se una mano invisibile tracciasse una linea bianca che scende nel suolo e disegnasse un rettangolo sul quale compare la scritta nera su sfondo bianco Six feet under e cioè sei piedi sotto, esattamente «la misura dell’interramento della cassa da morto» [Grasso 2007].

Ogni episodio inizia con la morte – del tutto inaspettata – di qualcuno che verrà preso poi in custodia dai Fisher, i quali lo prepareranno per il funerale. Nel pilot sarà proprio il capofamiglia a essere oggetto delle “cure” dei figli e darà subito la possibilità di capire il taglio che la serie intende perseguire.
Ogni volta, la morte diventa, dunque, un’occasione di riflessione, di crescita, sia dei protagonisti che degli spettatori. In questo modo, l’evoluzione di ogni personaggio è descritta minuziosamente nell’arco delle cinque stagioni.
La vita privata dei Fisher raramente si interfaccia direttamente con il lavoro: intorno ai funerali si sviluppano le vicende di Nate e Brenda, della madre Ruth, alle prese con la vecchiaia e i rimpianti, di David, il figlio gay, e della figlia minore, la problematica Claire.
«La mancanza di una narrazione forte, sia essa orizzontale o verticale, finisce per forza di cosa per esaltare i personaggi», che si alternano tra primo piano e sfondo [4].
La struttura narrativa, quindi, è portata avanti dai protagonisti, sempre fedeli a se stessi con i loro comportamenti e i loro discorsi, senza antagonisti, ma con caratteri e caratteristiche che portano lo spettatore ad empatizzare in maniera naturale e coinvolgente.
La serie riesce ad offrire, con estremo realismo, episodi a tratti psichedelici accostati a denunce sociali per nulla strumentali (come l’omosessualità, l’insanità mentale, etc).
La morte diventa l’unico modo che si ha per osservare la vita e il black humor, macabro quanto basta e che avvolge col suo cinismo tutte le stagioni, serve per sdrammatizzare i dialoghi, sempre con profondo rispetto della morte e della vita.
Fondamentale per l’humor e per il taglio della serie è il continuo utilizzo di flash che i vari protagonisti hanno vedendo i defunti dell’episodio (o di Nathaniel Fisher che sarà presente dalla prima all’ultima puntata), o nei momenti di stress, quando si palesa una accesa dicotomia tra come vorrebbero realmente comportarsi e (stacco netto della telecamera) come in realtà si stanno comportando.
La serie ha uno schema statico: «esso riporta il tutto a una situazione unica […] la cui processualità non trova un ruolo privilegiato» [Casetti – Di Chio 1991].
Le inquadrature e i colori della scenografia, così come l’illuminazione del quadro, si adattano perfettamente allo stile. Molto usata la camera a mano, specialmente nei dialoghi, e il fade-out bianco per cambiare scena.
La colonna sonora è ridotta al minimo ma, quando è presente, si fa sentire con nomi del calibro di Nina Simone, Radiohead, Sia, Interpol, Pj Harvey e tanti altri. Quello che più si nota, però, sono i lunghi silenzi, i rumori, le voci di fondo che si conformano ad un’ambientazione più seria e composta.

Si è già parlato dell’umorismo nero che sorregge la serie ma, per meglio capirlo, è necessario analizzare la narrazione.
Uno degli elementi che più spiazzano lo spettatore è l’inserimento, tra i vari atti del pilot, di spot pubblicitari che promuovono, in modo del tutto insolito, prodotti funebri. Questi spot introducono alcuni prodotti che lo spettatore ritroverà nel corso dell’episodio: l’ultimo modello di una lussuosissima auto funebre, lanciata da una donna elegante che utilizza un tono sensuale e accattivante, è quella con cui il signor Fisher avrà l’incidente; l’olio living splendor che dona alle salme (in questo caso il corpo di un aitante ragazzo in slip steso su un lettino) «un aspetto caldo e vellutato»; la crema miracolosa W.o.u.n.d. Filler che grazie alla sua formula rigenerante «cancella il segno di qualsiasi traccia di cicatrice», utilizzata successivamente da David sulla salma del padre; infine, uno degli spot più assurdi pubblicizza, con tanto di corpo di ballo, il dispenser Franklin, una sorta di saliera nel quale è inserita la terra da spargere sulla bara (lo stesso che utilizzeranno i Fisher). Esilarante lo slogan «Cenere alla cenere, polvere alla polvere. Oggi è facile come mettere lo zucchero a velo su una torta. Con il nuovo dispenser Franklin di’ addio per sempre alle mani sporche di terra. Forniture funebri Franklin: d’ora in poi non avrai più quella faccia da funerale».


 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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