Sei forte, maestro

Sei forte, maestro

Coi bambini è un asso: il miglior maestro possibile! Colto, intelligente, sensibile…
– Ah e chi è? Superman?
Praticamente sì!
(Sei forte, maestro; 1, 1)

Sei forte, maestro (2000-2001, due stagioni, Canale 5) è una fiction di genere school il cui protagonista è Emilio Ricci (interpretato da Emilio Solfrizzi), un giovane insegnante che da Milano si trasferisce nella piccola città di Terni per insegnare in una scuola primaria. Si tratta di un esempio di lunga serialità, non troppo consueto nel panorama italiano; la prima stagione conta 28 episodi, la seconda 24. Per ulteriori dati generali si rinvia alla scheda di Wikipedia.

Il retroscena narrativo non è privo di luoghi comuni e di situazioni scarsamente diffuse, a cominciare dal personaggio principale. Emilio incarna la figura del professore buono, amante del suo lavoro, un po’ sfortunato nella vita privata. Ha una ex moglie che sembra ancora amare, una figlia affidata alla madre, un padre con cui ha un rapporto piuttosto dialettico e che gli rimprovera continuamente le sue scelte – e che Emilio prende in giro utilizzando con lui, colonnello in pensione, frasi di tono militaresco come «Agli ordini signor colonnello», «Non farmi un interrogatorio di terzo grado» – ; egli stesso dice di essere bravo «con i cani e con i bambini / il resto è un casino totale»).
A scuola si respira un’atmosfera idilliaca: i colleghi vanno tutti d’accordo tra loro e si difendono reciprocamente, il rapporto con il personale non docente è improntato al rispetto e alla collaborazione reciproca, il preside è pronto ad impegnarsi affinché tutto funzioni perfettamente. La caratterizzazione dei bambini si presta spesso all’inserzione di elementi della commedia: quando viene loro presentato il nuovo maestro le reazioni vanno da «E chi è / Superman?!» a «A me il nuovo maestro non piace // è troppo vestito male». Anche un collega, qui Fabio Ferrari, un ripescaggio da una serie teen del passato come I ragazzi della III C, prende bonariamente in giro Emilio che dice: «Dammi un bambino e mi fai felice» e a cui è risposto: «Dammene quattordici e divento pazzo!».
Dal punto di vista tematico non mancano riferimenti alla cronaca e all’attualità, anche se visti in chiave un po’ mélo, che può scadere nel luogo comune. Si veda il seguente dialogo (gli esempi sono tratti dagli episodi 1,1 e 1,2) in cui il maestro spiega ai bambini il lavoro svolto dai «Medici senza frontiere»; in esso risalta il punto di vista “utilitaristico” e pratico dei bambini in contrapposizione con il sentimentalismo del maestro:

[Emilio] I dottori di cui parla Martina / fanno parte di un’associazione che si chiama Medici senza Frontiere // sono delle persone straordinarie che vanno in giro per il mondo ad aiutare le popolazioni più bisognose

[Primo bambino] E certo che ci vanno // se li pagano bene

[Emilio] Uhh / questo non credo

[Primo bambino] Allora sono proprio scemi

[Emilio] Perché?

[Primo bambino] Perché quando fai il dottore puoi guadagnare un sacco di soldi

[Secondo bambino] È vero / io da grande voglio fare il dentista

[Emilio] Ecco uno che cj ha le idee chiare

[Secondo bambino] Perché quando mio padre mi porta dal dentista dopo aver pagato dice sempre «Mannaggia a me che ho sbagliato il mestiere»

[Emilio] Senti / e questo dentista com’è?

[Secondo bambino] Bravo

[Emilio] Sì / certo // no / da un punto di vista del carattere / cioè / è allegro / è contento

[Secondo bambino] Non lo so / quando vado da lui chiudo sempre gli occhi

[Primo bambino] Ma chi è / Cigliotti?

[Secondo bambino] Sì

[Primo bambino] Ma che allegro / è sempre nervoso e incavolato nero

[Emilio] Oh ecco / questo vuol dire che anche se uno cj ha un sacco di soldi non è detto che sia felice // io invece una volta ho incontrato un medico di Medici senza frontiere // questo era uno che di soldi ne aveva pochi / però era sempre contento / era sempre sereno / felice / perché ogni volta che tornava da un viaggio dall’Africa o da qualsiasi altro posto del mondo era sempre contento di aver aiutato delle persone che ne avevano bisogno

[Primo bambino] Però non può mica aiutare tutti!

[Emilio] Certo che no / infatti bisogna fare quello che si può // sempre meglio che non fare niente / non vi pare?

Il dialogo appena riportato è variamente intessuto di elementi morfosintattici tipici dell’italiano dell’uso medio, come ci attualizzanti e ridondanti («Ci vanno», «Cj ha»), tematizzazioni («Questo era uno che di soldi ne aveva pochi»), la negazione di tono familiare mica.
Il tessuto linguistico di Sei forte, maestro presenta qualche incursione sia verso il livello medio-alto sia verso quello medio-basso, quest’ultimo soprattutto con connotazione diastratica, ma senza presentare mai picchi eccessivi né in un senso né nell’altro. Ci limitiamo ad esemplificare qualche tratto: abbiamo anacoluti e collassi sintattici («Ma io lo conosco da una vita e per arrivare arriva»; «Una discoteca che si chiama Sex Fantasy / lo potevi immaginare che gente ci bazzica»), ci attualizzanti («Andiamo a mangiare / cj ho fame», «Io ci tengo alla salute»), pronomi affettivi («Io mi mangio le lasagne»), qualche niente aggettivale («Per favore Lili / niente discorsi sulla scuola»), qualche gli generalizzato («Quello quando guarda una donna gli fa la radiografia»), dislocazioni, frasi scisse e pseudoscisse («Per me l’unica cosa che conta è come la pensate voi»; «Guarda che le porte sono state inventate perché qualcuno ci bussi»; «È questo che è importante per me»), ridondanze e ripetizioni («Ma solo qualche volta però / eh»); scarsamente presenti invece i casi di indicativo pro congiuntivo, settore in cui sembra prevalere la conservazione («La finestra non si chiude / immagino sia difettosa»; «Voglio che sappiate che non ce l’ho con voi»; «Io credo che sia bene parlare delle cose / no?»; «A volte sembra che la verità sia più incredibile delle bugie»).
In qualche situazione in cui il dialogo si colloca su un livello medio-alto, con qualche scelta lessicale tra parole a bassa disponibilità: «Cominciamo con i patemi prima ancora che sia arrivato?», «Avete avuto la faccia tosta di riferire al vostro maestro queste calunnie!». È inquadrabile in un’ottica meno ricercata il parlato degli operatori scolastici e di altri personaggi, soprattutto comparse. Tito si produce in battute di forte caratterizzazione regionale, come le seguenti: «Buongiorno direttó», «Scusate direttó / eh / non vorrei disturbare ma qua ce sta […]». Il benzinaio che lavora alla stazione di servizio in cui si ferma la macchina del protagonista constata che la macchina non si può riparare con questa battuta (con frasi presentative, deissi spaziale, il familiare manco, ma non si rinuncia allo stile brillante): «Guardi che qui non c’è più niente da fare / manco con la respirazione bocca a bocca // è fusa / guardi che è morta stecchita prima si rassegna e meno tempo perde». La donna che riporta la patente ad Emilio, vestita come una prostituta (in realtà è un carabiniere sotto copertura) utilizza molti elementi deittici, dislocazioni, ci ridondanti, che polivalenti con valore causale: «Cercavo Emilio quello che fa il maestro qui […] sì ho capito / ma io gli devo ridare la patente / non è che la posso lasciare nelle mani del primo venuto / no? // l’ha dimenticata al Motel / il Polvere di Stelle / ce l’ha presente? […] // me lo saluti / io devo scappare che cj ho da fare […]». Lo stesso personaggio, quando poco dopo rivelerà la sua vera identità sarà così apostrofato: «La signorina quando è venuta qui // l’abbigliamento / il modo di parlare».
Scarsissimo il ricorso al dialetto o all’italiano regionale, salvi i passi indicati sopra. Quando ad un certo punto un bambino si presenta e dice «Mi chiamo Alessandro / sono bravo a scuola / e // vado subito in puzza», il maestro lo “glossa” dicendo «Permaloso?». Tra i tratti locali segnaliamo l’introduttore che nelle interrogative, usato occasionalmente («Che ci cacciano da scuola?») [D’Achille 2006: 168].
I dialoghi sembrano complessivamente ben riusciti. Risultano credibili per esempio le battute che seguono, pronunciate dalla figlia adolescente di Emilio e caratterizzate dalla presenza di genericismi, fraintendimenti, ecc.: «Ma dovevo dargli delle cose della banca / come si chiamano / le coordinate per il bonifico», «Sì / comunque me l’hai detto tu / non ti ricordi? / cioè io all’inizio nemmeno ero molto convinta // e poi tu mi hai spiegato che viaggiare è informativo / sì / formativo / vabbè formativo».
Non manca qualche sbavatura. Poco credibile perché artefatta è qualche battuta pronunciata da bambini:

Missione compiuta / passiamo alla fase due

Oh cavolo / siamo fritti!

E, nel dialogo che segue, tra Barbara e due operai presumibilmente extracomunitari, mancano preposizioni e articoli ed è impiegato l’infinito come presunta forma bandiera degli stranieri che non conoscono bene l’italiano:

[Barbara] (lento e scandito per fare capire) Da casa dove sto io adesso devo andare via

[Primo imbianchino] No problema / noi dare numero di altro pittore

[Secondo imbianchino] Lui ucraino molto bravo

[Primo imbianchino] Noi andare / altro lavoro più lungo

[Secondo imbianchino] Più guadagno

[Emilio] Ragazzi / però così non si fa

[Primo imbianchino] Perché?

[Secondo imbianchino] Niente scritto niente impegno

[Primo imbianchino] Noi dare telefono di pittore ucraino.

 

Debora De Fazio

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