Scrubs

Scrubs

Fin da piccolo ho sempre dormito a dispetto di tutto, tempeste, sirene, qualunque cosa… La scorsa notte non ho dormito. Divento un po’ scemo quando sono nervoso. Sapete, oggi non è soltanto un altro giorno. Oggi è il mio giorno, e quattro anni di studi, quattro di tirocini e mucchi di rate da pagare mi hanno fatto capire una cosa: non so un cavolo. (Scrubs; 1, 1)

La serie Scrubs, ideata e prodotta da Bill Lawrence originariamente per la NBC, sulla quale sono state trasmesse le prime sette stagioni, è composta da nove stagioni per un totale di 182 episodi della durata di circa venti minuti. In America, l’ottava e la nona stagione sono andate in onda sulla ABC, che ne ha acquisito i diritti. La prima visione americana si è avuta nel 2001, mentre l’ultimo episodio è stato trasmesso nel 2010.
La messa in onda italiana vede invece una prima visione a senso unico: tutte le stagioni, a partire del 2003, sono state infatti trasmesse sul canale giovanile MTV. Solo nel 2004 il canale satellitare FOX inizia con la messa in onda e trasmetterà tutte le stagioni.

Una mescolanza di idee e contesti che spazia dalla sitcom vera e propria al musical, passando per il dramma, il sentimentale e il comico e si rifà apertamente agli hospital drama. Ambientato nel fittizio Sacred Heart Hospital, Scrubs usa tutti questi ingredienti ottenendo un prodotto a tratti esilarante, a tratti emozionante, mai banale; la mescidanza di generi è anzi la forza della serie.
Scrubs è incentrato sul percorso del neolaureato in medicina J.D. Dorian, che entra al Sacred Heart Hospital come specializzando per diventare internista durante le varie stagioni della serie ed è – tranne rare eccezioni – anche la voce narrante.
Il termine scrub indica un camice che indossano medici specializzanti ed infermieri, il lavaggio accurato delle mani da parte dei chirurghi prima di un intervento e anche un individuo di poco conto. È probabile che i creatori abbiano voluto giocare con la polisemia del termine.
Citazionista e al tempo stesso originale, Scrubs ha i tipici tempi della sitcom (la durata delle puntate si aggira mediamente sui venti minuti o poco più) pur mostrando una struttura, soprattutto visiva, che devia da quella usata di solito nel genere.
Attorno a J.D. ruotano il suo migliore amico Turk (con cui è praticamente cresciuto, dividendo anche la stanza del college), che ha intrapreso la carriera di chirurgo, Carla – infermiera dell’ospedale di cui Turk si innamorerà – Eliot, bionda e affascinante quanto portatrice di manie e complessi, ricca collega di J.D. e il dottor Cox, colui che segue J.D. nelle prime fasi della vita lavorativa, burbero e anticonformista dottore contrapposto al reggente dell’ospedale, Kelso.
Cox è sposato/separato con/da Jordan, una delle azioniste del Sacred Heart, più altri personaggi che fanno da spalla come l’inserviente (incubo di J.D. nelle prime stagioni) e l’infermiera Roberts, rappresentazione dei luoghi comuni sulla professione.
A scanso di equivoci, è bene specificare che non è raro trovare pazienti che non possono guarire o che addirittura muoiono. Scrubs non fa solo ridere; soprattutto non lo fa con il genere comico puro, ma usa la vita come catalizzatore di risate, come elemento straordinariamente contraddittorio e paradossale (senza contare la capacità di sognare ad occhi aperti di J.D., che ci permette di ridere delle sue fantasie).
In Italia la pubblicità di lancio è stata la seguente: «Più clinico di E.R., più cinico di Ally McBeal, più piccante di Sex and the City, più frizzante di Friends».
Effettivamente, Scrubs ha elementi delle quattro serie. Di E.R. ha ovviamente l’aspetto clinico ospedaliero (la creatura di Spielberg e Crichton è dichiaratamente una delle serie più attente dal punto di vista medico), ma le analogie si fermano qui. Di Ally McBeal ha chiaramente i momenti di estraniamento di J.D., che sogna ad occhi aperti. Di Sex and the City mantiene la capacità di parlare con scioltezza e naturalezza di sesso. Di Friends il gruppo di amici che affrontano la vita e le problematiche che essa comporta. Scrubs è, ad ogni modo, una serie di grande originalità, anche per come miscela sarcasmo, ironia, realismo e una sana critica di fondo al sistema sanitario statunitense.

Scrubs non è soltanto una serie comica: a ben guardare, le tematiche trattate non solo sono universali, ma sono spesso così permeate dell’umana inadeguatezza da risultare incredibilmente tristi. La genialità sta nel modo di proporre questi argomenti, con tocchi di poesia e leggerezza comica che permettono di demistificarli e farci fare una risata. Scrubs in questo modo assurge a modello televisivo di demistificazione della realtà; comico finché si vuole, ma attento alla realtà che lo circonda. Se Friends (caposaldo di tutte le serie comiche contemporanee) ride delle tematiche umane, dei e con i suoi personaggi, ma rimane comunque prevalentemente interessato all’approfondimento sentimentale, Scrubs ride nelle tematiche, cioè all’interno dei problemi umani (come la morte, che si manifesta sin dall’episodio pilota) e dei suoi inadeguati protagonisti.
Già nel secondo episodio, J.D. cura un paziente che fuma troppo e cerca un cancro per fortuna inesistente. A quel punto J.D. tenta di convincerlo a smettere di fumare e, quando crede di esserci riuscito, scopre il paziente a fumare nelle scale dell’ospedale, rimanendo deluso. La lezione impartitagli dal dottor Cox (che da questo momento in poi sarà il suo mentore) nel finale dell’episodio è secca: «Sai che c’è? Non possiamo salvare le persone da se stesse. Noi le curiamo e basta. Curiamo chi ha problemi respiratori e quando tornerà col cancro, cureremo anche quello». J.D. è un po’ risentito, ma Cox gli spiega che disperarsi per ogni persona che non cambia equivale a fallire nella professione. Ecco che un perfetto filone comico (tutto l’episodio ha degli eventi riconducibili alle slapstick comedy) diventa di colpo “impegnato” nel proporre una tematica che è di riflesso presente nel nostro quotidiano.
Sarebbe alquanto inutile elencare qui tutte le situazioni di tal genere, presenti in quasi tutti gli episodi (e quando riguarda questioni mediche e del senso della vita spesso mostrano il lato più umano del dottor Cox), ma bisogna anche specificare che i bravi attori presenti nella serie facilitano un meccanismo del genere. Attori, tra l’altro, che interpretano personaggi tridimensionali anche se quantitativamente meno presenti in scena (come l’avvocato Ted, portatore di insicurezza personale e autostima inesistente).
A tal proposito, un valore aggiunto di Scrubs è il lavoro svolto sui personaggi e l’impersonificazione metaforica di alcuni luoghi comuni in loro. Non abbiamo nemmeno citato qui la dicotomia continua e costante Kelso/Cox (ma in realtà nessuno dei due è completamente buono o completamente cattivo), oppure l’inserviente – elemento reazionario e comico – e la sua persecuzione continua nei confronti del nostro “pivello” protagonista.
Insomma, la carne al fuoco è tanta per i venti minuti di ogni singolo episodio e solo la bravura degli sceneggiatori permette di trovare un equilibrio tale da rendere questa serie così particolare.
Non è un caso se oltre a numerosi riconoscimenti, la serie possa vantare un numero elevato di guest star (da Michael J. Fox a Amy Smart, passando per Brendan Fraser, Tara Reid e moltissimi altri) che hanno arricchito con personaggi stravaganti o funzionali le avventure del dottor J.D. Dorian.

Nel caso di Scrubs, il pilot è un vero e proprio episodio introduttivo, una sfilata dei protagonisti accompagnata costantemente dalla voce fuori campo di J.D. che racconta la sua storia e spiega a noi chi è di volta in volta il personaggio. Si parte con Turk (e un flashback di conseguenza), per finire al giorno precedente, cioè il giorno dell’orientamento. Straordinario nell’uso spregiudicato del politicamente scorretto (anche se, a differenza di House, qui la scorrettezza è stemperata dalla chiara natura grossolana e paradossale delle situazioni) fin da subito – l’avvocato dell’ospedale specifica ai nuovi arrivati di non ammettere mai un errore – trovando nella situazione visiva e nel dialogo spesso frizzante e mai banale un chiaro sfogo dell’elemento comico (non ci sarebbe da ridere di un ospedale che tace sugli errori dei suoi medici). Successivamente è introdotto il dottor Kelso, primario dell’ospedale che dal discorso iniziale fa buona impressione sia a J.D. che al pubblico. Già da questa prima fase della serie è messo in risalto il divario chirurgo/medico, con i chirurghi a bere una birra e i medici a giocare a pacman. A questo punto entra in scena Elliot e gli sceneggiatori colgono la prima occasione per una citazione cinematografica: Turk mima E. T. (dal famoso film di Spielberg del 1982) che si rivolge ad Elliot.
Nella scena successiva Elliot e J.D. stanno passeggiando per il corridoio, quando poi si infilano in una scala antincendio. Elliot annuncia al protagonista che sa già cosa pensa mentre sta salendo le scale; qui si ha il primo dei tanti pensieri rivelati da J.D. (che è posizionato dietro) attraverso la voce over: «Hai delle natiche che sembrano Pringles». Quindi J.D. risponde alla bella collega semplicemente: «non credo».
I pensieri di J.D. sono spesso usati come leva per la risata. Il contrasto tra ciò che avviene e ciò che pensa è così netto da creare la spaccatura comica. Noi ridiamo perché si fa leva sul luogo comune che impone che gli uomini guardino in una donna prima al suo corpo e poi alle sue qualità. Si ride (tanto e meglio) pochi istanti dopo, quando Elliot ha finito di spiegare che non è più competitiva come un tempo – ma in realtà sta facendo una corsa – e J.D., dopo essersi accorto che la ragazza lo sta sfidando, nei suoi pensieri (ricordiamolo: in voce over così che il pubblico sia partecipe) comunica di non essere così disperato. Avviene qui la sua prima «immaginazione mostrata», con lui in tenuta da corsa che sfida Elliot e prende del caffè per rinfrescarsi, sulle note di una canzone folk-rock non invadente.
La voce over ci riporta al primo giorno di lavoro. J.D. ha ricevuto una chiamata al cercapersone. Quindi si rivolge ad una infermiera (Carla) che lo apostrofa come «Bambi» e gli dice chiaramente di non guardarla mentre effettua un trasporto di pazienti. Alla domanda «perché?» di J.D. la risposta è data dalla visione di J.D. che sbatte contro una lampada nel corridoio.
Poco dopo si farà la conoscenza del dottor Cox (il bravissimo John McGinley, spesso attore non protagonista nei film di Oliver Stone); egli sembrerà un insensibile e menefreghista medico che fa quel che fa perché deve.
L’episodio va avanti così fino a comunicare anche il passare dei giorni (con una dicitura in bianco); il secondo giorno si farà la conoscenza dell’inserviente, che torturerà J.D. per tutta la prima stagione. Quindi il pilota ci porterà verso la prima notte di guardia di J.D., alla scoperta che il “cattivo” è Kelso – che il nostro protagonista definiva la sua àncora – mentre il buono è il burbero e “insensibile” dottor Cox.
Sì è così definitivamente presi da Scrubs. Un prodotto che combina una grande sceneggiatura con la freschezza della ripresa singola, per ottenere un meccanismo della risata mai patetico e banale. Non è inutile ricordare che in Scrubs c’è la totale assenza di risate preregistrate, un nodo testuale quasi obbligato in una sitcom.
La musica è usata da Lawrence come fosse un personaggio, e questa particolarità della serie è anche uno dei suoi punti di forza; secondo l’ideatore, con la giusta scelta si può virare totalmente passando dal comico al dramma o sentimentale senza appesantire l’insieme. Spesso si usano brani storici e famosi (del rock, del folk), ma il più delle volte, per coadiuvare l’effetto comico, sono chiamati in causa brani molto belli che sono poco conosciuti oppure di gruppi o cantanti che non hanno avuto il successo meritato.
Nella serie vi è poi una band che canta a cappella, quella dello sconclusionato avvocato Ted (essa peraltro esiste davvero). La musica entra, insomma, a pieno titolo, tra i personaggi della serie tv; sotto forma extradiegetica o intradiegetica, ma molto più spesso come interna alla composizione del quadro: un attore che fischietta un motivo e da lì parte il brano reale. Oppure nei sogni di J.D.; o, ancora, attraverso fonti interne come radio o televisione.
La sigla è già un programma: I’m not Superman, riferita chiaramente al protagonista, è dei Lazlo Bane e il suo componente Chad Fisher è anche il produttore di molte canzoni usate nella serie (come proprio quelle di Colin Hay).

Scrubs ha una particolarità che ne fa un meccanismo televisivo unico nel suo genere: usa una sola videocamera, secondo la tecnica “single camera show”; altrimenti detto, con una sola macchina da presa si gira l’intera puntata. La tecnica non va però confusa con il piano sequenza, perché gli stacchi interni ci sono e il montaggio è ben presente. Semplicemente, si usa una camera per le riprese ed è sorprendente che l’idea di Bill Lawrence sia addirittura un tratto insostituibile dell’intera serie. Merito potrebbe essere anche della scenografia ospedaliera, con corridoi paralleli intersecati in alcuni punti da congiunzioni orizzontali, praticamente a forma di H, come nel punto di accettazione delle infermiere, dove si svolgono molte scene della serie. Per far sì che funzioni, la regia ricorre di continuo a panoramiche e inquadrature a figura intera di personaggi che si muovono nel corridoio. Un po’ come in House, MD e The West Wing, ma con minor enfasi; anzi, lo spettatore non se ne accorge, anche perché, a differenza delle due serie citate, la camera è molto spesso ferma; l’uso della steady è ponderato – tranne che su J.D., molto spesso accompagnato proprio da questa – e nei momenti di maggior coinvolgimento il quadro è statico, non c’è un’accelerazione della messa in scena per mostrare la lotta contro il tempo dei medici. Spesso si usa lo sguardo in macchina, ma qui più che altrove il suo significato è chiaro: i personaggi sono rivolti a J.D. (che infatti è l’unico a non guardare mai in macchina).
Il montaggio è tradizionalmente fondato sul semplice stacco, anche se non sono disdegnate dissolvenze incrociate.
Il cast è estremamente riuscito e amalgamato; insieme agli elementi di fantasia e all’uso di una sola camera rende la serie originale e frizzante. Il set è in un vero ospedale, abbandonato e quindi ristrutturato solo per la lavorazione.
Scrubs infrange molte regole; pur rispettando quelle di qualsiasi struttura narrativa, a volte va oltre, e la quarta parete (quella che lo spettatore non vede mai) entra in scena, diventa musica di commento intradiegetica, in chiaro contrasto con le modalità narrative a cui è abituato uno spettatore contemporaneo.
Un elemento comico differisce da uno drammatico solo per questioni legate all’esagerazione, alla prospettiva e alla premessa comica (Vorhaus, Scrivere, p. 71); per fare un esempio, la premessa comica è la spaccatura tra la realtà comica e la realtà vera (Vorhaus, Scrivere, p. 23). Peanuts, il capolavoro del fumetto di Charles Monroe Schulz, è basato quasi esclusivamente su tale meccanismo: si pensi a Snoopy e a tutte le volte che impersona qualcuno diverso dal suo essere bracchetto, oppure a Lucy che si impersona psicologa mentre Charlie Brown si confessa.
Anche in Scrubs c’è l’elemento comico della spaccatura. Ogni volta che J.D. immagina qualcosa e ciò è rappresentato, il risultato è comico, come nel caso della storia d’amore con la «bella sposina del coma» (così definita da medici e infermieri), una signora maritata con un uomo in coma. Dopo che il marito muore, al funerale J.D. farà l’amore con la bella ragazza, quindi si deciderà a dichiararsi mentre essa è a cena, senza pensare minimamente ai suoi commensali, che si scopriranno essere i genitori del marito di cui si sono appena celebrati i funerali. Si tratta di un fatto triste, non comico, che però ci fa ridere. Insomma, Scrubs ha nella distonia della premessa comica il nucleo centrale della sua comicità; anche perché propone elementi che poco hanno a che fare con la comicità: malati, ospedale, pronto soccorso e tragedie (durante varie stagioni muoiono perfino alcuni protagonisti). Il dottor Cox ricorda costantemente – a beneficio del pubblico – che fare il medico ospedaliero comporta il fatto di dover vedere delle persone morire e quindi di non struggersi ogni volta personalmente, perché non serve a nulla, ma fare il proprio dovere per cercare di salvare più vite possibili. Non è un caso che nell’episodio 1,1 J.D. creda che Kelso sia il “buono” e Cox il “cattivo”, non riuscendo ad interpretare bene chi dei due difenda l’interesse del paziente e chi quello dell’ospedale (è una clinica privata in piena regola degli USA).
Nella serie in questione, dunque, le persone si ricoverano perché malate, qualcuna muore e la domanda su come riesca ad essere comica (pur mostrando, come già detto, un mix di «generi canonici») una serie ambientata in un ospedale dando il giusto peso al realismo è lecita. Una delle ragioni è che la battuta non è il fine ultimo di ogni episodio. Se qualcosa è triste resta triste. È magari il «prima» a risultare comico. Il finale in questo caso si limita (sia per evitare banalità, sia per non deviare la serie verso un taglio melodrammatico che non le apparterrebbe) a essere aperto verso il futuro, pieno di speranza, lasciando comunque qualcosa di gratificante allo spettatore.
Ogni episodio si apre con un teaser, di brevissima durata, molto spesso incentrato su qualcosa che accade a J.D. (può essere l’inizio della giornata lavorativa, un evento particolare o qualsiasi attività che coinvolga il nostro dottore). Ad esempio, nell’episodio pilota, la camera inquadra una sveglia ad un minuto dalle sei, per poi seguire il personaggio svegliarsi e fare alcuni giochi con la schiuma da barba (compresa la creazione di un finto reggiseno) in contemporanea con la voce over che racconta allo spettatore direttamente (si rivolge allo spettatore ogni volta con un segnale di parola come «sapete» o qualcosa che introduca una turnazione di parola) che questo è il suo primo giorno di lavoro. Quando ha finito di prepararsi, J.D. si dirige con una bella musica di sottofondo verso un ospedale; una volta entrato, il suo viso cambia espressione, la musica si interrompe con un effetto sonoro di riverbero (come se avessero staccato una spina al juke box): non è preparato, ce lo sta comunicando in voce over («dopo quattro anni…» etc) mentre un’infermiera gli si rivolge chiedendo aiuto, quindi finisce la frase «…non so un tubo». A questo punto inizia la sigla (cambiata nelle immagini nel corso degli anni mantenendo la stessa musica, ma sempre fedele all’originale; più una variazione del tema che un cambio di sigla). Il teaser dura solo quarantasei “comici” secondi. Anzi, quarantaquattro. Gli ultimi due non sarebbero comici se non fosse per la reazione di J.D. In alcuni casi supera anche i tre minuti, ma ciò che accomuna ogni teaser (e ne fa una particolarità) è quella di essere autonomamente narrativo. Più di una volta, infatti, il teaser non ha a che fare con la narrazione dalla sigla in poi: è un prologo a sé.
Sigla. La sigla è composta da una serie di dissolvenze incrociate in cui i protagonisti camminano con una cartella medica mentre la sfogliano, quindi prendono delle lastre (di un torace) posizionandole nell’apposito strumento per la lettura dove sarà visualizzato il titolo della serie e il nome del suo creatore, Bill Lawrence.

 

Simone Zeoli

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