Romanzo criminale - La serie

Romanzo criminale - La serie

Non semo più ragazzini, Fre’… Non semo più ragazzini da ‘n pezzo. (Romanzo Criminale – La serie; 1, 5)

Romanzo criminale è una serie italiana in due stagioni (rispettivamente di 12 e 10 episodi) basata, piuttosto fedelmente, sul romanzo di Giancarlo De Cataldo (Torino, Einaudi, 2002), da cui era stato prodotto anche il film di Michele Placido (e infatti la nostra opera reca il sottotitolo “la serie” proprio per distinguerla dal film).
È stata trasmessa per la prima volta da Sky Cinema 1 nel 2008-2009 (la seconda stagione è andata in onda l’anno successivo) e poi, in chiaro, da Italia 1. I produttori sono Cattleya e Sky Cinema; la prima stagione è prodotta con RTI-Mediaset, ma per la seconda la collaborazione si è interrotta. Romanzo criminale è diretto da Stefano Sollima e sceneggiato da Daniele Cesarano, Paolo Marchesini, Barbara Petronio e Leonardo Valente.
Grandi sono le differenze tra la prima e la seconda stagione, con il turning point decisivo della morte del Libanese, che produce il disfacimento della banda della Magliana, ben descritto nella seconda stagione, che per forza di cose è però meno interessante della prima. La serie si segnala per la grande accuratezza nella ricostruzione dello scenario, dalle auto alla moda e alla cultura materiale e antropologica degli anni Settanta. Per le poche sviste, nonché per ulteriori notizie generali si veda la ricca scheda di Wikipedia.
Alla fine del 2013 il canale via cavo americano Starz ha annunciato un remake di Romanzo criminale affidato al creatore di Spartacus, Steven S. DeKnight.

Si tratta della storia dell’ascesa e della caduta della cosiddetta “banda della Magliana”, un’organizzazione criminale pericolosa e crudele ma effimera, guidata (anche se il participio è approssimativo) da quello che tutti conoscono come il Libanese. La fiction mette in rilievo, come difficilmente con le parole si potrebbe, il «lato cialtronesco, litigioso, candidamente efferato delle bande romane» in cui «ogni delitto è volutamente imperfetto perché, sotto sotto, l’autore aspira a diventare famoso» (Aldo Grasso, Corriere della Sera, 1 novembre 2008, p. 53).
La serie rappresenta, per la fiction italiana, un salto di qualità sorprendente; il romanzo di partenza di Giancarlo De Cataldo è molto bello, ma la serie tv migliora ulteriormente la narrazione, confermando il fatto che la serialità televisiva, qui di medie dimensioni – ma già consistenti, per le abitudini italiane – è la giusta sede per il respiro di certe storie. Non a caso, il Romanzo criminale più debole resta il film di Michele Placido.
Mancano in Romanzo criminale ingredienti che sembrano quasi costitutivi della fiction tricolore, come il melodramma o l’innesto di elementi della commedia all’italiana. Il clima sociale greve della fine degli anni Settanta nella capitale, dagli scontri tra autonomi e polizia agli intrighi di palazzo (il cui burattinaio si riconosce chiaramente nel mai nominato Licio Gelli) è rappresentato in modo asciutto e realistico.
La grevità del clima è alleviata di tanto in tanto, ma senza compiacimenti, da qualche ironia dei protagonisti, che costruiscono metafore roboanti e palesemente fuori contesto («Angelì / l’amore nun conosce limiti de velocità», detto dei bollori del giovanotto Scrocchiazeppi, impaziente di consumare un rapporto sessuale con la fidanzata). L’autoironia difetta peraltro a tutti i componenti della banda della Magliana, litigiosi, egoisti, incontrollabili, ingovernabili, viziati (la mafia, e persino la camorra, al confronto, ne escono con un’immagine di “serietà criminale” senza pari, e il Libanese non è Tony Soprano): Roma nun vole capi è, assieme a pijamose Roma, il tormentone della serie. A questo ritratto sfugge forse solo il Freddo, che, per esempio, dopo aver portato a termine una vendetta con duplice omicidio, a Fierolocchio, che sotto una pioggia incessante gli chiede «e mo? s’anamo a pijà Roma?», risponde – demistificante antiretorico, autoironico senza sorrisi – «famo domani».

I personaggi di Romanzo criminale, semplificando un po’, si distribuiscono tra due gruppi, i cui appartenenti usano di volta in volta la varietà bassa e quella media del continuum: i coatti delle periferie, che danno vita, come si diceva, a uno dei più inquietanti fenomeni di organizzazione criminale dell’Italia recente, e gli inquirenti, peraltro caratterizzati senza troppi moralismi (in alcuni casi, citando una battuta non infrequente nella serialità americana, sembra che l’unica differenza tra le forze dell’ordine e i criminali consista nella divisa).
Tra l’altro, eloquentemente, la narrazione parte da un episodio torbido degli anni di piombo, l’assassinio di Giorgiana Masi, una giovanissima militante radicale uccisa il 12 maggio del 1977 a ponte Garibaldi da una pallottola vagante esplosa dalla polizia (ed è, a tutt’oggi, l’unica certezza sulla vicenda, il cui colpevole non è mai stato individuato: «chi è stato?» «e chi lo sa / qua ormai sparano tutti»). Il commissario protagonista, Scialoja, è in continua difficoltà per la sua ansia di ricostruire verità che a lui appaiono sempre più nitide (comunista è l’appellativo che si sente continuamente rivolgere da colleghi e superiori per via del fatto che contesta i metodi repressivi della cultura poliziesca del tempo).

La caratterizzazione linguistica di Romanzo criminale, per la quale usiamo come punto di riferimento il lavoro di D’Achille 2002, si fonda su tutte le varietà (quella alta, quella bassa e quella media) che formano il repertorio dell’italiano de Roma (Vignuzzi 1994: 29): «esse formano un continuum dai confini alquanto sfumati non solo all’interno, tra l’una e l’altra varietà (con conseguenti parziali sovrapposizioni tra il piano diastratico e quello diafasico), ma anche all’esterno, rispetto all’italiano standard da un lato e al dialetto dall’altro», essendo peraltro evidentissimo che «a Roma è tutt’altro che chiara la percezione della distinzione tra lingua e dialetto e sussistono pertanto oggettive difficoltà nel tracciare un confine netto tra questo e la varietà “bassa” dell’italiano regionale» (D’Achille 2002: 532). Tutti i fenomeni linguistici illustrati negli studi sul romanesco e sull’italiano regionale di Roma sono riccamente documentati, ad eccezione di tratti ormai in fase di abbandono, come il passaggio LD > ll nella forma fossile callo; è invece presente la forma innovante caldo.
L’osmosi è talmente forte che i tratti che esemplifichiamo d’ora in avanti (tratti dai primi due episodi della prima stagione), certo più frequenti nel primo gruppo di personaggi (i coatti) risalgono spesso nella varietà media dei dialoghi tra inquirenti all’interno degli uffici.
Abbiamo così, per il vocalismo, la monottongazione in òmo, còre, mòve, bòni (tratto connotato come “basso”); la conservazione di e protonica (de) e postonica nei clitici («me stai a sentì», famme), il passaggio di o protonica a unun vedi», «nun conosce»). Per il consonantismo sono pressoché costanti la pronuncia sempre intensa di b, g palatale intervocaliche (subbito, dirigge), l’affricazione di s dopo n, r, l, anche in fonosintassi (penzo, nun ze pò, borza), la rotacizzazione di l prima di una consonante (sordi), l’esito del nesso NJ > gn (gnente, magnà), l’esito del nesso RJ > r (paro), lo scadimento della laterale palatale a y (vojo, vojono) anche nella pronuncia di parole italiane (cojone, mijone, mejo), lo scempiamento di rr in protonia (feri ‘ferri, armi’, caro, core ‘correre’, tera, Ferari). È oscillante l’assimilazione ND > nn (mannamo, prennete ma prendemose). Sono cristallizzazioni del romanesco antico l’esito SSJ > šš in roscio ‘rosso («riferito solo a una particolare tonalità di rosso, il colore fulvo dei capelli o del mantello degli animali», D’Achille 2002: 527) e l’imperativo lassa ‘lascia’.
Passiamo a qualche aspetto della morfosintassi documentato con più abbondanza. L’articolo è sempre er (er galletto); un tratto non banale è l’uso dei possessivi indeclinabili come mia («cazzi mia»).
A parte forme verbali cristallizzate dal romanesco antico come pozzo ‘posso’, so’ ‘sono’ e il participio ito ‘andato’ («so iti a ffà la spesa»), abbiamo una serie di forme e di tratti peculiari del romanesco di seconda fase e divergenti dall’italiano. Le prime persone plurali sono sistematicamente in –amo (beccamo, ritrovamo), –emo (avemo, semo, vedemo), –imo (reinvestimo). Sono abbondantemente documentate forme della terza persona plurale di potere come ponno, vonno; tra le prime persone plurali per fare abbiamo famo, per avere amo. Sistematico è il troncamento degli infiniti che determina forme ossitone (no mmagnà, annà, comannà) e parossitone (rompe, piagne, chiede, core ‘correre’); senza eccezioni appare anche il rafforzamento dei clitici con l’infinito (avecce, stasse). È normale anche l’aferesi della vocale iniziale nella forma ’namo ‘andiamo’.
Di grande frequenza, se non sistematici, sono il che in apertura di interrogazione («e che noo so?», «che n’aa senti / oh»), il te soggetto («te ci chiami», «te vai a Grosseto»), l’estensione del clitico se ai danni di cise beccamo»), il de che interrogativo (che ha precedenti in Belli e Trilussa: D’Achille 2002: 529), l’an esclamativo/interrogativo («an do sta», «an do fanno base»). Frequentissima, praticamente sistematica, è la perifrastica con stare a + infinito («è mezz’ora che te stamo a aspettà»).
Sono documentatissimi l’a allocutivo (a Bufalo!) e l’apocope negli allocutivi, anche soprannomi (Libané, baró); non si contano le interiezioni come ahó.
Nel lessico, registriamo una serie di forme locali, molto spesso di un livello diastratico piuttosto caratterizzato (i borgatari); abbiamo per es. la dialettizzazione o gergalizzazione di parole italiane (gajiardo, batteria ‘gruppo organizzato’), il titolo di rispetto sora («sora Maria»), mo ‘adesso’, un botto ‘moltissimo’, un testone ‘un milione di lire’, a ccapoccia ‘a testa, per ciascuno’, i feri ‘le armi’, alzà ‘mettere da parte’; e infine espressioni fraseologiche come gnente gnente ‘per caso’.
Tutti i tratti fin qui descritti sono poi attenuati nei personaggi di altre classi sociali, come Roberta, la ragazza del Freddo.
Si tratta in definitiva di una sceneggiatura di grande accuratezza e realismo, che accompagna degnamente i contenuti e i tratti tecnici (inquadrature, montaggio, colore, ricostruzione) della fiction italiana a nostro avviso più convincente da La Piovra di Damiano Damiani (la prima) a oggi.

 

Marcello Aprile

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