Revolution

Revolution

Vivevamo in un mondo fatto di elettricità. Vi facevamo affidamento per tutto. E poi la corrente andò via.
Tutto smise di funzionare. Non eravamo pronti. La paura e la confusione portarono al panico.
I fortunati riuscirono a uscire dalle città. Il governo collassò.
Le Milizie ne presero il posto, controllando la distribuzione del cibo e accumulando armi.
Non sappiamo ancora perché la corrente andò via.
Ma speriamo che qualcuno arrivi ad illuminarci il cammino.
(Voice over d’apertura di ogni episodio)

Revolution è una serie televisiva di fantascienza post-apocalittica appartenente al genere drama ambientata quindici anni dopo un blackout della rete elettrica globale.
Ideata da Eric Kripke (già conosciuto al grande pubblico per essere l’autore di Supernatural), la serie è prodotta da J.J. Abrams e dalla Bad Robot Production, che aveva già in cantiere un  progetto simile.
Il debutto è avvenuto il 17 settembre 2012 sul canale NBC che ha successivamente commissionato un’intera prima stagione. Nell’aprile del 2013, in virtù dei buoni dati d’ascolto, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione di 22 episodi.
In Italia, i primi dieci episodi sono andati in onda dal 15 gennaio 2013 su Steel, canale della piattaforma pay Mediaset Premium, mentre la fruizione del pilot (diretto dal poliedrico John Favreau) era stata resa disponibile sulla piattaforma online Premium Play già dal 12 gennaio. A partire dall’undicesimo episodio, la serie si trasferisce su Premium Action ed è trasmessa in prima visione.

La gola di Olduvai è un sito archeologico situato nella pianura del Serengeti nel nord della Tanzania. Fu scoperto casualmente nel 1911 dall’entomologo tedesco Wilheim Kattiwinkel e deve la sua importanza al fatto che la particolare conformazione orografica e geologica ha permesso la conservazione di ben sette strati sedimentari, nei quali sono stati rinvenuti reperti preziosissimi ai fini della comprensione dello stile di vita dell’età della pietra.
Il geologo ed ingegnere petrolifero Richard C. Duncan ha preso spunto da questo sito per elaborare l’omonima teoria che afferma che la speranza di vita della civiltà industriale è pari o inferiore a 100 anni.
Il fascino di questa teoria che tenta di spiegare l’ipotetico picco e declino della civiltà industriale consiste nella presenza di una particolare variante: l’elettricità.
Il nostro moderno stile di vita è basato sulla disponibilità illimitata di elettricità; ma che cosa succederebbe se all’improvviso un blackout globale interrompesse definitivamente tale costante ed apparentemente inesauribile flusso di energia? Che cosa accadrebbe se tutti i componenti elettrici di qualsiasi natura smettessero di funzionare?
Charles Galton Darwin (figlio di Charles) nel 1953 disse: “La quinta rivoluzione si verificherà quando avremo speso le riserve di carbone e petrolio che si sono accumulate nella terra durante centinaia di milioni di anni. […] Questo cambiamento può opportunamente essere chiamato una “rivoluzione” ma è diverso da tutte quelle precedenti per il fatto che non è probabile che porti ad una crescita della popolazione, quanto piuttosto al contrario” [1].
Ed eccola qui, la Revolution di cui parlava Darwin, divenuta realtà televisiva grazie a Kripke ed Abrams, i quali provano ad approfondire questa suggestiva tematica dislocando l’ambientazione della serie 15 anni dopo un drammatico e teoricamente irreversibile blackout globale.
Come narrato nella sigla d’apertura, l’evento segna la fine della civiltà e l’istantaneo ritorno al Medioevo. Il crollo dei governi costituiti fa piombare la società nell’anarchia: saccheggi, violenze, scontri per il cibo e per le medicine, milioni di persone impacchettate in altissimi palazzi circondati da distese di asfalto e cemento. Inevitabile lo spopolamento delle aree urbane ed il trasferimento, per chi riesce a sopravvivere, nelle aree rurali dove ricominciare con uno stile di vita più sostenibile. Calare la narrazione degli eventi in avanti di quindici anni rispetto alla data del blackout ha consentito agli autori di superare la descrizione dettagliata del caos immediatamente successivo e di concentrarsi, invece, sulle conseguenze, sull’evoluzione e sull’adattamento post-catastrofe.
Per sviluppare temi ed ambientazioni, gli autori hanno attinto a piene mani dall’imponente materiale a disposizione: dagli studi teorici citati, alla letteratura (L’ombra dello scorpione – The stand di Stephen King su tutti), dalle precedenti serie televisive (il sottovalutato e sfortunato Jericho) ai film (L’uomo del giorno dopo di Kevin Costner).
L’aggiunta di ingredienti essenziali, rappresentati, per esempio, dal mistero sulle cause del blackout, una buona dose di azione adrenalinica e una corposa presenza di personaggi contrastanti hanno reso Revolution una serie amata da critica e pubblico.
Gli ottimi ascolti delle prime puntate hanno fatto ben sperare e, difatti, subito la NBC commissiona  la registrazione di una seconda stagione. Ma la messa in ondata dilatata dall’eccessivo numero di episodi per ogni singola stagione, oltre ad un’oggettiva debolezza di vari elementi narrativi, ha, probabilmente, raffreddato gli animi dei fan che non hanno ben accolto la seconda stagione, rendendola, di fatto, l’ultima.
Prima di analizzare approfonditamente la questione, occorre, però, dare atto ad autori e produttori che un serio problema da affrontare era costituito dal budget a disposizione.
I costi da sostenere per realizzare un set che potesse mostrarci il progressivo deterioramento delle città, la diffusione dell’anarchia, le epidemie, gli scontri e, più in generale, la fine della civiltà sarebbero stati proibitivi; pertanto, la decisione di focalizzarsi sugli eventi successivi ha consentito di superare questo handicap.
Anche in questo caso, si è deciso di non mostrare ciò che resta delle metropoli e l’ambientazione è stata collocata direttamente nei villaggi rurali o in tenute fuori città.
Il problema è che tale decisione ha provocato l’effetto collaterale di vedere i personaggi vagare per i boschi in quasi tutte le scene in esterno, infliggendo un duro colpo alla mitologia della serie, presentandoci contesti già definiti e non immediatamente comprensibili.
In situazioni di questo tipo, la gestione, l’approfondimento psicologico e le interazioni fra i personaggi divengono fondamentali per permettere l’immedesimazione ed il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Questa condizione è necessaria anche per accettare talune scelte di sceneggiatura forzate o incoerenti. Gli autori, infatti, hanno preferito puntare sui cliché consolidati, limitandosi alla manichea suddivisione in buoni (ribelli) e cattivi (milizia).
La Milizia, come ci spiega la sigla introduttiva, rappresenta il nuovo ordine costituito, il freno all’anarchia dilagante. Fa incetta di armi e viveri e governa con pugno di ferro la Repubblica di Monroe, uno dei tanti stati indipendenti in cui si sono frammentati gli USA.
Il concetto non è nuovo, era stato già introdotto dalla serie tv Jericho, ma serve per creare uno scenario di base.
I miliziani rispondono ai canoni classici del genere: sono fortemente militarizzati, arroganti, spietati e spesso gratuitamente ed ottusamente crudeli. Non stupisce, pertanto, che i ribelli abbiano la meglio in quasi tutti gli scontri diretti. Per inciso, i ribelli sono tali perché non riconoscono l’autorità dei miliziani di Monroe, ancora legati all’anacronistico concetto di Stati Uniti d’America con tanto di bandiera a stelle e strisce tatuata sul corpo. Resta incomprensibile il motivo per il quale dei ragazzi poco più che ventenni siano pronti a morire per uno stato che non esiste più e che, oltretutto, non hanno mai conosciuto.
Nella serie traspare un velato accenno di critica sociale verso il mondo attuale non più sostenibile ed il tentativo di mostrarci un mondo alternativo con legami sociali e familiari più forti ed una maggiore solidarietà di gruppo. Tutte le sotto-trame sono sviluppate sulle dinamiche dei rapporti di coppia: fratello-sorella (Danny-Charlie), genitore-figlio (Rachel-Danny, Rachel-Charlie), zio-nipote (Miles-Charlie), amico-amico (Miles-Monroe).
A partire dal pilot, tutta la stagione si trasforma in un lungo inseguimento, durante il quale vengono sviscerati i rapporti menzionati. I personaggi esterni a questi rapporti sono declassati al ruolo di semplici comparse e risultano ininfluenti ai fini della trama.
Forse l’anello debole della serie consiste proprio nella mancanza di empatia tra lo spettatore ed i protagonisti: anche la morte di uno dei protagonisti principali è priva di pathos ed è collocata in maniera quasi casuale, nonostante sia uno spartiacque che prepara il pubblico alla visione della stagione successiva.
I protagonisti principali, inoltre, sono talvolta vittime di script che li costringono a compiere azioni implausibili o palesemente irrazionali, con lo scopo di far progredire la trama verso l’obiettivo desiderato ma, spesso, a discapito della credibilità.
Un altro aspetto che indebolisce la serie è la mancanza di suspense: le due stagioni, infatti, sono colme di episodi nei quali, per esempio, un problema è risolto nel giro di poche battute o di avvenimenti che quasi sempre sono previsti o intuiti dai protagonisti e che puntualmente sono messi in scena.
L’utilizzo dei flashback, ormai ineludibile nella moderna serialità e che dovrebbe completare la narrazione svelando l’evoluzione dei personaggi, chiarendo i punti oscuri o sollevando nuovi interrogativi, è semplicemente strumentale al conseguimento degli obiettivi dell’episodio.
I protagonisti non sono caratterizzati a sufficienza e, per quanto possano essere comprensibili i cambiamenti avvenuti nell’arco di 15 anni, difficilmente giustificabili appaiono gli sdoppiamenti di personalità rappresentati con dei tagli netti fra “prima” e “dopo” privi di necessarie sfumature. Tale impostazione mina alle fondamenta la credibilità dei personaggi e della serie.
Revolution, dunque, parafrasando i Led Zeppelin (spesso citati sia nei titoli di alcuni episodi sia nella colonna sonora), potrebbe essere definita What is and what should never be ovvero Ciò che è e ciò che non dovrebbe essere, perché è una serie televisiva che ha sacrificato un’idea non innovativa, ma sicuramente intrigante, sull’altare dell’audience, nel tentativo di replicare alcuni aspetti dell’irripetibile formula che ha decretato il successo di Lost.

Charlie Matheson, interpretata da Tracy Spiridakos, è un’abile cacciatrice esperta nell’uso della balestra e figlia di Ben Matheson, uno dei pochi a conoscere le cause del blackout. Per questo motivo, la Milizia di Monroe tenta di catturarlo, ma in uno scontro accidentale lo uccide. Rapisce il figlio Danny e Charlie comincia la caccia per ritrovare suo fratello.
Danny Matheson, interpretato da Graham Rogers (Damon Eagan in Memphis Beat), è il fratello di Charlie, malato d’asma, rapito dagli uomini della milizia della Repubblica di Monroe. Viene ucciso poco dopo essere stato liberato.
Ben Matheson, interpretato da Tim Guinee (Scott Ryan in Homeland, Andrew Wiley in The Good Wife), è il padre di Danny e Charlie, che rimane ucciso dagli uomini della milizia. Lavorava con la moglie allo stesso progetto che ha portato al blackout.
Rachel Matheson, interpretata da Elizabeth Mitchell (Juliet Burke in Lost). Era la moglie di Ben, creduta morta da Charlie e Danny. È una scienziata che lavorava al progetto militare che ha portato al blackout mondiale.
Miles Matheson, interpretato da Billy Burke (Gary Matheson in 24), è lo zio di Charlie, anche lui ricercato dalla milizia. All’inizio riluttante, accetta di affiancare la nipote nella ricerca del fratello. È considerato un gran combattente ed un ottimo spadaccino.
Aaron Pittman, interpretato da Zak Orthn (Eric Royce in NYC 22), è un insegnante e scienziato, amico del padre di Charlie, il quale, prima di morire, gli ha donato un misterioso ciondolo da custodire. Anche lui affianca Charlie nel suo viaggio. Si scopre che prima del blackout lavorava per Google. Non è portato per il combattimento ed è più bravo come insegnante che come guerriero.
Jason Neville, intepretato da J.D. Pardo (Dax in 90210, Sean Salazar in Drive), si finge amico di Charlie ed è membro della milizia, alla quale si presenta con il finto nome Nate Walker, per seguirla e scoprire dove si nasconde Miles. Successivamente si scoprirà essere il figlio del capitano Tom Neville. Svilupperà dei sentimenti per Charlie e si unirà ai ribelli.
Il capitano Tom Neville, interpretato da Giancarlo Esposito (l’inquietante Gustavo Fring di Breaking Bad), è un capitano della milizia che controlla la Repubblica di Monroe. Dopo la diserzione del figlio, abbandonerà anche lui la milizia.
Il generale Sebastian Monroe, interpretato da David Lyons (Josh “ET” Holiday in Sea Patrol, Dr. Simon Brenner in E.R.), è il leader della Repubblica di Monroe. Ex marine ed ex migliore amico di Miles, apparentemente calmo e controllato, è in realtà, spietato e privo di scrupoli morali. Ambisce al dominio su tutti gli Stati del Nord America.
Nora Clayton, interpretata da Daniella Alonso (Brenda Serrano in My Generation), è una ribelle che si oppone agli uomini della milizia e si unisce al gruppo di Charlie e Miles.

Ogni puntata di Revolution si apre con una pre-sigla con voce fuori campo che introduce brevemente gli eventi accaduti, segue un teaser che anticipa il tema della puntata, la brevissima sigla di meno di 10 secondi, i crediti e lo sviluppo dell’episodio.
La trama orizzontale è suddivisa in due tronconi temporali: il periodo pre-blackout è affidato ai flashback generalmente strumentali ai fini dell’episodio e rivelatori delle vicende del passato dei protagonisti e di quelle che hanno causato il blackout stesso. Il periodo post-blackout costituisce,  ovviamente, il fulcro della narrazione.
La serie è girata quasi interamente in esterni, con abbondanza di campi lunghi e medi sulle foreste della Carolina del Nord. Raro l’uso del dettaglio, frequente l’adozione del piano americano e del controcampo nei dialoghi.
Paradossalmente, il mondo privo di elettricità di Revolution è più luminoso, nel senso che la fotografia esalta i colori della natura rendendoli più accesi, quasi a voler evidenziare il contesto “arcadico” dell’ambientazione.

Sigla. Come precedentemente indicato, gli episodi di Revolution sono introdotti da una pre-sigla di 25 secondi che, sulle note di una sinfonia epica dal tono crescente, introduce la genesi della nuova civiltà post elettrica. La sigla è collocata a circa sette minuti dall’inizio dell’episodio e dura poco meno di otto secondi.
La sigla, essenziale ma rappresentativa, si apre con la comparsa del simbolo on/off sullo sfondo che si presta a diventare la seconda O della parola Evolution, alla quale, solo in secondo momento si aggiunge la lettera R che va a completare il titolo della serie.
D’impatto, la scelta dei caratteri bianco neon tridimensionali su un opprimente sfondo nero, metafora del buio che segue il blackout, e nel quale si piomba appena la sigla “si spegne”.
Suoni tipici delle frequenze disturbate, dei cali di tensione e del collasso della rete elettrica accompagnano la sigla.
La scelta di mostrare inizialmente la parola revolution elisa della lettera iniziale suggerisce allo spettatore l’idea del mutamento e del cambiamento ai quali dovranno assistere.
Le musiche sono state realizzate da Cristopher Lennertz, già collaboratore di Kripke in Supernatural.

Poiché nel corso della serie lo sviluppo dell’azione non ci consente di comprendere appieno certe dinamiche personali, ci si aspetterebbe dialoghi strutturati in maniera tale da colmare tali lacune. Purtroppo, ciò non avviene e i dialoghi sono un semplice intermezzo fra le scene d’azione, quasi dovessero occupare dei tempi morti, privando i personaggi e gli spettatori del necessario approfondimento psicologico. Ad eccezione dell’abbondanza di luoghi comuni e di retorica sui temi di patria e famiglia, il resto è poco più di un assemblaggio di frasi fatte e moralismo a buon mercato. Non è la lingua, insomma, il punto forte della serie.

 

Mariangela Perrone, Alessandra Ciraci

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