Rabbits

Rabbits

In una città senza nome, bagnata da una pioggia incessante, tre conigli convivono con un terribile mistero. (Tagline della serie)

Rabbits è una sitcom anomala, scritta e diretta da David Lynch nel 2002, composta da 8 episodi della durata di 5-6 minuti ciascuno, interpretata da attori in carne ed ossa (Scott Coffey, Laura Elena Harring e Naomi Watts, già con Lynch in Mulholland Drive) con testa e zampe da coniglio. Mai trasmessa in tv, pubblicata esclusivamente su www.davidlynch.com per i membri registrati, è probabilmente il prodotto più complesso e più difficilmente catalogabile di questo genere.

La tag-line della serie è «In una città senza nome, bagnata da una pioggia incessante, tre conigli convivono con un terribile mistero». La trama, in pieno stile Lynch, è scarsamente comprensibile. Nei vari episodi i tre protagonisti (Jack, Jane e Suzie) si muovono all’interno di un salotto; per tutta la durata della serie l’inquadratura è fissa su di esso, una sorta di proscenio teatrale. I dialoghi e le battute sono sconnessi e privi di significato apparente; l’unica cosa ben evidente è la presenza di un mistero che accomuna i tre conigli, che comunque non verrà rivelato nemmeno alla fine della serie.

Pretendere di comprendere per intero Rabbits è piuttosto pretenzioso da parte di un qualsiasi fruitore.

Il format è quello della classica sitcom: protagonisti ben definiti, battute corte e ritmate, ambiente immediatamente distinguibile, “presenza” di un pubblico che applaude e ride quando si sente più coinvolto. Lynch tuttavia sovverte le regole del genere televisivo, creando sottotesti assolutamente inaccettabili in un prodotto canonico, ma necessari per la sopravvivenza stilistica, comunicativa e significativa di Rabbits. Il suo cinema è fatto per essere interpretato e plasmato a uso e gusto personale dello spettatore; ciò che si può fare è cercare di analizzare ogni singolo elemento, carpirne il senso e farlo proprio.

Jack, Jane e Suzie, tre conigli. Questo dovrebbe già bastare a scuotere la mente dello spettatore. In ogni serial televisivo, e ancor di più nelle sitcom, la caratterizzazione di ogni personaggio è volutamente piatta e approssimativa, per far sì che le caratteristiche predominanti saltino subito all’occhio dello spettatore, creando immediatamente un meccanismo di immedesimazione ed empatia. Qui la caratterizzazione dei personaggi è totalmente inesistente; eccezion fatta per i vestiti (Jack ha un completo in giacca e cravatta, Suzie un vestito a fiori rosa scuro e Jane un vestito a fiori rosa chiaro), è difficile distinguerli. Anche la tonalità della voce, monocorde e lenta, non accenna a distinguerne una natura caratteriale precisa. Le azioni dei personaggi sono sconnesse: Jack non fa altro che entrare ed uscire dalla stanza attraverso una porta, Suzie stira e Jane sta seduta sul divano. Non c’è un personaggio predominante, non c’è un protagonista, manca l’essenza stessa del personaggio.

In Rabbits, l’ambiente, lo spazio e il tempo sembrano incanalare la vicenda in una realtà alternativa. I rimandi alla Loggia nera di Twin Peaks (il cult serial di Lynch) si sprecano: innanzitutto, l’ambiente in cui si svolge la vicenda è un salotto di una casa molto poco accogliente, piuttosto minimalista e oscura, abitata da ombre, che rimanda al salotto dei sogni del protagonista della serie, l’agente Cooper (ed è qui che forse ci troviamo? Un sogno o forse un incubo, la cui materializzazione di paure, ansie e dolori attraverso la coscienza si rielabora dando forma al tutto). Si parla di presente, di futuro e di passato, con un’inquadratura statica sul salotto che, a parte uno stacco nel sesto episodio sul telefono che squilla (spesso ricordato nei dialoghi: Jack, ep. 1: «Ci sono state delle telefonate?»; Jane, ep. 1: «Non ci sono state telefonate oggi»; Suzie, ep. 4: «C’è stata una telefonata per te, prima, durante il giorno»; Jane, ep. 6: «Chi era al telefono?»), unico elemento che collega l’interno della casa con un eventuale mondo esterno, resta invariata per tutta la durata della narrazione. Il tempo, nella duplice valenza di time e di weather, non sembra avere valore; il tutto si svolge con pedante lentezza, dai dialoghi ai semplici movimenti dei protagonisti, ma allo stesso tempo, quasi a volerne sottolineare il paradosso, esso, come abbiamo visto, è l’argomento portante dei dialoghi.

Che il posto non sia un semplice salotto di una casa è chiaro sin da subito. I conigli sembrano quasi esserne volontariamente prigionieri, come se all’interno di esso si sentissero al sicuro. Consapevoli dell’esistenza di un pubblico fruitore in diretta, non hanno nessun collegamento diretto con esso, nemmeno unidirezionale, come dovrebbe essere: il pubblico presente è coinvolto dalla vicenda, e lo fa con applausi scroscianti e forti risate, senza però tener conto del perché o del quando, come se meccanicamente e inconsciamente continuasse a fare quello che ogni pubblico di una sitcom fa, ridere alle gag e alle battute. Ma in Rabbits non ci sono né battute né gag divertenti, e ciò rende ogni suo intervento fuori luogo e incredibilmente straniante.

In ogni narrazione seriale televisiva l’elemento portante, da cui scaturiscono successo e qualità, è dato dai dialoghi. Lynch ha avuto diversi riconoscimenti per le sue sceneggiature, sempre complesse, criptiche, innovative. In Rabbits, i dialoghi costituiscono l’elemento portante/disturbante della serie. Se è la semplicità a farla da padrona da un punto di vista strutturale e visivo (stessi personaggi, stesso ambiente, stessa inquadratura), ciò non vale per la sceneggiatura. I personaggi utilizzano battute brevissime e sintatticamente semplici, ritmando il dialogo in maniera anomala, rendendo tutto lento e pesante, insostenibile per un prodotto del genere. Ecco la trascrizione integrale dei dialoghi del primo episodio:

Jane: Un giorno lo scoprirò.

Suzie: Quando lo dirai?

Jack: Ci sono state delle telefonate?

Jane: Che ore sono?

Jack: Ho un segreto.

Jane: Non ci sono state telefonate oggi.

Jack: Non ne sono sicuro.

Jack: Una coincidenza.

Suzie: Ah ah ah…

Jane: Non dimenticarti che oggi è venerdì.

Suzie: Dov’era?

Jack: Sento qualcuno.

Jane: C’è qualcosa che vorrei dirti, Suzie.

In sottofondo, l’inconfondibile colonna sonora di Angelo Badalamenti, che con le sue melodie inquietanti carica di pathos i dialoghi. Il significato ne è incomprensibile (i protagonisti parlano in modo sconnesso, alternando battute che si riferiscono al passato, al presente e al futuro). Essi sono intervallati da tuoni e lampi dall’esterno, applausi e risate del pubblico; appare anche una bocca demoniaca che emette suoni gutturali inquietanti e incomprensibili. Nei vari episodi, eccezion fatta per 3, 5 e 7, c’è uno scambio di battute quasi sempre alternate; è incredibilmente difficile seguire il discorso di base, ammesso che ce ne sia uno, poiché non c’è alcuna tematica portante.

Si fanno accenni ad un segreto (Jack, ep. 1: «Ho un segreto»; Jack, ep. 2: «Quando succederà, lo saprai»; Jack, ep. 4: «Potrebbe essere stata una coincidenza»; Suzie, ep. 4: «Non è andata così»; Jane, ep. 6: «L’ho saputo fin da quando avevo sette anni»; Suzie, ep. 8: «C’è qualcosa, qui!»; Jake, ep. 8: «Chi avrebbe potuto saperlo?»; Suzie, ep. 8: «Nessuno può sapere questa cosa»; Jake, ep. 8: «No. Niente»), allo scorrere del tempo (Jack, ep. 2: «Devono essere le sette di sera passate»; Jack, ep. 2: «Potrebbe anche essere più tardi»; Jane, ep. 4: «Sono le 23:15, è buio fuori»; Suzie, ep. 6: «Sono le 20:35»; Suzie, ep. 8: «È mezzanotte passata!»; Jane, ep. 8: «Tutto il giorno»), al passato (Jane, ep. 6: «Stavo parlando della scorsa notte»; Jane, ep. 6: «Ero vicino al porto, dopo che successe»; Suzie, ep. 6: «È sempre stato così»), alle condizioni meteorologiche (Jane, ep. 2: «Sta ancora piovendo»; Suzie, ep. 4: «Deve essere la pioggia»; Jane, ep. 4: «Non penso sia la pioggia»; Jane, ep. 6: «Stava piovendo»; Suzie, ep. 6: «Sta ancora piovendo»; Suzie, ep. 6: «Non c’è luna stanotte», Jane, ep. 6: «Ho letto che sembra stia ancora piovendo»), alla spazialità indefinita (Jack, ep. 2: «Dov’ero?»; Jane, ep. 2: «Vorrei solo andassero da qualche parte», Jack, ep. 4: «Non stiamo andando da nessuna parte»; Suzie, ep. 6: «Dove credi io sia andata?»; Suzie, ep. 6: «Non so dove sia Jack»; Jack, ep. 6: «Quando sei andata fuori?»; Suzie, ep. 8: «Ci sono andata prima, quando si è fatto giorno», Suzie, ep. 8: «E poi, era là»), che indefinita rimane anche davanti a richieste accorate destinate a restare inevase (Suzie, ep. 6: «Dov’era esattamente, te lo ricordi?»), e infine a un’entità esterna anch’essa indefinita (Jack, ep. 4: «Chi era?»; Suzie, ep. 4: «Va al lavoro ogni mattina e poi torna a casa ogni notte»; Suzie, ep. 6: «Era la voce di un uomo»; Jane, ep. 8: «L’ho visto anch’io»; Suzie, ep. 8: «Era rosso»; Jake, ep. 8: «Era l’uomo vestito di verde»).

Negli episodi 3, 5 e 7, Jane, Jake e Suzie, a turno, attraverso una sorta di filastrocca, elencano elementi, forse indizi per risolvere il mistero, senza contare che probabilmente, e chi conosce Lynch lo sa, ciò serve, invece, a complicare le cose. Ecco il “monologo” di Jane nell’episodio 3, in cui prevale decisamente lo stile nominale:

Camera oscura. / Qualcosa non va. / Freddo. / Sirena. / Buio. / Denti sorridenti. / Ala che si muove, dita. / Fumo. Olio. Calore. / Specchio. / Macchie di sangue. / Occhio aperto. Oscurità. / Tutto bagnato. / Ma nel letto. / Spina. / Insetto nel letto. Che striscia. / Sopra lune.

Tematiche e possibili interpretazioni

Tra le possibili interpretazioni date alla serie, quella più diffusa vede i tre conigli vivere in una sorta di purgatorio o limbo, o, in ogni caso, in una dimensione irreale in cui lo spazio si fonde con il tempo, si allude spesso alla vita passata di qualcuno, forse proprio dei protagonisti stessi, come se essi fossero coscienti di essere stati “differenti” in passato (Jack, ep. 2: «Eri bionda, Suzie?») e la paura di come (o forse chi) essere in un futuro (Jane, ep. 8: «Mi domando chi sarò»). Cercando di dare un significato logico ai vari dialoghi, si nota sin da subito l’alternanza temporale delle battute: spesso a domande si risponde con domande, per poi ritrovare la risposta più logica a diverse battute di distanza, anche nell’episodio successivo. Nell’aria aleggia un mistero, probabilmente un omicidio; nei dialoghi si parla spesso di sangue, filo spinato, coltelli, saliva, acqua, piedi blu, gambe lunghe, elementi che riconducono probabilmente all’assassinio di una ragazza (non dimentichiamoci l’urlo straziante di una donna proveniente dall’esterno alla fine dell’ultimo episodio), forse a sfondo sessuale, forse vicino ad un fiume (altro elemento ricorrente nei dialoghi è l’acqua), forse con riferimento a qualcuno da noi conosciuto, forse a Laura Palmer, protagonista di Twin Peaks, il cui cadavere viene ritrovato all’inizio della serie vicino ad un corso d’acqua. Il cinema di Lynch è fatto di simboli. La decisione di far interpretare a tre conigli il ruolo di protagonisti di questa storia è piuttosto chiara: sono uomini e donne, travestiti da conigli, per antonomasia codardi. Il fatto che i dialoghi siano incomprensibili dimostra l’incomunicabilità di base presente all’interno di un nucleo familiare. Si parla, ma non si ascolta mai, nonostante accorati quanto inutili appelli lanciati di tanto in tanto (Jack, ep. 8: «Ho bisogno di dirvi qualcosa»; Jack, ep. 8: «Ha detto qualcosa?»; Jake, ep. 8: «Non dimenticate quello che vi ho detto»); e il pubblico agisce di conseguenza.

L’idea di Lynch sembra quella di costruire un anti-serial, una violenta critica a qualunque format televisivo con rigide regole da rispettare o da tenere in forte considerazione, pena il mancato riscontro di pubblico necessario alla sopravvivenza del prodotto. E Lynch, forse, è uno dei pochi a non stare alla regole: autoproduce, scrive e dirige questo Rabbits proprio dopo un capolavoro come Mulholland Drive. Ma c’è da chiedersi perché Lynch si sia scomodato tanto. La risposta è semplice: lo spirito di rivalsa. Twin Peaks è stato e sarà sempre un cult, ma, nonostante ciò, è stato chiuso alla fine della seconda stagione perché il pubblico lo trovava ostico e poco rispondente ai suoi gusti. A distanza di anni, Lynch ripropone un pilota di una nuova serie intitolata Mulholland Drive che però non va in porto, poiché i produttori pensano che il materiale a disposizione sia “eccessivo” per un qualsiasi tipo di serial sino ad allora prodotto. Fortunatamente, Lynch riesce a recuperare il materiale e ad adattarlo a film per il cinema, con risultati sorprendenti.

Rabbits è da considerarsi, quindi, come un “cavallo di Troia” per questo genere, perché, pur facendone parte, lo critica dall’interno in tutti i suoi elementi.

 

 

Cesare Mangione

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