Provaci ancora prof

Provaci ancora prof

Lo sai qual è la cosa che amo di più? Che in ogni indagine prima o poi ti incontro. (Provaci ancora prof; 2, 3)

Provaci ancora prof (prodotta dal 2005 e tuttora in lavorazione, sei stagioni, Raiuno), è una forma di incrocio tra il genere school e il poliziesco all’italiana, in cui la figura di collegamento è costituita dalla protagonista Camilla Baudino (Veronica Pivetti, la cui recitazione è peraltro l’unico fatto accettabile dell’intera serie), che fa l’insegnante di Lettere in una scuola di Roma (poi di Torino) ma “investiga” nel tempo libero, in collaborazione con il commissario Berardi (Paolo Conticini), almeno per le prime tre stagioni, sui gialli che le si presentano di volta in volta. Il titolo della serie ammicca a quello di un film di Woody Allen, Provaci ancora Sam.

Gli effetti della mescolanza di generi sono a volte stranianti. Nella puntata 3,1 Due americane a Roma, la classe in gita al Colosseo è interrotta dal ritrovamento di un cadavere nelle vicinanze. La professoressa si reca sul luogo del delitto con tutta la classe, come se stesse accompagnando i ragazzi a un piccolo imprevisto didatticamente interessante; e tutti osservano il cadavere senza il minimo turbamento, comportamento forse normale in una squadra omicidi ma certo non per ragazzini accompagnati in giro dai loro insegnanti. Per giunta la qualità dell’investigazione ha effetti di involontaria comicità, come la “deduzione” del commissario Berardi che osserva, di una donna sdraiata supina, «Beh / ha una ferita profonda alla nuca».
Non mancano poi gli affondi di taglio pedagogistico-educativo: il primo sulla multiculturalità, quando una ragazza con tratti orientali, avvicinata da un ragazzo locale che le chiede se sia giapponese o coreana, risponde, per sbarazzarsene (ma in realtà, ovviamente, per “dimostrare” che la nostra è una realtà plurietnica) «So’ dde Roma / Ok?»: non occorre stabilire raffronti con le lancinanti riflessioni senza sconti sulle società multiculturali de I Soprano (cfr. per esempio l’episodio 1,8). Il secondo, sul malcostume delle foto con il telefonino a qualunque oggetto e in qualunque circostanza (in questo caso gli scatti a un cadavere, davanti a cui non manca la tirata educativa «Ivan / per favore / un po’ di rispetto!»).
Per il resto, il consueto romanesco di base a caratterizzare i personaggi più popolari come i centurioni (Se stava a magnà ’a ciriola co ’a mortazza?»); l’altrettanto scontato commissariato in cui confluiscono diverse regionalità con prevalenza del sud (in particolare del napoletano), con qualche incongruenza, per esempio il fatto che un personaggio secondario sia dato come “siciliano”, con tanto di cannoli fatti dalla mamma, ma abbia un accento nettamente fuori contesto. Qualche battuta è ingessata, come «Non sono coreana né tanto meno giapponese», segno che anche la sceneggiatura, in aspetti squisitamente linguistici, avrebbe dovuto essere rivista; qualche rara parola dotta o ricercata, come conventicole (un ricordo di Caterina va in città di Virzì?), appare anch’essa fuori contesto.

 

Debora De Fazio

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