Promessi sposi

Promessi sposi

[Renzo] Lucia… Per oggi, tutto a monte! E Dio sa quando potremo essere marito e moglie![Lucia] Che?[Renzo] Don Rodrigo ha minacciato di morte il signor curato se ci sposerà.[Lucia] Fino a questo segno?[Renzo] Dunque voi sapevate?[Lucia] Purtroppo!

(I Promessi Sposi; ep. 1)

 

Le otto puntate dei Promessi sposi trasmesse dall’1 gennaio al 19 febbraio 1967 dalla rete Nazionale Rai si presentano come il tipico sceneggiato televisivo a episodi della paleotelevisione bernabeiana dal forte intento pedagogico di alfabetizzazione delle masse e di offerta di nuove esperienze culturali a un pubblico quasi totalmente digiuno di letteratura.
Il successo popolare fu garantito proprio dell’enorme richiamo mediatico che accompagnò la produzione e precedette la messa in onda dello sceneggiato: la lavorazione fu lunga e costosa e la scelta dell’interprete femminile, Paola Pitagora, nel ruolo di Lucia, fu addirittura seguita dai giornali e annunciata dai telegiornali, al punto da interrompere un servizio sul conflitto in Vietnam.
La sceneggiatura, scritta da Riccardo Bacchelli e dallo stesso regista Sandro Bolchi, è fedelissima al testo manzoniano, sia nel linguaggio (con l’adozione della lingua letteraria non solo da parte degli attori principali, ma dell’intero cast e della voce narrante fuori campo – il manzoniano narratore onnisciente – che descrive e collega le vicende mediante la lettura di intere pagine del romanzo), sia nei contenuti (con la ricostruzione puntuale degli eventi, anche nelle vicende secondarie). Gli autori si sono avvalsi della consulenza storica di Claudio Cesare Secchi, all’epoca direttore del Centro Nazionale di Studi Manzoniani.

Le vicende dell’opera manzoniana, considerata il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana, sono ambientate in tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola in Italia. La trama, ripresa con la massima fedeltà dagli autori del nostro sceneggiato, è sviluppata in maniera puntuale dalla pagina di Wikipedia dedicata ai Promessi sposi.

La scelta del cast si rivela molto accurata, dal momento che ogni interprete recita adeguatamente il ruolo assegnatogli e possiede anche le caratteristiche fisiche tracciate da Manzoni del romanzo.
Nei ruoli dei due personaggi protagonisti troviamo Nino Castelnuovo (Renzo Tramaglino) e Paola Pitagora (Lucia Mondella), all’epoca giovanissimi e sconosciuti, ma quasi subito oggetto di grande notorietà, che ha poi condizionato positivamente la loro brillante carriera artistica.
Agnese, la madre di Lucia, è interpretata da Lilla Brignone, il curato Don Abbondio da Tino Carraro, Don Rodrigo da Luigi Vannucchi; Massimo Girotti, Lea Massari e Salvo Randone rivestono i panni rispettivamente di Fra Cristoforo, della Monaca di Monza Gertrude e dell’Innominato. Si tratta principalmente di attori teatrali e cinematografici che negli anni Sessanta avevano già raggiunto fama a livello nazionale.
Per un elenco più dettagliato degli interpreti, si rinvia, stavolta, alla scheda di Wikipedia dedicata allo sceneggiato.
La voce narrante che accompagna lo spettatore nella visione degli episodi è quella dell’attore teatrale Giancarlo Sbragia.

Le uniche, lievi, differenze rispetto all’originale manzoniano si riscontrano a livello fonetico nell’annullamento frequente di elisioni («Privo dei parenti», «Che vuole che io faccia del suo latinorum?») e troncamenti («Lor signori sono uomini di mondo», «Non me ne viene nulla in tasca», «Il signor curato è uomo che sa il viver del mondo e noi siamo galantuomini che non vogliamo fargli nessun male», «Quel benedetto uomo del signor curato») rispetto all’originale.
In generale, invece, si riscontra, a livello morfologico, la conservazione del pronome maschile egli Egli pensa alla morosa», «Egli ti farà da padre», usato più frequentemente quando è riferito a Dio, nelle battute di fra Cristoforo: «Egli vi assisterà», «Egli vede tutto», «Egli può servirsi anche d’un uomo da nulla quale sono io»), alternato a lui Lui non ci ha colpa»), costui («Anche costui è una testa…») e colui («Come si chiama colui?»), e del pronome femminile essaEssa […] aveva affrettato il passo»), alternato al più raro costei («Vedete che bei pareri mi sa dare costei»), come soggetti di terza persona singolare.
Gli allocutivi di cortesia utilizzati sono Lei («Posso dunque sperare che lei mi abbia concesso il perdono? », «Lei non è di quelli che dan sempre torto ai poveri», «Lei mi parlerà della mia coscienza quando verrò a confessarmi da lei») e LoroLor signori sono uomini di mondo», «Se lor signori avessero la compiacenza di mettersi nei miei panni»).
Molto frequente appare l’impiego dei pronomi proclitici soggetto [Rohlfs 1968, § 446] («La dev’esser qui sicuro, perché è una grida d’importanza»), soprattutto in funzione di neutro [Rohlfs 1968, § 449 e 450] («Se non gli ho mai dato retta gli è che il mio cuore era qui», «Vorrei che la fosse toccata a voi», «Se m’avessero tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male»), fenomeno tipico del toscano che Manzoni decise di accogliere e far proprio con l’edizione del 1840.
In àmbito verbale, spiccano il rispetto del congiuntivo in tutti i casi in cui è previsto dall’italiano standard («Se la cosa avesse a decidersi in ciarle, lei ci metterebbe nel sacco», «E quando mi fosse toccata una schioppettata dietro la schiena […], l’arcivescovo me la leverebbe?», «Guai se quei cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano», «Sapete voi quanti siano gli impedimenti dirimenti?», «Chi è quel prepotente che non vuole che io sposi Lucia?»). Notevoli anche l’adeguamento della prima persona singolare del presente dei verbi fare e andare alla coniugazione di stare e dare, con i conseguenti esiti  fo e vo (invece di faccio e vado) [Rohlfs 1968, § 546 e 544] («Io non fo di queste cose», «Vo e torno con la risposta») e la presenza delle perifrasi avere + da + infinito e avere + a + infinito in luogo del verbo dovere («Questo matrimonio non s’ha da fare», «Vengo da lei per sapere come ho da fare per ottenere giustizia», «Se la cosa avesse a decidersi in ciarle, lei ci metterebbe nel sacco»), e l’accezione attualizzante della particella ci in unione con i verbi avere («Io non ci ho colpa», «Lui non ci ha colpa») ed entrare («Il povero curato non c’entra»).
Le interrogative dirette e indirette sono introdotte per la maggior parte da cosaCosa comanda?», «Cosa c’entro io?», «Mi dica chiaro e netto cosa c’è»), più ricorrente rispetto a cheChe vuol che si dica in suo nome all’illustrissimo signor don Rodrigo?», «E a Lucia che devo dire?») e a che cosa, raro anche nel testo manzoniano.
In funzione di aggettivo interrogativo, che appare predominante rispetto a quale («Di che giorno volete parlare?», «Ma mi dica che impedimento è sopravvenuto», «Quali amici?»); tendenza evidente anche delle proposizioni esclamative («Che birbone, che soverchiatore, che uomo senza timor di Dio!», «Ma che sonno!, Che sogni!»).
A livello retorico abbondano le metafore («Guai se quei cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano», «È una cima d’uomo che ha tolto più di un pulcino dalla stoppa», «Non son pesci che si pigliano tutti i giorni, né con tutte le reti»), le similitudini («Il nostro don Abbondio […] s’era dunque accorto d’essere, in quella società, come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», «Le schioppettate non si danno via come confetti», «Noi siamo come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi», «Scapperà come il diavolo all’acqua santa»), le anafore («Perché non le ha fatte a tempo? Perché dirmi che tutto era finito? Perché aspettare?», «Voi sola potete aver parlato […] Voi sola potete aver parlato […]Voi sola! Voi sola! Voi sola!», «Io non ho parlato […] Io non ho parlato», «Lei non crede che un tal titolo mi convenga. Lei sente in cuor suo che il passo che io fo ora qui non è né vile né spregevole. Lei può molto quaggiù, ma…», «Voi avete creduto che Dio abbia fatto una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso!», «Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo […]. Addio casa natia […]. Addio casa ancora straniera […]. Addio chiesa […]. Addio.»), i poliptoti non solo temporali («Noi non ne sappiamo, né vogliamo saperne di più», «Dico per dire», «Vorrei che la fosse toccata a voi, com’è toccata a me», «Tu menti che io abbia mentito», «Se tu fossi cavaliere, come sono io…», «Aiutati ch’io ti aiuto», «Ma se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio?», «Me lo promettete? Ve lo prometto! Me l’avete promesso!», «È un temerario violabile, violabilissimo, bastonabile, bastonabilissimo», «L’impressione che egli ricevette a vedere l’uomo morto per lui e l’uomo morto da lui fu nuova e indicibile»), le strutture binarie («Mi dica chiaro e netto cosa c’è», «Noi poveri curati siamo tra l’incudine e il martello», «Spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi», «Mi promettete, mi giurate di non parlarne con nessuno», «Affannato e balordo si ripose nel suo seggiolone», «Dichiaro e definisco che i pranzi dell’illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene di Eliogabalo e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza») e ternarie («Il nostro don Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno», «Tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant’uomo, un uomo di polso, che non ha paura di nessuno», «C’è bene al mondo di birboni, di prepotenti, degli uomini senza timor di Dio»), fino all’accumulo, con forte prevalenza dello stile nominale («Bravi, don Rodrigo, viottoli, schioppettate, rupi, fughe, inseguimenti, grida, Renzo», «Error, conditio, votum, crimen, cognatio, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas», «La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta per quel momento, l’ansietà dell’avvenire fecero l’effetto»), con sporadici esempi di catafora del soggetto («Il più interessato sono io», Vi voglio bene io»), epifora («Fiori a bizzeffe […] noci a bizzeffe», «Se ha il chiodo fisso, come l’ha fisso…»), anadiplosi («Ecco un filo. Un filo che la provvidenza mette nelle mie mani», «È cattiva gente. Gente che gira di notte», «Addio, casa ancora straniera. Casa sogguardata tante volte…») e climax ascendente («Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai», «Io dico, proferisco, sentenzio che questo è l’Olivares dei vini»).
I fenomeni di enfasi più frequenti sono le dislocazioni a destra («Ma non le ha fatte tutte queste ricerche?», «Possibile che non sappiate dirle chiare le cose?», «L’ho trovato io il verso») e a sinistra («Queste ricerche noi le dobbiamo fare», «Il mondo lo conosco un poco», «Le scappate bisogna pagarle», «La bricconeria l’hanno fatta a me»), le frasi scisse («Sono io che voglio maritarmi?», «Sono i fornai che nascondono il grano») e le costruzioni foderate o a cornice («Io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io», «Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire», «Non creda, signor conte, non creda», «Lei mi parlerà della mia coscienza quando verrò a confessarmi da lei»).
Il lessico presenta termini caratterizzati a livello diacronico, diatopico e diafasico, come maritarsi, baggianate, bagattella, impastocchiate, fandonie, fallare, grida ‘decreto’, bricconeria, temerità, or dunque, ribaldo, ciarloni, berlinghe, uscio, arrovellare, tanghero, birba.
Compaiono, inoltre, numerosi alterati, tratti dallo stesso testo originale, come debituccio, letteratone, bugiardona, viottola, gocciolo, libraccio (per quest’ultimo esempio, cfr. Bruni, 2007, p. 168: «Il mondo visto dal basso […] trova un’espressione polemica e satirica anche nel suffisso peggiorativo che qualifica i libracci e le cartacce, i prodotti di individui o corporazioni o istituzioni che con la scrittura imbrogliano o mistificano i semplici»).
Si registrano, infine, frequentissimi modi di dire alternati a brevi frasi sentenziose («Per l’amor del cielo», «Non mi tenga così sulla corda», «Noi poveri curati siamo tra l’incudine e il martello», «V’è saltato il grillo di maritarvi», «Il Signore sia con voi», «Non vi perdete d’animo», «Io me ne lavo le mani», «Ambasciator non porta pena», «Ci penserà il conte duca a farlo rigare dritto», «Se il cardinale Riciliù farà un buco nell’acqua…», «Fare di ogni erba un fascio», «Mala cosa nascer poveri») e termini e detti latini pronunciati in particolare da Don Abbondio o da altre figure ecclesiastiche, anche fuori dall’ambito strettamente liturgico («Error, conditio, votum, crimen, cognatio, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas», «Omnia munda mundis»).

 

Francesca Sammarco

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