Pan Am

Per tutta la vita la gente mi ha sottovalutato; e si sono sbagliati.

Pam Am è una serie televisiva creata da Jack Orman (JAG, ER) e prodotta dalla Sony Pictures Television per la ABC, canale generalista statunitense.
Composta da un’unica stagione di 14 episodi da 40 minuti ciascuno, Pan Am narra, con toni leggeri e patinati, le vicende umane e professionali di un equipaggio della compagnia aerea Pan American World Airways.
Mandata in onda per la prima volta negli Stati Uniti il 25 settembre del 2011, la serie è stata trasmessa in Italia prima da Fox Life (gennaio – aprile 2012) e poi, in chiaro, su Cielo (aprile – dicembre 2012).
Nel corso del 2012 è stata candidata a 3 premi Emmy (miglior fotografia, migliore composizione musicale, migliori effetti speciali visivi) e al People’s Choice Awards (migliore nuova serie TV drammatica), ma non ha ricevuto alcun premio.

New York, 1963: benvenuti nella “jet era”.
In un’epoca in cui il mondo guarda con entusiasmo alle nuove possibilità offerte dal boom economico, la Pan Am, compagnia aerea leader mondiale del settore, è considerata la rappresentazione per antonomasia di modernità e lusso: i suoi piloti sono ammirati come eroi, le sue hostess sono «esempi internazionali di grazia e bellezza», sogno proibito di ogni maschio medio americano.
Maggie (Christina Ricci), Collette (Karine Vanasse), Kate (Kelli Garner) e Laura (Margot Robbie) lavorano come assistenti di volo lungo le rotte internazionali, affiancando sul modernissimo Clipper Majestic il giovane comandante Dean (Mike Vogel) e il suo co-pilota Ted (Michael Mosley), ex ufficiale di Marina che sogna di poter, un giorno, avere un equipaggio tutto suo.
Period drama corale pensato specificatamente per il pubblico femminile di un canale broadcast, la serie offre, attraverso il carattere di ciascuno dei suoi personaggi, uno spaccato della società americana dei primi anni Sessanta: così, all’intraprendente Maggie, che guarda con interesse alla Beat Generation e non ha paura di rispondere a tono ai propri superiori, si affianca la dolce Colette, che incarna le ferite non ancora rimarginate della Seconda Guerra Mondiale; mentre la timida e inesperta Laura, che è entrata nella compagnia dopo essere fuggita da casa il giorno delle sue nozze, deve vedersela con la carismatica sorella Kate, che si è arruolata nella CIA e che utilizza il lavoro alla Pan Am come copertura per le sue missioni segrete.
Cuore pulsante della serie è l’esaltazione, in versione femminile, del sogno americano: le protagoniste, infatti, sono giovani donne colte e indipendenti, che non cercano marito, ma che sono ansiose di plasmare il proprio destino. Donne, cioè, che scelgono da sole la direzione da dare alla propria vita, anche se si muovono strizzate in guaine costrittive e indossano guanti bianchi: più o meno consapevolmente, esse accettano di sopportare una serie di discriminazioni a forte carattere sessista (non possono sposarsi, non possono superare un certo peso e devono essere sempre disponibili nei confronti della clientela maschile, giusto per fare qualche esempio) pur di realizzare, caparbiamente, le proprie ambizioni.
Donne che trattano alla pari gli uomini con cui lavorano (siano essi giornalisti, spie o piloti) e che da questi ultimi sono intimamente stimate per la loro forza e il loro valore. Basti citare, al riguardo, il modo in cui Maggie apostrofa Ted dopo che questi ha provato a smorzare la tensione con un passeggero che l’ha importunata:

«So bene qual è il mio lavoro. Con il prezzo del biglietto, uomini d’affari possono flirtare con delle belle ragazze. Ma posso sopportarlo. Posso sopportare che mi controllino ogni centimetro del mio corpo, di essere pesata, o uno stronzo ubriaco che passa il limite. Ma la cosa che non sopporto è che tu gli abbia fatto intendere che può provarci con un’altra ragazza».

Il fitto intreccio di relazioni, sentimentali e non, tra i personaggi si accompagna allo sviluppo di una serie di sotto-trame (le tensioni della Guerra fredda, il rapporto genitori-figli, le coppie interazziali, i postumi della Seconda Guerra Mondiale, l’emancipazione sessuale femminile) che innestano le storie dei protagonisti nella Storia riportata sui libri di scuola: sin dai primi episodi, però, si percepisce la volontà, da parte degli sceneggiatori, di mantenere il tono della narrazione su livelli patinati, che puntano ad esaltare il clima di ottimismo e di speranza di quegli anni, quasi a voler ricordare agli americani come erano una volta e come potrebbero tornare ad essere.
Sebbene, quindi, sia molto apprezzabile la cura per i dettagli riservata in fase di allestimento di scenografia e costumi, così come nella scelta della colonna sonora, la ricostruzione degli anni Sessanta appare tutto sommato superficiale e priva di tensione emotiva (tutti i problemi che i protagonisti incontrano si risolvono sempre e velocemente in maniera positiva), incapace di dare la giusta profondità emotiva ai personaggi e di far appassionare il pubblico.
Per questo, e per lo schiacciante ed errato paragone con Mad Men (i media hanno sin da subito presentato Pan Am come una sorta di “nuovo Mad Men”, ignorando quanto le due storie siano profondamente differenti per target e ambizioni narrative), la serie è stata penalizzata negli ascolti, inducendo il network a ridurre drasticamente (da venti a quattordici) il numero degli episodi della prima stagione, senza, ovviamente, prevedere suoi ulteriori sviluppi.

Margaret “Maggie” Ryan, interpretata da Christina Ricci (Ally McBeal, Grey’s Anatomy, Saving Grace), è il commissario di bordo. Spesso insubordinata coi superiori, è molto vicina ai fermenti della Beat Generation. Esuberante e molto versatile (sarà anche giornalista e trafficante), si interessa di cultura, letteratura e politica: attivista nella campagna presidenziale di Kennedy, che riuscirà ad incontrare a Berlino infrangendo non pochi protocolli diplomatici, vuole vedere il mondo per cambiarlo. Di sé dice: «Sono chiunque io abbia bisogno di essere».
Laura Cameron, interpretata da Margot Robbie (Elephant Princess, City Homicide), è l’ultima arrivata nell’equipaggio. Una sua foto pubblicata in copertina da Life l’ha resa famosa in tutto il mondo, facendone il simbolo della Pan Am; è, però, molto timida e inesperta. Educata sotto la rigida convinzione che «con un sorriso passa tutto», ha deciso di diventare una hostess per sfuggire alla vita che, socialmente, ci si aspetta da un ragazza bella, bionda e di buona famiglia come lei. Sempre in bilico tra tradizione e modernità (al suo personaggio è affidata la rappresentazione dell’emancipazione femminile in quegli anni nei rapporti di genere), cerca di affermare la propria individualità ritagliandosi degli spazi tra l’opprimente controllo delle madre e l’ingombrante presenza delle sorella maggiore Kate, con cui lavora.
Catherine “Kate” Cameron, interpretata da Kelli Garner (My Generation, I Finnerty), è una hostess trilingue che collabora con la CIA. Considerata la pecora nera della famiglia per il suo carattere coraggioso e volitivo, vive con la sorella Laura un rapporto ambivalente: da un lato, infatti, se ne considera responsabile (Laura ha deciso di fuggire da casa il giorno delle nozze proprio per seguire le orme di Kate), mentre, dall’altro, la rimprovera inconsciamente di averle sottratto, con il suo fare sempre a modo, l’affetto della madre. Spinta da solidi ideali patriottici, è estremamente orgogliosa della sua divisa, che considera il simbolo per eccellenza di emancipazione e indipendenza.
Colette Valois, interpretata da Karine Vanasse (Trauma, Revenge), sogna di diventare una pilota di aerei di linea. La sua nazionalità francese la rende, agli occhi di chi la conosce superficialmente, la più “emancipata” tra le ragazze dell’equipaggio; in realtà, invece, ha un carattere riservato, sensibile e molto generoso. Rimasta orfana durante l’occupazione tedesca di Parigi, è uno dei personaggi più drammatici della serie: condannata ad affrontare una serie di delusioni sentimentali, scoprirà amaramente come la “verità” si componga di una serie infinita di sfumature, spesso molto difficili da accettare.
Dean Lowrey, interpretato da Mike Vogel (Miami Medical, I Finnerty, Under the Dome) è un pilota di Boeing 707. Spinto dalla volontà di emanciparsi dalla cittadina di provincia da cui proviene, è il più giovane comandante della Pan Am per le rotte internazionali. All’inizio delle serie, è fidanzato con la hostess inglese Bridget Pearce (in realtà, una spia dell’MI6), sparita all’improvviso senza lasciare tracce di sé (per avere salva la vita, essendo saltata la sua copertura); Dean non riuscirà ad accettare completamente la separazione, ma questo non gli impedirà di stringere una fugace relazione con Ginny Saddler, segretaria e amante del vicepresidente della Pan Am.
Ted Vanderway, interpretato da Michael Mosley (Scrubs, Castle, 30 Rock), è il primo ufficiale dell’equipaggio, nonché amico di Dean Lowrey. Ex collaudatore della United States Navy, è stato congedato con onore dalla marina dopo un discusso incidente aereo, che gli ha precluso la partecipazione al Programma Apollo. Come Laura, sente su di sé il peso delle aspettative dell’ottima famiglia da cui proviene, arrivando a mettere da parte ambizioni e sentimenti pur di fare sempre “la cosa giusta”.

Snodandosi nel corso di un anno, il 1963, la serie si sviluppa secondo un format consolidato: ogni episodio, che si apre con un breve riassunto delle puntate precedenti, copre un viaggio dell’equipaggio in giro per il mondo. Assente, invece, la sigla: prima dell’inizio della nuova storia appare, soltanto, il logo della Pan Am, in funzione di intro.
La struttura narrativa, compatta e con bel ritmo nei primi episodi, grazie anche ad un frequente ricorso a flashback che forniscono informazioni sul passato dei personaggi, si perde man mano che la narrazione procede: fotografia, scenografia e costumi sono, infatti, eccellenti, ma nel complesso la trama è debole, a tratti addirittura soffocata dalle ambientazioni patinate e dal tono leggero della narrazione. Il risultato è quello di 40 minuti sempre gradevoli da seguire, ma che, alla fine, danno la percezione di un potenziale poco sviluppato.
Se a ciò si accompagna la scarsa, frammentaria e non omogenea evoluzione psicologica dei protagonisti, si comprende come mai fatti realmente accaduti ed emotivamente pregnanti (ad esempio, il viaggio di Kennedy a Berlino), che non mancano nei diversi episodi della serie, non riescano ad esaltare le vicende dei protagonisti ma, piuttosto, li schiaccino, riducendoli a burattini senza personalità a cui il pubblico ha trovato difficile affezionarsi. E questo è un peccato, perché se è vero che in Pan Am a mancare sono le individualità, a funzionare perfettamente è, invece, l’interazione tra i diversi membri dell’equipaggio, che agiscono come le componenti di un sistema perfettamente integrato: prova ne sia la delicata amicizia tra Dean e Colette, che rimane una delle relazioni più riuscite della serie.
Man mano che la narrazione procede, poi, si ha l’impressione che gli autori abbiano navigato sempre più a vista nella gestione delle storyline, privando la narrazione di qualsiasi problematizzazione e/o tensione emotiva: ne è la conferma il season finale, “1964”, che chiude sbrigativamente le linee ancora aperte e lascia intravedere come si sarebbe potuto evolvere il destino dei protagonisti, se gli sceneggiatori avessero avuto a disposizione un numero maggiore di puntate.

[Kate] Dove vuoi andare?

[Laura] Voglio vedere il mondo.

[Kate] Mi piace come piano!

Due sono le impressioni nette che si hanno ascoltando il modo in cui i protagonisti di Pan Am si esprimono.
La prima: la cura linguistica rimane costante per l’intera stagione, a differenza di quella riservata al profilo psicologico dei personaggi; la seconda: sono tutti bravi ragazzi.
Rarissime, infatti, sono le espressioni gergali o colloquiali; molto più frequenti, invece, le metafore, sempre coerenti con il tema del volo.
Tutti i protagonisti utilizzano un linguaggio piano, grammaticalmente ineccepibile e scandito, talvolta, da toni eccessivamente entusiastici rispetto alla scena in cui si collocano (ad esempio, mentre stanno per staccarsi da terra, Kate invita Laura a completare la procedura standard prima del decollo con l’espressione: «Faresti meglio ad allacciare la cintura: l’avventura chiama!»).
La dinamicità linguistica, che fa da buon contrappunto ai fluidi movimenti di macchina durante le scene, è, quindi, completamente affidata ai dialoghi, sempre snelli e costruiti per esaltare le protagoniste femminili. Si pensi, ad esempio, a quando durante il volo da New York a Berlino un giornalista chiede a Maggie: «Perché mai una hostess della Pan Am dovrebbe leggere la rubrica “La voce della Bohemia”?», e lei, prontamente, risponde: «Oh, cosa dovrei leggere, il “Ladies’ Home Journal?”»
Proprio Maggie è, in effetti, il personaggio che, con il suo modo di esprimersi vivace e acuto, riesce a distinguersi dagli altri, i quali invece non sembrano avere un stile espressivo in grado di caratterizzarli in maniera univoca. Ciò crea, di fatto, una sorta di disallineamento tra il linguaggio e la funzione narrativa di ciascun protagonista (che, nell’intenzione degli autori, dovrebbe rappresentare una “finestra” diversa sul 1963), rimarcando, tuttavia, la coralità delle vicende rappresentate. E che questa “coralità” diventi, talvolta, “uniformità” è un rischio da cui Pan Am non sempre riesce a sottrarsi: arrivati alla fine della serie, si apprezza che il viaggio sia stato elegante e rilassante, ma non ci si riesce a liberare dal pensiero che, in fondo, non sarebbe dispiaciuta qualche turbolenza in più.

 

Silvia Gravili (autore), Alessandra Ciraci (revisore)

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