Orgoglio

Orgoglio

Ti voglio con tutta l’anima.

Se il 2003 è l’anno di Elisa di Rivombrosa su Canale 5, il 2004 è l’anno in cui la Rai tenta di rilanciare sullo stesso terreno, con una fiction in costume, Orgoglio, ambientata agli inizi del XX secolo, nella zona dell’Agro Pontino. La sontuosità delle scene, dei palazzi e dei costumi è tale da poter competere con la fiction di Cinzia TH Torrini, ma l’impianto della storia, scritto da Maria Venturi, dà alle vicende una sfumatura più vicina alla telenovela che alla fiction.

La serie conta tre stagioni (2004-2006), tutte di tredici episodi; ne era prevista una quarta, ma gli scarsi indici di ascolto della terza hanno consigliato di sospendere la fiction.

Orgoglio racconta le vicende sentimentali della poco credibile marchesa Anna Obrofari, interpretata da Elena Sofia Ricci: risulta difficile immaginare la marchesa più piccola di circa dieci anni di Barbara d’Urso, che nella fiction interpreta la principessa di un imprecisato regno. Anna, nella prima puntata, è costretta a sposare Herman Ludovici (Franco Castellano); ma nasconde un segreto: ha avuto in passato una storia d’amore con il figlio del fattore, Pietro Pironi, all’epoca Daniele Pecci, dalla quale è nata una figlia, Aurora (Cristiana Capotondi). La famiglia aristocratica degli Obrofari non può certo sopportare uno scandalo simile e i due giovani vengono allontanati l’uno dall’altra senza che Pietro, costretto tra l’altro a fuggire in America, sappia nulla della bambina. La figlia di Anna viene registrata all’anagrafe come figlia legittima dei genitori della ragazza, risultando così, agli occhi di tutti, sorella, e non figlia di Anna. Ma Pietro torna dall’America e l’amore tra Anna e il giovane sembra non essersi mai spento. 

La sontuosità degli ambienti aristocratici è sottolineata da un modo di esprimersi pieno di formalismi e rispetto dell’etichetta, evidente soprattutto nei saluti, ridondanti e pieni di convenevoli, come I miei omaggi, Sono onorato, L’onore è tutto mio, Ho l’ardire di entrare subito in argomento. Tali formule si dilungano spesso per più di tre battute.

Benché ambientata nell’Agro Pontino, i personaggi, sia quelli appartenenti al ceto aristocratico che quelli dei ceti più bassi, non hanno nella loro parlata particolari connotazioni regionali. Fa eccezione il piccolo Sasà, un bambino napoletano simpatico e genuino, che circola insieme alla servitù in casa Obrofari e usa spesso il pronome allocutivo bandiera voi quando si rivolge ai padroni.

Un paio di incongruenze linguistiche, gettate in pasto al telespettatore italiano, evidentemente ritenuto ingenuo: l’uso del settentrionale mica in frasi negative (Pietro: «Non sapevo mica che fosse tua sorella»; Anna «Non ti ha mica offesa con quell’invito») in un periodo in cui difficilmente poteva entrare in un dialogo che si suppone ambientato nel Lazio e, ancora peggio, il fatidico «Può baciare la sposa» al termine di una liturgia matrimoniale in latino, tratto di peso dal cinema americano e del tutto fuori luogo in questo contesto.

Non mancano elementi di banalità anche nei dialoghi “amorosi” di Orgoglio; a puro titolo di esempio, ecco la battuta di chiusura scena pronunciata da Anna, dopo che ha riscoperto che l’amore per Pietro non si è mai spento: «Ma perché dobbiamo lottare contro… contro un destino così crudele?». Anche l’uso dell’iperbole al servizio di una scrittura così melensa è abbastanza frequente: «Le voglio bene come nessun altro al mondo», «Ti voglio con tutta l’anima», «Le è crollato il mondo addosso», «Ho desiderato questo momento sin dal primo giorno che ti ho vista», «Ti amo, come non ho mai amato nella mia vita».

Dell’impasto linguistico fanno parte alcuni casi di “scritto trasmesso” [D’Achille 2006]: i personaggi scrivono lettere o tengono un diario dove rinchiudono le loro confessioni. Nella fiction, la voce fuori campo degli stessi protagonisti legge al pubblico le parole scritte: si percepisce, così, la presenza di un narratore onnisciente che spiega gli stati d’animo dei personaggi. Un esempio, tratto dalla lettera che il giovane fratello di Pietro, Antonio (interpretato da Primo Reggiani), partito volontario in Africa per la spedizione di conquista coloniale, scrive alla famiglia:

Caro papà e cara zia Agnese, ho ucciso un ragazzo. Sì, era un soldato nemico, ma in fondo era solo un ragazzo spaurito. Non riesco a togliermi dalla testa la sua espressione, i suoi occhi, il sangue che gli usciva dalla bocca portandogli via la vita. E sono stato io a ucciderlo. Avrei voluto sapere il suo nome per dire una preghiera per lui e anche per me, per potermi togliere dal cuore l’angoscia per quello che ho fatto. Non potrò dimenticarlo. Mai.

Dopo un attimo di esitazione il ragazzo accartoccia il foglio e scrive un’altra lettera:

Caro papà e cara zia Agnese, sono sicuro che presto potrò abbracciarvi di nuovo. Io sto bene, fa tanto caldo il giorno e tanto freddo la notte, ma si sopravvive. Mi mancate tanto.

 

Maria Letizia Raganato

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