Odissea

Odissea

Come uno di noi cantori, che senza fatica tendiamo le corde della cetra, così quell’uomo tende senza fatica la corda del grande arco ed essa vibra acutamente che pare un grido di rondine. (Odissea; 1, 8)

Odissea (col sottotitolo Le avventure di Ulisse) è uno sceneggiato coprodotto e trasmesso dalla RAI nel 1968 e basato sull’omonimo poema di Omero. Fu diretto da Franco Rossi, con l’aiuto di Piero Schivazappa e Mario Bava. Si tratta di uno degli sceneggiati RAI di maggior successo, per il livello di spettacolarità superiore a quello delle precedenti produzioni televisive. Ogni puntata era preceduta da un’introduzione in cui il poeta Giuseppe Ungaretti leggeva alcuni versi del poema.

Distrutta Troia, gli Achei si mettono in marcia per tornare in patria, carichi di bottini, ricchezze e schiave. Tuttavia tra i Greci v’è ne uno che non ha ancora fatto ritorno a casa: Ulisse, il re di Itaca, isola in cui ha lasciato da dieci anni una moglie fedele e un figlio in balia di un’accozzaglia di principi ubriaconi e malvagi nominati proci. Ulisse è incorso in numerose sciagure per aver offeso il dio Nettuno ed ora è naufragato solo nell’isola dei Feaci, governati dal re Alcinoo. Un giorno viene trovato sulla spiaggia dalla principessa Nausicaa, la quale, pur vedendolo malconcio e sporco, se ne innamora perdutamente. Ulisse viene lavato e purificato e poi invitato ad un banchetto del re per raccontare la sua storia: inizierà un racconto carico di emozioni, delusioni, imprese eroiche e vigliacche e di sofferenze indicibili che si snoderà attraverso otto affascinanti episodi (la situazione ad Itaca e l’arrivo dai Feaci, la ninfa Calipso, la distruzione di Troia e l’isola dei Lotofagi, Polifemo e il dono di Eolo, l’isola di Circe e la discesa negli inferi, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole ed il ritorno ad Itaca, la rivelazione e la battaglia finale).

Non sono poche le differenze tra lo sceneggiato e l’opera di Omero, differenze spesso rese necessarie per esigenze di copione o per scelte artistico-narrative (segnaliamo, tra le più evidenti, l’assenza delle battaglie contro i Ciconi e contro i giganti Lestrigoni – per contenere i costi che sarebbero derivati dalla rappresentazione di 12 navi –; all’amore di Nausicaa per Ulisse, che nello sceneggiato è evidente, nel poema si allude soltanto; nel poema, Odisseo resta insieme con tutti i suoi compagni da Circe, mentre nello sceneggiato egli resta solo con la maga e i compagni rimangono alla nave; nello sceneggiato sono presenti due flashback sulla guerra di Troia: uno riguarda il ritrovamento del cavallo di legno da parte dei Troiani, l’altro l’ingresso di nascosto di Ulisse a Troia e l’incontro con Cassandra ed Elena – nell’Odissea questi due episodi non sono presenti).

Ottimo il cast, tra cui spiccano Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas nel ruolo di Penelope. Le musiche sono di Carlo Rustichelli, le scenografie di Luciano Ricceri, i costumi di Mario Carlini (su disegni di Dario Cecchi).

La lingua dell’Odissea rientra tra i più memorabili usi dell’italiano standard a fini artistici nel Novecento. Si tratta di una grande opera narrativa (e di una straordinaria operazione culturale della tv di allora) che segue molto da vicino, in un’operazione per quanto possibile interlinguistica, il testo omerico, adattato secondo la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti. Il tono della lingua è molto sostenuto, senza per questo diventare indecifrabile per il grande pubblico, che per la prima volta vide lo sceneggiato in bianco e nero, mentre le innumerevoli repliche si sono poi giovate del colore. Per quanto gli effetti speciali siano primordiali (ma per l’epoca straordinari), la suggestione degli scenari, unita alla recitazione esemplare innanzitutto dell’Ulisse/Bekim Fehmiu, e una sceneggiatura di primo livello contribuiscono a lasciarne intatto ancora oggi lo spirito.

Cominciamo a tratteggiare la lingua dello sceneggiato (gli esempi sono tratti dai primi due episodi), offrendo poi un rapido giudizio complessivo finale; intanto, come si vedrà, una netta distinzione va subito fatta tra l’italiano sostenuto della voce narrante e l’italiano dei dialoghi, anch’esso costruito sulla base dello standard e con grande consapevolezza metalinguistica, ma anche con qualche occasionale e mirato abbassamento di tono a scopo espressivo.

Per quanto riguarda i pronomi personali soggetto, segnaliamo per il maschile singolare l’uso di egli utilizzato sia nella battute dei personaggi («Se egli volesse mettersi contro di noi»), sia nella lingua della voce narrante («Era necessario che lo straniero / chiunque egli fosse / ne venisse informato», «I suoi ospiti lo avevano lasciato solo // egli non sapeva perché»); le poche occorrenze di lui sono tutte in funzione intensiva, marcata del pronome («Sì / forse lui sa / venite con me»). In relazione alle forme soggetto femminili è utilizzato di preferenza il pronome lei ma, significativamente, in contesti deittici, più spesso in strutture marcate («È lei che mantiene la pace tra il suo popolo», «È lei che ho incontrato per prima stamattina sulla spiaggia», «È lei che per prima ha avuto pietà di me»), ma anche in contesti differenti («Tante cose lei meditava»). Risulta utilizzato anche essa riferito a donne (ad Elena nel primo caso, a Penelope nel secondo): «Né essa vive presso di noi contro la sua volontà», «Essa dovrà sposarsi al più presto». Per il plurale prevale la forma standard («È il segno // essi ti hanno sentito», «Ed essi giunsero a Pilo / la patria di Nestore»); loro ricorre in contesti più espressivi, come nell’esempio che segue in contrapposizione a voi: «Loro sono pochi e voi invece siete molti».

Molto ampio è anche il ventaglio relativo al settore dei pronomi dimostrativi; segnaliamo l’impiego di colui («Io sono colui che la distrusse // sono colui che ideò l’inganno») e quello, oramai desueto, non solo nel parlato ma anche nello scritto, di costui («Costui non sembra un uomo da poco»), costoro («Chi sono costoro?»).

Per quanto concerne l’alternanza del pronome neutro ciò (e ciò che) con questo e quello che, la prima forma è quella sicuramente prevalente, soprattutto quando seguita da che relativo («È ciò che fanno», «È questo ciò che ti suggerisce il tuo cuore?», «Se è vero ciò che dici anche i nostri figli sono morti», «Ciò che io ammiravo di più in lui», «Ciò che ti ha spinto a farlo è giusto»); sebbene non manchino contesti diversi («Questo è ciò che importa») e in ogni caso preferito a questo («Non adirarti con me per questo»).

Anche nel campo degli interrogativi la situazione è pressoché prossima allo standard: per quanto riguarda i pronomi, prevale indubbiamente l’uso di che cosa sia nelle interrogative indirette («Che cosa salta in mente a Telemaco», «Che cosa vuole»), sia in quelle dirette («Che cosa sei venuto a dirmi?», «Di che cosa stai parlando?», «A che cosa pensi / Nausicaa?», «Ma allora che cosa ti trattiene qui?», «Che cos’è questa storia dell’assemblea?»); rarissimo è cosa, manca il che; per gli aggettivi quale («Ma di quale re stai parlando?», «Io non sapevo quale decisione prendere») è sicuramente preferito a che («Che colpa ne ha Femio», «Che notizie ha portato»).

Anche nel settore verbale siamo nella situazione standard. Colpiscono la ricchezza e la varietà delle congiunzioni e delle locuzioni congiuntive: per introdurre la frase causale si utilizzano nelle proposizioni di tipo “tematico”, ossia premesse alla principale, poiché («Poiché non mi hai udito quando stavo per annegare»), giacché («Giacché noi sappiamo che esiste»), dato che («Dato che siamo in tanti»), visto che («Visto che non mi conosci») e in quelle di tipo “rematico” perché («Perché temono che qualcuno li scopra»); e in generale prevale l’uso di congiunzioni “lunghe” come il purché condizionale («Ti renderò immortale purché tu rimanga qui con me»).

Risulta utilizzata l’intera gamma di tempi e modi verbali, compresi tempi ormai scarsamente utilizzati come il futuro anteriore («E ricordati quando sarai arrivato alla reggia / è mia madre che dovrai implorare per prima»), il trapassato remoto («Quando ebbi avuto assicurazione»), il congiuntivo passato («Se il figlio suo incolpevole fosse sfuggito»); piuttosto ricercate le proposizioni interrogative con forse tra il modale o l’ausiliare e l’infinito («Devo forse incoraggiarla?», «Ha forse portato qualche notizia dell’esercito scomparso?»).

In contesti in cui sono possibili scambi di modi e tempi verbali, all’indicativo sono preferiti sia il congiuntivo («Vuoi che torni da mio padre?», «Fa’ che io possa tornare vivo», «Anche tu credi che sia ancora un bambino?», «Non voglio che sciupi la sua bellezza col pianto», «Ma come pensate che Telemaco possa essere pericoloso?»), sia il futuro («Se saprò che è ancora vivo»).

La subordinazione (prevalente soprattutto nella lingua del narratore) è paritariamente affiancata alla coordinazione, che avviene più spesso per mezzo di congiunzioni coordinanti («Fermate il sacrilego e portiamo il cavallo dentro le mura»), che per asindeto («Torni ciascuno al suo lavoro / alle sue case»).

Dal punto di vista macrotestuale abbondano le apposizioni, in genere per qualificare un personaggio («Allora tu sei Telemaco / figlio di Ulisse», «Dea occhio azzurro», «Il Dio che scuote la terra ed ha la chioma turchina», «Agamennone il sanguinario», «Melantò dalla bella guancia», qui anche con metonimia guancia per viso) o un luogo («Itaca cinta dal mare», «Pilo / la patria di Nestore»), in parte relitti del sistema epitetico dell’epica classica strutturato con nessi fissi. Sono associabili a questa categoria combinazioni di sostantivo + aggettivo come «Quando scese la sera buia», «Verso il cielo di fulgido rame», «Sonno soave», «Immense fiamme»; numerosi anche i vocativi: «Che colpa ne ha Femio / madre mia».

Numerosissime le figure retoriche. Frequenti le anadiplosi e le anafore, utilizzate anche come connettivi testuali, a mimesi delle ripetizioni tipiche del parlato («Forse porta notizie / notizie di Ulisse», «Sono principi / sono principi di Itaca e di altre isole», «Io mi rivolgo a quelli di voi che l’hanno conosciuto / a quelli che ancora lo ricordano // o forse l’avete dimenticato tutti», «Sembrava che cercasse me proprio me / che qualcuno lo avesse mandato da me», «Lasciami al mio destino / lasciami al mio destino qualunque esso sia»); similitudini e metafore («Perché lo ammazzeremo come un cane»); poliptoti («Forse vuol dire che gli uomini si dimenticano di te e che tu li dimentichi»); strutture binarie («Torni ciascuno al suo lavoro / alle sue case» «Perché temono che qualcuno li scopra e li uccida», «Di uno che non ha più né Patria né averi», «Io sola ti ho ridato la vita e ti ho curato») e ternarie, fino all’accumulo e alla climax («Occupano la mia casa, mangiano la mia roba e bevono il mio vino»).

Abbondano le inversioni e le collocazioni non usuali delle parole all’interno della frase, sia per motivi di messa in rilievo di un elemento («Di Ulisse non si è saputo più nulla»), sia, più spesso, per ubbidire a canoni retorici. A questo proposito è impiegata l’anastrofe («Da allora più niente ho saputo di lui», «Il figlio suo incolpevole», «Sotto le mani dei pretendenti protervi fosse caduto», «E un numero immenso di morti ne venne», «Di nulla io devo perdonarvi / Alcinoo») e si preferisce spesso l’anticipazione dell’aggettivo rispetto al sostantivo corrispondente («Cielo di fulgido rame», «Prima delle pubbliche nozze»).

Il testo è caratterizzato da un’elevata densità lessicale (sono frequenti anche le coppie sinonimiche del tipo Atrivi / Achei); il lessico è ricercato non meno delle strutture testuali. Esemplifichiamo brevemente: ignorare, trascurare, saltare in mente, adirarsi, benvenuto, straniero, da ultimo, espediente, chioma turchina, implorare, gradito, sovente, concedere, misero, tranello, sacrilego, fare vela, nefasto.

Si legga il brano che segue, tratto dalla “voce di cornice”, che, come si diceva sopra, si caratterizza per l’elegante sostenutezza e solennità, e contiene non pochi degli elementi fin qui descritti, conservando pressoché intatto l’andamento del testo di partenza, sia pure tradotto dal greco:

Giaceva digiuna Penelope pensando se il figlio suo incolpevole fosse sfuggito alla morte o sotto le mani dei pretendenti protervi fosse caduto // quante cose un leone atterrito agita nella sua mente in mezzo a una folla d’uomini quando gli stringono intorno un cerchio di morte / tante cose lei meditava / e sopra le venne il sonno soave // dormiva distesa supina e si rilassarono a lei tutte le membra / allora altre cose pensò Atena / la dea dagli occhi lucenti // fece un’immagine d’aria che somigliava a Eftime sorella di Penelope / come lei figlia del magnanimo Icario.

Il brano contiene numerose anastrofi («Il figlio suo incolpevole», «Sotto le mani dei pretendenti protervi fosse caduto»), una lunga e ricercata similitudine («Quante cose un leone atterrito […] / tante cose lei meditava»), epiteti («Atena / la dea dagli occhi lucenti»); il grado di subordinazione è notevole, così come la varietà dei tempi e dei modi verbali. Il lessico è raffinato ed elegante (giaceva, incolpevole, protervi, atterrito, cerchio di morte, meditava, soave, supina, membra, magnanimo).

L’Odissea di Rossi è ancora oggi il punto di riferimento per la filmografia sull’argomento; prova indiretta ne sia il fatto che la trasmissione di punta della divulgazione scientifica in Italia, Superquark, ha utilizzato le immagini dello sceneggiato come colonna visiva della puntata su Odissea: il fantastico viaggio di Ulisse. Eppure le alternative non mancavano, visto che tante volte il piccolo e il grande schermo si sono cimentati con i testi omerici.

Debora De Fazio

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1 commento

  1. Giulia

    Andrebbe mandato su Rai 1 in orari consoni. Magnifico lavoro.

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