Mastro don Gesualdo

Mastro don Gesualdo

Se non avevo tutta questa roba, quando mai avrei potuto vedere una processione al lato di tutti i megghiu signuruni?
(Mastro don Gesualdo; 1, 1)

Lo sceneggiato televisivo Mastro don Gesualdo, diretto da Giacomo Vaccari e trasmesso in sei puntate in bianco e nero dal Secondo canale Rai dal 2 gennaio al 6 febbraio 1964, è tratto dall’omonimo romanzo verghiano del quale conserva, a livello linguistico, la forte impronta diatopica. Tale caratteristica testimonia l’affermarsi di una nuova tendenza, allontanando questo tipo di produzioni televisive dal tradizionale carattere di comprensibilità dei dialoghi, che venivano adattati, quasi tradotti in italiano, con l’eliminazione di ogni traccia di regionalismo, al fine di rendere la lingua accessibile all’intero pubblico italiano.

L’adattamento televisivo, prodotto dalla Rai e dalla francese R.T.F., è opera dello stesso regista Vaccari, coadiuvato da Ernesto Guida, ed evoca suggestioni di tipo cinematografico, tralasciando l’intento pedagogico che in quegli anni aveva contraddistinto i programmi Rai. L’obiettivo è quello di coinvolgere il pubblico attraverso le sensazioni trasmesse dagli attori, sul volto dei quali si restringe l’occhio della cinepresa fino ad ottenere primi piani esasperati e densi di significato.

Lo sceneggiato ripropone fedelmente i contenuti del romanzo di Verga pubblicato nel 1889 e che, insieme ai Malavoglia, avrebbe costituito il ciclo dei Vinti, rimasto poi incompiuto. Le vicende si svolgono sullo sfondo della realtà sociale della Sicilia di primo Ottocento e vedono protagonista Gesualdo Motta, un umile muratore della città di Vizzini che ha accumulato ricchezze, la sua “roba”, nel corso di una dura vita fatta esclusivamente di lavoro e sacrifici. Nel tentativo di compiere la scalata sociale, dopo quella economica, sposa Bianca Trao, una donna di famiglia nobile ma ormai in rovina, che non gli assicura né il suo amore né la realizzazione di rapporti amichevoli con la nobiltà del luogo. Anche Isabella, la figlia nata dalla loro unione, nega a Gesualdo l’affetto sperato, vergognandosi delle umili origini del padre e preferendo farsi chiamare con il cognome della madre. L’unico amore incondizionato è quello che il protagonista riceve da Diodata, una trovatella che ha assunto al suo servizio e dalla quale ha avuto due figli. Alla morte della moglie, Gesualdo, ormai vecchio, stanco e malato, si trasferisce a Palermo, nel palazzo dove la figlia Isabella vive con il duca di Leyra, suo marito; qui, dopo che il patrimonio faticosamente realizzato sarà dilapidato dal genero, il protagonista morirà nell’indifferenza dei familiari e dei servitori, lontano dalla sua terra.

Il cast dello sceneggiato Mastro don Gesualdo è costituito da decine di attori e numerosissime comparse. L’attore che presta il volto al protagonista è Enrico Maria Salerno, al fianco del quale recita Lydia Alfonsi nel ruolo di Bianca Trao; Valeria Ciangottini e Antonio Samonà interpretano rispettivamente Isabella Motta e il duca di Leyra, suo marito; nelle vesti della fedele serva Diodata appare Franca Parisi. Altri personaggi di spicco della vicenda sono i due fratelli di Bianca, don Diego e don Ferdinando Trao, ai quali danno il volto Sergio Tofano e Romolo Costa; nei panni del canonico Lupi figura Turi Ferro. Nei ruoli minori di due camerieri, compaiono Tuccio Musumeci e un giovanissimo Leo Gullotta.

L’analisi dei dialoghi tra i personaggi rivela a livello fonetico la presenza di fenomeni tipici del dialetto siciliano, come il passaggio di e chiusa a i (sapirisicchi, missa) e quello di o chiusa a u (curriti, vuliti, viscuvo), la presenza come uniche vocali finali di i e u (sapire, curriti, nienti, vuliti, autru), la conservazione di o aperta invece dello sviluppo del dittongo uo (focu, galantomini, móviti, ovu), la desonorizzazione di d intervocalica (critiri), la geminazione di b intervocalica (robba), la pronuncia di r iniziale con un forte appoggio della voce (La loro rrobba, Che rrovina!, Ve lo rregalo, Due rrighe), la velarizzazione di l seguita da dentale (autru), il passaggio di pl iniziale all’occlusiva velare k (chini, chiù per più), l’esito cacuminale di tr in posizione mediana e di ll (dentro, latru, entrate, strada, patrone, bedda), lo sviluppo di s in š nei nessi consonantici sia iniziali che centrali formati con s (špavento, crištiana, quešto), l’assimilazione progressiva nel nesso nd in posizione mediana (granni, quanno), il passaggio a gghi del nesso gl in posizione interna (travagghia pigghiate, figghia, imbrogghi).

Dal punto di vista morfologico lui e iddu [Rohlfs 1968, § 436] si alternano come soggetti maschili di terza persona singolare («Lui e mia sorella…», «Iddu non c’era»); per il plurale nui e vui si alternano con le forme rafforzate da altri («Cu nu autri», «Lo sapete voi altri»); Voi è l’unico pronome allocutivo di cortesia utilizzato («Voi che siete madre», «Voi siete già entrato», «Voi volete l’offerta per la festa di San Gregorio»).

Ci e ni sostituiscono gli e ci rispettivamente come pronome dativo di terza persona singolare e di prima persona plurale [Rohlfs 1968, § 458 e 460] («Cosa ci sarà capitato a mio figlio?», «Quando torna don Gesualdo ci dicu tuttu cose», «Ognuno se deve prendere il destino che ci spetta», «Dalla vergogna ni casca a tutti la faccia per terra»); tra le forme dativali precedute da preposizione ricorrono «A mia» e «A tia». In generale si avverte una forte ridondanza pronominale («Ne avete fatta di strada, eh?», «Dovresti lasciarle fare il diavolo a quattro quanto le pare e piace a tua madre», «La mia rrobba chi me l’ha data a mia?», «Chi lo sa quando ne faranno un altro di ponte?»).

È frequente la costruzione verbo + complemento oggetto animato retto dalla preposizione a [Bruni 1984: 269] («Avete visto a mastro don Gesualdo?»).

Per quanto riguarda gli articoli determinativi, si riscontra la perdita della consonante iniziale dell’articolo maschile singolare [Rohlfs 1968, § 418 e Bruni 1984: 268] («u špavento», «u palazzu», «u sangu»); in luogo del plurale gli compare l’ [Rohlfs 1968, § 414] l’occhi»).

Le proposizioni interrogative dirette e indirette sono introdotte in prevalenza da cheChe volete dire?», «Che dobbiamo fare con le olive?», «Con che beve il canonico?»), raramente da cosa e che cosaCosa ci sarà capitato a mio figlio?», «Chissà che cosa si sarà messa in testa»); talvolta sono precedute anche dall’avverbio allora con funzione riassuntiva («Allora, mastro Liu, cu lu farro che facimu?») e dalla particella che [Rohlfs 1969, § 757] («Che siete rimasto incantato?»).

Il che polivalente sostituisce le congiunzioni più propriamente causali, finali o consecutive («Attenzione, eh, picciotti, che vi sto sempre addosso», «Quando viene Neri ci devi dire il fatto suo, che se non mi porta il gesso che manca ave parlare cu mia», «Divèrtiti, che poi a pagare ci penso io», «Bada che l’aria della notte ti può far male»).

Le coniugazioni verbali presentano sviluppi tipicamente regionali, quali l’esito in au della terza persona singolare del passato remoto della coniugazione debole in a [Rohlfs 1968, § 570] («Bruciau» per bruciò), l’uscita in ía in luogo di íva o éva (nell’area in cui la e chiusa si sviluppa in i) della terza persona singolare dell’imperfetto indicativo [Rohlfs 196, § 552] («Paría» per pareva), le forme aiu e ave in luogo rispettivamente di ho per la prima persona singolare e di ha per la terza persona singolare del presente indicativo di avere [Rohlfs 1968, § 541] («Aio fame», «Ave parlare», in questa locuzione avere sostituisce il verbo dovere), l’esito sugnu in seguito a palatalizzazione invece di sono per la prima persona singolare del presente indicativo del verbo essere [Rohlfs 1968, § 540] («Ci sugnu cuntra»,  «Sugnu crištiana»).

Il modo congiuntivo è generalmente rispettato in proposizioni dipendenti da verbi che esprimono volontà e opinione («Voglio che venga anche don Gesualdo quest’anno», «A chi vuoi che lasci la roba alla sua morte?», «Intendo che mia nuora abbia a portare la sua dote anch’essa»); sporadica la presenza di periodi ipotetici misti («Se non avevo tutta questa rrobba, quanno mai avrei potuto vedere una processione a lato con tutti i megghi signuruni?»).

L’impopolarità dell’infinito, da Bruni definita addirittura ripugnanza [Bruni 1984: 271], giustifica la presenza di frasi rette da congiunzioni [Rohlfs 1969, § 717] («Oiu cu manciu» per voglio mangiare). Abbondano, però, le perifrasi verbali, come stare + a + fare in cui l’infinito preceduto da preposizione sostituisce il gerundio («Che ci stai a fare sul balcone con mastro don Gesualdo?»), avere + a + infinito («Intendo che mia nuora abbia a portare la sua dote anch’essa») e avere + da + infinito col significato di dovere Ho da parlarvi») [Rohlfs 1969, § 710 e 713].

Ricorrono, ancora, i verbi avere ed entrare retti dal ci attualizzante («C’hanno perfino la camera del cucù», «Non lo so che c’entro io in questi discorsi») e alcuni esempi di riflessivo apparente («Ve lo mangiate un mozzicone di pane? », «Che ti credi?») e futuro epistemico («Chissà che cosa si sarà messa in testa», «Sarete contento di questo nuovo appalto, no?»).

L’abbondanza di figure retoriche nella lingua dello sceneggiato è l’ennesima testimonianza della fedeltà all’antecedente letterario di Verga: metafore («Na bestia è», «Dio sa se della mia pelle ho fatto scarpe», «[Il ponte] era fatto di ricotta?»), similitudini («Pari na palomba [Deodata]»), anafore («Le carte, le carte della lite, le carte di famiglia, le carte», «Fate largo! Fate largo alla giustizia!», «Nessuno ti dici nienti, nessuno ti tocca»), catafore del soggetto («Lo sta smorzando Don Gesualdo», «Non lo so che c’entro io in questi discorsi», «Li vado a rubare i denari io?»), anadiplosi («Sono pazzi, pazzi da legare», «È successa una disgrazia, una grande disgrazia»), poliptoti («Ci si penserà. Se ci saranno i denari per pensarci», «Io parlo pi parlare», «Non posso più fare quello che facevo a vent’anni»), strutture binarie («Il giorno senza pane e la sera senza lume», «Per farvi dormire e riposare», «Meglio sudare che tossire»), accumuli («Vino, olio, formaggio, perfino del grano», «Sempre impicci e bastoni tra le ruote e guai e imbrogli, dispiaceri dappertutto»).

A livello sintattico, oltre alla ricorrente collocazione del verbo alla fine della proposizione («Na bestia è»), abbondano i fenomeni di enfasi, quali dislocazioni a destra («Non ce l’avete l’occhi per guardare?», «Me la devi fare questa carità», «Li mangiamo presto i confetti di donna Fifì a quanto pare», «A chi la lassu la rrobba?») e a sinistra («Le ragazze ad una certa età bisogna maritarle», «Un capitaluccio ce l’ha», «E il bicchiere non gliel’avete portato?»), frasi scisse («È lo zio che l’ha portato», «È mia madre che s’è messa in testa questa cosa», «Sei tu che fai parlare la gente», «È la mia coscienza che te lo dice»), strutture a cornice («Pari na palomba, pari», «Rrobba fine sì tu, rrobba fine», «M’avete rovinato, m’avete», «Bene bene stanno le tue creature, stanno bene», quest’ultimo esempio combinato con un chiasmo) e anacoluti («Bianca, mia sorella… è capitata una grande disgrazia alla mia povera sorella»).

Dal punto di vista lessicale si segnala la presenza di alterati (capitaluccio, baruneddu, parolina, signuruni) e ipocoristici (Ninì, Giovannina), di alcuni termini fortemente caratterizzati regionalmente (Carusi, Picciotti, Benedìciti) e di altri che in diatopia assumono significati specifici, come cristiano per uomo («Te lo trovo io un bravo cristiano») e magari per anche («Sono crištiana magari io»).

Roba, oltre che in senso generico, è impiegato nell’accezione di ricchezza («Bianca è già tutta vestita della roba della zia Rubiera», «E non si ammazzarono a lavorare perché la loro rrobba andasse a chistu e a chistavutru», «È rrobba di don Gesualdo», «Hai visto che vuol dire possedere tutta questa rrobba, ah?»).

Tipici e frequentissimi nel parlato popolare si rivelano i segnali discorsivi («Senti, quando viene Neri…», «Sarete contento di questo nuovo appalto, no?», «Ne avete fatta di strada eh?», «È tua madre che non vuole, vero?», «Hai visto che vuol dire possedere tutta questa rrobba, ah?») e i modi di dire («Fare il diavolo a quattro», «Quanto le pare e piace», «I vostri affari andrebbero a gonfie vele», «Una ragazza […] casa e chiesa», «Quando non c’è il gatto, i topi ballano», «Bastoni tra le ruote», «Nati sotto una buona stella», «Bisogna fare u passo secondo la gamba», «Bisogna aver pacienza a questo mondo», «Solo alla morte non c’è rimedio»).

 

Francesca Sammarco

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