Marcovaldo

Marcovaldo

Io me ne vado pedalando per le strade della città, col naso sempre in aria, oltre i tetti e la realtà, spiando il poco cielo, cercando un volo di chissà, la la la la la la la…
(Dalla canzone della sigla iniziale)


Come evidenziano i titoli di testa dello sceneggiato, il Marcovaldo trasmesso dal Secondo canale Rai tra il primo maggio e il 5 giugno 1970 è una riduzione televisiva dell’omonima raccolta di novelle pubblicata da Italo Calvino sette anni prima. Del testo originale, l’adattamento curato da Manlio Scarpelli, Sandro Continenza e dallo stesso regista Giuseppe Bennati conserva la rappresentazione in sei puntate in bianco e nero di alcuni episodi che vedono protagonista la numerosa e sempre unita famiglia di Marcovaldo, un manovale di un’imprecisata città industriale del nord Italia, che nello sceneggiato diventa Torino.

Da un libretto di poco più di cento pagine, è nata una sceneggiatura di milleduecento, che Calvino dice di aver letto tutta d’un fiato.

La versione televisiva di Marcovaldo è stata girata nei teatri di posa della città, ritenuti, all’epoca, i più grandi d’Europa.

Le musiche dello sceneggiato sono state composte da Sergio Liberovici ed eseguite dalla Traditional Jazz Studio Praha e da Silva e i Circus 2000; la sigla è cantata da Nino Ferrer e da Silvana Aliotta (Circus 2000).

Nel 1970, l’originale calviniano era già talmente popolare da essere adottato come libro di testo nelle scuole; Nanni Loy, interprete dello strampalato protagonista, inoltre, da quasi dieci anni era un volto molto familiare agli italiani.

Il protagonista dello sceneggiato è un uomo perennemente alle prese con la difficoltà di sopravvivere con uno stipendio sempre ridotto dalle multe per i ritardi accumulati al lavoro e quelle per le stravaganti idee che mette in pratica per assicurare il pranzo ai suoi cari, tutte imprese che terminano in modo disastroso. Ogni episodio si conclude con una nota di tristezza nelle parole e nello sguardo di Marcovaldo (e del suo volto televisivo, Nanni Loy), subito consolato dalle cure amorevoli della moglie e dall’allegria dei figli che gli saltellano attorno, nell’unica stanza di cui è composta la loro casa, nello scantinato di un palazzo malandato.

L’uomo mostra tutta la sua inadeguatezza a vivere in quella civiltà del consumismo che prende piede tra gli anni Cinquanta e Sessanta in Italia, annientato da meccanismi e situazioni che non è in grado di gestire. Lo stesso Calvino, creatore del personaggio, ha definito Marcovaldo un uomo dall’animo semplice, un candido eroe, un povero diavolo, estraneo alla città industriale in cui vive e alla catena di montaggio alla quale deve adattare i suoi movimenti.

Simbolicamente, Torino rappresenta ogni altra città industriale ingrigita dal cemento, dalle ciminiere, dai grattacieli, dal traffico intasato dalle automobili e dai tram. I ritmi irrefrenabili incalzano i cittadini e influenzano il loro rapporto con la natura, reso praticamente nullo.

Anche la ditta presso la quale è impiegato Marcovaldo, la Sbav, costituisce il ritratto di tutte le altre industrie in cui si produce qualcosa che non è importante specificare: non sapremo mai cosa contengono gli scatoloni che il protagonista trasporta tutto il giorno.

I sei episodi trasmessi dalla Rai mettono in scena alcune delle avventure più note del protagonista, tra cui, in ordine sparso, quella in cui Marcovaldo cerca di catturare delle beccacce cospargendo di pece il terrazzo condominiale, guadagnando soltanto un misero piccione comunale insieme ai richiami dell’amministratrice che ha scoperto quella “bravata” che avrebbe potuto assicurare, per qualche giorno, il pranzo alla famiglia dell’uomo.

Un’altra novella messa in scena è quella che vede il protagonista alle prese con un nuovo rimedio per curare i reumatismi della gente del suo quartiere con il veleno delle vespe; dopo aver mandato i bambini a caccia di vespe ed essersi improvvisato taumaturgo con tanto di camice bianco, finisce in ospedale con la sua famiglia e con tutti gli anziani che si erano affidati alle sue cure.

Il racconto che nella raccolta di Calvino è intitolato “Luna e gnac” è il simbolo della vana lotta condotta da Marcovaldo contro la società consumistica nella quale è, suo malgrado, inserito: le notti trascorse nel suo misero scantinato sono interamente illuminate dalle insegne pubblicitarie al neon installate in cima ai palazzi del quartiere; i suoi bambini, così, non possono guardare le stelle e la luna dalla finestrella della loro camera da letto.

Un altro degli episodi presenti nella sceneggiatura televisiva è quello che vede la famiglia del protagonista alle prese con un’enorme spesa al supermarket: ognuno dei componenti guida un carrello stracolmo di merce che non è in grado di pagare e che finirà per essere rovesciata nella pala meccanica di una gru, al momento della chiusura del centro commerciale. 

La scelta di affidare il ruolo di Marcovaldo a Nanni Loy, in quegli anni notissimo attore e regista, fu pienamente condivisa dallo stesso Calvino, proprio per l’aria spaesata e lo sguardo malinconico che ben rappresentava il personaggio protagonista. Didi Perego veste i panni della moglie Domitilla; i figli della coppia sono interpretati da Rodolfo Bianchi (Michelino), Liliana Feldman (Angelica), Cinzia De Carolis (Isolina), Carlo De Carolis (Filippetto); Arnoldo Foà presta il volto al burbero signor Viligelmo, il “capo” di Marcovaldo, e la figlia di quest’ultimo, Paola, innamorata di Michelino, ha il volto di Daniela Goggi; Gabry Gemelli compare nel ruolo della signora Diomira, l’amministratrice di condominio.

L’italiano parlato dai personaggi è fortemente caratterizzato dal punto di vista diatopico, soprattutto nel lessico, con termini tipici del parlato dell’Italia settentrionale: frequentissimi, ad esempio, l’uso di mica per rafforzare una negazione [Rohlfs 1969, § 968] («Io il sabato mica vado a caccia», «Aspetti, non vada mica via, eh?»), l’uso del generico roba per indicare un oggetto o un concetto indefinito («Ma che roba è?»), e l’uso dell’articolo davanti ai nomi propri di persona sia maschili che femminili («Il Michelino», «La Isolina»), anche nei casi obliqui («Dal Filippetto»).

Dal punto di vista diastratico è notevole l’uso di un lessico più ricercato da parte di personaggi non appartenenti alla famiglia di Marcovaldo, per indicare le differenti condizioni socio-economiche degli interlocutori («Adoperare legalmente l’acqua», «Ho pensato, giacché sono pieno di dolori…»). Le stesse espressioni, o altre simili, pronunciate dal protagonista e dalla moglie Domitilla appaiono esagerate e fuori luogo, anche quando sono necessarie in seguito a una variazione diafasica della comunicazione («Lei mi ha detto che potevo adoperare il suo telefono?», «Séguito la visita agli altri monumenti del parco»).

Numerose figure retoriche vivacizzano la conversazione, specialmente le battute rivolte a Marcovaldo, come a ribadire con forza i concetti importanti che il protagonista tende a ignorare a causa della sua sbadataggine: catafore («Che grasso devo detergere io?»), anafore («Multamultamulta», «Calcolatocalcolatocalcolato»), iperboli («Ne avrà fatti due milioni di passi!»), strutture binarie («Son rimasta l’unica donna femmina»). Ricorrono spesso anche proverbi e modi di dire, fenomeni tipici del parlato popolare che basa gran parte della conversazione su immagini ed esclamazioni («Ho un diavolo per capello!», «Scarpe grosse e cervello fino», «Mi sta sullo stomaco!», «Non facciamo politica!»).

Il fenomeno fonologico più rilevante è il massiccio, se non totale, ricorso all’elisione («Prima d’essere magazziniere», «Vedremo d’aggiustarla») e al troncamento («Mi fa diventar matta», «Vuol lavarsi le mani?») da parte di tutti i personaggi.

Per quanto riguarda l’analisi morfologica, sono da segnalare la presenza dell’aggettivo dimostrativo questo in forma aferetica («Ma chi è ‘sto Marcovaldo?») e l’uso dello stesso aggettivo con funzione di neutro («Questo è il punto che volevo chiarire»), preferito a ciò, che risulta praticamente assente. Ricorrono anche le forme dei dimostrativi rafforzate da e Quel lavatoio », «Quelle robe »).

In funzione di soggetto, i pronomi personali nelle forme lui, lei, loro sostituiscono completamente egli, ella, essi. Gli dativale appare anche col valore di a loroGli dia lo sfratto!»). Il pronome allocutivo di cortesia che si impone nettamente nella conversazione è Lei, con rarissime occorrenze di Loro, eccessivamente formale («Loro permettono, vero?»).

Nel complemento di termine è evidente una frequente ridondanza pronominale («A me mi piace tanto arrosto!»).

Tipici dell’italiano parlato sono i fenomeni di enfasi, perfettamente riportati, nelle loro varie forme, nei dialoghi del Marcovaldo televisivo: dislocazione a sinistra («La luna che ditta l’ha messa?», battuta, questa, tratta direttamente dal testo calviniano), costruzione appartenente al gruppo delle frasi segmentate, frase scissa, costituita da due proposizioni, di cui la prima contenente il verbo essere, connesse tra loro dal che polivalenteÈ lei che m’ha detto che faceva il possibile!»).

Il che, inoltre, compare molto spesso in sostituzione di congiunzioni consecutive («Sbrigati che sabato i cacciatori sparano!») e causali («Bastano pochi chicchi qua e là che il grano costa!»).

Le proposizioni interrogative dirette sono introdotte da che cosa, cosa e che, usati in egual misura da tutti i personaggi, senza alcuna distinzione («E questo che cos’è?», «Cosa vuoi che ci sia?», «Che c’è di buono?»). A questo proposito, inoltre, si può segnalare la presenza sporadica della costruzione che + verbo + a fare come domanda retorica con valore causale («Che ci siamo trasferiti a fare?»).

Frequentissima è la presenza della particella ci in unione con i verbi essere («Io qui ci sto finché mi pare e piace!»), avere («Non c’ho il cane e non c’ho nemmeno la licenza»), entrare («Non c’entra niente»).

Per quanto riguarda l’uso verbale, si nota il generale mantenimento del congiuntivo dopo i verbi servili («Vuoi che ti porti un po’ d’olio cotto?») e dopo i verbi di opinione («Mi sembra che sia a posto», «Credo che sia a posto»); ma nei periodi ipotetici dell’irrealtà prevale la costruzione con l’imperfetto [Rohlfs 1969, § 749] («Era meglio se si rompeva sul serio», «Oggi se avevo i soldi mi compravo un bel fucile»).

Ricorre molto spesso, inoltre, il futuro epistemico, per indicare una supposizione («Ma qui ci sarà un capitale in detersivi, eh?», «Una scatola da un chilo costerà sulle 250 lire»).

I verbi riflessivi appaiono in alcuni casi nella forma di riflessivi apparenti o di affetto, per indicare azioni ed eventi che implicano effetti diretti sulla persona coinvolta («Mi si è rotta la bicicletta», «Se tu ti rifiuti di comprare il frigorifero, che succede?»).

Il lessico presenta numerosissimi ipocoristici nei nomi propri dei personaggi («Filippetto», «Michelino», «Marcovalduccio») e diminutivi di termini adottati prevalentemente dal parlato familiare («Sforzetto», «Malino», «Minutino», «Momentino», «Odorino»). Spiccano, inoltre, espressioni caratterizzate regionalmente («Ti posso dare una strappata io», «Becca sempre il ritardo») e altre tratte dal testo di Calvino («Reclame», «Uno stormo […] che ha piegato verso la città)».

 

Francesca Sammarco

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