Love bugs

Love bugs

Io non sono matto. Io. (Fabio De Luigi)

Love Bugs (2004-2007, tre stagioni, Italia 1) è un popolare scripted format canadese (Un gars, une fille) poi passato in Francia (quest’ultima versione è il punto di riferimento per quella italiana). Per ulteriori notizie generali si rinvia alla scheda di Wikipedia.

Il format della trasmissione esplora le dinamiche dei rapporti di coppia moderni attraverso una serie di gag montate in modo non sequenziale. La struttura prevede brevi segmenti tematici che aprono una finestra sulla vita coniugale e che ritraggono una molteplicità di soggetti e vicende in cui tutti i telespettatori potranno facilmente riconoscersi divertendosi.

La prima stagione è forse la più riuscita e certo quella più premiata dal pubblico, interpretata da Fabio De Luigi e Michelle Hunziker (la seconda è interpretata ancora da De Luigi e da Elisabetta Canalis e la terza da Emilio Solfrizzi e da Giorgia Surina). Fabio è un commercialista che da sette anni forma una coppia stabile con una ragazza svizzera, Michelle. Le piccole manie e le ingenuità di lei scatenano una serie di situazioni comiche, nelle quali spesso è Fabio ad avere la peggio. Sfruttando la tecnica che ha fatto di Camera Café un fenomeno di costume, Love bugs tenta di riprendere alcuni spezzoni di vita, a telecamera fissa, di una coppia di giovani conviventi.

Lo svecchiamento del linguaggio parte già dalla smarginatura del teaser e della sigla, che si susseguono alternandosi per pochi secondi l’uno all’altra in apertura di episodio.

La lingua è perfettamente inquadrabile nell’orizzonte dell’italiano dell’uso medio con una leggera coloritura lombarda (che emerge raramente fuori dall’àmbito fonetico: si veda per esempio l’articolo davanti al nome in «A parte la Daniela»). I dialoghi sono ben riusciti, e buono è il ritmo delle pause e dei cambi di turno. Si veda il seguente dialogo che rappresenta una seduta di terapia di coppia; le battute dei due attori sono intervallate da quelle di un consulente matrimoniale, di cui, come spesso capita nella sitcom, vediamo solo le braccia, in quanto la telecamera è puntata sui due protagonisti:

[Consulente] Secondo lei / Fabio // qual è il peggior difetto di Michelle?

[Fabio] La gelosia

[Michelle] Ah / questa poi / che faccia tosta / eh

[Fabio] È veramente insopportabile / veramente

[Michelle] Non vorrai mica affrontare l’argomento proprio qui / adesso / Fabio // vero?

[Consulente] Al contrario / Michelle // questo è il posto migliore per parlarne

[Fabio] È una cosa incredibile / non posso fermarmi per strada a parlare con un’amica / a fare due chiacchiere / che lei non arriva / ah / baldracca / subito

[Michelle] Le dovrebbe vedere / dottore / le dovrebbe vedere

[Fabio] Un’amica / posso avere un’amica

[Michelle] Fabio / volevo ricordarti che un’amica con la quale vai a letto si chiama amante

[Fabio] La sente? // ha sentito? / è una cosa incredibile / cioè… // mi chiama cinquanta volte al giorno / vuol sapere dove sono / fruga tra le mie cose / apre i cassetti / legge nella mia agenda / una volta addirittura mi ha aperto la posta

[Michelle] Ah / questa è malafede / Fabio / eh? // Sì / una volta ti ho aperto una lettera / ed era il conto della tua carta di credito / pensavo fosse il mio / e allora?

Per quanto riguarda la morfosintassi, notiamo l’uso del pronome soggetto lei in funzione marcata («Non posso fermarmi per strada a parlare con un’amica / a fare due chiacchiere / che lei non arriva»), la conservazione del congiuntivo dopo un verbo di opinione con cancellazione di che («Pensavo fosse il mio»). Non fa testo l’impiego del pronome relativo la quale, qui legato al tono volutamente didascalico dell’espressione: «Volevo ricordarti che un’amica con la quale vai a letto si chiama amante». Per il lessico segnaliamo espressioni dell’italiano medio come faccia tosta, fare due chiacchiere, il genericismo cosa, il colloquialismo baldracca, l’ellissi in giapponese ‘ristorante giapponese’ e l’iperbole mi chiama cinquanta volte al giorno.

Trattandosi di un dialogo essenzialmente a due voci, hanno una grande importanza, anche quantitativa, i segnali discorsivi, nelle diverse funzioni di segnalare la presa, la prosecuzione e la cessione del turno (nel dialogo appena presentato soprattutto vero, e allora, allora, vabbè, comunque) e, tra gli elementi non lessicali, ah e eh. Tipico della struttura testuale di questa sitcom è l’avanzamento per piccoli blocchi, costellato da riformulazioni («È una cosa incredibile / cioè…») e numerose ripetizioni di singoli elementi («È veramente insopportabile / veramente», «Le dovrebbe vedere / dottore / le dovrebbe vedere», «Un’amica / posso avere un’amica»), che imitano la frammentarietà e la scarsa progettazione del parlato. Incisivo, infine, il richiamo alla deissi, spaziale («proprio qui», «questo è il posto migliore») e temporale («adesso»).

Il tentativo di realizzare un parlato sconnesso e improvvisato è evidente nel brano che segue, in cui Fabio racconta una scena avvenuta durante le ultime vacanze in Messico della coppia:

È vero / e quindi si è messa a ballare / questa cosa // un misto di merengue / salsa / tutto insieme / uno stile ridicolo / ridevano tutti / no? // e poi la cosa incredibile e… // questa è bellissima…/ e mentre lei ballava coi camerieri / ’sti camerieri messicani / coi baffoni / brutti / no? // e poi a un certo punto e… // questa è bellissima / perché a un certo punto arriva l’italiano e gli tira il pesce // adesso sembra // però a esserci incredibile / una figura barbina / insomma.

Diventano infatti più frequenti le riformulazioni («’Sti camerieri messicani / coi baffoni / brutti», «Un misto di merengue / salsa / tutto insieme»), le ripetizioni («Si è messa a ballare […] e mentre lei ballava», «A un certo punto»), ma soprattutto i tentativi di richiesta di attenzione da parte dei compagni di ballo che lo ascoltano («E poi la cosa incredibile», «E… / questa è bellissima»).

Ulteriori elementi morfosintattici propri dell’italiano dell’uso medio rintracciabili nell’episodio analizzato sono le dislocazioni («Io certe cose non le invento», «Non li voglio neanche vedere gli amici»), il che come aggettivo interrogativo («Che classe»), il pronome gli riferito a una donna («Gli tira il pesce»), le forme aferetiche del dimostrativo («’Sti messicani»), il che polivalente con valore causale («Non guardare che se ci vede ci ammazza»), le iperboli («Sette chili d’oro al collo»; qui anche con che polivalente: «È una vita che non ci vediamo»), le espressioni ammiccanti ad un lessico (ormai ex) giovanilistico come «Che tipo», «Che roba», la riduzione per scorciamento in Cri ‘Cristina’. Non mancano le strutture a cornice, qui con ci ridondante («Con quella lì ci leghi il cane / con quella lì»), mentre nel dialogo successivo la struttura è utilizzata da entrambi gli interlocutori con la ripetizione del pronome soggetto io (in realtà un gioco linguistico messo in atto dai due attori di fronte alla richiesta del consulente matrimoniale di parlarsi utilizzando il pronome di prima persona e non il tu in quanto «Il tu è accusatorio, non lo sapevate?»):

[Fabio] Io non sono matto / io

[Michelle] Sai che cosa ti dico io / che neanche io sono pazza / ok?

[Fabio] Ok / allora io ti dico che io [interrotto dal consulente].

Alla coloritura del lessico contribuisce la serie di deformazioni scherzose di diminutivi affettivi che i protagonisti si scambiano nelle manifestazioni di affetto (melanzanina, melanzanino scemino, chiti chiti, zuccolina).

Debora De Fazio

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