L'ispettore Coliandro

L'ispettore Coliandro

Piano bambina, perché questo non è un film! (L’ispettore Coliandro; 1, 1)

L’ispettore Coliandro (2006-2010, quattro stagioni, Raidue) è una bella serie poliziesca d’autore (l’ideazione è di Carlo Lucarelli). La grande freschezza della tecnica di regia dei Manetti Bros. risente di linguaggi e inquadrature di grande suggestione e modernità, largamente estranei alla fiction italiana (si veda, per esempio, la lunga sequenza iniziale dell’episodio 1,1 Il giorno del lupo). Appare più tradizionale la pezzatura di circa 100 minuti, che tende a coprire l’intero prime time televisivo italiano della tv pubblica. Per ulteriori dati generali si rinvia alla scheda di Wikipedia.

Il protagonista usa un italiano regionale centro-meridionale molto temperato, in una vicenda in cui il poliziesco torna a Bologna dopo gli anni Novanta e L’ispettore Sarti (un caso da manuale di “provincializzazione” di una metropoli: il concetto si deve a Buonanno 1997-98: 67), nonostante pochissimi personaggi, anche tra comparse e figure, siano locali; il soccia che in tutte le fiction che si rispettino è la forma bandiera dei personaggi bolognesi, è qui “in bocca napoletano-romana”. La presenza dell’italiano come si parla a Bologna si avverte in pochissime forme lessicali, come il gergale pulotto ‘poliziotto’.
La sintassi dell’ispettore, merito degli sceneggiatori ma anche dell’interpretazione di Giampaolo Morelli, riproduce molto bene le movenze del parlato, a cominciare dalla scarsa programmazione, dalle autocorrezioni e dalle esitazioni. Il frequente mancato rispetto dei turni di conversazione contribuisce al realismo.
Le caratteristiche psicologico-attitudinali dell’ispettore sono senz’altro l’impazienza ai limiti dell’isteria, la totale mancanza di autocontrollo e la capacità praticamente illimitata di commettere gaffes. L’abbondanza di diminutivi, come calmina (più volte), «Calmino /eh? // Vediamo prima se l’amichetto risolve il problema», e appellativi come bambina, bimba si coniugano con atteggiamenti da sbruffone, che si traducono in frasi come «Oh / non rompere / cioccolato // se mi girano ti sequestro tutta la mercanzia / chiaro? // no / poco sorriso / forza / sì / sì» (a un commerciante abusivo), «Aria / bella / che se mi gira ti porto in questura / anzi / vi porto in questura a tutti / è chiaro?» (del tutto gratuitamente, in un bar all’aperto), che gli procurano qualche ironia («Non è che sei un po’ fascio / tu?»). Sembra presente in dosi massicce il lessico dell’uso medio, una categoria molto sfuggente ma qui rappresentatissima, se consideriamo che quasi tutte le parole hanno un possibile sostituto più formale: tra i moltissimi esempi possibili: «È un pezzo che» ‘è da molto tempo’, «Prendere per il culo», «È un grande», «In gamba», «Che mito», «È uno tranquillo», «Far secca», «Roba taroccata», «Fregare», «Mi manda a cagare» (con g eufemistica), «Ho avuto culo». Il turpiloquio contribuisce a creare un profilo un po’ hard-boiled (giocato peraltro con grande ironia): si veda, per esempio, la climax «Vita di mmerda / città di mmerda / mestiere di mmerda» (ma in generale la parola, assieme al desicilianizzato «Minchia», è usata come intercalare abituale). L’attenzione metalinguistica alla terminologia è alta (la mano autoriale di Lucarelli dev’essere ben presente anche nel fastidio per l’imprecisione e la sciatteria lessicale): non appena Coliandro osserva «La pizzeria […] fattura in nero un miliardo l’anno» viene corretto dal magistrato, che ribatte «Beh / se fattura non è in nero».
Sono frequenti le citazioni intertestuali scherzose, con la domanda implicita o esplicita «Che cosa avrebbe fatto lui al posto mio», a cominciare da quella dell’ispettore Callaghan (citato due volte nella prima puntata) in Coraggio, fatti ammazzare; ve ne sono anche dalla cinematografia d’azione (nel secondo episodio è citata una frase pronunciata da Mel Gibson in Arma letale 3).

 

Debora De Fazio

 

 

 

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