Lie to me

Lie to me

La verità è scritta sul nostro volto. (Lie to me; 1,1)

Lie to me è una serie televisiva drammatica prodotta negli Stati Uniti d’America dal 2009 al 2011 (la prima TV in USA è avvenuta sul canale Fox il 21 gennaio 2009, mentre in Italia sul canale satellitare Fox il 7 settembre 2009). Sono state prodotte 3 stagioni per un totale di 48 episodi della durata di 45 minuti ciascuno.
Realizzata dallo sceneggiatore Samuel Baum, già autore di The Evidence, e dai geniali produttori esecutivi di 24 e Arrested Development, ha come protagonista Tim Roth che veste i panni del dottor Cal Lightman, un esperto della comunicazione non verbale.

Cal è uno straordinario analista di espressioni facciali e linguaggio del corpo, dai quali è in grado di capire chi e come mente. Grazie a questa sua dote (in parte innata e in parte acquisita) lo psicologo, assieme ad una sua amica – la dottoressa Gillian Foster – ha fondato la società scientifica Lightman Group che, oltre a collaborare con l’FBI, è sempre pronta a cogliere in fallo un presunto omicida, un politico corrotto o un carcerato pentito. La storia e il personaggio del dottor Lightman sono ispirati agli studi del dottor Paul Elkman, psicologo studioso del comportamento umano ed esperto di rilievo sul linguaggio del corpo. La serie ne ripercorre il lavoro, le riflessioni e le argute conclusioni, precisando, però, che i protagonisti del serial non sono affatto basati su persone realmente esistite.
Il dottor Elkman, oggi ultranovantenne, ha assunto personalmente il ruolo di consulente scientifico della serie; questo aspetto dà un’interessante base scientifica e procedural ai contenuti della fiction.
Dalla vergogna (sguardo basso) all’imbarazzo (sguardo laterale) al nervosismo (denti che mordono le labbra), l’assunto è che gli indicatori delle emozioni sono universali e Cal Lightman è l’uomo giusto per scoprirli.

Cal Lightman (Tim Roth), il protagonista della serie, è il consulente dell’FBI incaricato di valutare le espressioni facciali dei sospettati in casi di cronaca; i suoi collaboratori sono Gillian Foster (Kelli Williams), psichiatra proveniente dallo staff del Pentagono, Eli Locker (Brendan Hines), un ricercatore che per principio ha deciso di non mentire mai, Ria Torres (Monica Raymund), ex agente della polizia aeroportuale con un talento naturale nel riconoscimento delle micro-espressioni, ma con poche conoscenze scientifiche e, infine, Ben Reynolds (Mekhi Phifer), un agente dell’FBI che assiste il Lightman Group nelle sue indagini e che, successivamente, entra a far parte della squadra.
Per garantire alla serie una certa orizzontalità, in ogni puntata troviamo anche Emily Lightman (Hayley McFarland), la figlia adolescente di Cal.

Lie to me è una serie che ruota intorno a Cal Lightman, personaggio spesso maleducato ed estremamente enigmatico, con una grande passione per le messe in scena e per la verità.
Ogni episodio ha uno schema auto-conclusivo che spesso si traduce (molto sinteticamente) nella struttura: bugiardo di turno, tattica di Lightman, smascheramento del bugiardo. Vi è quindi quasi solo verticalità e non vi è un seguito delle indagini anche negli episodi successivi [Aprile – De Fazio 2010]. Questo costituisce un grave problema per la serie che già dopo la prima stagione può risultare monotona, anche perché in qualche episodio la costruzione dei casi risulta abbastanza scontata.
La formula adottata, ripetuta in tutte le puntate, è quella del parallelismo all’interno dello stesso episodio tra due casi assegnati ai vari membri della squadra che completano comunque le indagini entro il tempo di narrazione delimitato dalla chiusura dell’episodio stesso.
Ogni puntata si apre con la scritta «Lie to me*» su sfondo nero con le parole «Lie» e «me» in rosso e subito dopo appare il significato dell’asterisco «*Questa è una serie di finzione e non fa riferimento a persone o avvenimenti reali».
Il teaser inizia sempre con poche e rapide inquadrature in campo lunghissimo della città di Washington D.C. ed in particolare della Casa Bianca ripresa da più angolazioni.
Ciò che è raccontato nel teaser, come in ogni giallo che si rispetti, mette fuori pista lo spettatore. Può anche essere del tutto ininfluente ai fini della trama che si sta per raccontare e questo è il caso dei teaser che durano non più di 3 minuti. La serie però ci ha abituati a prologhi molto più lunghi, fino ad oltre 7 minuti, in cui viene presentato almeno il primo caso di puntata.
A volte i casi non vengono introdotti in maniera diretta ma sono già stabiliti e si evincono dai dialoghi anche se più frequentemente l’episodio si apre proprio con il caso principale della puntata.

Sigla. La sigla di apertura presenta una serie di movimenti corporei ed espressioni facciali evidenziati da un segmento che li unisce ad una scritta che indica il tipo di emozione rappresentata. La sequenza di immagini è accompagnata dal brano musicale Brand New Day di Ryan Star e si conclude con lo sguardo scrutatore del dottor Lightman che appare nel pilot della serie.

Molto usate sono le opposizioni tra spazi aperti e con colori chiari e spazi chiusi con colori pesanti, che il più delle volte demarcano, oltre all’evidente cambiamento di location, anche un cambiamento del tono con l’entrata nel vivo della storia. Questa strategia si assicura di lasciare lo spettatore impaziente e desideroso di sapere come proseguirà l’episodio.
Dopo la sigla, la storyline si biforca con metà squadra impegnata nella soluzione di un caso – solitamente di stampo governativo – e l’altra metà che si occupa del secondo caso di episodio, la maggior parte delle volte privato. Entrambi troveranno la soluzione tra i minuti 30-40, poco dopo il “punto di rottura” che solitamente avviene dal minuto 20 e che si traduce nel colpo di genio del detective che, dopo aver di fatto brancolato nel buio, si immette verso la strada della soluzione.
Quando si è vicini alla conclusione del caso, la narrazione, già scorrevole, diviene sempre più un continuo crescere di tensione con un ritmo incalzante e veloce fino ad arrivare alla reale soluzione.
Subito prima dei titoli di coda troviamo un breve tag, spesso scollegato con i casi della puntata ma collegato alla vita personale dei protagonisti. Il suo scopo è mostrare allo spettatore che oltre alla vita lavorativa vi è una vita privata che forse verrà messa in luce nelle puntate successive.
Molto usate sono sia la camera a mano durante gli interrogatori “non convenzionali” sia la camera fissa che con uno zoom al rallentatore palesa il muscolo facciale che tradisce le parole del soggetto, strategia inizialmente accattivante ma poi ripetitiva, poiché è sufficiente che l’inquadratura si soffermi un attimo in più su un volto o che venga effettuato uno zoom da un’angolatura particolare che subito si sospetta che ci sia qualcosa di significativo. Dopo poco, infatti, arriva la conferma che anche i super-scienziati hanno rilevato qualcosa: le prime volte affascina perché induce lo spettatore a ritenersi super-intuitivo, poi però si comincia a pensare che quella competenza non sia così difficile da costruire e, infine, si realizza che regia e montaggio abbiano calcato troppo la mano su alcuni dettagli.
Sul piano della messa in quadro, le scenografie e la fotografia si fanno spesso notare positivamente; sono frequenti anche gli esterni ponte di scene urbane della città in cui si suppone sia ambientata la serie, in questo caso Washington D. C., in varie ore del giorno e della notte, per ricordare allo spettatore che è passata mezza giornata.
Interessante notare le locations mai banali che – escluse le ambientazioni familiari  come le dimore dei protagonisti e lo studio del Lightman Group – offrono continuamente nuovi luoghi scoperti di episodio in episodio, che possono variare dalla caserma dei vigili del fuoco al Congresso americano a Washington, da una scuola a una miniera in fiamme.
Anche se efficace e di sicuro effetto, a lungo andare può apparire forzata anche l’idea di mostrare celebrità che rappresentano una certa espressione con gesti e smorfie simili. Con il passare degli episodi, questa caratteristica va diminuendo, anche se bisogna ammettere che risulta un ottimo espediente usato soprattutto per cambiare scena: il fermo immagine della celebrità di turno precede un cliffhanger che permette di cambiare ambientazione e personaggi lasciando l’azione sospesa per essere ripresa in seguito.
Numerosi sono i flashback usati, però, esclusivamente per far rivivere espressioni facciali o gestuali avvenute pochi minuti o secondi prima.
Per arrivare rapidamente alla conclusione dei casi, Lightman non si fa alcuno scrupolo a mentire e ad allestire scene preparate prima con i suoi colleghi, in modo da scatenare reazioni indicative di volta in volta di stupore, paura, disgusto e via dicendo. Questo lo fa apparire sicuramente un protagonista contrastato. È un manipolatore della realtà che lo circonda, ma conservatore della propria routine.
La narrazione delle vicende strettamente personali dei protagonisti è relegata a rari casi e spesso è lasciato allo spettatore il compito di ricostruirle; comunque, i pochi dettagli che si scoprono nel corso delle puntate, non sono sufficienti per definirli personaggi a tutto tondo.

I dialoghi di ogni episodio sono veloci e arguti, capaci di conferire un taglio specialistico alla serie e sempre pronti a rendere partecipe il pubblico delle intuizioni del protagonista. Basti considerare solo i primi minuti del pilot dove il dottor Lightman pronuncia queste frasi che ci faranno capire il taglio della serie:

– Non faccio affidamento sulle parole.

– Statisticamente, in media una persona dice tre bugie ogni dieci minuti di conversazione e vi assicuro che parlo di gente normale, non di chi mette bombe in una chiesa di un quartiere nero.

– Avete visto una breve espressione di felicità sul suo volto, anche se ha fatto di tutto per mascherarla. È durata meno di 1/5 di secondo, è quello che chiamiamo microespressione.

– Scrollata di spalle asimmetrica, traduzione: non ho fiducia in quello che ho appena detto. Il corpo contraddice le parole: sta mentendo.

– Ostilità repressa: attenti, se vedete questa espressione sul volto di vostra moglie, il vostro matrimonio è finito, credetemi.

– Queste sono manifestazioni universali. Le persone manifestano le emozioni allo stesso modo, che siano casalinghe o terroristi, la verità è scritta sul nostro volto.

Interessante anche notare come i dialoghi tra i personaggi principali abbiano spesso una dose di sarcasmo pronta a tenere viva l’attenzione dello spettatore:

[Cal] Una volta ho chiesto a degli attori di interpretare i testimoni di un caso di stupro davanti a trenta giudici federali. Sai qual è stata la discriminante per stabilire se il giudice credesse all’uomo o alla donna? Il sesso del giudice.

[Ria] Pensa che lo stia incolpando perché sono una donna?

[Cal] Lo penso io, Darwin e i 2000 anni di biologia evolutiva.

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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