Le avventure di Pinocchio

Le avventure di Pinocchio

Bisogna che ti trovi un bel nome […] Pinocchio! E’ un nome che gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i bambini. Se la passavano bene… Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina. (Le avventure di Pinocchio; 1, 1)

Le avventure di Pinocchio è uno sceneggiato televisivo in cinque puntate, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Collodi, diretto dal regista Luigi Comencini e trasmesso per la prima volta dalla RAI nel 1972 con enorme successo (ci saranno anche numerose repliche negli anni successivi). Ne sono state realizzate anche una versione leggermente più lunga (320 minuti rispetto ai 280 originari), in sei puntate, per la distribuzione francese, e tale versione è stata utilizzata successivamente anche per l’home video; e una versione più corta in forma di film tv (della durata di 134 minuti totali).

Come nel celebre romanzo, vi si narrano le disavventure del personaggio collodiano, anche se, a differenza della versione letteraria, nello sceneggiato Pinocchio è impersonato da un bambino vero, che solo in alcuni punti si ritrasforma in un burattino (diviene burattino o bambino per essere punito, premiato o salvato dalla Fata). Le cinque puntate raccontano la storia di Pinocchio (la costruzione del burattino di legno, l’incontro con la fata e il patto con lei fino all’arresto di Geppetto; Mangiafuoco; il Gatto e la Volpe; la scomparsa di Geppetto tra le onde e l’incontro con Lucignolo; il Paese dei Balocchi; il pescecane, il ritrovamento di Geppetto e il ritorno a casa) fino al lieto fine e al compimento della parabola esistenziale ed educativa del bambino, ex burattino. Uno dei motivi di maggiore lode dello sceneggiato è stato senz’altro il cast: Andrea Balestri (Pinocchio), Nino Manfredi (Geppetto), Gina Lollobrigida (la Fata Turchina), Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (il Gatto e la Volpe), Vittorio de Sica (il giudice), Lionel Stander (Mangiafuoco).

La critica ha sottolineato nel Pinocchio di Comencini una visione particolarmente delicata e poetica, non priva di una patina di sommessa malinconia (evidente soprattutto nella resa televisiva di alcuni elementi di “realismo sociale”), nonostante la presenza di alcuni attori celebri prevalentemente per interpretazioni in ruoli comici.

Da Pinocchio, compreso quello di Comencini, sono stati tratti otto soggetti cinematografici e televisivi [Rossi 2006: 122], più quello trasmesso dalla Rai nel 2009. Eppure, quella di cui trattiamo è un’opera destinata a resistere al tempo. L’interpretazione del libro di Collodi è relativamente libera. La principale differenza strutturale consiste, com’è noto e come abbiamo appena ricordato, nel fatto che la trasformazione del burattino in un bambino in carne e ossa, che riprende temi apuleiani, perde il valore simbolico di passaggio di status finale e definitivo in favore della funzionalità narrativa: il protagonista va e viene, cambia la propria natura secondo il proprio comportamento (torna burattino se fa il cattivo o, almeno in un caso, per evitare di morire impiccato). In una narrazione per immagini sarebbe stato impensabile conservare un pezzo di legno come protagonista per tutte e sei le puntate; prova indiretta ne sia il fatto che persino nel Pinocchio televisivo del 1947 il protagonista era un bambino in carne e ossa.

La caratteristica principale del capolavoro di Comencini, accanto alla lettura libera del testo di partenza, è forse proprio la sua detoscanizzazione. Nulla di confrontabile, certo, con la discutibile versione di Pinocchio di Alberto Sironi, trasmessa da Raiuno nel 2009, in cui la residua toscanità è affidata a qualche sparuto elemento lessicale (figliolo, babbo) che affoga in una tessitura tanto linguisticamente incolore quanto politicamente corretta (con la fata Turchina che augura buona fortuna sia a Pinocchio sia a Geppetto, protagonista di una concezione della genitorialità più proiettata nel mondo di oggi che in una favola).

La cadenza toscana del Pinocchio comenciniano (gli esempi sono tratti dai primi due episodi e dal sesto; la descrizione dei tratti fiorentini è condotta secondo la sintesi di Nesi-Poggi Salani 2002) resiste in molti dei protagonisti: il piccolo Andrea Balestri, Pinocchio, è nato a Pisa. Un mostro sacro come Nino Manfredi ha, inoltre, eccellenti qualità mimetiche e non gli è certo difficile calarsi nella parte di un falegname della Toscana profonda che esibisce la monottongazione di wo («Nessuno si mova», «Quant’è bbona la schiacciata», «Fai tardi a scola»), la chiusura protonica in ’un («’Un mi pare», «’Un entrate»), la lenizione dell’affricata palatale sonora g in posizione intervocalica («Avete ražone»), il raddoppiamento fonosintattico in dappoco (che ovviamente è cristallizzato anche nell’italiano standard, ma pochissimo usato al di fuori della Toscana), in alternanza, però, con casi di mancato rispetto del raddoppiamento («Lo capisci da te»), il nesso ng davanti a vocale palatale (spenge) [Rohlfs 1966: § 256], la forma atona invariata dell’aggettivo possessivo («Il tu babbo», «La mi povera moglie»), il pronome te in funzione di soggetto («Sei proprio te»), forme peculiari della flessione verbale (fo ‘faccio’), diminutivi lessicalizzati come seggiola, figliolo, l’o per introdurre le interrogative («O cche t’hanno fatto?!», «O perché dovrebbe stimarmi poi?»), in rarissimi casi il pronome soggetto espresso in condizioni sovraestese rispetto all’italiano («Guarda il formaggio del signore come tu l’hai ridotto», «Vien dentro che tu prendi freddo»).

Qualche accentuazione del colore locale si ha in personaggi molto caratterizzati, come Mastro Ciliegia, i cui brevissimi inserti di parlato sono ornati piuttosto sistematicamente, per esempio, dalla gorgia (ridiholi, dove horrete), dalla lenizione della dentale intervocalica (volethe, entrathe), dal raddoppiamento fonosintattico anche dopo da (da ssolo) e dopo o (o ddentro), dalla frequenza dell’elisione («V’aspetto»). Ben caratterizzato, ma senza esagerazioni ribobolaie, è anche Pinocchio, in cui rileviamo ancora il te come soggetto, che a sua volta, in quanto monosillabo accentato, genera raddoppiamento («Quando te ddormi ci vengo sempre qua»), il possessivo atono invariato («Il mi babbo») e forme verbali tipicamente fiorentine come vo («E io vo in giro con i soldi in tasca?») o l’imperativo chetati. Qualche comparsa locale produce altresì battute ad alta concentrazione di toscanità (una donna che passa: «O mmastro Cilieža / ci fate le ova?»).

Sono, però, di norma evitati con cura fenomeni del parlato percepiti come eccessivamente dissonanti rispetto al pubblico italiano non fiorentino, per esempio l’assimilazione dell’articolo e raddoppiamento della consonante seguente in casi come i ppane, i ccane; i tre gradi di vicinanza nei dimostrativi (codesto è considerata una forma evidentemente troppo affettata), alcuni avverbi popolari in Toscana in quanto sconosciuti altrove, come costì, costà; non ricorre, peraltro, nessuno dei tratti dialettali che colpivano un osservatore acuto come Edmondo De Amicis all’inizio del Novecento (evoluzioni fonetiche popolari come diaccia, forme verbali come venghino e dichino, leggano e temano per leggono e temono, che ricorrono tutti in un passo de L’idioma gentile,1905, riportato da Nesi-Poggi Salani 2002: 414). Ancora un esempio di come si adatti la lingua del romanzo per un pubblico non toscano: l’imperativo di dare in funzione di segnale discorsivo più comune nel libro è da’ [Rohlfs 1966: § 605], che però nello sceneggiato scompare in favore di dai («Dai / vien dentro che tu prendi freddo!»).

A parte quelli nominati, altri importanti personaggi di Pinocchio parlano in italiano con pronuncia standard, senza il minimo cedimento alla fonetica o ad altri fatti linguistici locali, a cominciare dalla Fata Turchina (Gina Lollobrigida) e dal Grillo Parlante. In alcuni casi, come quello del Gatto e la Volpe (Franco Franchi e Ciccio Ingrassia), siamo lontanissimi dalla Toscana, anche se l’accento siciliano che caratterizza il duo è di norma lasciato fuori dalla resa linguistica del nostro sceneggiato.

Qualche notazione sul lessico. Si nota una certa abbondanza di diminutivi a scopo affettivo che in linea di principio riportano spesso alla Toscana (figliolino, babbino, grullarello, bimbetto). Sono conservate le forme bandiera del romanzo, come babbo, citrullo, abecedario e naturalmente balocchi. Abbiamo ancora qualche isolatissimo ribobolo (bubbole) e infine la celebre paretimologia lustratissimo («Dono del lustratissimo Mangiafuoco») per illustrissimo (i personaggi diversi da Pinocchio usano però la forma normale). Sono conservati dal libro di Collodi anche vari stilemi non lontani da una sorta di linguaggio formulare, come finire all’ospedale o in prigione, le lontane Americhe.

Se il toscano appare quindi un elemento di sfondo e non più il tessuto connettivo della narrazione, l’italiano rappresentato nella fiction di Comencini può essere definito di tipo medio-alto.

Nel settore dei pronomi personali soggetto segnaliamo l’assenza delle forme standard e la preferenza per le forme di terza persona, utilizzate, però, di preferenza, in contesti marcati («Pinocchio / è proprio lui!», «Lui desiderava tanto un bambino»). I pronomi interrogativi che cosa («Che cosa aspettate») cosa («Ma cosa fai citrullo?») che («Che fa l’uomo nel corbello?») si alternano con distribuzione uniforme, forse con una leggera prevalenza della forma cosa. Per gli aggettivi interrogativi abbiamo invece la prevalenza di che («Che idea?»). Nel settore della morfologia verbale segnaliamo una notevole tenuta della norma, così come l’impiego di una discreta varietà di modi e tempi (per esempio, tra i tipi ormai prevalentemente scritti, il gerundio assoluto «Essendo questa sosta non prevista non abbiamo legna secca», il futuro anteriore con valore epistemico «Avrà avuto le traveggole / signor Mangiafuoco»).

Tra i tratti conservativi, è notevole la posizione enclitica dei pronomi atoni, anche con i verbi servili («O perché dovrebbe stimarmi poi?»). Ad un livello substandard appartengono invece diversi tipi di ridondanze pronominali (qui anche con ci attualizzante «E con quel burattino ci girerei il mondo»; «E domani al mio babbo gli compro una casacca d’oro e d’argento con i bottoni di brillanti»; «Capirai che a gente come a noi / la vita non riserva niente di buono») e un paio di casi di che polivalente con valore causale («Mettiamoci i calzerotti che fa freddo», «Vien dentro che tu prendi freddo»). Pochi e sempre utilizzati per rendere credibili e movimentati i dialoghi sono i fenomeni di enfasi, soprattutto frasi scisse («È con questo che vuole cuocere il suo montone?») e dislocazioni («Le domande non le puoi vedere perché le domande si sentono», «Dove me l’avete nascosto il burattino?», «Un lavoro ce l’abbiamo sempre»). Nelle causali si osservano le consuete semplificazioni nella selezione della congiunzione introduttiva («Siccome il pescecane dormiva allora lui piano piano è uscito»).

Anche in assenza di questi espedienti, i dialoghi sono nel complesso molto ben costruiti; frequente il ricorso all’espediente del falso cambio di turno. Si veda il seguente:

[Geppetto] Sono venuto a chiedervi un prestito

[Mastro Ciliegia] Un prestito?

[Geppetto] È che m’è venuta in testa un’idea

[Mastro Ciliegia] Che idea?

Per quanto riguarda la macrosintassi, sono frequenti le strutture binarie, basate sul parallelismo sia di proposizioni subordinate («Perché sono stato sfortunato / non perché non sono capace», «Eh / caro Pinocchio / anche se si volesse non si potrebbe»), sia di principali («Io non so nuotare e tu non sei più di legno»), ma anche le ripetizioni («M’è venuta un’idea / ma un’idea straordinaria / eh»), spesso usate come meri espedienti di gioco letterario, come dimostra anche la conclusione sarcastica della battuta:

Bisogna che ti trovi un bel nome […] Pinocchio / è un nome che gli porterà fortuna // Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi / Pinocchio il padre / Pinocchia la madre / e Pinocchi i bambini // Se la passavano bene // Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.

Diverso il caso successivo, in cui la ripetizione del nome Pinocchio, della frase sono padre e dell’avverbio proprio in anafora esprime la commozione e l’emozione di Geppetto nel toccante momento dell’agnitio:

Eh / sei proprio te // Pinocchio / è proprio lui // Sono padre // M’è nato un figlio // Sono padre / è proprio così // Pinocchio / dove sei / Pinocchio.

Conferisce ulteriore realismo ai colloqui padre/figlio anche l’abitudine di rivolgersi al bambino parlando di sé in terza persona («Sta’ ccalmo / Pinocchio / ora il babbo prova a passare dalla finestra»).

 

Debora De Fazio

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