L'andreana

L'andreana

Aveva quarantatré anni. Era un po’ grossa, larga di fianchi come se avesse partorito assai più di due volte, con nella sagoma l’aspetto cordiale della fecondità del grembo: e aveva occhi bruni, piuttosto grassi, in una bella faccia da moglie e madre di famiglia, leggermente sparsa d’efelidi: Capelli neri, rigonfi, naso forte e un tantino curvo sopra labbra abbastanza fini, senza baffi, gentili.
(Così Marino Moretti introduce il personaggio nel romanzo L’Andreana)

Lo sceneggiato televisivo L’Andreana, diretto da Leonardo Cortese e trasmesso dal primo canale Rai in cinque puntate dal 18 aprile al 16 maggio 1982, è tratto dall’omonimo romanzo di Marino Moretti, pubblicato nel 1935, del quale conserva la forte connotazione diatopica data dall’ambientazione romagnola e, soprattutto, dai protagonisti di origine veneta.
Le riprese della trasposizione televisiva, la cui sceneggiatura è stata curata dallo stesso regista e da Massimo Felisatti, hanno avuto luogo nel centro storico di Cesenatico, con la partecipazione di molti cittadini improvvisatisi attori.
Per le notizie generali e per approfondire: Wikipedia.org; Mymovies.itRomagnanoi.it.

La vicenda ruota attorno alla figura di Andreana, la vedova del più noto pescivendolo di Cesenatico, che, alla morte del marito, dal quale ha avuto due figli, Anita e Fortunato, assume il controllo della vita del suo piccolo nucleo familiare. La donna rappresenta l’emblema della figura femminile che gestisce da sola, con le proprie forze, la casa colpita da una tragedia come quella della perdita prematura del capofamiglia: tale stereotipo è molto diffuso nella Romagna della prima metà del Novecento, sia nell’ambiente contadino che in quello marinaro.
Andreana affida gli affari a Mondo e, per rendere il legame di tipo economico più vincolante, combina il matrimonio tra sua figlia Anita ed Evandro, figlio del socio. L’unione dura ben poco, a causa dell’allontanamento del giovane del paese, e Mondo si sente obbligato a rimediare all’accaduto, sposando Anita. La ragazza, però, non accetta serenamente la situazione e abbandona Mondo.
Intanto, a Chioggia, Andreana incontra la Ballarin, la donna che molti anni prima partorì insieme a lei, nello stesso ospedale, un figlio maschio: costei sostiene che i due neonati, Felice e Fortunato, furono erroneamente scambiati e che l’una abbia cresciuto il figlio dell’altra. Fortunato, giovane forte e vigoroso, così, comincia una nuova vita all’insegna dell’agiatezza con la Ballarin, senza rimpiangere gli anni trascorsi con Andreana; quest’ultima, invece, è costretta ad accogliere Felice, debole e malato di tisi, ricoverato in un sanatorio. Alla morte del ragazzo, Andreana si contende con la Ballarin, che non ha mai smesso di occuparsene, le ultime cure da dedicare a Felice.
Gli eventi precipitano quando Mondo rimane completamente paralizzato a causa di un incidente in automobile e Andreana, non avendo i mezzi per pagare i creditori, viene accolta da alcuni pescatori che abitano sul canale, in case povere e malmesse.
Nonostante le avversità che la vita le riserva, Andreana dimostra di avere il coraggio e la volontà di reagire e, con i pochi risparmi a sua disposizione, riprende a svolgere il mestiere di pescivendola.
I protagonisti della versione televisiva dell’originale morettiano sono Ilaria Occhini, che interpreta il ruolo di Andreana, e Gastone Moschin, che veste i panni di Mondo.

Dal punto di vista fonetico, la lingua dei dialoghi, un italiano con pronuncia settentrionale, presenta vistosi fenomeni di collocazione nel contesto geografico in cui è ambientato lo sceneggiato, la provincia romagnola.
Per esempio, abbiamo il troncamento delle vocali finali davanti a parole che cominciano per consonante («Io non son serva», «La siòra la vien subito»), la degeminazione delle consonanti doppie [Rohlfs 1966, § 229] («Stele» per stelle, «Belisima» per bellissima), la pronuncia sonora di z sia in posizione iniziale che centrale [Rohlfs 1966, § 169] («zia», «Venezia»), il passaggio di c a s in seguito alla perdita dell’occlusione davanti a vocale palatale [Rohlfs 1966, § 152] («Sento» per cento, «Sinquanta» per cinquanta, «Dise» per dice), il passaggio del nesso consonantico cl a ć attraverso lo sviluppo normale ki in posizione iniziale e mediana [Rohlfs 1966, § 179 e 248] («Tanti masći e femine se ćiaman Fortunato»), l’assimilazione di d a r (senza geminazione) nel nesso consonantico dr in posizione interna («Parone» per padrone, «Pare» per padre, «Mare» per madre).
In ambito morfologico spiccano le accezioni dialettali dei pronomi soggetto [Rohlfs 1968, § 434 per il pronome di prima persona singolare e 435 per quello di seconda persona singolare] («Mi stavo per conto mio», «Mi son Fortunato Pagan», «Te come ti ćiami?», «C’hai sempre lo scatto dell’anguilla te») e oggetto [Rohlfs 1968, § 454 per il pronome di prima persona singolare e 461 per quello di seconda persona plurale] («La me conosce, no?», «Ve invita», «Ve garba», «Ve spettemo»); Voi e Lei si alternano come pronomi allocutivi di cortesia («Siete voi la prima a parlarne», «Voi, Mondo, venite con me», «Lei cosa fa di bello?», «Lei […] dorme bene di notte?»).
La compare come pronome soggettivo proclitico femminile [Rohlfs 1968, § 446] («La serva la dorme in casa dei padroni», «La siòra la vien subito», «Anche la mia padrona la sarà contenta»), anche con funzione di neutro [Rohlfs 1968, § 450] («Cosa l’è?»); soa è la forma femminile del pronome neutro tonico di terza persona singolare [Rohlfs 1968, § 428] («Ca’ soa»).
Una massiccia ridondanza pronominale caratterizza in generale la lingua di tutti i personaggi («Ne deve contenere di pesce questa conserva», «Con questa signorina ci hai giocato da bambino», «Ma cosa vuoi che ce ne importi a noi di Anita Garibaldi?», «Ci lavoriamo tutti con le cambiali»); ricorre, inoltre, qualche caso di dativo etico («Non voglio che un giorno il mio Fortunato dica che aveva il mestiere pronto […] e io gli ho venduto la conserva»).
Non mancano esempi di aferesi, come in «sto pozzo», e apocope, come in «ca’ soa», con l’abbreviazione di casa in posizione proclitica [Rohlfs 1966, § 321; cfr. anche l’abbondantissima documentazione sulla forma ca ‘casa’ nel Lessico Etimologico Italiano 12,959-965].
La combinazione articolo + nome è evidente fin dal titolo del romanzo sceneggiato («L’Andreana», «l’Anita») ed è applicata anche nei casi obliqui («dall’Andreana», «all’Anita»).
Le proposizioni interrogative sono introdotte prevalentemente da cosa e da che («Ma cos’hai per la testa?», «Lei cosa fa di bello?», «Che c’è di strano?», «Chissà che è successo di quel bambino»), solo in poche occasioni da che cosa («Con questo colore che cosa facciamo?»).
Che, infine, compare anche in luogo di congiunzioni finali, consecutive o causali («Va là che l’ho sentita anch’io la puzza di Chioggia»).
A livello verbale si riscontra la conservazione del modo congiuntivo in tutti i casi in cui sia richiesto («Prima che Fortunato se ne vada, bisognerà parlare di affari», «Credete che sia portato?», «Bisognerà che la serviate subito», «Ma cosa vuoi che ce ne importi a noi di Anita Garibaldi?»); ricorrono, inoltre, casi di riflessivo apparente («Mi sposo una ricca»), imperfetto di cortesia («Volevo avvertirvi che soldi non ve n’è mica tanti»), futuro epistemico («Avrò preso dall’Andreana», «Sarà per questo che la mia padrona la dise sempre che non vi si vede più») e ci attualizzante accanto al verbo avere C’hai sempre lo scatto dell’anguilla te», «C’avevate proprio questo in quella vostra testaccia di pescivendolo?»).
Le figure retoriche più frequenti sono le costruzioni binarie («Mezzo lutto e mezzo dolore», «Tengo tutto per te e per tua sorella», «Ci sono debiti e crediti») e ternarie («Miscredente, imbroglione, puttaniere», «Puzzo […] di pesce, di bitume, di zucche marce»), con tendenza all’accumulo, le ripetizioni («Dai pescivendoli di Comacchio e Chioggia un omaggio ai pescivendoli di Cesenatico, i primi pescivendoli del mondo», «Al mercato all’ingrosso ci vuole un uomo, anzi un vero uomo, un uomo come il tuo babbo»), le anafore («Mezzo lutto e mezzo dolore», «Io tengo tutto se posso. Tengo tutto per te e per tua sorella»), le epifore («Se dico rosso, dev’essere rosso»), le catafore del soggetto («Ne deve contenere di pesce questa conserva», «C’hai sempre lo scatto dell’anguilla te», «Così va il mondo») e le anadiplosi («Io non son serva. La serva la dorme in casa dei padroni»).
La sintassi presenta strutture marcate, quali dislocazioni a destra («L’ho sentita anch’io la puzza di Chioggia», «Affittarla a voi la mia conserva») e a sinistra («L’ospedale l’hai visto?», «La spesa bisogna farla tutti i giorni», «Qualche amico in Comune ce l’ho ancora, «L’arte non tradirla con altri amori»), frasi scisse («È voi che sposo») e anacoluti («Il mercato, qualcuno ci deve andare»).
Per quanto riguarda l’analisi lessicale, si possono citare le occorrenze di mica come rafforzativo di negazione [Rohlfs 1969, § 968] («Un soldato non può mica fare quello che vuole», «Soldi non ve n’è mica tanti», «Non hanno mica paura delle chiacchiere»), di segnali discorsivi («Senta allora con questo colore che cosa facciamo?», «Di quel puzzo, come dici te, […] io ne ho avuto il desiderio per più di vent’anni») e di modi di dire («Così va il mondo», «Qual buon vento?»).
Ricorrono, infine, esempi di falso cambio di turno («L’ospedale l’hai visto? / Quale ospedale?»).

 

Francesca Sammarco

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