La squadra

La squadra

Sei in arresto per aver condannato a morte un pezzo della mia vita. (La squadra; 8, 26)

La squadra (Raitre, otto stagioni, 2000-2007) è una serie poliziesca ambientata a Napoli, spin-off della serie inglese Metropolitan Police (The Bill), la più longeva della televisione britannica (conta 26 stagioni). La storia si svolge nel fittizio Commissariato “Sant’Andrea”. Per ulteriori dati generali cfr. la scheda di Wikipedia.

Le differenze rispetto allo spin-off, La nuova squadra, collocano la “vecchia” in un àmbito nettamente più tradizionale, da poliziesco italiano: in apertura, al posto del teaser, che assume il secondo posto, c’è un lungo riassunto delle puntate precedenti operato da una voce esterna che si alterna con dialoghi in flashback. Tale riassunto (gli esempi sono tratti dall’episodio 8,9) presenta una sintassi estremamente semplice, didascalica, scandita in segmenti segnati da pause forti, e con qualche tentativo di inclusione dello spettatore forse evitabile, come in «Il covo è deserto // Ruotolo è sparito // per i nostri // non per Anna // che è nelle sue mani»).

L’impasto linguistico de La squadra prevede in tutte le serie, com’è chiaro, una pluralità di accenti all’interno del commissariato; molto dipende, ovviamente, dall’alternanza degli attori. La composizione della squadra nell’ottava serie fa sì che la napoletanità sia meno presente che nella nuova (parallelamente aumenta quella dell’italiano regionale romanesco); e in ogni caso nell’ambiente al di fuori del commissariato il napoletano è pienamente ripristinato. Nell’episodio analizzato, stante il punto fermo della disseminazione di fenomeni del parlato nella sceneggiatura (segnaliamo appena il rafforzamento del dimostrativo in «questo ragazzo qua»), registriamo anche una notevole tenuta del congiuntivo, un tratto alto, e anche qualche frase eccessivamente legata, come «dovremmo forse tentare di…», in cui la posposizione di forse rispetto al verbo è un tratto antirealista.

Il format va inquadrato senza dubbio nella serialità lunga; la terza stagione, per esempio, arriva a contare 39 episodi. Quest’aspetto, largamente positivo, assieme a un certo realismo, è bilanciato da una certa sciatteria in aspetti linguistici e contenutistici fondamentali. Ecco il parere, piuttosto critico, di Aldo Grasso [Corriere della Sera, 11 settembre 2004, p. 41]: «Sembra una specie di continuazione di “Un posto al sole”, tanta è la propensione a soffermarsi su aspetti della vita personale, a non dimenticare il repertorio della tradizione popolare, a indulgere al bozzettismo […]. Come molta fiction seriale italiana, anche “La squadra” soffre di due mali endemici, da cui è difficile rimettersi: i dialoghi e la recitazione. I dialoghi più ancora della recitazione: mal scritti, banali, macchiettistici, sempre al servizio delle psicologie dei personaggi e quasi mai dell’azione».

Si tratta di una tendenza generale a cui anche le serie più realistiche indulgono: la creazione di momenti fortemente melodrammatici accanto a quelli di detection e all’intreccio di rapporti personali anche delicati all’interno di gruppi chiusi vale per Distretto di Polizia, persino per RIS, e a maggior ragione, appunto, per La squadra; qui, il lungo momento del ritrovamento della collega uccisa con un colpo alla fronte (8,9) è immortalato addirittura da una sorta di occhio di bue (un effetto tipico del circo) che lascia in luce solo i due protagonisti, mentre il resto del molo, teatro del ritrovamento, passa nell’oscurità per qualche secondo. Colpi di scena che riportano in modo così marcato al melodramma sarebbero difficilmente immaginabili in altre tradizioni narrative e sembrano essere una delle cifre stilistiche del poliziesco all’italiana.

Lo spin-off: La nuova squadra

Rispetto a La squadra, da cui La nuova squadra (2008, tre stagioni, Raitre) ha preso le mosse, le differenze appaiono forse più di formato (la pezzatura di un’ora e mezza, da prima serata italiana, nella vecchia serie contro quella, più moderna, di 45 minuti a episodio nella nuova) e di nodi testuali che di scelte linguistiche vere e proprie. L’ambientazione, ovviamente ancora napoletana, è spostata al Commissariato di Spaccanapoli.

In La nuova squadra la napoletanità dell’ambientazione è evidente sin dalla sigla, una straniante e riuscita commistione tra una tarantella e immagini violente, che si intrecciano come a voler indicare lo spirito, contraddittoriamente antico e moderno, oleografico e urbano, della città. La tecnica d’investigazione è basata più sul contatto personale e sulla conoscenza profonda della città che sulla tecnologia (siamo più vicini, quindi, a Distretto di polizia che a RIS); tensioni, di carattere più metodologico che personalistico, avvengono tra il dirigente dell’ufficio e i suoi uomini (ma si tratta di un classico del conflitto).

Le situazioni di cambiamento del codice dall’italiano al dialetto e della commistione dei due codici sono continue. Parlano in napoletano le comparse che fanno più decisamente parte dell’oleografia locale (il parcheggiatore abusivo, per esempio). Sono usati elementi del lessico che hanno pieno diritto di cittadinanza nell’italiano come si parla a Napoli: mo ‘adesso, ora’ («E mmo tutti qua davanti vi fermate?»), appiccicarsi ‘litigare’ («Mo ti devi appiccicare pure co cquesta»), tenere ‘avere’ («Quello tiene un sacco di clienti»), farsi capace ‘rendersi conto, rassegnarsi’ («Io non mi faccio capace»), mettersi in mano a q. ‘affidarsi’, portarsi appresso ‘portare con sé’ («Quella pezza che ti porti appresso»); anche nella morfologia verbale sono più volte documentate forme come vattenne ‘vàttene’ ben comprensibili ai parlanti di altre regioni, così come nella sintassi compaiono spesso fenomeni come l’uso del congiuntivo al posto del condizionale («Dieci anni non li facesse») e l’accusativo preposizionale («Pure a suo padre l’hanno riempito di botte»). Registriamo, infine, il prevedibilissimo allocutivo voi, spesso dissimmetrico (nel senso che a volte i poliziotti danno del lei ricevendone il voi).

In commissariato, invece, si alternano accenti diversi, compresi quello lievemente settentrionale della dirigente e di qualche agente (Battiston); l’accento siciliano di Tony Sperandeo (Salvatore Sciacca) è una cifra stilistica della serie (e forse proprio per questo l’attore è preso di mira in una riuscitissima imitazione da parte di Fiorello in Viva Radiodue), e rappresenta un tratto di continuità tra la vecchia e la nuova squadra.

In un quadro generale in cui la sintassi tende alla mimesi del parlato, non c’è alcun fenomeno dell’italiano dell’uso medio che non sia riccamente documentato. A parte casi isolatissimi, l’introduttore delle interrogative dirette è, senza concorrenti, che, come ci si aspetta in una realistica riproduzione dell’italiano parlato al sud; si noti che la domanda «Che cosa ne pensa di Vitale?», a conferma del fatto che la sensibilità metalinguistica degli sceneggiatori è piuttosto avvertita, non è pronunciata da un parlante meridionale. Nell’introdurre un’interrogativa segnaliamo anche il modulo non è che? («Ma non è che Tonino s’è messo in qualche guaio?»). Abbondano dislocazioni e tematizzazioni («Io non lo so dove sta mio marito», «Cazzo / hai un’ironia / tu»), frasi scisse o che presentativi («Sono una che si adatta», «Questa è gente che cj ha paura», «Dov’è che si è nascosto tuo fratello?») e ridondanze d’ogni genere, dal complemento di termine («Questa mi mancava a me») a quello di specificazione («Stavolta di soldi io non ne avevo») al ci attualizzante («In ospedale non ti ci porto», «Mamma dice che con le guardie non ci devo parlare») all’estensione dei riflessivi apparenti, per esempio starsene per stare («Te ne stai con me»). Una citazione, probabilmente involontaria, della lingua televisiva, «È successo di tutto / di più», conferma il fatto che questa deformazione, un tempo scherzosa (nata con uno spot promozionale della Rai e poi dilagata), ha ormai sostituito, con ogni probabilità per sempre, il modo di dire originario, di tutto un po’.

In coerenza con il realismo della rappresentazione linguistica, il presente è sovraesteso (per esempio nel periodo ipotetico: «Se parlo quelli mi ammazzano»); al futuro restano affidate, com’è normale in italiano contemporaneo [Bazzanella 1994: 113] le promesse solenni, come in «Nessuno / nessuno ti toccherà più neanche con un dito / ti giuro» (arricchita dalla ripetizione iniziale e dalla chiusa), «Ha la mia parola che non sarò d’intralcio alle indagini» (con la prima persona singolare, un parametro rilevante in promesse di questo tipo), e il polemico «Sarà fatto» (al passivo, senza soggetto).

 

Debora De Fazio

Cerca la serie tv

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *