La pisana

La pisana

La pisana era una bimba vispa, irrequieta, permalosetta, dai begli occhioni castani e dai lunghissimi capelli, che a tre anni conosceva già certe sue arti da donnetta per invaghire di sé, e avrebbe dato ragione a color che sostengono le donne non esser mai bambine, ma nascer donne belle e fatte, col germe in corpo di tutti i vezzi e di tutte le malizie possibili.
(Così Ippolito Nievo introduce il personaggio nel romanzo Le confessioni di un italiano)

Dalle Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo è stato tratto lo sceneggiato televisivo La Pisana, diretto da Giacomo Vaccari e trasmesso dalla Rai dal 23 ottobre al 27 novembre del 1960, in occasione della celebrazione del centenario dell’Unità d’Italia e della scomparsa dell’autore. Nelle sei puntate in bianco e nero che costituiscono la riduzione dell’opera, adattata da Aldo Nicolaj e Marcello Saltarelli, la narrazione si concentra sul personaggio ispiratore del titolo, la Pisana, appunto, interpretato da Lydia Alfonsi, e sulla sua travagliata storia d’amore con Carlino, autore delle confessioni e alter ego letterario di Nievo, interpretato da Giulio Bosetti; sullo sfondo sono raccontate le vicende della storia d’Italia nell’arco temporale che va dalla campagna napoleonica alle rivoluzioni del 1848.

Prima della messa in onda dello sceneggiato, fu trasmesso un documentario realizzato da Nelo Risi e intitolato Vita breve ed eroica di Ippolito Nievo.

Lo sceneggiato, fedele alla narrazione riportata dal romanzo, racconta la storia di Carlino Altoviti, che, ancora bambino, alla morte dei genitori, si trasferisce nel castello di Fratta, ospite della contessa, sua zia per parte di madre. Fin da subito viene conquistato dal fascino della cugina Pisana, continuando ad esserne innamorato per tutta la vita, nonostante il suo carattere incostante e volubile e il matrimonio con un anziano nobile veneziano, che sarà ripetutamente tradito dalla donna.

Pisana non nega a Carlino la sua assistenza quando, in occasione dei moti rivoluzionari del 1821 e della condanna a morte, egli si trasferisce a Londra in esilio. Per curare il suo amato, divenuto quasi cieco, la donna giunge persino a chiedere l’elemosina per strada. La morte non tarda ad arrivare, liberandola dalle sofferenze patite negli ultimi anni della sua vita. Altoviti, in seguito, sposa Aquilina Provedoni, guarisce e si ristabilisce a Venezia dove, circondato dall’affetto della sua famiglia, vivrà nel ricordo della Pisana e dell’amore che li ha uniti.

La storia dell’uomo Carlino, dunque, rievoca quella di un intero popolo, quello italiano, attraverso la voce fuori campo del protagonista che, ottantenne, rivive le sue vicende sentimentali non distinte da quelle patriottiche, esattamente come accade nell’antecedente letterario neviano.

Il cast della Pisana è costituito da numerosi attori che, all’epoca della realizzazione, godevano di grande fama, come Gian Maria Volonté; Enrico Maria Salerno presta la voce al personaggio di Napoleone Bonaparte.

Lydia Alfonsi interpreta la protagonista femminile che dà il nome allo sceneggiato, uno dei personaggi femminili più carismatici delle letteratura ottocentesca italiana. Giulio Bosetti, invece, presta il volto a Carlo Altoviti.

La lingua dei dialoghi si caratterizza per la forte ricercatezza lessicale che tende all’aulicismo («È errore massiccio e ruinoso nei politici appoggiare sopra a queste manchevoli pretensioni le loro trame, i loro ordinamenti», «Ricordi che l’ubbidienza e le preghiere prevengono gli inesorabili rimorsi che prima o poi sgomentano le anime cadute nel peccato») e per il massiccio impiego di espedienti retorici, quali metafore («Un leone col cuore di coniglio»), similitudini («Staremo insieme come fratello e sorella», «Un voto […] che mi tormenta il cuore come una spina»), anafore («Staremo insieme come fratello e sorella. Staremo insieme come ai tempi di Fratta», «C’è chi dice che la colpa sia degli austriaci. C’è chi dice che la colpa sia di quel napoletano»), epifore («Sono venuta al buio e tornerò al buio»), ripetizioni («Venezia mi fa vergogna / Sì, vergogna? Uno dei nostri non ha saputo resistere a questa vergogna», «Sarà anche coraggio. Ma è coraggio cieco. Per me il vero coraggio consiste nell’avere il coraggio dei propri sacrifici»), catafore del soggetto («Ti porterò io il caffè», «Che cosa posso fare io?»), anadiplosi («Avevo paura. Paura che tu non volessi più saperne di me», «I prezzi, signore, i prezzi sono andati alle stelle», «Disprezzare la donna che si ama più della propria vita è un tormento. Un tormento superiore ad ogni forza umana»), poliptoti temporali («Ho deciso di partire e partirò», «La rivolta a Napoli era un desiderio, una speranza, in breve sarà una realtà»), iperboli («Sono stata cento volte sul punto di scriverti», «A questa domanda io non risponderò mai neppure se aveste mille ragioni»), strutture binarie («Legami di profonda amicizia e di interessi», «Un vecchio ruvido e brontolone», «Io credo che per vivere come per morire sia necessario del coraggio», «Mi ha fatto sdegnare spesso per le sue assurdità e pazzie», «Giurava e spergiurava d’amarmi»), ternarie («Un marito decrepito, geloso, insopportabile», «Dimenticai allora la mia patria venduta e tradita, gli amici in esilio, le lacrime versate», «I loro volti, i loro cuori, le loro voci erano piene di entusiasmo e di fausti e grandi presagi»), e accumuli («Verrò con voi e vi sarò sposa, amante, serva, quello che vorrete»).

L’analisi a livello fonetico, morfologico e sintattico non rivela particolari fenomeni, testimoniando, così, la tendenza all’uso di un italiano standard, immune da regionalismi, da parte di tutti i personaggi.

In ambito fonetico si segnala la comparsa di elisioni («Giurava e spergiurava d’amarmi», «M’hanno detto», «T’eri dimenticato di noi», «La voce […] s’era sparsa»), di troncamenti («Non son potuto venir prima») e  della i prostetica davanti a nessi consonantici formati con s («In istrada»).

Per la morfologia verbale è rigorosa la conservazione del modo congiuntivo nelle proposizioni subordinate e in quelle dipendenti da verbi di opinione e di volontà («È la sola cosa che mi resti da fare», «Era come se l’avessi conosciuta da sempre», «Ho avuto paura che mi scoppiasse il cuore», «Credi che il suicidio sia un atto di coraggio?», «Voglio che tu sorrida»); ricorrono esempi di futuro epistemico («Sarà anche coraggio…»).

Tra i rari fenomeni di enfasi impiegati ci sono dislocazioni a destra («Lo amate veramente quell’uomo?») e a sinistra («Io la vera arte militare la conosco solo di nome»), frasi scisse («È questo […] che la spaventa») e frasi presentative («C’è chi dice che la colpa sia degli austriaci. C’è chi dice che la colpa sia di quel napoletano»).

L’analisi lessicale, infine, rivela l’uso dell’articolo davanti ai nomi propri di persona («L’Aglaura»), il ricorso a segnali discorsivi («È questo, vedi, che la spaventa», «Carlino, tu mi vuoi ancora bene, no?»), a falsi cambi di turno («Ce la affidò tuo padre / Mio padre?») e frasi fatte («Non ci ho visto più», «Tirare tutte le somme»).

 

Francesca Sammarco

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