La linea verticale

La linea verticale

Orizzontale sei morto. Verticale sei vivo. (La linea verticale; 1, 6)

La linea verticale è una serie televisiva italiana scritta e diretta da Mattia Torre, autore dell’omonimo libro (Milano, Baldini&Castoldi, 2017), e co-prodotta da Rai Fiction e Wildside.
Con 8 episodi della durata di 25-30 minuti, la serie – interamente trasmessa sulla piattaforma Rai Play il 6 gennaio 2018 e poi, in quattro prime serate, su Rai 3 a partire da sabato 13 gennaio – rappresenta una scelta innovativa per le modalità di scrittura, genere, tecniche di ripresa, formato e programmazione.

Come rivela Alberto Rollo, a proposito dell’adattamento televisivo, si tratta di «una sfida vinta […], una storia che è riuscita a piegarsi con agilità verso l’uno e l’altro fronte espressivo», trovando, in entrambi i casi, un equilibrio tra verità e finzione, spirito e drammaticità [1].
Frutto di una commistione di generi, La linea verticale può essere definita senza ombra di dubbio un medical dramedy. Ambientata in un reparto romano di urologia oncologica, racconta in tono ironico, commovente e talvolta surreale, l’esperienza di Luigi, quarantenne felicemente sposato, che scopre, a due mesi dalla nascita del secondo figlio, di avere un tumore al rene. Ad accompagnarlo in questa odissea ospedaliera ci saranno la moglie Elena, il professor Zamagna e degli improponibili compagni di viaggio, «archetipi quasi teatrali: il paziente che s’improvvisa medico, quello pessimista, l’inguaribile ottimista, il prete cinico, il medico piacione, l’infermiera irascibile, la caposala romantica» (Ilaria Ravarino, Il Messaggero, 5 gennaio 2018, p. 25).
La verticalità del titolo allude al saper restare in piedi, al non farsi travolgere dagli imprevisti, anche fatali, perché, se non ti uccide, la malattia può essere un’occasione di rinascita. Una presa di consapevolezza, una ritrovata ragione, una nuova prospettiva, contro l’orizzontalità della degenza e la monotonia della vita. Ma verticali sono anche la speranza, come la lineetta sul test di gravidanza di Elena, e la rabbia che, attraverso un effetto domino, «descrive con precisione le gerarchie dell’ospedale: il primario vessa il medico, il medico vessa lo specializzando, lo specializzando vessa l’infermiere, l’infermiere il tirocinante, il tirocinante vessa l’operatore socio sanitario, l’operatore socio sanitario vessa l’addetto al vitto, l’addetto al vitto vessa l’addetto alle pulizie, il quale addetto alle pulizie è infatti notoriamente la persona più scortese e frustrata dell’intero ospedale» (1, 2).
L’autorialità di Mattia Torre è un marchio di fabbrica: vedendo la serie non si può non pensare a Boris. Ritorna il formato da 25 minuti, una parte del cast (Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Antonio Catania e Giorgio Tirabassi), ma soprattutto la capacità di mettere in scena, con una satira molto efficace, uno spaccato di quell’Italia che non va e che non sa rinunciare ai propri vizi, sfruttando il set cinematografico come spunto per raccontare allegoricamente un Paese.
Luigi è, in un certo senso, il cavallo di Troia necessario alla storia per immergerci nella realtà dell’ospedale, che a sua volta diventa «la lente di un microscopio attraverso cui guardare l’Italia, come istituzione, popolo e cultura» [2].
Il punto di vista è quello del paziente (una novità per il genere medical) e dall’aspetto personale non si scappa, ma è uno sguardo attento e critico, per certi aspetti molto realistico, addirittura estremizzato, che non perde mai i toni leggeri e irriverenti. Dal principio di aleatorietà che vige in ospedale (1, 2), alla disamina delle tattiche dei medici per dileguarsi dai pazienti (1, 4), alla solitudine con cui si è costretti a fare i conti, che è una bomba in tasca pronta a esplodere, perché «puoi avere tutti gli amici del mondo, la famiglia più calorosa e amorevole, i colleghi di lavoro più premurosi e attenti, ma quando sei in ospedale sei solo, con i tuoi sintomi e i tuoi pensieri […], soltanto i tuoi compagni di reparto possono capirti e talvolta neanche loro» (1, 3).
Ancora, il pregiudizio verso la disuguaglianza etnica, come si intuisce da Amed, che gli altri credono un migrante venuto dal mare solo per le sue origini persiane, quando invece ha un negozio in via dei Coronari, paga la partita IVA, ha degli amici in quella che viene chiamata la “Roma bene” e odia il fisco come tutti, e dalle parole dell’infermiera Felicia, che gioca d’anticipo e dice di chiamarsi Filippa, perché è una filippina in Italia, e l’Italia è piuttosto scontata e banale con queste battute.
E poi, «la nostra bandiera, il nostro orgoglio più grande», il cibo, che in ospedale, luogo dove esprimere al meglio la qualità, invece, è «una merda» (1, 6), e a cui sono strettamente collegati il ruolo della tipica madre italiana che si preoccupa se il figlio ha mangiato, prima ancora di sapere delle sue condizioni cliniche, e la necessità di adottare una dieta vegana, «a base di verdure e cereali, tofu, alghe» (1, 6), per denutrire il tumore, lasciando i pazienti turbati alla sola e assurda idea, pronti a tentare il suicidio piuttosto che cedere.
Ma a giocare un ruolo decisivo ne La linea verticale è l’aspetto privato: la sceneggiatura, firmata a quattro mani da Torre e Valerio Mastandrea, è scritta con cognizione di causa, oltre che ironia. Entrambi sono protagonisti della storia, uno nella realtà (e a tal proposito, c’è chi ha parlato di docu-serie), l’altro sullo schermo. Sembra addirittura aleggiare l’idea della soap Medical Dimension (Boris, terza stagione) con le lotte intestine tra medici, il senso di impotenza dei malati e la sanità che non sempre funziona, eppure al centro della vicenda c’è quello che Torre ha vissuto realmente, vale a dire l’eccellenza di un ospedale pubblico italiano che gli ha salvato la vita, perché «esistono casi in cui un primario non è un barone, e nonostante il potere che la sua posizione gli conferisce, rimane una persona gentile e umana e amata da tutti, colleghi, studenti, infermieri, pazienti» (1, 2).
Insomma, un lato B raccontato certamente con uno humor “alla Boris”, ma che ricorda – per ambientazione, soluzioni creative e scelte di regia – Scrubs di Bill Lawrence. Funziona molto bene il contrasto tra la narrazione tradizionale (con personaggi ed eventi principali e secondari) e il commento in voice over del protagonista, che «ci accompagna nella storia attraverso digressioni sociologiche, racconti di vicende umane, liturgie dell’ospedale, e incredibili paradossi della scienza medica» e porta la serie su un ulteriore livello, in una sorta di dimensione parallela dove anche le parole del protagonista diventano visibili [3].
«Si percepisce un forte realismo di fondo delle vicende, con l’esperienza personale di Torre sublimata in racconto e l’angoscia sempre tenuta sotto controllo dalla riflessione. Non c’è buonismo ma profonda umanità e non era facile trovare il registro di scrittura adatto. […]Fa piacere che la Rai – continua dicendo Aldo Grasso – abbia investito in un progetto simile, una boccata d’aria fresca rispetto al panorama della fiction italiana media, sperimentando anche nella distribuzione […], per parlare con le strategie più adatte a pubblici diversi». La serie, infatti, è tra le prime in assoluto a debuttare (integralmente) in streaming su Rai Play, riscontrando da parte del popolo web un feedback positivo, confermato addirittura dai numeri di share ben oltre le medie della rete nazionale [4].

«Come nel caso di Boris, anche qui gli attori sono, oltre che interpreti di razza, persone che hanno condiviso gli intenti del racconto, ne sono stati garanti e ne hanno consentito la riuscita» [5].
Luigi (interpretato da Valerio Mastandrea) è il protagonista della storia. Quarantenne, sposato con Elena e padre già della piccola Anita, scopre di avere, grazie a un banale esame medico, un tumore al rene sinistro, «subdolo e asintomatico», che «deve essere operato subito». È un uomo curioso, resiliente, il più giovane del reparto, da cui tutti si aspettano «grandi cose». Fin dal primo momento, si mette in condizione di osservare, in modo partecipato, guardandosi intorno e registrando i dettagli dell’ospedale che poi racconterà da narratore. Solo alla fine delle serie riesce a formalizzare il suo rapporto con la malattia e ad acquisire una nuova consapevolezza della vita.
Il fatto di non avere altre informazioni sul personaggio concede allo spettatore un’identificazione immediata. I suoi occhi diventano quelli del pubblico, la sua voce una guida nel labirinto delle corsie d’ospedale.
Elena (interpretata da Greta Scarano), l’unico personaggio della storia appartenente al “mondo esterno”, è la moglie di Luigi. Incinta all’ottavo mese del secondo figlio, è una donna vitale, premurosa e dolce, quanto ostinata e tenace, convinta che restare accanto al suo uomo, nonostante  paure e pancione, sia l’unica possibilità di salvezza.
Accanto al protagonista, i pazienti, «tutti uguali, non c’è classe sociale, età, censo, reddito, formazione culturale, orientamento politico o religioso che faccia la differenza». Tutti «disgraziati, in cerca della salvezza» (1, 1).
In stanza con Luigi ci sono Peppe Silvestri (interpretato da Gianfelice Imparato), un architetto sulla sessantina, distinto, pacato e gentile, e Amed (interpretato da Babak Karimi), costretto in ospedale a una permanenza più lunga del previsto per una complicanza post-operatoria, che fa il commerciante in via dei Coronari a Roma, anche se tutti lo credono un migrante venuto dal Monte Ararat per le sue origini persiane. Simpatico, saggio e profondo, ma anche irascibile e incline alle idee radicali, con gli occhi vispi e i suoi ghigni da Commedia dell’Arte, è la coscienza morale del reparto, il grillo parlante, da un punto di vista sia medico che esistenziale e metafisico, colui che spiega al protagonista il senso e l’importanza della verticalità nella vita.
Marcello (interpretato da Giorgio Tirabassi) ha una trattoria a Roma da generazioni e ama cucinare, ma essere recidivo, al suo terzo intervento, gli ha permesso di subire il fascino della medicina, di innamorarsene. Con le mani dietro la schiena e lo sguardo fiero come un dottore, si informa continuamente sullo stato di salute dei pazienti, dispensando pareri e consigli.
Don Riccardo Costa (interpretato da Paolo Calabresi) è formalmente il prete dell’ospedale, un uomo non sgarbato ma assente, la cui fede sarà messa a dura prova da una notizia inaspettata. Portare aiuto spirituale ai malati, essere vicino, dare coraggio, non sempre rappresentano le sue priorità: l’unica attenzione che mostra al paziente è al momento dell’intervento, quando ripete come un mantra «Mettici la testa, la testa è tutto… mettici la capoccia».
Tra i medici del reparto, il disincantato Policari (interpretato da Antonio Catania), amante della musica e della poesia, che ha scelto di non operare più; il truce Barbieri (interpretato da Ninni Bruschetta), che ricuce da Dio e tenta disperatamente di conquistare l’infermiera Giusy; e il cinico Rapisarda (interpretato da Federico Pacifici), superbo, millantatore, teatrale nei gesti e nei monologhi.
Su questo trio, pronto a ricondurre qualsiasi sintomo dei pazienti «ai vasi», domina la figura di Zamagna (interpretato da Elia Schilton). Umile e carismatico, rassicurante e dallo sguardo magnetico, è il dottore che si occupa e preoccupa di Luigi. Per i colleghi «un genio», «un drago», per i pazienti un esemplare unico nel suo genere, «mezzo uomo e mezzo Dio». È una specie di figura onirica, la cui presenza aleggia nell’ospedale anche quando il dottore non è fisicamente sul posto, con cui si scopre di volta in volta ciò che è vero, ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto.
A completare la squadra medica, l’oncologo Aliprandi (interpretato da Massimo Wertmuller), sempre in lotta con il chirurgo Barbieri per opinioni divergenti e al cui fianco cammina, falce in mano e abito nero, come una presenza irreale ma ben visibile a tutti, La Morte.
Nel team degli infermieri, «il motore della sanità italiana», che «lavorano giorno e notte, indispensabili, sottopagati» (1, 3), invece, la Caposala Maria (interpretata da Alvia Reale), tanto dispotica quanto comprensiva, con una passione sfrenata per la musica italiana, la filippina Felicia detta Filippa (interpretata da Gladys Robles), e Giusy (interpretata da Cristina Pellegrino), giovane, romana, paziente ma non troppo e spiritosa.

La linea verticale nasce seguendo due intenti. Primo, la libertà narrativa, nella forma del racconto e nel modo di affrontare una delle più importanti problematiche dell’era moderna nel mondo occidentale, dove si tendono a demonizzare la malattia e la morte, procedendo «senza rete» per un maggiore realismo delle vicende cliniche e personali e superando la «tradizionale struttura della serie da 25 minuti (una trama e due sottotrame)» [6].
Secondo, la dimensione teatrale della storia, con il reparto che funge da vero e proprio palcoscenico. Si alternano pazienti, medici e infermieri, ma dall’ospedale non si esce mai. Se non per le poche panoramiche esterne dell’Ospedale del Mare di Napoli che ha ospitato il set e solo negli ultimi episodi, come spia di un mondo fuori che aspetta i protagonisti, e i pochi flashback, dai contorni sfocati, attraverso cui lo spettatore scopre i primi sintomi della malattia e piccoli, vaghi, frammenti della vita di Luigi.
Contrariamente al titolo, presenta una struttura orizzontale che, «un passo alla volta» (come spesso dicono i medici a Luigi per non sbilanciarsi), permette lo sviluppo della vicenda. Costruita sotto forma di diario, con date e giorni che si susseguono episodio dopo episodio, racconta la degenza in ospedale, dal ricovero all’intervento, fino al fatidico responso dell’esame istologico, senza per questo rinunciare a elementi, spunto di riflessione per il protagonista, che non si protraggono oltre la puntata.
Lo spettatore in tutto il corso della storia gode di un ruolo privilegiato. Il fatto che di Luigi non si sappia niente di più di quello che ci viene detto, né il cognome né il lavoro, permette un’identificazione facile e veloce. È un uomo comune, con una vita normale, che si trova a dover combattere contro una malattia sempre più diffusa. Luigi potrebbe essere chiunque. Attraverso i suoi occhi, con le numerose inquadrature soggettive, è come se lo spettatore fosse sul posto. E poi, il camera look, usato con maestria, che non toglie verità alla finzione scenica, ma sviluppa la complicità tra protagonista e pubblico.
In questa condizione di impasse, oltre i cliffhanger di puntata (probabilmente pensati ogni due episodi in previsione dei tempi televisivi), che generano curiosità e tensione, in modo particolare tra il secondo e il terzo episodio, il quarto e il quinto, il sesto e il settimo, a suscitare particolare interesse è la musica, interamente strumentale e scritta da Giulio Taviani e Carmelo Travia (sigla compresa), che si adegua all’andamento emotivo delle scene, accompagnando riflessioni, aneddoti, primi piani dei protagonisti e dinamiche dell’ospedale. Quasi in un gioco di specchi, la colonna sonora cresce solo per enfatizzare il dialogo, come durante la lettura dei risultati dell’esame istologico, che copre totalmente le parole del medico, per poi abbassarsi e lasciare il posto a un Luigi che chiede attonito «È una cosa positiva?» (1, 7).
Fanno eccezione Get By, dei Landlord, per la disperazione di Elena, sola con il suo pancione nelle corsia d’ospedale, il giorno del ricovero di Luigi, e Grande amore de Il Volo, piuttosto frequentemente, cantata a squarciagola dalla caposala, nonostante le proteste di Amed, che commenta «ogni mattina ci svegliamo con il pop italiano, è impossibile guarire» (1, 2).
L’apertura di ogni singolo episodio, preceduto dalla comparsa su sfondo nero delle società di produzione Rai Fiction e Wildside, è affidata solitamente a un prologo di qualche minuto, in cui si alternano la ritualità dell’ospedale che prende vita ogni mattina, con le luci che si accendono e gli operatori che si muovono tra le corsie, e il voice over del protagonista. Al momento culminante della narrazione, con la musica in crescendo, parte la sigla. I titoli di testa appaiono prima o dopo senza uno schema preciso.

Sigla. La sigla, ancora una volta, tiene conto del criterio di essenzialità che pervade tutta la serie e del rapporto con lo spettatore, suggerendo solo alcune delle informazioni-chiave (titolo, produzione e regia). Al centro della scena, sguardo rivolto in macchina e camice ospedaliero, Valerio Mastandrea, tra due linee verticali che si stagliano in sequenza su uno sfondo bianco. Il frammento di soli 12 secondi è il momento finale di una confessione al pubblico sull’Italia e sulle nuove consapevolezze acquisite con la malattia (1, 8), esattamente quando, dopo aver concluso il discorso, Luigi si volta di spalle, ci ripensa, accenna un sorriso in camera e si allontana in dissolvenza.
La linea verticale è dedicata, come si legge dalla scritta bianca su fondo nero che chiude la serie, prima dei consueti titoli di coda, «a Frou, Emma e Nico», rispettivamente compagna e figli del regista.

La lingua usata dai personaggi è un italiano regionale prevalentemente romano, spesso vivificato sia da un punto di vista diafasico che diastratico. Si tratta di una scrittura essenziale che, pur lasciando spazio ai silenzi e agli sguardi complici che la situazione richiede, risulta prepotentemente invasa dai tratti del parlato e del romanesco.
Numerosi sono i costrutti marcati, dalla posposizione del soggetto «ma come ci sono finito in questa situazione io?» (1, 3), alle dislocazioni a destra «non lo legga il consenso informato» (1, 1), «l’avevi già conosciuto Barbieri?» (1, 2), e a sinistra «le analisi le hai fatte tutte?», «a te t’ha fatto un capolavoro» (1, 2). Ma non mancano anche forme di deissi spaziale e personale (e sociale attraverso l’uso di allocutivi) «Lei cosa ci fa qui scusi?» (1, 5); un uso piuttosto frequente del presente pro futuro «domani mattina presto ti opero» (1, 1); dei pronomi lui, lei in funzione di soggetto «lei è frutto della nostra mente» (1, 3); della particella ci con avere; del che polivalente e di un lessico generico come «senti una cosa», «guarda che roba».
A un registro più formale e retorico usato in presenza di alcuni dottori, si affiancano così forme lessicali che servono a marcare la condizione di familiarità e intimità in cui ci si trova, tra pazienti e infermieri, al di là dei ruoli che ognuno riveste, come «non me ne frega niente», «non mollare», «avete fatto abbastanza casino oggi?»; costruzioni del tipo preposizione con articolo partitivo «attacca certe pippe con degli aneddoti che spezzano le gambe» (1, 5); eufemismi, come sciabolare “operare” o, di natura religiosa, cribbio; e turpiloqui, da «che cazzo dici», «è una stronzata», «hai rotto i coglioni», «siamo nella merda amici», all’intercalare marcato in diatopia, usato spesso da Barbieri, «oggi è un minchia di grande giorno», «voglio aggiornamenti minchia continui», di evidente origine siciliana.
Presenti, inoltre, abbreviazioni, come prof “professore” e doc (da doctor) usati dalle infermiere, e storpiature linguistiche, prodotte dai pazienti più anziani, del tipo mek donovan “McDonald’s”.
A proposito del romanesco, sono attestati, per il vocalismo, la monottongazione «non te mòve», «sta’ bòno»; la conservazione di e protonica de e postonica nei clitici «me soffochi», «ma dimme te»; il passaggio di o protonica a u «nun fa’ er matto». Per il consonantismo, invece, il rotacismo «ner tuo paese», «quer coso maledetto»; l’assimilazione progressiva all’interno di diversi gruppi consonantici, come nd > nn «è ora de anna’», «annamo»;  l’indebolimento di rr «davero», «verebbe»; la palatalizzazione di l > jj > j «fatte guarda’ mejo» e quella di ng «me vuoi fa piagne?». Sono comuni pure l’aferesi della vocale iniziale nella forma «’namo bene», te soggetto «te sei carino», le interiezioni come ahó e l’articolo er. E ancora, le apocopi sillabiche «è ve’?», «so’ ottimista», valide tanto per gli infiniti verbali «fa’, mori’, soffoca’, guarda’, reagi’» quanto per gli allocutivi, anche soprannomi, «Caposa’, Giuse’, Marce’»; il raddoppiamento fonosintattico, specie dopo l’a allocutivo, «a bbello!», «a mmerda»; e l’uso dei possessivi indeclinabili come tua nell’espressione tipica «mortacci tua».
Per quanto riguarda i modi di dire, invece, «mettici la capoccia» di Don Costa per incoraggiare i pazienti prima di un intervento e «mo te pisto» di Giusy per “minacciarli” e mantenere l’ordine in ospedale.
Meritano un accenno particolare il romano parlato da Filippa con inconfondibile accento filippino, frutto di una mescidanza linguistica, e l’iraniano di Amed, con evidente intento criptico, per protestare in situazioni scomode senza farsi capire, sottotitolato eccezionalmente durante uno scambio di battute con Zamagna (1, 4).

[Luigi] Però tu non ti chiami Filippa, eh?
[Filippa] No, mi chiamo Filicia, ma lo so che prima o poi mi abrevero chiamata Filippa.
[Luigi] Eri sicura?
[Filippa] Sicura… perché siamo in Italia e sono una filippina e voi siete un Paese facile. Facile in senso semplicistico.
[Luigi] Quindi tu hai detto da subito… mi chiamo Filippa.
[Filippa] Eh sì. Mo però tu devi rimanire concentrato. Non te devi distra’ co’ cazzate, che domani devi fare intervento tosto, capito?

Appartenenti al linguaggio medico, per un maggiore realismo della serie, ematuria, cistoscopia, complicanze troboemboliche e atelettasiche, cistite a frigore, parestesia, leucopenia e espressioni come «il paziente è orientato e collaborante», mentre a quello farmacologico Becosil e Adanil.
Tuttavia, al ritmo controllato della serie, alla scrittura calibrata dei dialoghi e alla recitazione minimalista degli attori (giocata soprattutto su un uso umoristico delle pause), fa da contraltare la voice off di Luigi che, come un fiume in piena, racconta pezzi di questo paese, dell’Italia, le sue contraddizioni e i piccoli paradossi di cui ognuno è, inconsapevolmente, portatore.
Presenti anche riferimenti espliciti ad autori della storia della letteratura straniera (1, 7). In un caso l’allusione è a Charles Baudelaire, con Policari che, nel suo studio medico, recita commosso alcuni versi del componimento più celebre del ciclo degli Spleen (I fiori del male, 1857), emblema del suo stato d’animo cupo e disperato. Nell’altro, il rimando è a Jorge Luis Borges e alla sua Poesia dei doni:

[Luigi] Metterci la testa non si sa cosa vuol dire. Mettere la testa per guarire. Significa concentrarsi? Significa rimanere calmi? Oppure significa cambiare completamente vita? Ma in quale direzione? Significa diventare vegani? Fare nuoto? Oppure fare finta di niente e andare avanti come se la malattia non ci fosse? Io non lo so. Io so che voglio uscire da qui perché voglio godermi tanti minuscoli pezzi di vita. Potrei elencarli con in quella bellissima poesia di Borges, «per il mare, che è un deserto risplendente», «per il mattino che ci procura l’illusione di un principio», «per il coraggio e la felicità degli altri», «per le alte torri di San Francisco e di Manhattan», «per le strisce della tigre», «per lo splendore del fuoco, che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico». È per questo che io voglio uscire da qui. Voglio uscire e andarmi a conquistare, con tutte le forze, quello che c’è là fuori.
[Don Costa] Pure io…

 

Paola Manco

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