La freccia nera

La freccia nera

Nel verde cuore della foresta gente libera fabbrica frecce nere per chi veste i colori tinti nel sangue di tante vittime di Daniel Brackley e dei ciechi suoi schiavi. (La freccia nera; 1, 1)

Lo sceneggiato diretto da Anton Giulio Majano è la trasposizione televisiva di uno dei romanzi più conosciuti di Robert Louis Stevenson, La freccia nera (1883). Furono realizzati sette episodi, in onda sul primo canale della Rai dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969. La location fu collocata nello splendido ricetto medievale (una struttura fortificata protetta usata come deposito e all’occasione anche per protezione) di Candelo in provincia di Biella (lo stesso set è stato scelto anche per il mediocre remake di Mediaset del 2006).

La storia è ambientata nell’Inghilterra del XV secolo sotto il regno di Enrico VI, negli anni, intensi e ricchi di eventi, che videro lo svolgimento della Guerra delle Due Rose: due casate, Lancaster e York, si scontrarono tra loro per la successione al trono.
Dick Shelton, rimasto orfano giovanissimo del padre, Harry Shelton, viene allevato come un figlio da Sir Daniel Brackley, signore di Tunstall, suscitandone la riconoscenza. Dick, con Bennet Hatch, giunge dove vive l’anziano guerriero Nick Appleyard per informarlo che deve assumere il comando delle truppe del castello. Il vecchio viene però trafitto mortalmente da una misteriosa freccia nera. Nessuno fra i presenti riesce a spiegare il significato di questa morte e, soprattutto, che cosa rappresenti la freccia nera. Più tardi, sul portale della chiesa viene rinvenuta una macabra filastrocca, in cui vengono minacciati Sir Daniel Brackley, Sir Olivier e Bennet Hatch che saranno oggetto della vendetta delle restanti tre frecce nere.
Mentre Dick si reca ad avvisare dell’accaduto sir Daniel, incontra nella foresta incontra un ragazzo che si presenta come John, in fuga per sfuggire a sir Daniel che lo perseguita. In realtà, si tratta della nobile Joan Sedley, rapita da sir Daniel per farla sposare da Dick, senza che i due neppure si conoscano. Poiché il falso John gli ispira simpatia, Dick decide di aiutarlo nella fuga. Sfuggiti per miracolo ad un agguato di banditi, i due giovani riprendono il cammino nel folto del bosco ma si imbattono nell’accampamento delle Frecce Nere. Con l’intento di spiarli per trovare una via d’uscita, Dick assiste al ritorno al campo del loro capo, Ellis Duckworth, che raccontando delle frecce che hanno causato scompiglio rivelerà che Harry Shelton, suo padre, venne ucciso da Sir Daniel Brackley e che verrà per questo vendicato. Quando Sir Daniel capirà che Dick sospetta di lui deciderà di farlo uccidere. Dick si unisce così alla una banda di fuorilegge della Foresta di Tunstall, detta la ‘Freccia Nera’ e guidata da Ellis Duckworth. Dick cercherà di vendicare suo padre e, al contempo, di salvare la donna di cui è innamorato, Joanna Sedley. Al termine delle sue peripezie, il giovane sarà nominato cavaliere dal futuro re d’Inghilterra Riccardo III e, prima di sposare finalmente Joanna, vedrà Sir Daniel cadere in disgrazia con la disfatta del suo esercito. Ma l’ultima freccia nera siglerà ancora una volta la vendetta.
Tra gli interpreti abbiamo Aldo Reggiani (nel ruolo di Dick), Loretta Goggi (Joan) e Arnoldo Foà (sir Daniel). La canzone La freccia nera è cantata da Leonardo, il testo è di Sandro Tuminelli, la musica di Riz Ortolani.

La lingua de La Freccia Nera è costituita prevalentemente da un parlato recitato con evidenti ammiccamenti verso la trasposizione teatrale. Le battute sono pronunciate dagli attori con didascalica lentezza, quasi scandendo le parole, anche nelle situazioni di maggiore coinvolgimento o di maggiore dramma. Del tutto assente qualunque caratterizzazione di carattere diatopico (aspetto che non stupisce, date le caratteristiche generali dell’impostazione attoriale del tempo), diafasico (dato che mancano adeguamenti in rapporto al mutare della situazione comunicativa) e diastratico (poiché non ci sembra di rilevare variazioni linguistiche dipendenti dal livello socioculturale dei parlanti).
Si vedano per esempio i frammenti del dialogo che segue, in cui un gruppo di contadini e piccoli artigiani discute sulla situazione politica del tempo e sui motivi per cui è stato radunato dal proprio signore. La scena è costruita secondo le modalità tipiche degli sceneggiati di Anton Giulio Majano, che «amplificava i momenti emotivamente pieni della sceneggiatura mostrando un ampio numero di inquadrature in cui erano presentate le reazioni emotive di quasi tutti i personaggi» [Sorice, La fiction italiana, p. 29]. Ecco alcune battute del dialogo:

– Che sir Daniel avrebbe deciso di buttarvicisi

– Ho sentito dire anch’io che c’è aria di guerra

– Promesse ne ha fatte tante

– Non è tipo da rischiare l’osso del collo / lui

– Una delle due Rose ha davvero il vento in poppa

– Cosa vogliono da noi!?

– È proprio vero che si va in guerra?

– Cosa si dice?

– Ne girano tante di voci.

Un altro esempio significativo è il quasi-monologo successivo in cui un personaggio, Nick, è colpito a morte da una freccia. Queste sono le sue ultime parole:

Un bel tiro / centro perfetto […] // avresti vinto la scommessa […] // è toccato a me […] // che Dio mi perdoni per tutto il male che ho fatto.

Il debito verso il teatro e una indiscutibile fedeltà al testo letterario di partenza sono sicuramente le cifre linguistiche e stilistiche più rilevanti. Sono molto numerose, ad esempio, le proposizioni introdotte da esclamazioni quali ringrazia il cielo («Ringrazia il cielo che io non sono una spia»), le espressioni ricercate del tipo «Ancora una parola», «Ancora qui a far chiacchiere?», ma anche varie tessere lessicali sparse qua e là ad innalzare il tono (uomo atto a, parteggiare, razza di furfanti, ammutolire, ecc.).
La stessa macrosintassi risente di questa impostazione, data la presenza di molte figure retoriche. Si vedano per esempio gli accumuli («Sarà stato severo / duro anche / ma sempre giusto»; «Non ha mai incendiato case e villaggi / estorto tasse / usurpato terre»), spesso con climax («Nessuna pietà per chi ci ha depredati / perseguitati / cacciati dalle nostre case col ferro e col fuoco»), i parallelismi («Perciò ordino che ogni uomo atto a tirar d’arco e a portar spada mi raggiunga»; «Non posso e non voglio sentire altro»), similitudini e metafore («Quando i signori fanno la guerra i contadini mangiano erba»; «Sei proprio come un pulcino sperduto»; «Se tu non fossi quel povero coniglio che sei»), anastrofi e inversioni dell’ordine canonico delle parole («Nel verde cuore della foresta»; «Tre ne restano»), iperboli («Se c’è un cuore qui dentro adesso è bruciato / è un pezzo di carbone»).
A volte sembra che gli stessi autori, coscienti della eccessiva dose di teatralità e letterarietà, vi si “ribellino”; si veda lo scambio di battute che segue, una sorta di autoriflessione metalinguistica:

[Soldato] Il sole di York sta tramontando / la rosa bianca sta per cadere nella polvere per colpa dei Lancaster

[Sir Daniel] Metti tutto questo in versi / e forse ne uscirà un buon poema // ma adesso risparmiami i fiumi della tua eloquenza / voglio i fatti!

In questa stessa direzione possono essere interpretati numerosi segmenti narrativi, quasi delle parafrasi, se non proprio riassunti, dei testi originali: «La morte è una vecchia compagna / che si è sforzata troppe volte di spaventarmi / e adesso non mi fa più effetto», «Oggi tocca a un nemico / domani a un nemico / e poi tocca a noi // non puoi farci niente», «Chiuderai la bocca per non vomitare e le orecchie per non sentire», «Come posso non credere a voi? / mi avete cresciuto come un figlio!», «Malgrado tutto conserva in fondo al cuore un po’ di generosità», «Ma non aver pietà con i nemici se vuoi vivere più di loro», «E se ti capita di pensare a noi ricordati che siamo gente che ti vuol bene», «Che ti dicevo / è così facile andare d’accordo con me // basta ubbidirmi», «Preferirei convincerti anziché costringerti», «Solo uno sciocco può pensare di battersi per onore in questa guerra», «Nel verde cuore della foresta gente libera fabbrica frecce […] // ma quattro frecce hanno su scritto un nome […] // tre ne restano e non falliranno».
Tra gli elementi di natura “conservativa” segnaliamo la posizione enclitica di molti pronomi atoni, anche in presenza di verbi che favorirebbero al contrario la risalita («Le sorti dell’Inghilterra stanno per decidersi»); l’accumulo dei clitici («Sir Daniel avrebbe deciso di buttarvicisi»), la presenza non rara di elisioni e troncamenti («Tirar d’arco e a portar spada»; «Aver pietà», «Vuol bene», «Far solo domande», «Un pugno d’uomini», «D’agguati»).
A livello morfosintattico segnaliamo la conservazione del futuro con uso proprio in presenza di una locuzione avverbiale di tempo («Di’ a sir Olivier che tra poco saremo da lui»), del congiuntivo, in relazione a diversi tipi di proposizioni («Credi che sia una fortuna?»; «Non credevo che arrivassero a tanto»; «Non c’è più nessuno tra i ragazzi d’oggi che sappia tirar d’arco»; «Se potessero scegliere / chi farebbero fuori di noi due?»; «Pareva che tu avessi cento diavoli alle calcagna»).
Pochissimi i fenomeni di enfasi, come dislocazioni e frasi scisse («Si vede che le conosci poco le donne»; «Siete voi che mi avete detto») e qualche ridondanza nel settore dei pronomi («Non ci viene in paese e fa bene a non venirci»; «Che ve ne importa a voialtri»). Qualche espressione tradisce reminiscenze che ci si sarebbe aspettati a proposito di un film western, più che di uno sceneggiato storico («Chiuso il conto con il vecchio Nick»).

Il remake de La freccia nera (2006, Canale 5) è l’adattamento, curato da Fabrizio Costa – piuttosto libero, in linea con una tendenza all’innovazione rispetto ai classici già degli anni Settanta – del romanzo di Stevenson, The Black Arrow, con la scena trasposta dall’Inghilterra della Guerra delle Due Rose all’Italia settentrionale del XV secolo. L’occasione di replicare i fasti dello sceneggiato con l’aiuto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie digitali era ghiotta (un solo esempio: la visione completa frontale della traiettoria di una freccia, peraltro copiata integralmente da Robin Hood principe dei ladri, 1991, di Kevin Reynolds); si tratta però di un’occasione persa su molti fronti, a cominciare dalla sceneggiatura e dalla resa linguistica.
L’introduzione, affidata alla voce narrante, precede, in modo inconsueto rispetto alla tradizione italiana, il teaser che a sua volta anticipa la sigla. A una soluzione tecnica di dignitosa modernità non corrisponde però una sceneggiatura adeguata. Essa è costruita in un italiano di pretesa sostenutezza, in molti tratti privo di elasticità. Il congiuntivo è rispettato in tutte le possibili applicazioni; forse anche troppo, visto che si incorre persino in qualche ipercorrettismo, laddove esso è usato al posto dell’indicativo, obbligatorio nelle causali: «Cercano la confusione perché soltanto nella confusione quei criminali possano affermare le loro infami menzogne». I dialoghi sono spesso retorici, e alcune battute tortuose al limite dell’incomprensibilità (cfr. il prossimo «E io non voglio che la guerra ti condanni a temere la vita»). Si veda il dialogo tra Marco (Riccardo Scamarcio), che si prepara a partire per la guerra, e sua madre:

[Marco] Madre!

[Madre] Come sei bello! // oh / Marco / come sei bello // purtroppo è arrivato quel momento che speravo non giungesse mai!

[Marco] Ho atteso a lungo l’occasione di rendermi degno agli occhi di Raniero.

[Madre] [sospiro] Figlio mio! [nuovo sospiro].

[Marco] C’è qualcosa che volete dirmi?

[Madre] Promettimi che non ti lascerai travolgere dalla violenza e dalla morte!

[Marco] Io non voglio avere paura della morte!

[Madre] E io non voglio che la guerra ti condanni a temere la vita!

[Marco] Non succederà // finché ci sarete voi e Raniero a starmi vicino / non succederà.

Non si tratta certo di casi isolati: si vedano, qua e là, i seguenti esempi estratti da dialoghi, appesantiti ulteriormente da una recitazione spesso più legnosa di quanto non dica la semplice trascrizione delle battute: «Ma come puoi credere una cosa simile?», «Ho la pelle più dura di quanto sembri», «E Dio sa quanti ne passeremo già a causa della Freccia Nera», «Il suo cuore è puro / fidati dell’amore che ha da offrirti». Le poche violazioni di questo artificioso stile di scrittura sono affidate irrealisticamente a una sorta di caratterizzazione della lingua dei bambini, come nel caso di un che polivalente con apparente funzione di soggetto in «Tu sposeresti un uomo / che gli piace cucire e fare da mangiare?».
Non necessitano di categorie interpretative particolari casi come quello contenuto nella battuta che segue, «Con questi di sicuro nessuno ti prenderà certamente per un nobile», in cui la sovrapposizione di di sicuro e certamente non risponde a particolari scelte stilistiche ma a semplice sciatteria.
La miniserie ha avuto un giudizio molto severo da parte della critica. Ecco, compresa la notazione metalinguistica finale, un passaggio della scheda che Aldo Grasso le dedica, sul Corriere della Sera del 14 ottobre 2006, p. 47:

Uno si chiede: ma perché questa coazione a ripetere i grandi sceneggiati storici? Perché un allestitore come Costa si misura con Majano? La ragione è molto semplice: «La freccia nera» offre un intreccio straordinario, ricco di movimenti e di colpi di scena, proposto con ritmo vibrante. E se i personaggi restano speditamente sommari (ideali per una trasposizione televisiva) l’avventura non manca (l’abbozzo di guerra asimmetrica, la lotta partigiana, l’opposizione all’imperialismo, la scoperta della femminilità, ecc.). Per cui basta un forte investimento in comparse e costumi e il più è fatto. Ma la produzione, un corso di dizione a Martina Stella non poteva offrirglielo?

 

Debora De Fazio

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2 Commenti

  1. Federico Maderno

    Sono uno scrittore e sto cercando elementi sullo sceneggiato. In particolare sto cercando di capire in quali anni la freccia nera è stata mandata in replica. Parlo, dunque, dell’originale. Io nel 69 ero n bambino e mi ricordo perfettamente tutte le puntate, ma per un romanzo avrei la necessità di sapere in quali anni l Rai replicò le puntate (sono quasi sicuro che le repliche furono due, una quasi immediata, considerando il successo e una dopo qualche anno). Grazie dell’attenzione
    Federico Maderno

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