Intelligence

Intelligence

È il primo del suo genere. Il futuro dell’evoluzione dell’intelligence.

Intelligence è una serie televisiva americana creata da Michael Seitzman, prodotta dalla CBS e andata in onda a partire dal 7 gennaio 2014; in Italia, la serie è stata trasmessa su Rai2 a partire dal 9 marzo 2014. Le vicende sono liberamente ispirate al romanzo Phoenix Island di John Dixon. Dopo la prima stagione, Intelligence è stata cancellata: ne restano quindi soltanto i 13 episodi della prima.

Alla base dell’idea della serie c’è un progetto nanotecnologico: in base all’ordine 14 51, che autorizza un programma pilota, nella testa di Gabriel Vaughn, il protagonista, è stato installato un chip in cui sono stati caricati gli sterminati database governativi, oltre che le informazioni rivenienti da internet, satelliti e telefoni. Si va dalla possibilità di riprodurre planimetrie a quella di creare nella mente un evento virtuale e camminare al suo interno, osservando i dettagli della scena. Sono, in sostanza, senza chip e purtroppo senza la travolgente forza dell’umorismo che lo caratterizza, i “poteri” di Chuck, il protagonista dell’omonima serie televisiva, con qualche robusta iniezione da 24.

Gabriel (Josh Holloway) si muove all’interno di una struttura chiamata CyberCom, costituita da scienziati coordinati da Lillian Strand (interpretata da Marg Helgenberger); alla protezione della preziosa risorsa (la più importante dell’intelligence americana) è assegnata l’agente dei servizi segreti Riley Neal (interpretata da Meghan Ory). La struttura, all’interno della quale spiccano Shenendoah e Nelson Cassidy, padre e figlio (rispettivamente, John Billingsley e P.J. Byrne) assiste negli aspetti tecnologici Gabriel e Riley, diventando parte integrante di trama e interpretazione.

Appaiono evidenti le strizzatine d’occhio a Lost, non certo nella complessa e ricca trama del capolavoro, quanto proprio negli interpreti: protagonista a parte (Holloway è il magnetico Sawyer della serie di Lindelof e Abrams), si va dalla moglie stessa di Gabriel, Amelia (che in Lost era Ilana), al direttore della Cia (che era Matthew Abaddon).

La struttura della serie presenta forti elementi di verticalità: c’è sempre un caso di puntata (la cattura di un pregiudicato portatore di una misteriosa malattia, la corsa contro il tempo per evitare un attentato o la diffusione di un gas mortale, la liberazione di giornalisti americani detenuti in Siria, l’esplosione di una centrale nucleare, ecc.), mentre l’orizzontalità è garantita, almeno all’inizio, dall’impalpabile moglie di Gabriel, Amelia (agente infiltrato della Cia o spia di agenzie straniere?), poi dal rapporto, che si fa sempre più forte, con l’alter ego, l’agente Riley Neal. La sigla è di tipo descrittivo-didascalico, almeno nel narrato, ed è un elemento di stabilità che contribuisce a irrobustire la struttura verticale: la voce narrante spiega, ordinatamente, chi è Gabriel Vaughn e quale mutazione genetica rende possibile l’impianto del chip; l’intervento in voce dello stesso protagonista spiega il resto, consentendo anche allo spettatore occasionale di sintonizzarsi subito sulle vicende.

Non c’è traccia in Intelligence della sofisticata analisi politica di Homeland, da cui i politici americani farebbero bene a tenere conto; per esempio, l’analisi della crisi siriana è sommaria, tagliata con l’accetta, puramente funzionale al caso di puntata.

Le frasi durante i momenti di istruzione che precedono l’azione vera e propria sono brevi, chiare, senza subordinate, inequivocabili. Per es., ecco Gabriel che esplicita quello che “legge” dalla banca dati del chip installato dentro di lui, mentre alle inquadrature morbide che lo ritraggono in primo piano o mezzo busto si sovrappongono ricostruzioni in 3D delle planimetrie che sta “vedendo” e descrivendo: “il sistema di sicurezza è in wireless. Li tengono in un sotterraneo nell’angolo a sud-ovest. Posso farli passare dal condotto del riscaldamento. […] Voi lascerete l’edificio prima che le guardie capiscano cosa non va” (1,4). La serie abbonda, classicamente, nell’elencazione di dati tecnici, spesso lasciati in inglese per amplificarne l’effetto, che contribuiscono, anche se non capiti, a innalzare il livello di credibilità dei protagonisti: via libera, quindi, anche nella stessa conversazione, a “retrofit di sistemi di controllo” (1,4), o “specializzata in dinamica strutturale di vettori supersonici” (1,4), o a “l’hacker scatena un warm che solo lui può fermare perché solo lui ha il kill switch” (1,7); in qualche caso gli elenchi sono lasciati anche senza preposizioni, per ricalcare velocità ed efficienza, come in “scuola guida guerriglia urbana – simulazioni fughe” (1,4). Per contro, e per rendere la sceneggiatura abbonda di affermazioni secche (“le decisioni che prendi formano il carattere, giusto?”, 1,3), o identitarie (“Alla Delta Force c’è una sola regola: si torna tutti insieme”, o “riportiamo i nostri ragazzi a casa” 1,4), o anche di freddure (il lato umoristico non è il punto forte della serie). Qualche calco semantico sull’inglese, come “Panama è classificata” (1,4) (classified), cioè ‘secretata’, o “l’ironia del tuo atto di protesta” (1,6), cioè ‘il paradosso’ (non l’ironia, appunto), è ormai usuale nelle serie e nei film di genere.

Nonostante l’ottimo livello nella recitazione e nell’uso della tecnologia, i difetti della serie, in termini narrativi e nella scarsa capacità di trasmettere emozioni, sono evidenti: manca in Intelligence qualunque brivido dell’imprevisto, gli elementi costitutivi sono già fin troppo noti e la storia non regge al confronto con moltissime opere spy ed action del presente (da The Americans a Deutschland 83, fino a Homeland o a 24) e del passato (compresa Alias, che pure, dopo la prima stagione e mezza, scade notevolmente): da qualunque punto di vista lo si voglia vedere, il paragone è impietoso. La chiusura dei battenti dopo la prima stagione rende bene conto di un’operazione deludente.

 

Marcello Aprile

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