Il trono di spade

Il trono di spade

L’inverno sta arrivando. (Il trono di spade; 1, 1)

Tratto dalla collana di romanzi di George R. R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco (A song of Ice and Fire), Il trono di spade è una serie TV di genere fantastico-avventuroso-drammatico. Ideata da David Benioff e D. B. Weiss, è stata realizzata dalla HBO ed è andata in onda per la prima volta negli Stati Uniti il 17 aprile 2011, mentre in Italia le prime tre stagioni sono state trasmesse in prima assoluta da Sky Cinema 1. A partire dalla quarta stagione invece la serie si è spostata sul canale satellitare Sky Atlantic. Sono state mandate in onda sei stagioni, per un totale di 60 episodi, ognuno dei quali ha una durata variabile tra i 52 e i 65 minuti. Le riprese della settima stagione termineranno a febbraio 2017 ma, anche se per la messa in onda non ci sono ancora date ufficiali, la settima stagione è attesa ad aprile 2017. Visto il numero ridotto di episodi (7 anziché 10), poi, dovrebbe anche terminare prima e questo anticiperebbe l’arrivo della stagione 8, forse entro fine anno.

Il trono di spade s’inserisce nell’elenco delle serie fantasy (Merlin, Camelot) che negli ultimi anni hanno riportato in auge un genere solitamente con poco séguito. Di levatura certamente superiore rispetto ai tentativi della metà degli anni ’90 (serie come Xena – principessa guerriera ed Hercules), Il trono di spade è tratto dalla raccolta fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, un romanzo epico ancora in lavorazione: la prima stagione ripercorre le vicende narrate nel primo volume A game of Thrones (edito in Italia da Mondadori in due volumi: Il trono di spade e Il Grande Inverno).

La trama è un intreccio di intrighi e tradimenti. Aldo Grasso, grande estimatore della serie, ha scritto: «non vale la pena spiegare la trama, anche perché i ruoli si invertono continuamente, l’eroe si tramuta il giorno dopo in traditore e viceversa. Il trono di spade va visto, punto e basta» [1].

Il vero protagonista è il potere: potere inteso come forza, come conoscenza, come denaro, come donne. Potere in tutte le sue sfaccettature. Seguiamo, così, le vicende di più personaggi, destinati a incontrarsi e a scontrarsi per far prevalere la loro autorità.

In un medioevo mitologico e in una terra mai esistita, dove estati e inverni possono durare intere generazioni, sette nobili famiglie lottano per il controllo della terra di Westeros. Eddard Stark, lord di Grande Inverno, viene incaricato dal suo re e suo amico Robert Baratheon di lasciare il Grande Nord e di seguirlo ad Approdo del Re per ricoprire il ruolo di Primo Cavaliere. Ma i Lannister, la famiglia della moglie del re, covano un complotto per assumere il controllo del regno; a corte, però, i sotterfugi sono all’ordine del giorno, così come i tradimenti, e tanti sono coloro che bramano il trono.

Dall’altra parte del mare intanto, due fratelli, Viserys e Daenerys Targaryen, signori dei draghi e gli ultimi figli del precedente sovrano, si preparano per tornare al potere. Il conflitto tra tutte le famiglie per ottenere l’ambito trono di spade sarà inevitabile. Inoltre, qualcosa oltre la Barriera del nord si sta risvegliando. Sarà compito di Jon Snow, figlio naturale di Eddard Stark, e dei Guardiani della notte vegliare sul reame.

È importante ricordare che si tratta di una saga, per quanto fantasy, decisamente realistica e senza nulla di consolatorio. Chiunque può morire in qualsiasi momento ed è questa forse la vera forza attrattiva della serie.

Nessun elfo, mago, eroe e compagnia simile: Il trono di spade è un vero e proprio thriller dalle tinte horror in cui si intrecciano intrighi, tradimenti, agnizioni, incesti, onore, morte, guerre e un piccola dose di magia, centellinata sapientemente di puntata in puntata.

I dialoghi sono incisivi, l’azione non manca e la suspence nemmeno. Scene sessualmente esplicite e crudeltà gratuita diventano un leitmotiv della trama. I Lannister hanno rapporti incestuosi per garantire la purezza della stirpe; il re, ubriaco e fedifrago, si serve delle ripicche sessuali nei confronti della moglie; le prostitute acquisiscono la consapevolezza di poter comandare un Lord. Daenerys Targaryen è l’unica a non servirsi del sesso per fini politici e di potere: diventerà Khaleesi, la regina dei Dothraki, e la sua riscossa comincerà proprio sotto le lenzuola. Una Sodoma medioevale che in rete ha già fatto guadagnare alla serie un nomignolo emblematico: “Porno di spade” [2].

Aldo Grasso giudica la serie con queste parole: «Raramente si è visto un racconto televisivo così imponente, raramente un telefilm è stato capace di costruire un mondo così complesso, ammobiliato e coerente, in cui tutti i sentimenti e i valori sono così estremi perché primordiali, non ancora intaccati dalla “civiltà”. […] Pur nelle evidenti differenze, Il trono è il vero erede fantasy di Lost, per complessità narrativa, per infiniti rivoli delle sue trame e i livelli interpretativi, soprattutto per il culto suscitato negli spettatori» [3].

Vincitore di numerosi premi – solo quelli del 2011, anno di lancio: migliore nuova serie televisiva, migliore attrice non protagonista (Emilia Clarke), miglior design di una sigla, miglior attore non protagonista (Peter Dinklage) e migliore serie televisiva – intorno al  successo della serie si è costruito un mondo: dalle parodie (celebri quella dei Simpson e quella dei Muppets [4]) ai videogiochi (ne sono stati pubblicati due: A game of Thrones – Genesis e Game of Thrones), un fumetto della HBO che segue la stessa trama della serie [5] e una sfilza di gadget ufficiali creati e venduti dalla stessa HBO, dalle uova di drago al trono di spade a grandezza naturale, imponente e indistruttibile, disponibile ad “appena” 30.000 euro [6].

Il cast de Il trono di spade è corale, con tanti personaggi principali. Questo perché nella serie anche i protagonisti più inossidabili e indiscussi possono morire in un attimo. Ciò ha permesso di avere un ricambio continuo (per dare un’idea, nella terza stagione sono stati introdotti 14 nuovi personaggi principali [7].

I protagonisti sono quasi tutti appartenenti alle famiglie in lotta: abbiamo Eddard Stark (Sean Bean), protettore del Nord e Lord di Grande Inverno, un onesto uomo d’onore, sua moglie Catelyn Stark (Michelle Fairley) di casa Tully, i figli Robb (Richard Madden), il primogenito, Sansa (Sopie Turner), promessa in sposa al futuro re, e completano la famiglia Bran (Isaac Hemstead-Wright), Arya (Maisie Williams) e Jon Snow (Kit Harington), figlio illegittimo. Grande amico di Robb è Theon Grejoy (Alfie Allen), che lo seguirà combattendo al suo fianco.

Vi è poi il re Robert Baratheon (Mark Addy) divenuto ormai la caricatura del glorioso sovrano di un tempo, sposato con Cersei Lannister (Lena Headey), una donna infima e manipolatrice con cui ha avuto tre figli, compreso il futuro re Joffrey (Jack Gleeson), un ragazzo crudele e infantile. Vi sono i fratelli della regina, Jamie Lannister (Nicolaj Coster-Waldau), detto lo sterminatore di re, e Tyrion Lannister (Peter Dinklage) chiamato il folletto: uno alto, bello, affascinante e letale con la spada, l’altro nano, lussurioso e debole ai piaceri della carne, ma abilissimo con le parole.

Completano il cast i due fratelli Targaryen: Viserys (Harry Lloyd), odioso e pronto a tutto, e Daenerys (Emilia Clarke), la “figlia della tempesta”, che diventerà Kahleesi, la regina dei Dothraki,  sposando Khal Drogo (Jason Momoa), il loro valoroso capo.

Il trono di spade presenta una scrittura eccelsa, una realizzazione curata nei minimi dettagli ed effetti speciali che non hanno nulla da invidiare al cinema, nonostante i budget decisamente inferiori del piccolo schermo. Ci troviamo, infatti, dinanzi a un vero e proprio lavoro cinematografico.

È impossibile proporre una struttura standard per gli episodi: cambi continui di scena, di ambientazione (degna di un kolossal con le riprese divise tra Irlanda, Malta e Croazia), complessità della trama data dal rapporto mutevole tra protagonisti e stile del racconto rendono la struttura continuamente variabile.

L’unica costante è la sigla, che parte sempre dopo un brevissimo riassunto delle precedenti puntate.

Sigla. La sigla de Il trono di spade è essa stessa un capolavoro. Dalla durata di quasi un minuto e quaranta, è sicuramente una delle sigle più lunghe e complesse ideate per una serie TV.

Il carattere epico della serie è chiaro sin dall’inizio: la musica, composta da Ramin Djawadi [8], è una ballata che riporta alla mente culture e tempi lontani; i nomi del cast sono preceduti da piccoli quadrati all’interno dei quali sono raffigurati i simboli degli stemmi appartenenti alle diverse casate, protagoniste della serie; assolutamente in tema anche il carattere scelto per le scritte.

Ma la peculiarità assoluta è da ricercarsi nel montaggio delle immagini e nelle immagini stesse. La sigla si apre con il dettaglio di un astrolabio sul quale è inciso un drago, l’inquadratura si allarga e, se in primo piano compare l’intera figura dell’astrolabio che ruota, inizia a delinearsi come sfondo una mappa sulla quale sono raffigurate delle terre che non appartengono al nostro mondo. Con la tecnica dello zoom lo spettatore si ritrova nel regno di King Landing: lo stemma del casato, un cervo incoronato, sovrasta l’inquadratura e, come se fossero costruiti da ingranaggi, il castello e il villaggio circostante s’innalzano dalla mappa.

Attraverso una panoramica dall’alto e un viaggio tra distese di foreste e fiumi, la camera si sposta nel regno di Winterfell: anche in questo caso lo stemma del casato, un lupo, è quello che risalta per primo e, di nuovo, assistiamo a un regno costruito da ingranaggi.

La camera non è mai ferma: si sposta, con estrema fluidità, utilizzando diversi gradi d’angolazione e, sebbene sia preferita l’inquadratura dall’alto, non mancano i contre-plongée. Molto utilizzati anche i continui cambi nel grado d’inclinazione della macchina che aumentano i possibili punti di vista.

Lo spettatore, sorvolato il regno di King Landing, spinto a settentrione nel regno di  Winterfell, è accompagnato poi ai confini più a nord, faccia a faccia con un muro di ghiaccio: The Wall. Il viaggio su questo mappamondo immaginario continua e, sempre attraverso una panoramica dall’alto, l’immagine torna sul punto di partenza per poi condurre lo spettatore verso sud, dove gli ingranaggi danno vita a Pentos, la città libera. Il montaggio subisce a questo punto un taglio netto: scompare la mappa e appare un altro dettaglio dell’astrolabio, con l’incisione del cervo incoronato e di un leone; l’inquadratura si sposta, poi, sul logo della serie. I frame finali sono i titoli di testa su sfondo nero, con i nomi degli sceneggiatori e del regista.

Ne Il trono di spade lo scopo della sigla è duplice: proiettare lo spettatore, grazie a un’estrema coerenza, in quella che sarà l’ambientazione fantasy della serie, ma soprattutto condurlo nei luoghi dove si svolgeranno le vicende. Quella appena analizzata è la sigla del pilot, che rimane per lo più invariata nel corso degli altri episodi, tranne che per i luoghi. All’interno della sigla infatti, gli elementi della mappa cambiano in base ai territori nei quali si svolgeranno i fatti.

Dopo la sigla, il tema centrale ci introduce nell’episodio e da qui in avanti è un susseguirsi di chiacchiere e fatti, di contrapposizione tra vita e morte, fino al cliffanger di stagione.

I personaggi sono tutti in evoluzione, l’alternativa è la morte. Ognuno di essi ha delle priorità che possono andare dal restare in vita, al difendere il regno o salvare le proprie figlie, ma tutti hanno una doppia faccia e tentano di manipolare il proprio interlocutore.

Per quanto concerne al montaggio tecnico, è risultata vincente la scelta di non usare il montaggio alternato tra personaggi principali, ma di preferire il narrare le vicende di ogni protagonista per un determinato periodo, in modo che ci si possa immergere in quello che si vede, dimenticando il resto. Questa scelta stilistica, in realtà, era stata già dettata dal romanzo di Martin, dove ogni capitolo è dedicato a rotazione ad un personaggio.

Inesistenti i flashback e le scritte in video, se non come traduzione dalla lingua dei  Dothraki.

Mirabili gli effetti speciali, curati dalla BlueBolt: dalla maestosità di Approdo del Re, ai deserti attraversati da Daenerys e dal suo Khalasaar, i draghi, i metalupi, le fortezze di Grejoy e di Harrenhal, sono un impeccabile frutto della CGI (computer generated imagery).

Quando un’opera letteraria è trasposta cinematograficamente, solitamente le aspettative che si creano intorno al nuovo prodotto sono disattese. Questo non è accaduto con il kolossal fantasy Il trono si spade. Chiaramente, gli strumenti utilizzati per scrivere un libro non sono gli stessi usati nella produzione di opere filmiche e spesso, a queste ultime, si rimprovera di essere superficiali, di non sciogliere tutti i nodi testuali presenti nel testo. Naturalmente, anche ne Il trono di spade ci sono dei tasselli che si differenziano dai libri di Martin, ma la complessità linguistica (Aldo Grasso ne parla in un video sul Corriere.it [9]) con la quale è girata questa serie rende la questione inesistente.

Diversi sono i punti focali della complessità citata in precedenza:

–        la ricerca dei luoghi che meglio si adattano alle descrizioni presenti nel libro e la perizia della ricostruzione delle location e della messa in scena (la costruzione degli informanti, degli indizi, dei temi e dei motivi) [Casetti – Di Chio, 1991: 118], elementi che contribuiscono a rendere veritiero un mondo senza tempo e frutto dell’inventiva dell’autore;

–        la gestione di un cast di protagonismo collettivo, con alternanze improvvise e ribaltamenti di ruolo che conducono il personaggio al cambiamento: ogni singolo personaggio può occupare all’interno della narrazione ruoli diversi ed essere, nello stesso momento, aiutante e oppositore, eroe e antagonista;

–        il mantenimento di una coerenza narrativa in una serie così articolata risulta di fondamentale importanza: il fruitore, infatti, deve essere aiutato a seguire il, seppur sottile, filo conduttore. Si consideri, inoltre, che la serie segue una linea di narrazione totalmente orizzontale, che rende necessario che lo spettatore sia allenato ad una visione seriale tale da fargli comprendere tutti gli elementi, sia manifesti che  sapientemente celati.

Si evince, infine, una grande ricercatezza nella costruzione di un linguaggio che risulti complementare alle singole personalità dei personaggi, ma anche a tutto il retaggio culturale di ogni singola dinastia. Per meglio rendere l’idea, è esemplare il caso della dinastia dei Dothraki: popolo nomade e di guerrieri, essi sono descritti come dei bruti. Lo scrittore George R. R. Martin descrive nel libro la cultura, le tradizioni, le credenze di questo popolo e conia alcuni termini per creare una sorta di immaginaria lingua dothraki. I creatori della serie vanno molto avanti su questo percorso: per la trasposizione visiva, quelle poche parole non sarebbero bastate a rispecchiare la cultura Dothraki. Gli autori decidono allora di affidarsi a David J. Peterson, della Language Creation Society. «Peterson si è basato sulla descrizione della lingua fornitagli da Martin e da lingue quali il russo, il turco, l’estone, l’inuktitut degli eschimesi Inuit e lo swahili. Il risultato è una vera e propria lingua nuova dotata di un vocabolario di oltre 1800 parole e di una complessa struttura grammaticale» [10].

Ricco di cliffanger, di situazioni al limite e di elementi tetri, ricco di simboli disseminati con accuratezza (si pensi per esempio agli stemmi dei casati che rappresentano tutti degli animali, ognuno con il proprio significato) e di frasi lapidarie sempre pronte a spiazzare lo spettatore, Il trono di spade non è una serie che può essere vista con superficialità: essa non conduce mai lo spettatore un passo avanti rispetto alla linea narrativa e questo, oltre a portarlo ad alti livelli di tensione, lo obbliga a non distrarsi perché, perdersi anche una sola battuta, significa aver perso la continuità semantica.

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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