Il ritorno di Ulisse

Il ritorno di Ulisse

– Dove mi trovo?
– A Itaca!
– Itaca? La mia Itaca!
(Il ritorno di Ulisse; 1, 1)

Il ritorno di Ulisse (il titolo originale è Odysseus) è una miniserie televisiva europea a direzione francese coprodotta da reti televisive pubbliche e private di Francia, Italia e Portogallo, creata da Frédéric Azémar, diretta alla regia da Stéphane Giusti e andata in onda per la prima volta sulla rete franco-tedesca Arte a partire dal 13 giugno 2013. La versione francese è articolata in 12 episodi della durata canonica di 45 minuti; la programmazione classica della Rai raggruppa tre episodi per puntata, con qualche scena tagliata, per giungere, a partire dal 30 novembre 2014, a trasmettere quattro lunghissime puntate di oltre due ore ciascuna, peraltro in costante calo di ascolti. Più che all’Odissea, la miniserie è ispirata liberamente ai nomi dei suoi personaggi: in Il ritorno di Ulisse “ogni cosa subisce un’operazione di patinatura, tra dialoghi didascalici e immaginari visivi kolossal in cui l’afflato ideale omerico stinge nella più scoperta banalità, l’antico diventa niente più che uno sfondo esotico” (Aldo Grasso, Corriere della Sera, 2 dicembre 2014, p. 55).

L’opera aspira ad essere una modernizzazione del mito di Ulisse, non più eroe ma uomo del presente, provato dagli orrori delle guerre, pieno di ansie e contraddizioni, incapace di capire e di farsi capire in una famiglia abbandonata vent’anni prima. Ulisse è stato riletto in decine di modi diversi (basterebbe, per tutti, l’esempio di Dante) e non ci sarebbe certo da scandalizzarsi. Ma quello che manca e viene continuamente annacquato, in questa fiction, è proprio il conflitto, essenza della straordinaria modernità di un’opera concepita non meno di 2700 anni fa e mai tramontata, come dimostrano innumerevoli fattori, dalle traduzioni in decine di lingue alle riduzioni per altre arti (la televisione, il cinema, e prima ancora la pittura). Ci sono innumerevoli prove di questa incapacità degli sceneggiatori di mettere in pratica gli ingredienti essenziali del conflitto, a volte con esiti scialbi, che lasciano perplessi, a volte con esiti involontariamente comici.

Il primo vero scoglio con cui si scontrano gli autori de Il ritorno, perdendo clamorosamente, è il riconoscimento di Ulisse che torna dopo vent’anni. In un evento così importante, il cuore di tutto, non c’è una traccia di emozione, di pathos: tutto scorre via piatto, compreso il complicato momento, che l’Ulisse “originale” si conquista sudando le proverbiali sette camicie, dell’incontro con Penelope, che nell’Odissea sottopone Ulisse al celebre trabocchetto dello spostamento del letto nuziale, costruito su una pianta d’ulivo, e quindi inamovibile. Ne Il ritorno, dopo un timido “non sei tu”, Penelope gli cede senza problemi, e, appunto, senza pathos. Ogni svolta narrativa è senza nerbo, persino episodi che dovrebbero rappresentare snodi cruciali, come un tentativo di assassinio di Ulisse da parte della schiava troiana Eurinome. Qualche altro esempio: Ulisse convoca i giochi sacri per festeggiare il suo ritorno, ma i figli dei pretendenti uccisi interrompono le gare. A questo punto Ulisse promette loro delle compensazioni con terre per la morte dei loro padri ed essi, inginocchiandosi per riconoscere la sua autorità, accettano e si ritirano; i giochi possono riprendere. Tutto qui? Tutto qui. Insomma, la fiction procede per trovate narrative che non hanno né capo né coda e per falsi colpi di scena che non portano da nessuna parte. La modernità, insomma, è lontanissima, a meno che per modernità non si intenda l’idea di concedere generose e pruriginose porzioni di nudità agli spettatori (ne Il ritorno sappiamo quasi tutto dell’anatomia di Clea, di varie schiave e – sacrilegio – persino di Nausicaa).

Un altro aspetto che lascia perplessi è l’incapacità dei protagonisti di mantenere costante un’idea di cui dovrebbero essere fermi portatori per più di qualche secondo. Di Penelope che passa dallo scetticismo alla convinzione sull’identità di Ulisse in un batter d’occhio abbiamo detto, ma il cambio di idea sembra proprio una cifra stilistica. Per esempio, i figli dei pretendenti, convinti da Ulisse a desistere da propositi di vendetta, cambiano di nuovo idea nel giro di pochi secondi quando il figlio di Antinoo, Orione, parla loro convincendoli dell’opportunità di continuare a combattere il re di Itaca: in un paio di frasi. E ancora: Clea, abbandonata da Telemaco, ci mette 14 secondi tra il suo “me ne vado” e il sì al futuro re che la invita a restare per diventare la regina di Itaca. Il convincimento interiore non è quindi tra le caratteristiche dei personaggi de Il ritorno di Ulisse.

Il tentativo, di per sé incontestabile, di rendere autonoma la fiction dall’opera epica porta a far saltare tutti i tabù: Penelope è gelosa del figlio, Nausicaa viene assegnata in moglie a Telemaco e poi si concede a Menelao per salvare il regno, Laerte viene scacciato dalla reggia del padre, Telemaco si trasforma verso la fine nell’obiettivo polemico ossessivo di Ulisse, e via dicendo.

Quella che ne viene fuori è una vicenda senza né capo né coda conclusa con un duello in cui Ulisse (che nel frattempo ha commesso una serie di gesti incomprensibili), in un colpo solo, uccide se stesso e il re di Sparta, Menelao; e così Telemaco è proclamato re di Itaca.

Le innovazioni rispetto all’immortale storia omerica sono parecchie. Cresce l’importanza di Telemaco (Niels Schneider), protagonista della prima puntata e coprotagonista delle altre. Scompaiono invece due figure chiave del riambientamento di Ulisse dopo la guerra di Troia: Euridice, la vecchia nutrice, ed Eumeo, il guardiano dei porci. La prima sembra in qualche forma sostituita da Eurinome (Vittoria Scognamiglio), una schiava troiana che odia Ulisse e tenta di assassinarlo; lo spazio narrativo del secondo è preso alternativamente da Mentore (Joseph Malerba) e dal padre di Ulisse, Laerte (Carlo Brandt). Il posto di Omero alla reggia è preso dall’aedo Eucaristo (Amr Waked), che si rende anche protagonista di un bizzarro, e quasi riuscito, tentativo di seduzione di Penelope; Omero entra in scena più tardi, ma ci vede (!) quasi fino alla fine (perde la vista in battaglia).

Ulisse è interpretato da Alessio Boni. L’impresa è immensa (come l’ombra di Bekim Fehmiu, interprete dell’Ulisse di Rossi), e l’attore italiano non sembra esserne all’altezza; la sceneggiatura non gli dà certo una mano, e ne fa un personaggio senza nerbo, caotico, rancoroso (per esempio: “voglio che soffra prima di morire”, ep. 3), profondamente incerto sul da farsi, geloso, a volte cupo; messo in minoranza persino nelle assemblee degli uomini liberi di Itaca, e verso la fine dell’opera decisamente un tiranno pazzo, senza acquisire per tutte queste cose la grandezza di un personaggio tragico shakespeariano. Non è ben chiaro se la mancanza di carisma si debba imputare all’interpretazione scialba o alla scrittura del personaggio (come dice a Penelope, “perché continui a stare con me? Non sei tenuta a sopportare quello che sono diventato”, frase già di per sé antistorica perché proietta la legislazione contemporanea su un periodo in cui la regina non avrebbe certo potuto scegliere da sola…), di cui mai viene fuori la caratteristica che lo ha reso immortale nell’immaginario narrativo degli ultimi millenni, l’astuzia.

Pelelope è Caterina Murino, bella e molto simile all’iconografia tradizionale (e a Irene Papas, la Penelope di Rossi); peccato che la recitazione sia un po’ legnosa, e certamente il comportamento del personaggio disegnatole dalla sceneggiatura non è quello regale che ci si attenderebbe dalla regina di Itaca, il baluardo del regno dei vent’anni di assenza di Ulisse. Se cade l’idea della fedeltà di Penelope cade l’Odissea: peccato che la regina sia sul punto di capitolare per mano di Eucaristo, a cui basta farsi invitare a cena da lei e offrirle una coppa di vino narcotizzato per approfittare delle sue grazie, impresa che non riesce solo per l’intervento dei pretendenti, i quali avevano architettato il tutto per tentare di privarla del trono.

Gli altri personaggi hanno solo il nome delle caratteristiche tramandate dalla letteratura antica. Menelao (Victor Gonçalves), che compare nel primo e nel quarto episodio, è uno psicopatico bizzoso e colonialista. Antinoo (Augustin Legrand) è il pretendente arrogante tramandato dall’Odissea, mentre il figlio Orione (Salim Kechiouche) è problematico e ha un rapporto complesso, soprattutto con Telemaco; altrettanto combattuto è Leocrito (Bruno Todeschini), re di Itaca per qualche giorno per via dell’intervento di Menelao, prima del ritorno di Ulisse. Elena (Julie Gayet), in gita a Itaca con Menelao, difende, fuori luogo e fuori tempo, i diritti delle donne nel nome della libertà di amare; le strizzatine d’occhio allo spettatore, a cui esibisce i lividi per i maltrattamenti di Menelao, sono evidenti quanto fastidiose e retoriche (“sono stata libera, ho amato… sto pagando per tutte le donne”, ep. 2).

Hanno una discreta importanza i personaggi femminili: Eurinome, già ricordata, e soprattutto Clea (Karina Testa), una schiava liberata che conquista sin da subito il cuore (e altro) di Telemaco, che – certo – la abbandona per ragion di Stato per sposare la bella Nausicaa che garantisce l’alleanza di Itaca con il regno dei Feaci, ma poi torna da lei prima clandestinamente e poi, nel finale, per sposarla facendone la nuova regina.

La lingua è piatta come la sceneggiatura, piena di formule retoriche e melodrammatiche da autentica fiction italiana, come “tu mi hai insegnato ad amare. È una cosa preziosa” (ep. 3), o “a che serve il tuo corpo se lei ha la tua anima?” (ep. 4), “a che serve avere potere, se si è soli come te… perché sei un uomo solo, senza amore… che detesta tutti”. L’unica concessione alla sacralità della vicenda narrata è l’andamento un po’ più sostenuto di dialoghi come quello che stiamo per vedere, che si svolge tra i due pretendenti Leocrito e Antinoo e presenta qualche elemento più ricercato (per es., i pronomi colui e costui):

[L] Perché non mi hai seguito, Antinoo? Sei un guerriero coraggioso, e un prezioso alleato

[A] Tu sei un pessimo guerriero. Sei vile. Sei debole.

[L] Ma ora sono il re

[A] Sei nelle mani di Menelao

[L] Menelao partirà, e io sarò l’unico sovrano di Itaca, e non salverò colui che ha seminato odio e disordine, che ha voluto uccidere la famiglia di Ulisse […]. No: costui merita la morte!

Dal punto di vista formale, la scelta della fotografia punta a riprendere, modernizzandoli, colori e scelte stilistiche della grande stagione dei kolossal, ponendosi con ciò in continuità con la pietra miliare dell’Odissea di Rossi e con i film di genere peplum. Non ci sono quindi i colori così influenzati dal manga imposti dopo il successo di film come 300 nell’iconografia del mondo antico, e i guerrieri de Il ritorno non hanno il repertorio di mosse di combattimento dei gladiatori di Spartacus. Vagamente rassicurante è anche la scelta di vestire e acconciare la Murino come, quarant’anni prima, si era presentata una grandissima Penelope, Irene Papas. In linea con una certa modernità sono anche gli esterni ponte, introdotti da grandi panorami, diurni o notturni, su Itaca o sulle sue coste, o ancora sullo Ionio (la serie, in realtà, è girata in Portogallo).

Ma anche nei dettagli a volte la sciatteria regna sovrana: si noti la scena della raccolta delle olive, ricostruita in modo penoso (le olive sono fatte cadere tra le erbacce alte dai raccoglitori…) (ep. 2). Non meno surreale è la festa a palazzo, senza veri rumori di fondo, senza persone e senza gioia, che si svolge all’inizio della seconda puntata; condisce il tutto l’invito di Ulisse a continuare la festa che, appunto, non c’è. Cinquant’anni prima, senza effetti speciali, i pranzi dei pretendenti alla reggia rappresentati da Rossi davano tutt’altra idea di che cosa fosse davvero una festa degna di Trimalchione. Speriamo di non dover aspettare altri cinquant’anni per avere una lettura meno stilisticamente scadente delle vicende omeriche.

 

Marcello Aprile

Cerca la serie tv

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *