Il maresciallo Rocca

Il maresciallo Rocca

Il Maresciallo Rocca (1996-2005, cinque stagioni Raidue, poi Raiuno) è uno dei capostipiti del poliziesco popolare italiano contemporaneo, oltre che una popolarissima fiction degli anni Novanta (l’ultima puntata della prima stagione ha toccato il 50% di share: Buonanno 1997-98: 60). Per i dati generali completi si rinvia alla documentata scheda di Wikipedia.

La serie, ambientata in uno dei tanti luoghi della provincia italiana, Viterbo, è legata indissolubilmente alla figura carismatica di Gigi Proietti. La serie ha poi avuto una prosecuzione nel nuovo secolo. Per un ampio e rigoroso inquadramento di questa fiction nell’àmbito del nuovo poliziesco italiano cfr. Buonanno 1997-98, Buonanno 1999b e Buonanno-Solito 1997; cfr. anche la breve analisi dei dialoghi in Grassi 2007: 157-160. Caratteristica de Il Maresciallo Rocca (di cui considereremo l’episodio 5,6, del 2005), è la continua combinazione e mescolanza tra le linee orizzontali, la vita privata del protagonista, e le linee verticali, le diverse indagini che ne costellano la vita professionale. Non si tratta certo di una cifra narrativa nuova nella fiction di tipo poliziesco, ma sicuramente qui i due piani sono mescolati di continuo, dal momento che gli stessi personaggi appartenenti alla vita privata del protagonista sono coinvolti o si autocoinvolgono nelle indagini; per esempio, la fidanzata e futura moglie di Rocca, impersonata da Veronica Pivetti, si improvvisa non raramente investigatrice in erba (un lascito di Provaci ancora prof, nel frattempo andata in onda sulla tv di Stato) e i figli del maresciallo sono spesso coinvolti nelle vicende inquisitive o contribuiscono a portare avanti l’indagine (nell’episodio 5,6 la figlia Daniela indossa una collana che si scoprirà essere stata realizzata proprio dalla donna scomparsa, la prima vittima della setta satanica poi debellata al termine dell’episodio). 

Ci si muove in una situazione linguistica generalmente inquadrabile come tipica dell’uso medio con robusti innesti regionali: la veste linguistica sorregge pertanto in modo appropriato le finalità comunicative degli autori, tesi a creare, appunto, la figura di eroe mimetico – che non appare, né tiene ad apparire un leader –, di un buon padre, anche verso i figli “adottivi” (i suoi collaboratori), di un uomo capace di gesti di comune eroismo, con un senso del luogo che aiuta lo spettatore a sentirsi subito a casa [Buonanno 1997-98: 70-75]. Abbiamo così strutture impersonali realizzate in modo diverso dallo standard («Uno vorrebbe ricominciare»), la preferenza per il che interrogativo sia in proposizioni indirette («Sarà interesse suo sapere che fine ha fatto»), sia dirette («Che è ’sta possibilità?»), sebbene il congiuntivo sia quasi sempre conservato («Non voglio che si sparga la voce / che vengano fuori delle chiacchiere», «Si dice che la direttrice l’abbia vista che cercava di scassinare»; «Spero che la cosa le si risolva rapidamente»; «Voglio che lei sappia che questo per me è un caso particolare»; «Voglio pure che tu mi prometta»). Si possono tuttavia distinguere diversi livelli collocati ad altezze diafasicamente (e, anche se in misura minore, diastraticamente) differenti.

Seguendo una scala discendente, si può notare come il parlato del procuratore della Repubblica sia un po’ più ricercato di quello degli altri personaggi. Nelle battute che seguono notiamo una certa retorica, sottolineata anche dalla disposizione parallela dell’aggettivazione all’interno del periodo: «Chi ha commesso un’azione così insensata e crudele va immediatamente identificato e isolato»; l’uso piuttosto inusuale della subordinazione col gerundio «Essendo il prof. Aleppi morto noi siamo praticamente fuori strada»; una preferenza per gli incisi e per qualche termine tra il ricercato (plagiato) e il tecnico (maniacalità), ma si notino la concordanza a senso (con il complemento di specificazione) dell’aggettivo (un gruppo… plagiati) e del verbo (un gruppo … decidono): «Un gruppo di ex ragazzini dell’orfanotrofio / particolarmente plagiati dal prof. Aleppi / decidono di vendicarne la morte / anni dopo si rincontrano / nella loro maniacalità / mantenuta negli anni / decidono di formare una setta»; ancora un’aggettivazione non banale «Lo spettacolo non deve essere edificante», pur con qualche “concessione” alla sciatteria («Prima ovviamente certamente sì»), al generico («I particolari … le cose burocratiche»).

Ad un livello intermedio potremmo collocare il parlato degli altri personaggi, con qualche apertura ad uno stile meno sorvegliato nella comunicazione tra familiari e colleghi (soprattutto tra parigrado) e negli interrogatori.

Per la prima situazione esemplifichiamo da qualche dialogo tra Rocca e la fidanzata Francesca. Non mancano espressioni come paurona, gambone, bacetto, coso, strutture frammentate («Chi è quello lì che è passato») o meno sorvegliate («Adesso gli parlo», riferito a una donna), espressioni brillanti e non banali, anche iperboliche, «E che so’ diventato ’na lavatrice che non sanno dove mettermi», o figurate, «Quella sarà con l’orecchio appizzato alla porta», «Ho capito / ma non sono di legno». Per quanto riguarda gli interrogatori, si passa da una situazione mediamente formale (con impiego del pronome di cortesia lei), all’impiego di un lessico volutamente colloquiale (rompere, fare casino, avere qc. per le mani, essere sfottuto), e di strutture tipiche del parlato («Sono pronto a rischiare per tirargli fuori quello che sa», «Voi non lo sapete che gli fanno a quelli che stanno dentro per violenza», «Io conosco ’sti giochetti», «Prendevano roba e dicevano scemenze»), fino al turpiloquio («Se io lo tengo qua fino a quando non parla / questo figlio di puttana?»).

Esemplificano con una certa chiarezza i due diversi livelli appena descritti le battute che seguono, pronunciate di seguito, la prima (di notevole formalità) dal procuratore e la seconda (piuttosto informale) dal carabiniere Banti, nei riguardi dello stesso interlocutore (Rocca):

[Procuratore] Auguri di pronta guarigione

[Banti] Ci sentiamo marescià

Al limite di questa scala (qui soprattutto diastratica) segnaliamo l’uso, quasi criptico, del romanesco in questo scambio di battute tra due spacciatori:

[Primo spacciatore] Ahó / eccome / so’ arrivato / bella

[Secondo spacciatore] Bella fratè / come va?

[Primo spacciatore] Va / va …

[Secondo spacciatore] Tié / divertiti / eh

[rumori di sirene di sottofondo, uno dei due è catturato][Primo spacciatore] Ahó / me fai male

La colonna portante, come si è già potuto intuire, è in ogni caso l’italiano regionale del Lazio (la serie, come si diceva, è ambientata a Viterbo con attori romani), che contribuisce a caratterizzare, pur con qualche differenza unicamente quantitativa, tutti i personaggi.

Del romanesco sono le aferesi (’na maschera, ’na vita), le numerosissime apocopi sillabiche, soprattutto di voci verbali (, preoccupà, lavorà, socontinuà, stà, mandà, venì, , ), ma non solo (marescià, fraté), le forme pronominali senza chiusura te per ti («Non te preoccupà»), me per mi («Me raccomando»), ce per ci («Prima o poi ce tocca»), lo scempiamento della vibrante («Sto in carozza»), l’esclamazione-bandiera ammazza («Ammazza che posto!»).

Il “parlato” risulta nel complesso scarsamente progettato e offre allo spettatore l’impressione di una certa spontaneità, anche per l’ampia utilizzazione di segnali discorsivi (senti, allora, beh, ecc.), ripetizioni («No / no // non lo voglio sapé / non lo voglio sapé»), esitazioni (vabbè…, però…, ma questa è…), falsi cambi di turno («E questa?» «Questa ce l’aveva intorno al collo!»), ecc. Contribuiscono alla spontaneità dei dialoghi diverse strutture segmentate («Questa ce l’aveva intorno al collo»; «È uno che fa i conti su tutto», «Era ’na vita che aspettavo ’sto momento», «È stata la signorina Mariani a fare tutto questo casino», «La droga da chi la comprava?», «Lui insiste con la sua versione / di averlo trovato quello zaino», «E ’sta setta chi l’ha fatta?»), l’impiego in funzione enfatica del soggetto («Non posso mica continuà a dormire dentro l’ufficio col cane / io»), ridondanze pronominali («Ma quando ci torniamo a casa nostra»; «A me non mi viene in mente»), varie strutture a cornice o foderamenti («Quaranta giorni devo stà così / quaranta»), vari tipi di che polivalente (causale: «Papà non venì che è meglio»; temporale: «Si dice che la direttrice l’abbia vista che cercava di scassinare»).

Piuttosto scarsa la presenza di tecnicismi, sia quelli strettamente burocratici, sia quelli legati all’attività investigativa, per esempio nella descrizione della scena del delitto e della dinamica dell’omicidio («Dobbiamo ancora ispezionarla», «E presumibilmente può essere stato questo», «Circa venti colpi di arma da taglio»), ma non solo («Il caso Aleppi», «In prigione per stupro», «La colpisce con un corpo contundente / supponiamo con quel bastone»); piuttosto abbonda qualche frase fatta («Era la prova che cercavamo», «Sono piste tropo vaghe per poterle battere tutte»), come nel dialogo che segue:

[Maresciallo] Non credo / è un piccolo spacciatore / non andrebbe mai oltre

[Procuratore] C’è sempre una prima volta

mentre risulta per fortuna assente la tipica sequenza burocratica cognome-nome nel pronunciare il nome di imputati e testimoni (Bianca Mazzi, Stefania Banti, Marisa Melis, ecc.).

 

Debora De Fazio

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