Il giornalino di Gian Burrasca

Il giornalino di Gian Burrasca

Giannino Stoppani, detto dai calunniatori Gian Burrasca.
Io non sopporto questo soprannome di Gian Burrasca!
(Il giornalino di Gian Burrasca; 1, 1)

Lo sceneggiato televisivo Il giornalino di Gian Burrasca, diretto da Lina Wertmüller e trasmesso in otto puntate in prima serata dalla Rai tra il 19 dicembre 1964 e il 6 febbraio 1965, è tratto dall’omonimo romanzo scritto in forma diaristica da Vamba nel 1907 e pubblicato prima a puntate sul Giornalino della domenica e in volume nel 1911. Gli episodi in bianco e nero, destinati ad un target giovanile, furono seguiti da un pubblico molto vasto e appartenente ad ogni fascia d’età, grazie anche alla messa in onda di sabato sera; successivamente sono stati replicati nel 1973, nel 1982 e nel 2012 (sul canale digitale Rai5).

Le avventure di Giannino Stoppani, il protagonista interpretato da Rita Pavone, sono narrate per mezzo dell’alternanza tra le parti dialogate e quelle cantate dai personaggi che improvvisano semplici balletti nel salotto di casa, dando vita a quello che è stato definito un vero e proprio musical televisivo [De Blasio – Sorice 2004: 33].

Le musiche sono state composte da Nino Rota; Louis Bacalov si è occupato degli arrangiamenti e della direzione d’orchestra. Tra i motivi musicali lanciati dallo sceneggiato, particolare successo ha riscosso la canzone Viva la pappa col pomodoro, che ne costituisce la sigla di apertura. La canzone, cantata dalla Pavone, accompagna i titoli di testa, scritti con grafia infantile, che riportano l’elenco del personaggi e degli interpreti aggiornato di episodio in episodio, oltre all’indicazione Otto episodi musicali liberamente tratti dall’omonimo lavoro di Vamba edito da Bemporad-Marzocco di Firenze

Le vicende televisive di Giannino Stoppani seguono con notevole fedeltà l’antecedente letterario di Vamba e ne conservano la cronologia e gli errori di grammatica («Questo è il dottor Collalto e lo somiglia»), per rendere più realistica la scrittura da parte di un bambino di nove anni. In video sono riprodotti perfino i buffi disegni con i quali il ragazzo rappresenta le vittime dei suoi continui e ingegnosi scherzi. Rispetto al romanzo, in TV la famiglia Stoppani appare meno severa: soprattutto il personaggio della madre si distingue per la sua positività e per la tendenza a prendere le difese del figlio anche in occasione delle birbanterie più gravi.

La lettura del giornalino da parte di Giannino Stoppani seduto alla sua scrivania introduce ogni episodio: il protagonista narra le sue avventure dal proprio punto di vista, rivolgendosi direttamente alla telecamera e tenendo un dialogo ininterrotto con i telespettatori. I disegni con cui Gian Burrasca raffigura la sua famiglia sulle pagine del diario riproducono in modo stilizzato ma fedele le scene recitate dagli attori.

Casa Stoppani diventa in più occasioni un vero e proprio palcoscenico, facendo da sfondo ai momenti in cui i personaggi cantano e danzano.

Nel primo episodio, che si intitola Giannino comincia a far guai, il protagonista comincia a scrivere sul diario segreto che ha ricevuto in regalo per il suo nono compleanno gli scherzi che organizza alle spalle delle sorelle, le liti che si scatenano in famiglia e le inevitabili punizioni che lo attendono; alla fine di questa puntata, scappa di casa.

A partire dal secondo episodio, prima della sigla, una voce maschile fuoricampo riassume gli avvenimenti della puntata precedente, mentre scorrono alcuni fermo-immagine. All’inizio della puntata Girandola sul frac, Giannino giunge a casa della zia Bettina, dove ha deciso di rifugiarsi, ma ben presto viene riportato dal padre a casa, dove fervono i preparativi per il matrimonio tra la sorella Luisa e Collalto. Anche in questa occasione riuscirà a combinare disastri.

Il terzo episodio, Il piumino nell’occhio, vede Gian Burrasca alle prese con i giochi di magia in cui si cimenta da quando i genitori lo hanno portato a vedere i numeri di un prestigiatore; le conseguenze saranno, ancora una volta, catastrofiche.

Nell’episodio Razzi nel caminetto, il quarto della serie, il protagonista coinvolge nei suoi scherzi anche i compagni di classe e i professori. Allo stesso tempo, i familiari organizzano a sua insaputa il matrimonio tra la sorella Virginia e l’avvocato Maralli, ma, nonostante ciò, Giannino riesce a creare trambusto durante il rinfresco in casa.

Nel quinto episodio (Giannino in casa Collalto), Gian Burrasca si reca a Roma a far visita alla sorella Luisa e a Collalto, mentre nel sesto si trova in casa Maralli (Giannino in casa Maralli): dopo una lunga serie di scherzi e marachelle, la famiglia decide di mandarlo in collegio.

Nel settimo episodio, Giannino in collegio, cambiano i bersagli degli scherzi, ma non la condotta del ragazzo, che continua ad essere punito dagli insegnanti, dal direttore e dalla direttrice.

Nell’ottava e ultima puntata, intitolata Addio giornalino, Gian Burrasca torna a casa, promettendo di rigare dritto, e smette di scrivere le sue avventure sul diario segreto.

Nei panni del protagonista principale appare la già citata Rita Pavone, che proprio negli anni Sessanta cominciava a farsi conoscere come cantante di musica leggera; il babbo e la mamma sono interpretati da Ivo Garrani e da Valeria Valeri; Elsa Merlini è la zia Bettina. Nelle vesti delle tre sorelle maggiori compaiono Milena Vukotic (Virginia), Pierpaola Bicchi (Luisa) e Alida Cappellini (Ada). Arnoldo Foà e Paolo Ferrari prestano il volto rispettivamente all’avvocato Maralli e al dottor Collalto. In collegio, il direttore e la direttrice, marito e moglie, sono interpretati da Sergio Tofano e Bice Valori.

La lingua di Gian Burrasca è fortemente marcata a livello diatopico e bene evidenzia l’ambientazione toscana delle vicende: i personaggi, infatti, riproducono i più frequenti e tipici fenomeni del parlato regionale toscano, sia fonetici, come la cosiddetta gorgia, anche in posizione fonosintattica («Hai hapito Ninni?», «Andiamo a hasa», «Arriva […] assieme a hodesto honticino»), e la conservazione di o aperta in sillaba libera al posto della dittongazione in uo («Quel sant’omo del tu’ babbo»), oltre agli abbondanti fenomeni di elisione («La fortuna d’avere delle sorelle simpatiche»,  «Hanno sempre un sacco d’attenzione da parte dei giovanotti», «M’era andato tutto bene») e troncamento («Non voglio far sfigurar nessuno io», «Chissà quante te ne han fatte passare», «Son diventate verdi dalla bile»), sia morfologici, come la posposizione del pronome di seconda persona singolare tu al che interrogativo e al come esclamativo («Che tu vuoi?», «Come tu sei noioso!»), la presenza di un introduttore nelle proposizioni interrogative dirette («O che tu fai?», «O che tu dici?»), l’uso dei pronomi proclitici maschile gli e femminile la Gli è un ballo ardito», «La mi pare proprio una cosa incredibile»), anche con valore di neutro («La Luisa […] la ci è rimasta male che non si sia potuto fare un fidanzamento ufficiale. Una ragazza la ci tiene»), la ricorrenza delle forme abbreviate degli aggettivi possessivi in posizione proclitica («Alle tu’ figliole e alla tu’ moglie»), l’impiego delle forme composte della prima e della seconda persona del plurale («Quando le cose le dite voialtri va bene», «Pensateci voialtre alla cena dell’avvocato»), la conservazione dell’aggettivo dimostrativo codestoCodesto conticino») e l’adeguamento della prima persona singolare del presente del verbo andare alla coniugazione di stare e dare, con la conseguente diffusione di vo al posto di vado  («Ci vo sempre di mezzo io», «Ora vo a prendere la forbicina»). Anche il lessico rispecchia la connotazione regionale del parlato dello sceneggiato con l’uso di termini quali babbo, ciuco, giuoco, birbantate, acciderba, corbezzoli, ed è massiccio l’uso di ipocoristici nei nomi propri dei personaggi (Giannino, Pietrino, Geppina, Carluccio) e di alterati (figlioline, babbino, babbolino, orologino, frugolino, capellacci, vecchiaccia, angoletto, impiegatuccio, zitellona).

La connotazione diatopica si avverte anche nel parlato dell’unico personaggio meridionale, il signor Luigi: le sue battute presentano i tratti più comuni e fortemente caratterizzanti del napoletano, come il passaggio da s a š nei gruppi consonantici sp, st e sk in posizione sia iniziale che centrale («Io cercai di šposarmela subito», «Ci si šcriveva per ore ed or», «È una cosa faštidiosa»), la perdita della consonante iniziale dell’articolo determinativo (o’ sale, o’ pepe), la forma aggia per la prima persona del presente indicativo del verbo avere  e la caduta della desinenza dell’infinito dei verbi di tutte le coniugazioni («Comm’aggia fa?»).

I dialoghi si distinguono per l’abbondanza di proverbi, modi di dire e frasi fatte («Mi volete far uscire dai gangheri?», «Hanno fatto il diavolo a quattro!», «Tirate sempre in ballo Giannino!», «Impiegatuccio da strapazzo», «Impiegatuccio da quattro soldi», «Ambasciator non porta pena», «Che Dio ce la mandi buona!», «Verde dalla rabbia», «Son diventate verdi dalla bile», «Ha tagliato la corda», «La notte porta consigli», «Il suo figliolo ha la pelle dura!») e per l’elevatissimo numero di figure retoriche, quali metafore («Sono colombi, si sa, tubano!», «Sono uno zucchero», «Sono due cuor che si apprestano a vivere la bella favola del loro amor»), similitudini («Un naso che sembra un ferro da stiro», «Sono scappato via lasciandolo come un baccalà», «Due baffetti all’insù che paiono né più né meno due virgole»), catafore («Non voglio far sfigurar nessuno io», «Sono un piccolo incompreso io», «Potrei declamare una poesia io»), anafore («Cattivi cattivi cattivi!», «Che barba che barba e che barba!», «Ma ti pare giusto mandarmi a letto senza cena? Ma ti pare possibile trattare così, in questo modo, un ragazzo della mia età?»), sineddochi («Sotto il mio tetto»), chiasmi («L’importante è sapere che il mio cuore appartiene a te e il tuo cuore appartiene a me», «I figli sono gioie e dolori! / Più dolori che gioie!»), e climax ascendenti («Mi vuoi bene? / Tanto. / Ma tanto quanto? / Tanto tanto. / Ma tanto quanto? / Tanto tanto tanto», «E strilli e urli e svenimenti»).

Tra i fenomeni di enfasi si notano numerose dislocazioni a sinistra («Il marito me lo devo ancora trovare», «I giovanotti li devo conoscere», «Io la scena me l’ero immaginata tutta in un altro modo»), alcune a destra («Ma quando le pensate queste birbantate?», «Ci vo sempre di mezzo io»), qualche frase scissa («Non siete voi che mi dite sempre di dire la verità?», «Chi è che ha preso le mie fotografie?») e struttura a cornice («Sono proprio contento che la signorina Ada sa cucinare, sono proprio contento»).

Molto abbondante risulta la ridondanza pronominale nel complemento di termine («Non gli vuoi bene al babbo tu?», «A me la mi pare proprio una cosa incredibile») e in quello di specificazione («Ma che colpa ne avevo io di tutto questo?», «Non me ne importa niente della coperta»), talvolta entrambi in un’unica frase («Io a te e al babbo ve ne voglio tanto di bene»).

Ricorrono, ancora, la particella ci in unione con i verbi essere («La Luisa la ci è rimasta male»), avere («Ma se sono disgrazie, che colpa c’ho io?») e entrare («Ma che c’entro io?»), il che polivalente causale («Vieni qua che voglio salutarti!», «Vai via, per carità, che sono così raffreddata!», «Non si preoccupino, che in questa casa non ci resto un secondo di più!»), il che in funzione di aggettivo interrogativo al posto di quale («Ma questo signor Ferdinando che fine ha fatto?», «Ma che colpa ne avevo io di tutto questo?»),  l’onnipresente che esclamativo («Accidenti che scampanellata!», «Ma che bella festa!», «Che orrore!», «Che figura!», «Che coppia splendida!», «Che passione!», «Che emozione!»), l’avverbio allora con valore riassuntivo che introduce domande o affermazioni («Allora, se sei tanto brava, perché non fai mai la torta di mele?», «Allora che cosa mi racconta della situazione?»), l’articolo determinativo davanti ai nomi propri di persona («L’Ada», «La Virginia», «La Luisa»), anche nei casi obliqui («Alla Luisa»).

Per quanto riguarda l’uso verbale, si riscontra la presenza di parecchie costruzioni riflessive apparenti o di affetto («La Luisa che mi si sposa di fretta», «Giannino che mi scappa di casa», «Mi si mette a piagnucolare», «Ora mi si marita pure l’altra sorella»).

Le canzoni intonate dai protagonisti si rivelano una prosecuzione in musica dei dialoghi e sono costruite per lo più sugli schemi metrici della rima baciata («Dell’avvocato Maralli mi sono innamorata / sarò sua fidanzata / mi son sistemata»; «La mia sposa è una cosa deliziosa / è amorosa ed affettuosa») e della rima alternata («Io mi sento imbarazzato / Avvocato, ma cos’ha? / Son ferito, coricato / Avvocato, cosa fa?»).

 

Francesca Sammarco

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