Il Capo dei Capi

“Qui lo Stato sono io!” (Totò u Curtu)

Il Capo dei Capi è una miniserie televisiva, tratta dall’omonimo libro scritto dai giornalisti Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo (Mondadori, Bur), diretta da Alexis Sweet ed Enzo Monteleone, andata in onda in prima serata per Mediaset, su Canale 5, tra ottobre e novembre 2007. La serie si pone come obiettivo quello di ripercorrere, in sei puntate da 90 minuti ciascuna, la lunga e sanguinaria carriera criminale del boss dei boss Salvatore (Totò) Riina. Presenta al suo interno gli intrighi politici, gli accordi Stato – Mafia, la vita di Totò u Curtu, così definito per la sua statura bassa, e la sua spietata guerra alla legge, al potere, alla giustizia e a chiunque ostacolasse la sua scalata al dominio.

Nato e cresciuto in povertà nella Sicilia profonda, Salvatore Riina, dopo la tragica morte del padre e del fratello, diverrà l’uomo di casa. Stanco di vivere in miseria, Totò, assieme ai fedelissimi amici Bernardo (detto Binnu) Provenzano, Luciano Maino, Calogero Bagarella e Biagio Schirò, diverrà picciotto del bandito Luciano Liggio, uomo del boss di Corleone Michele Navarra. Dopo l’arresto per omicidio di Totò, Biagio intraprenderà la via dello studio, per poi arruolarsi in polizia e divenire uomo di legge. Bagarella, Maino e Provenzano, invece, una volta scarcerato Totò, costituiranno assieme a Liggio una sanguinaria banda pronta a muovere guerra a Navarra e a diventare i padroni di Corleone. Ma, una volta conquistata col sangue Corleone, Riina non è soddisfatto e vuole espandere il proprio dominio sino a Palermo. Il clan corleonese, per aggiudicarsi il rispetto delle altre famiglie mafiose, dovrà dimostrare il suo coraggio e la sua affidabilità. Una volta entrati in Commissione (mafiosa, s’intende), i corleonesi stringeranno potenti alleanze e Riina ne approfitterà per espandere il proprio impero ricorrendo alla strategia dello scoraggiamento, della tensione, delle stragi. Riuscirà, con astuzia ed efferatezza, ad aggiudicarsi il rispetto dei capi mafia, tra i quali spargerà sangue e disaccordi, così da poter, infine, primeggiare e divenire il Capo dei Capi.
Nella serie non vengono meno le relazioni amorose dei protagonisti, sia del boss Riina che della fittizia figura antagonista Biagio Schirò, ossessionato da Totò e determinato a sgominare l’impero mafioso, costituito dai suoi ex amici e concittadini, con l’aiuto di uomini di legge, della sfera politica, delle forze dell’ordine.
Il Capo dei Capi ripercorre un triste spaccato della realtà che ha visto per decenni la Mafia spadroneggiare grazie ai suoi saldi legami con il potere e alla paura dei più. Omertà, corruzione, stragi, sangue, tradimenti. Tutto questo è parte del Capo dei Capi, serie a tratti sin troppo sanguinaria per essere un prodotto destinato alla prima serata di una televisione generalista come Mediaset.
Non mancano personaggi inventati, come il già citato Schirò o il pentito Maino, certamente utili a richiamare altre figure realmente esistite, ma più attinenti al reale svolgimento dei fatti e meno romanzate.
Le puntate si suddividono equamente, raccontando nelle prime la sfida lanciata da Riina agli altri membri di Cosa Nostra per poi, una volta raggiunta la cosiddetta Cupola, passare alla sfida verso lo Stato: bombe, stragi, sparizioni volute da un uomo ormai convinto di essere invincibile e intoccabile.
Dopo le uccisioni dei magistrati Falcone e Borsellino, nel lontano 1992, ci sarà, finalmente, la sua cattura. Un evento ancora ricco di misteri e segreti. Una triste pagina del nostro Paese che non può e non deve essere dimenticata.

Totò Riina (un bravissimo Claudio Gioè), protagonista della serie, è il Capo dei Capi, appunto. Nato e cresciuto in miseria, vittima della fame, vedrà morire il padre e il fratello più piccolo sotto i suoi occhi. Da quel momento, l’uomo di casa sarà lui. Dotato di sangue freddo, determinato, vendicativo e, soprattutto, bramoso di denaro e potere, presto il giovane Totò si dedicherà alle prime attività illecite. Dopo una lunga detenzione per omicidio, verrà scarcerato. Forte dell’appoggio dei suoi fedelissimi compagni, Totò diverrà presto la mente e il braccio armato della nuova mala corleonese, spalleggiato da Luciano Liggio. Riina, presto, desidererà espandersi sempre più, sfidando chiunque e non ammettendo rivali e concorrenza. Dopo aver eliminato il boss Navarra ed essere diventati i padroni di Corleone, i giovanissimi Totò, Binnu, Luciano Maino e Calogero Bagarella cercheranno in tutti i modi, e con ogni mezzo, di conquistare Palermo, la Sicilia e l’Italia.
Nello sceneggiato, Totò ha un antagonista fittizio, Biagio Schirò, una volta facente parte del clan criminale e poi arruolatosi in polizia. Ha anche una donna, che poi diverrà sua moglie, Ninetta Bagarella, sorella di Calogero. Ninetta, pur non intromettendosi mai negli affari del marito, conosce il suo modo di agire e di pensare. Lo ama alla follia e condividerà con lui tutto: vita, famiglia, tetto, lussi, latitanze, prigione. Al contempo, Totò ama Ninetta e i suoi figli, pur non mostrando alcuno scrupolo quando a morire debbono essere, per ordine suo, padri di famiglia o figli.
Semianalfabeta, Totò farà carriera in ambito criminale, eliminando chiunque possa ostacolare il suo percorso, accaparrandosi la fiducia dei capi famiglia mafiosi, di alte cariche della politica e dimostrando di essere pronto a sfidare anche lo Stato. Verrà, infine, arrestato in seguito alla cattura di Balduccio Di Maggio, un suo soldato, che deciderà di collaborare e porre fine all’impero di Riina. Totò Riina si presenta autoritario, più volte ribadisce che il sistema democratico non è utile, ricopre il ruolo di leader e decide per tutti. Un vero boss, insomma.
Bernardo Provenzano (Salvatore Lazzaro) è compagno fedelissimo di Totò. Vive con lui e la sua famiglia ed è complice di tutte le stragi e le azioni del numero 1. Non lo tradirà mai, ma arriverà a non condividerne le gesta sul finire della serie, quando a decidere non sarà più il clan ma soltanto Riina, che stabilirà che non vi sono più accordi in corso con nessuno e che lo Stato dovrà trattare direttamente con lui.
Calogero Bagarella (Marco Leonardi), oltre ad essere fedelissimo di Riina, diverrà suo cognato. Istintivo, spietato e sanguinario, perderà la vita in un conflitto a fuoco durante un agguato al boss Michele Cavataio.
Luciano Liggio (Claudio Castrogiovanni), inizialmente uomo d’onore del dott. Navarra, recluterà Totò e gli altri ragazzi introducendoli alla malavita. Desideroso di espandersi e fiducioso nelle potenzialità dei suoi soldati, Liggio si convincerà ad eliminare tutti gli uomini di Navarra e lo stesso boss dopo aver subito un feroce agguato. Farà capo al clan dei corleonesi all’interno della Commissione, quando non sarà a Milano per affari o in galera. Verrà comunque messo al margine da Riina, che arriverà ad ordinarne addirittura la morte.
Luciano Maino (Paolo Ricca), per amore di una donna e fiducioso nella legge, deciderà di pentirsi confessando tutti i reati commessi da lui e dalla sua banda. Ma le minacce mosse da Riina ai giudici gli garantiranno di essere scagionato dalle accuse e Maino, disperato, s’impiccherà prima che siano i suoi ex compagni ad ammazzarlo.
Biagio Schirò (Daniele Liotti), dopo aver conosciuto e seguito le orme di Totò, deciderà di arruolarsi in polizia. Ha un forte senso del dovere e, conoscendo bene i corleonesi, si affiancherà a tutti gli uomini e agli organi di legge per cercare di porre fine all’escalation mafiosa. Schirò non è un corrotto, come molti altri, e rischierà più volte la vita. Metterà anche a repentaglio quella della sua famiglia, composta dalla sua amatissima moglie Teresa e da suo figlio Antonio. Darà la caccia a Totò e i suoi compagni sino all’ultimo. Quello di Schirò è un personaggio assolutamente inventato. È l’eterno rivale di Riina e rappresenta il lato buono e onesto di Corleone e della Sicilia. Lavorerà al fianco di grandi uomini quali Borsellino, Falcone e Dalla Chiesa. Rimasto ferito in un conflitto a fuoco con gli uomini di Riina, resterà con la deambulazione stabilmente compromessa.
Leoluca Bagarella (Francesco Scianna) è il fratello di Ninetta e Calogero. Cresciuto, dopo la morte del fratello maggiore, dalla sorella e dallo zio Totò, diverrà un killer spietato e sanguinario. Vivrà a stretto contatto con Riina e Provenzano e sarà autore di orribili delitti.
Seguono tantissimi altri protagonisti e personaggi secondari e marginali.

Sigla. La sigla, eccezion fatta per la prima puntata, è sempre preceduta da una sorta di resoconto del filo conduttore della serie, narrato da una voce fuori campo. La durata variabile di questi frammenti non permette alla sigla di avere una collocazione definita all’interno della struttura dell’episodio.
La puntata si apre con sfondo nero e caratteri bianchi che compongono il titolo della serie, caratterizzato da una linea rossa di sfondo, a richiamare il sangue che nei sei episodi scorre a fiumi. In sottofondo, il tema musicale tipicamente siculo rimane invariato. I titoli di presentazione seguono il logo, comparendo in sovrimpressione sulle prime sequenze di ciascun episodio.

La puntata si apre spesso in sordina, ma non è raro neppure trovarsi nel pieno dell’azione. Ogni episodio è colmo di omicidi, inseguimenti, indagini, stragi. I richiami alla reale vicenda sono costanti, ma non mancano le parti romanzate. Ciascun episodio si conclude con un cliffhanger, che trova poi risposta nel successivo. La regia si distingue soprattutto nelle inquadrature: non mancano i campi lunghi, che con la sola ripresa del bellissimo paesaggio siciliano contribuiscono a rendere quest’opera degna di nota. I dialoghi vengono ripresi spesso in primo piano. La sceneggiatura merita certamente una menzione particolare per l’abilità degli autori (Stefano Bises, Claudio Fava, Domenico Starnone) nel trasformare qualsiasi sequenza, anche la più pacata, in un momento memorabile, reso tale da un ricorso al linguaggio prettamente malavitoso, atto a descrivere il modus operandi del mafioso.

La serie Il Capo dei Capi può essere catalogata come drammatica/gangster. I dialoghi, soprattutto nei primi 3 episodi, rivestono un ruolo fondamentale. L’azione, infatti, è sempre preceduta da lunghe conversazioni atte a motivare o spiegare il perché delle decisioni messe in atto; in alcuni casi, come nell’episodio 5, i monologhi di Riina sono sufficienti a spiegare tutto.
Le scelte linguistiche sono azzeccate. Lo sceneggiato si muove tra Palermo, Corleone e Roma. Ciascun luogo viene descritto allo spettatore attraverso semplici didascalie che compaiono in basso e attraverso la ripresa di luoghi caratteristici di ciascuna città.
L’intero lavoro è caratterizzato dall’italiano regionale siciliano, facilmente comprensibile e realistico: non vi è certo bisogno dei sottotitoli (Gomorra di Sollima è ancora lontana). Qualche forma bandiera del siciliano contribuisce a caratterizzare l’impasto: “Quaranta miliardi sono un sacco di pìccioli”, “Salutamu, picciotti!”, “Ci scassa la minchia”, “Per quale minchia di motivo bisogna pagare”; al limite, qualche costrutto bandiera dell’italiano regionale, come in “Può fare come ci pare a lui”, “Che ora tutti mafiosi siamo” (con il verbo alla fine), “‘Sto cornutazzo dello sceriffo”, “Ci ha da essere uno, uno capace di […]”, “‘O sentiste?” (con il passato remoto al posto del passato prossimo), “Devi solo cangiare abitudini”, “Noi ci abbiamo le banche, a Sindona” (con l’accusativo preposizionale). Al limite, il siciliano entra in frasi in cui le corrispondenze fonetiche con l’italiano non pongono alcun problema di traduzione, come “Ca puru chista… diventerà cchiù preziosa dell’oru”. “Chista è la democrazia… ‘u parlare!”.
Non resta che aggiungere che tutti i personaggi sono poi contraddistinti da soprannomi, diminutivi o titoli.

 

Nico Parente

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