I vecchi e i giovani

I vecchi e i giovani

Ed io ora me ne sto qui da trentatré anni, rinchiuso nel mio feudo, come il papa in Vaticano, per non riconoscere la monarchia dei Savoia che ci ha conquistati con violenza e con frode. (I vecchi e i giovani; 1, 1)

Lo sceneggiato televisivo I vecchi e i giovani, trasmesso in cinque puntate sul secondo canale Rai dal 6 aprile al 4 maggio 1979, è liberamente tratto dall’omonimo romanzo pirandelliano, del quale la riduzione elaborata dallo stesso regista Marco Leto e dallo scrittore Renzo Rosso rievoca le atmosfere per mezzo della solennità dei dialoghi e delle figure dei protagonisti.

I personaggi si muovono sul set come se fossero sul palcoscenico di un teatro, scandiscono le parole, come a voler imprimere nella mente il significato denso che Pirandello ha voluto attribuire agli eventi ambientati nella Sicilia postunitaria, nella quale si confrontano gli ideali falliti di due diverse generazioni, quella dei vecchi e quella dei giovani, appunto.

Questa coproduzione italo-francese per Filmalpha costituisce un punto di svolta nella programmazione RAI, grazie all’introduzione delle riprese in esterni (finora piuttosto rare per gli sceneggiati televisivi della paleo televisione) e del colore.

La colonna sonora è opera del compositore italiano Egisto Macchi.

Fedele ai contenuti del suo antecedente letterario, I vecchi e i giovani narra le vicende della Sicilia dei Fasci del 1893, evidenziandone le lotte di classe che hanno opposto la classe dirigente ai clericali e portando in scena non tanto i singoli personaggi, quanto i gruppi ai quali essi fanno capo, durante l’intricato momento storico di cui sono protagonisti.

Uomini come il principe don Ippolito di Colimbetra, fedele suddito borbonico, don Flaminio Salvo, esponente della nuova borghesia capitalista, Roberto Auriti, celebre garibaldino dall’esistenza ormai insignificante, il giovane principe Gerlando di Colimbetra, sostenitore di idee nuove e perciò esiliato, ben esprimono non solo il contrasto tra concezioni diverse della società, della politica e della storia, ma anche il conflitto generazionale tra coloro che hanno combattuto per realizzare l’Unità del Paese e considerano ormai perduti gli ideali risorgimentali e coloro che non tollerano l’atteggiamento conservatorista dei loro padri.

Il cast è costituito da nomi di fama internazionale, attori che alla fine degli anni Settanta vantavano un nutrito curriculum cinematografico e televisivo.

A prestare il volto ad Aurelio Costa è Bekim Fehmiu, interprete del celeberrimo Ulisse dello sceneggiato diretto da Franco Rossi nel 1968; nel ruolo di Flaminio Salvo figura Gabriele Ferzetti; nei panni di Ippolito Laurentano troviamo Alain Cuny; nelle vesti di Ignazio Capolino compare Stefano Satta Flores.

La lingua dei personaggi abbonda di figure retoriche, spesso concentrate all’interno di uno stesso lungo periodo, come similitudini («Imperversa dappertutto questo vento violento di ribellione. Lo chiamano Socialismo. Io lo vedo come un serpente, perché sa incantare e i deboli cedono alle sue lusinghe», «Ed io ora me ne sto qui da trentatré anni rinchiuso nel mio feudo, come il Papa in Vaticano», «A me pare un calabrone»), metafore («Bisogna salvare il gregge»), anafore («Correte, correte, correte», «La pazienza! La pazienza è il segreto!», «I vostri dolori, le vostre miserie, le vostre speranze»), poliptoti non solo temporali («Io le feci una proposta che ritenevo e ritengo assai interessante», «Non lo so. Non saprei», «Ringraziate Dio se parlo con voi, perché con voi non dovrei neanche parlare», «Hanno aspettato che crollassi. E lo aspettano ancora», «Ho dato la mia parola, il mio impegno»), anadiplosi («La scorta, almeno. La scorta al carbone»), chiasmi («Colui che ha dato la Sicilia all’Italia e l’Italia alla Sicilia»), e strutture binarie («Ho dato la mia parola, il mio impegno», «Ad ogni colpo, ad ogni fragilità hanno aspettato che crollassi»), e ternarie («Dicono che sia il padrone di Girgenti perché ho la banca, le miniere e le terre», «Conosco i vostri dolori, le vostre miserie, le vostre speranze», «Qui è Medioevo, superstizione, ignoranza»), fino all’accumulo («Questi puntano al disordine, alla violenza, alla disgregazione dello Stato, fomentano le popolazioni, gli operai», «Ora da anni intorno a me io vedo solo un immenso mercato di idee, di false proposte, di false celebrazioni, e carriere senza merito, e favori, e speculazioni»), con coordinazione sia per asindeto, sia per polisindeto, quando il discorso, in particolare durante i comizi elettorali, diventa più incalzante.

Anche i fenomeni di enfasi sono frequentissimi e utilizzati dai personaggi principali soprattutto per evidenziare, anche per mezzo delle parole, la propria autorità sociale e politica: dislocazioni a sinistra («Qualche simpatia forse la gode», «Ma insegnarle qualcosa forse lo può», «L’idea del riscatto siamo ancora in molti ad averla»), dislocazioni a destra («Che c’entro io con i ricchi?», «Quanta poca è la libertà di cui disponiamo»), focalizzazioni («L’Auriti hanno scelto»), frasi scisse («È da queste mie terre e case che traggo le già scarse prove della mia perplessa esistenza», «È a lei che io spero che l’aria salubre faccia bene», «È Roberto che deve sostenere il duello?»), anacoluti («Quell’idea, Eccellenza, non c’è uomo che non se la trovi davanti», «Ma lei, signora Capolino, quando li vedrà potrò condurla io a visitarli, se lei crede», «Roberto è così che volete combatterlo?», qui in combinazione con una frase scissa).

Dal punto di vista morfologico, il parlato dello sceneggiato presenta le forme luiLui ha i risultati») e leiLei si vede già a Roma») in funzione di soggetto per il singolare, in sostituzione di egli ed ella; invece per il plurale coesistono le forme loroLoro vengono in chiesa») ed essiEssi hanno il massimo rispetto per i suoi pensieri»). Gli dativale appare di tanto in tanto col valore di a loro («Lei dovrà fargli capire che non c’è nessuna intenzione da parte nostra di imporgliele»).

LeiLei studia sempre!») e VoiVoi non vi ricordate», «vostro fratello») si alternano nell’uso dei pronomi allocutivi di cortesia, con qualche rara e più formale occorrenza di Loro («Se lor signori volessero avere la compiacenza di aspettare fuori un momento»).

I dimostrativi questo e quello ricorrono spesso nelle forme rafforzate da qui («C’è qualche differenza tra voi garibaldini e questi qui») e Quello , invece, è Edoardo»).

Si segnala, infine, una ridondanza pronominale molto forte nei complementi di termine («Io gli ho scritto a mio figlio») e di specificazione («Sono anni che non ne ho più di vestiti buoni»), fenomeno tipico del parlato popolare e colloquiale, ma frequente anche nelle battute piene di rimpianto pronunciate da Roberto Auriti («Che cosa ne è stato dei nostri ideali?»).

Il che polivalente appare come unione tra le due parti delle frasi scisse («È a lui che devo i miei studi e la mia laurea») e come sostitutivo di congiunzioni finali o consecutive o causali («Venga che le presento il principe», «E lavati che sei sporca!»).

Che, inoltre, compare in funzione di aggettivo interrogativo al posto di qualeChe probabilità di vittoria può avere uno come l’Auriti?») ed è frequentissimo in apertura delle frasi esclamative («Che donna straordinaria!», «Che miracolo!»)

Le proposizioni interrogative dirette e indirette sono introdotte indifferentemente da che cosaChe cosa porti?»), cosaCosa è venuto a chiedermi, Monsignore?», «Vediamo il governo cosa fa») e cheChe si vede?»). Talvolta le interrogative sono aperte dall’avverbio allora con valore riassuntivo («E allora, che cosa mi racconta?»).

Per quanto riguarda l’uso dei modi verbali, il fenomeno più evidente è la totale conservazione del congiuntivo nelle proposizioni dipendenti da verbi che esprimono un’opinione («Credo che stia meditando di risposarsi», «Mi pare che non ci sia niente di cui preoccuparsi») o che riportano delle affermazioni («Dicono che mio figlio Lando viva a Roma», «Dicono che sia il padrone di Girgenti»).

Dal punto di vista lessicale, la lingua dello sceneggiato contempla usi connotati in diatopia (per es. sghei, piccioli, minchionerie), e in diafasia, con le formule in latino pronunciate dal Monsignore durante la benedizione o i solenni discorsi politici declamati durante la campagna elettorale («Ci battemmo fin da fanciulli lasciando il focolare degli avi per l’esilio, scegliemmo la dura disciplina del dovere che ci portò lontano dalla terra natia, dal legame degli affetti che qui ci tratteneva indissolubilmente», «nella fatal Novara», «l’italianissima Trieste», esempi tratti tutti dal comizio di Roberto Auriti) e l’impiego eccessivo di sostantivi e aggettivi alterati da parte di donna Adelaide Laurentano, che appare, così, ridicola e inadatta alla situazione di cui è protagonista (momentino, tesoruccio, soldatini, piccoletta).

Le frequenti esclamazioni modellate sulla forma di brevi sentenze, e accompagnate dalla gestualità dei personaggi, tendono ad accentuare la teatralità del testo recitato («La pazienza è il segreto!», «Ah, tutto questo non fu invano!», «Così è la vita!», «La terra è di chi la lavora!»).

A livello diastratico, sono da segnalare le battute in dialetto siciliano affidate alla bocca della gente del popolo, che riportano i fenomeni più tipici dei dialetti meridionali estremi, come la collocazione del verbo alla fine della frase, l’uso prevalentemente al passato dei tempi verbali, il ricorso a ca come avverbio di luogo [Rohlfs 1969, § 893] al posto di qua («È ca che si spartiscono i terreni…»), e come congiunzione [Rohlfs 1968, § 486] al posto di che («Mi disse ca…»), la pronuncia cacuminale dei nessi –ll– e –tr– [Rohlfs 1966, § 234 e 260].

 

Francesca Sammarco

Cerca la serie tv

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *