I racconti del maresciallo

I racconti del maresciallo

Sono un maresciallo dei carabinieri, ma sono un uomo anch’io. (I racconti del maresciallo; 1, 1)

Lo sceneggiato televisivo I racconti del maresciallo, trasmesso in sei puntate in bianco e nero dal Secondo canale Rai fra il 12 gennaio e il 23 febbraio 1968 e prodotto da Ultra Film, è tratto dall’omonima opera di Mario Soldati che introduce nella letteratura italiana il genere del giallo poliziesco, ancora privo di forti scene d’azione. Lo stesso autore, oltre ad aver coadiuvato Romildo Craveri e Carlo Musso Susa nella redazione della sceneggiatura e Mario Landi nella direzione della regia, compare in tutti gli episodi, conservando le proprie vesti, al fianco del protagonista Gigi Arnaudi, interpretato da Turi Ferro.

La colonna sonora è stata curata da Stelvio Cipriani per le Edizioni Musicali CAM; la canzone contenuta nella sigla di chiusura è interpretata da Maurizio Graf.

Le storie narrate da Soldati ruotano attorno alla figura del maresciallo dei carabinieri Gigi Arnaudi, personaggio di fantasia di origini piemontesi che, nella versione televisiva, diverrà un siciliano trapiantato al Nord ormai da diversi anni. Le vicende sono ambientate in una località non precisata della Padania e vedono il maresciallo Arnaudi impegnato a condurre le indagini investigative che sistematicamente riferisce all’amico Soldati, delineando alcuni degli episodi salienti della sua carriera, condotta con estremo rispetto della legge, nonostante il forte coinvolgimento nelle vicende, e tracciando un’immagine di sé molto lontana da quella dell’eroe, ma ricca di grande umanità.

Le sei puntate trasmesse nella trasposizione televisiva sono nell’ordine Il mio amico Gigi, I bei denti del sciur Dino, Il sospetto, Il berretto di cuoio, I ravanin, Cuori semplici (a partire dal secondo episodio, i titoli riprendono di fatto quelli dei racconti originali).

La prima puntata è introdotta dalla voce narrante di Mario Soldati che presenta il ruolo del maresciallo Gigi Arnaudi con la frase «Da un secolo e mezzo il carabiniere fa parte del paesaggio italiano. È una figura caratteristica insostituibile»; dopo la sigla, la voce fuori campo di Soldati, che interagisce simpaticamente con il maresciallo, mostra gli ambienti della caserma dei carabinieri in cui lavora Arnaudi e le strumentazioni utili alla conduzione dei casi.

La conversazione tra Gigi e Soldati verte costantemente sul racconto e il commento di piccoli episodi di malaffare o di storie più delicate che il maresciallo tratta sempre con grande rispetto e discrezione, omettendo, se necessario, i nomi dei protagonisti. Gli spunti di riflessione abbondano sia che si tratti di vicende poco rilevanti dal punto di vista penale, sia nel caso in cui ci sia in gioco la vita delle persone. Non mancano, dunque, i flashback che riconducono la narrazione all’epoca dello svolgimento dei fatti. I primi piani sui volti dei protagonisti ne rendono più intensi gli stati d’animo e le reazioni. Le ambientazioni più frequenti risultano, oltre alla caserma, bar e trattorie dell’imprecisata città in cui si muovono i personaggi.

I personaggi principali che compaiono regolarmente in ogni puntata sono il maresciallo Gigi Arnaudi e Mario Soldati nel suo stesso ruolo, ascoltatore attento dei piccoli episodi di malaffare e delle vicende che si intrecciano nei dintorni della caserma dei carabinieri. Tra gli interpreti secondari troviamo Marina Lando, nei panni della signora Arnaudi, Giulio Maculani, il guardiacaccia presente in due puntate e l’appuntato Bastiano al quale dà il volto Tuccio Musumeci.

L’italiano parlato dai personaggi è generalmente privo dei tratti diatopici che caratterizzano l’ambientazione piemontese delle storie narrate; solo poche figure secondarie rivelano alcuni tratti, quali la particella neh in posizione finale di proposizione («Bevo alla tua salute, neh!», «Vediamo se funziona, neh!», «Stavolta portiamo via tutto, neh!») e di mica come rafforzativo di negazione («Scemo o no, adesso non andava mica a spasso», «Il bosco non è mica tuo», «Non se la deve mica sposare!», «L’avevano mica messo in carta bollata!», «Non è mica ordine del geometra»); le origini siciliane del maresciallo Arnaudi trapelano soltanto dall’inflessione della voce.

A livello fonetico appaiono frequenti elisioni («Ma io t’aspetto qua», «Sei libero d’andartene», «T’ho dato i soldi», «Così l’ammazzate!») e sporadici troncamenti («Per veder meglio da lontano») e sincopi («Tienlo stretto»), la i prostetica davanti ad s implicata («In Isvizzera»).

A livello morfologico lui, lei e loro ricorrono come pronomi soggetto di terza persona singolare («Lui si era presa una cotta per le ruspe», «Lui non è matto», «Lui gli va dietro tutto il giorno come un cane», «Lei è contenta che tu lavori», «È lei che ha voluto mettere Aduo a lavorare», «Loro non credono che tutte le famiglie dovrebbero averne uno?»).  Il che polivalente ricorre con varie funzioni: temporale («Un giorno che giravo un documentario…»), causale («Aspetta, Aduo, che c’è Anselmo che ti vuole parlare», «Fai attenzione che è fragile»), finale («Aspetta che chiudo», «Aspetta che prendo anche queste altre»). Frequente allora con valore riassuntivo e conclusivo («Allora lo sai chi è?», «E allora la lepre e i fagiani dove li hai presi?», «Allora, qualche nuovo affare?»). Largamente adottate le forme dei dimostrativi questo e quello rafforzate da qui, e Questo qui e quest’altro», «Va a sapere cos’ha in testa quello là?», «Quello lì»).

In àmbito verbale, l’impiego costante del modo congiuntivo rispetta lo standard («Meglio che tu vada», «Non penserà mica che sia stato Aduo?», «Sua madre non sa dove possa essere andato», «Pare che il suo ragazzo sappia difendersi bene», «Se fosse possibile farti lavorare al cantiere, accetteresti?», «Ho un’impressione che sia entrato in scena il primo personaggio», «Preferirei che fosse in pelle»); soltanto quando il tono della conversazione diventa più colloquiale e informale, si riscontra l’uso dell’indicativo in luogo del congiuntivo nelle proposizioni dipendenti da verba dicendiNon posso dire che le gambe vanno tanto bene»).

Ricorrono frequentemente verbi, come avere, entrare, mettere e vedere, accompagnati dal ci attualizzante («I documenti ce li hai?», «Cosa c’entra Aduo?», «Io non ci vedo più»); sono presenti, infine, numerosi riflessivi apparenti o d’affetto («Ti sei comprata la moto nuova?», «Si era fatto costruire una bella villetta», «Il medico se n’è già scappato»).

Le figure retoriche che incontriamo più frequentemente sono similitudini («Sta chiuso come un riccio», «Un ragazzo cresciuto così, come un animale legato alla greppia?», «Lui gli va dietro tutto il giorno come un cane», «Le nostre indagini sono un po’ come quei giochi, i flipper»), catafore del soggetto («Va a sapere cos’ha in testa quello là?», «Pensa a guidare tu», «Fate presto voi due», «Passarono due giorni»), anafore («Guardi, guardi, maresciallo», «Calma, calma […] non c’è bisogno di litigare», «Chi c’era stanotte con te al cantiere? Chi c’era con te, Aduo?», «Ma tu te la ricordi la notte che sei stato ferito in cantiere no? Te la ricordi? Ricordi com’è andata?», «Non posso fare niente, non posso tentare sorpresa, non posso indagare», «Nuovo giro, nuovo vincitore»), anadiplosi («Adesso hanno delle macchine… delle macchine per la bitumazione delle strade che vanno avanti velocissime», «Aveva moglie; moglie e tre bambini», «Ti piacerebbe un bel vestito? Un vestito vero, un bel paio di scarpe…», «Ma tua madre no. Tua madre non è contenta», «Bisognava prenderlo. E prenderlo in flagrante», «Uno sforzoUno sforzo di immedesimazione»), poliptoti temporali («Deve cambiare la pelle; quando cambia la pelle passa tutto», «Qualcuno ha messo o sta mettendo nei guai suo figlio», «Dove vuoi che vada? Lascialo andare!»), strutture binarie («Sono sempre stato un padre e un marito generoso e affettuoso», «Forse si poteva aiutare, salvare», «Il ricordo di un amore da nascondere, da salvare», «Documenti che possano addolorare mia moglie, i miei figli») e ternarie («Ci hanno tentato il sindaco, il medico, il parroco», «Non è pericoloso, non domanda l’elemosina, non dà noia a nessuno», «Qualcuno potrebbe approfittarne, consigliarlo male, metterlo nei pasticci», «Le autorità supreme, le glorie dell’arma, gli affetti famigliari», «Dovevo subire le sue confidenze, consolarlo, consigliarlo», «Le offro diecimila lire, una caffettiera moka e un orsacchiotto»). Ricorrono anche metafore («Lei ha occhi da aquila!»), epifore («Non mi ha assalito nessuno. Non ho litigato con nessuno»), climax ascendenti («Ti mando in prigione per un pezzo, per sempre») e iperboli («Diventerò ricco a milioni»).

Frequentissime strutture marcate caratterizzano i dialoghi dello sceneggiato: dislocazioni a destra («Buttala via questa fascia sporca», «Non lo so dove sia», «Almeno lei dovrebbe capirle, certe cose») e a sinistra («Queste nuove macchine io le ho viste lavorare durante la costruzione dell’autostrada Ivrea – Aosta», «E allora la lepre e i fagiani dove li hai presi?», «Domani i soldi me li ridai lo stesso», «Denari non ne ho», «E allora, la storia del pepe come la mettiamo?», «Dubbi non ce ne sono», «Ma il rumore, i freni, il colpo li avrai sentiti, no?»), frasi scisse («Sono io che voglio offrire da bere», «È con questa mano che t’ho dato i soldi», «Sono i guardiani che fanno queste cose», «Sei stato tu che hai buttato giù la baracca»), anacoluti («Parlare non parlerà») e frasi foderate («Non lo so, di preciso non lo so», «Domani, il lavoro arriva sempre domani»).

Sono da evidenziare anche le occorrenze del c’è presentativo («C’è chi dice che di tutto questo la colpa sia un po’ sua, signora Bogetto», «C’è Anselmo che ti vuole parlare») e una certa ridondanza pronominale nelle forme dativali («A noi non ci prendono sull’autostrada», «A me mi sembra buona», «Al pretore cosa gli riferisco?»).

A livello lessicale, si riscontra la presenza di segnali discorsivi («Insomma, si può sapere che cosa le rubano?», «Insomma, […] uno sforzo di immedesimazione», «Vedi, Mario, le nostre indagini…», «Vedi, già cominciavo a vederci chiaro»), frequenti alterati («Fabbrichetta», «Giornataccia», «Calduccio», «Pioggerellina»), termini generici («Sulla strada abbiamo già preso il tuo complice con la roba», «Non è roba mia», «Ripiglia la tua roba»), proverbi e modi di dire («Chi non risica non rosica», «Una famiglia modello», «Lei ha fatto il patto col diavolo», «L’eterna giovinezza»).

Gli scambi di battute tra i personaggi, infine, presentano frequenti falsi cambi di turno («A meno che non venga fuori qualche altra cosa! / Qualche altra cosa?», «Mi sono ferito cadendo dalle scale! / Cadendo dalle scale?», «C’erano due del paese e una forestiera, una ragazza. / Una ragazza?, «Cercava di tornare indietro. / Tornare indietro?»).

 

Francesca Sammarco

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