I liceali

I liceali

– Se ne è andata così. E poi si vedeva che stava bene, abbiamo parlato e…
– Appunto, se sarà rotta i coglioni!
(I Liceali; 1, 2)

Tra le fiction di ambientazione scolastica, una sottocategoria delle fiction sociali, I liceali (2008-2011, tre stagioni, Canale 5) è una delle proposte più fresche e interessanti (per i dati generali si rinvia direttamente alla scheda di Wikipedia).

Il protagonista della fiction è il prof. Antonio Cicerino, falso diminutivo di Cicerone, un burino trasferito a Roma («Giacca di pura pecora ciociara», osservano crudeli gli studenti) alle prese con un certo timore reverenziale verso la nuova realtà della ex caput mundi. Il suo nuovo liceo non è un posto qualunque, come dice il professore in una autopresentazione fuori campo condita di risposte a false domande (del tipo «No / non è che ho paura / però sta di fatto che io mi sono abituato a un ambiente diverso»). Il liceo «Marcantonio Colonna» di Roma «è un posto dove ci studiano quelli che un domani terranno in mano il Paese»; ma a questa roboante affermazione, costruita con elementi informali come dove ci al posto di in cui, segue ironicamente il «Che panterona» rivolta da un ragazzo (la futura classe dirigente, appunto) che guarda una compagna di scuola piuttosto vistosa.
Cicerino è l’ultimo di una lunga sfilza di professori democratici del cinema e della fiction dal burbero ma tenero maestro Perboni / Johnny Dorelli del Cuore di Comencini al Michele Placido di Mery per sempre fino al Paolo Villaggio di Io speriamo che me la cavo e annovera anche nel cinema internazionale esempi illustri, a cominciare dal Robin Williams de L’attimo fuggente, apertamente citato nella puntata 1,1 dagli studenti che deridono questa sorta di professor Keating de noantri. Il discorso di presentazione alla classe di Cicerino è piuttosto eloquente, denso di impegnative metafore con inserti in romanesco:

Che non ci dimentichiamo che lì fuori c’è un mondo che dobbiamo capire / dobbiamo scoprire // Oh / io vi dico subito che il programma istituzionale lo considero // diciamo // un posto un po’ antipatico / eh? // come una gioielleria / no? // dove uno scejie l’anello / lo paga un zacco de sordi / esce / e se ne va // all’età vostra gli anelli / i gioielli / vanno cercati // come i cercatori d’oro setacciavano il fiume // E cos’è il fiume? // So’ i libbri, le storie // e noi lì dentro dobbiamo cercare le nostre pepite,

un discorso punteggiato anche in questo caso dal commento del Franti della classe, il tenebroso Rizzo («Questo non cj ha vojia de fare un cazzo»).

Dal punto di vista tematico I liceali non si fa mancare niente di quello che ha intristito la cronaca di questi anni: dai filmati a sfondo sessuale con il telefonino diffusi in rete senza il consenso dell’interessata, che tenta poi il suicidio, alle gare automobilistiche notturne («Vince chi se avvicina de più ar bersajio umano»), dalla timida scoperta dell’identità omosessuale all’harassement del preside verso una giovane insegnante. I luoghi comuni e la superficialità degli adolescenti ricchi e annoiati della classe è rappresentata con una certa efficacia. Si veda per esempio questo dialogo che scaturisce da una domanda di uno studente durante l’ora di Storia dell’arte:

[Studente 1] Ma / scusi professoressa / quanto potrebbe valere un quadro come questo / cioè… // voglio dire in confronto per esempio a uno di Schifano.

[Professoressa] Ma che domanda è / scusa?

[Studente 1] E no no / perché cioè / io cj ho uno Schifano a casa / no? // ma pure due tre // e… hm… volevo un attimo sapere… quanto…

[Studente 2] <Dipende> se so’ grossi, se so’ piccoli…

[Studente 1] E vabbè e io che ne so, …. mai visti // c’è mio padre che li tiene sempre in cassaforte.

[Studente 2] Vabbè / perché non ci capisce niente /scusa / eh? // digli de investì sugli americani // quelli te li valutano un sacco / e subito.

[Studente 1] Ah sì?

[Studente 2] Ma che scherzi?

[Studente 1] Mo jielo dico sì.

[Studentessa] Eh… // Andy Warhol è ancora di moda? Vale ancora parecchio / professoressa?

[Studente 1] Dio che ignorante!

Il dialogo tra adolescenti procede per fortuna senza ammiccamenti al lessico giovanilese: il turpiloquio è interclassista, intergenerazionale e nella norma, e poche sono le espressioni bandiera, come il quantificatore generico na cifra. Il romanesco è uniforme (lo si è visto già dal discorso iniziale del professore); le differenze linguistiche tra la parlata del contado e quella della capitale è probabilmente evidente ai romani, ma sfugge al pubblico non laziale. Il quadro è complicato quasi solo dalla presenza di un compagno di classe di Bari e dalla presenza di un severissimo (e sessuomane) insegnante bolognese di greco, che esibisce volentieri qualche forma bandiera come soccia.

 

Debora De Fazio

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