Homeland

Homeland

La nazione vede un eroe. Lei vede una minaccia.
(Tagline della serie)


Homeland – Caccia alla spia è una serie a metà tra il dramma e il thriller psicologico. È stata trasmessa per la prima volta sul canale via cavo Showtime il 2 ottobre 2011. In Italia la serie è stata mandata in onda sul canale satellitare Fox dal 6 febbraio 2012, mentre la prima gratuita si deve alla rete Cielo che l’ha trasmessa dal 21 aprile dello stesso anno. Ideata da Gideon Raff e prodotta da Fox 21, una sussidiaria della 20th Century Fox, Homeland è una serie tuttora in corso d’opera e ad oggi (febbraio 2017) sono state prodotte 6 stagioni da 12 episodi della durata media di 55 minuti ciascuno. La sesta stagione è attualmente in corso negli States sul canale via cavo Showtime mentre per la prima visione in Italia bisognerà attendere marzo 2017.

L’attentato delle Torri Gemelle e le sue immagini tragiche, nonostante il passare del tempo, rimangono impresse nella mente di ognuno di noi. Se è vero che le serie televisive degli ultimi anni, soprattutto quelle americane, hanno avuto e continuano ad avere una particolare sensibilità nel percepire gli umori, le paure, le frustrazioni e i desideri della società in cui viviamo, è innegabile che la presa sul pubblico da parte di alcuni di questi prodotti televisivi sia molto forte. Prima di Homeland, la serie 24 aveva affrontato il tema del terrorismo, delle minacce possibili sul suolo americano e del continuo timore che possa esserci un altro 11 settembre; per questo la serie è considerata da molti l’erede di 24, la sua naturale evoluzione. Il New York Times l’ha definita «una sorta di 24 per adulti, senza effetti speciali spettacolari o assurdi diversivi» giudicandola come una serie alla quale è impossibile resistere [1].

Contrariamente a 24, «in cui ogni stagione implicitamente affermava che il modo più efficace di ottenere informazioni è la tortura e nel quale l’Islam era presentato come sinonimo di terrorismo e violenza, Homeland è figlio di una diversa mentalità, le ragioni della CIA e quelle dei terroristi si sovrappongono e la giustizia non è più tutta da una parte. Alla tortura come regola (per entrambe le parti del conflitto) si sostituisce l’idea che entrare in contatto con il nemico, mostrandogli la verità delle proprie ragioni, sia il modo migliore per ottenere il proprio scopo. Non c’è nessun Jack Bauer in Homeland, nessun eroe invincibile, solo personaggi traumatizzati dal conflitto» [2].

Il periodo storico è assolutamente diverso: con 24 siamo in piena era Bush, la guerra al terrore è al centro delle politiche americane e la cattura di Bin Laden rimane uno degli obiettivi primari per le forze armate. All’inizio delle riprese di Homeland la situazione in America è completamente cambiata: il presidente degli Stati Uniti è Obama, il quale annuncia nel 2011, anno di uscita della serie, il ritiro graduale delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan. L’evento più importante è, però, l’uccisione da parte dei soldati americani del nemico numero uno: Osama Bin Laden.

È questo il quadro storico nel quale si sviluppano le vicende di Carrie, del sergente Brody e degli altri protagonisti della serie.

Carrie Mathison è un’agente che lavora per l’Homeland Security, la sezione antiterrorismo della CIA creata dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ossessionata da Al-Qaeda e dalla possibilità di nuovi attacchi terroristici, Carrie, durante una delle sue missioni, viene a conoscenza dell’esistenza di un militare americano convertito alla Jihad. Tornata in America la donna non dà troppo peso alla notizia, fino a quando dieci mesi dopo, durante un’operazione in Iraq della Delta Force, viene ritrovato il sergente Brody creduto morto nel 2003.

La spy-story entra così nel vivo: l’intera nazione tratta Brody come un eroe di guerra che ha resistito a otto lunghi anni di prigionia e di torture; Carrie, invece, crede che sia proprio lui l’uomo da tenere sotto controllo, l’esponente di quella cellula dormiente della quale era stata informata. Lo spettatore si trova subito stretto in una morsa: credere a Carrie, alla sua fonte e alle sue intuizioni, o al sergente Brody, ancora scosso e fisicamente segnato dagli anni passati in un bunker, nelle mani dei terroristi.

La risposta non è immediata, perché l’intera serie è giocata sul filo del detto e non detto, di quello che appare e di quella che invece è la realtà. Ad esempio, Carrie nasconde ai suoi superiori una serie di informazioni e attiva una sorveglianza semi-legale (o semi-illegale, dipende dai punti di vista) del sergente Brody, e, per giunta, sul piano personale, nasconde a tutti (anche al suo amico e mentore Saul Berenson) di essere affetta da un disturbo bipolare.

Il sergente Brody è una figura ancor più enigmatica: i suoi ricorrenti flashback mostrano allo spettatore onnisciente una verità diversa da quella raccontata al resto del mondo.

Probabilmente, a rendere Homeland così interessante è proprio questo continuo cambio di ruoli: chi è il buono e chi il cattivo? A quale versione si può credere? Andando avanti con le puntate, la risposta a queste domande non diventa più chiara, anzi si hanno sempre più dubbi. Nulla è certo in Homeland, e, anche se le puntate scorrono con un ritmo non molto veloce, esse riescono a catturare l’interesse dello spettatore. Interesse premiato con ascolti record e numerosi premi vinti: delle quaranta nomination ricevute in soli tre anni, la serie ha ottenuto ventitré riconoscimenti, tra i quali, solo nel 2012, tre Golden Globe per il miglior attore e la miglior attrice protagonista in una serie drammatica e per la migliore serie drammatica. Inoltre, la serie ha vinto tre Emmy nelle stesse categorie, battendo opere dello spessore di Breaking bad, Il trono di spade e Mad Man.

Tra i temi trattati, naturalmente, non possono mancare il patriottismo (vivo e fervido in alcuni personaggi, più sottotono in altri), la fede (intesa sia come confronto tra religioni che come fedeltà alla nazione e ai propri principi) e la guerra, che fa da sfondo alle vicende narrate.

Dunque, la serie che ha appassionato anche il presidente Obama [3] è senza dubbio una della rivelazioni degli ultimi anni: una spy-story psicologica, giocata sul filo delle soffiate, delle intuizioni e sulla capacità d’osservazione e che promette di diventare un cult. Il merito di questo successo risiede dell’assoluta verosimiglianza dei fatti e nel coraggio degli autori di mettere in scena una parte di storia dell’America ancora in corso. Il contesto, i fatti narrati, gli strumenti usati sono reali, nulla di inventato o di impossibile accade in Homeland: l’immedesimazione per lo spettatore è massima, non tanto nei confronti dei singoli personaggi, quanto nell’intreccio narrativo, che riporta alla mente momenti e timori realmente vissuti.

Come appena detto, la serie racconta le vicende del sergente dei Marine Nicholas Brody (Damian Lewis), che è stato salvato dalla Delta Force dopo esser stato prigioniero di al-Qaida per otto anni. È sposato con Jessica (Morena Baccarin) dalla quale ha avuto due figli: Dana (Morgan Saylor) e Chris (Jackson Pace), il minore, che non nutre alcun ricordo del padre prima della partenza.

Carrie Mathison (Claire Danes), ufficiale dei servizi segreti della CIA assegnata al Centro Antiterrorismo, è forse la vera protagonista della serie. Il capo del Centro Antiterrorismo, e quindi di Carrie, è David Estes (David Harewood), che ha preso il posto di Saul Berenson (Mandy Patinkin), il mentore di Carrie.

Mike Faber (Diego Klattenhoff) era il migliore amico di Nicholas prima della sua partenza. Quando Nicholas torna, Mike non solo ha ormai fatto carriera ed è diventato il suo capo, ma ha anche intrapreso una relazione con sua moglie.

William Walden (Jamey Sheridan) è l’ex direttore della CIA nonché vice presidente degli Stati Uniti.

Completa il cast dei personaggi principali Abu Nazir (Navid Negahban), un alto membro di al-Qaida.

Homeland è un serial caratterizzato indubbiamente da una forte orizzontalità. La trama segue due filoni principali: da un lato c’è il sergente Nicholas Brody, presunto doppiogiochista, dall’altro c’è l’analista Carrie Mathison, probabilmente incanalata sulla giusta strada, ma con problemi psichici che possono – e fanno – deviare la serie verso un thriller psicologico. Il loro punto in comune è il fatto di nascondere qualcosa.

L’episodio parte senza teaser ma direttamente con la sigla.

SiglaL’analisi che segue si riferisce alla sigla della prima stagione di Homeland.

Nella seconda stagione è stata montata una sigla più tradizionale, della durata di meno di un minuto e con i protagonisti presentati attraverso titoli di testa e immagini tratte dagli episodi dalla prima stagione. La canzone della sigla è dei Linkin Park e s’intitola Ppr:kut.

La sigla della prima stagione ha una durata di circa un minuto e quattordici secondi ed è montata con una serie di sequenze di video e di foto sulle quali compaiono, per tutta la durata, i titoli di testa.

Per ciò che concerne l’audio, è interessante notare la presenza di due canali: uno musicale di sottofondo che accompagna la sigla per tutta la sua durata e un secondo canale che riproduce i dialoghi presenti nella serie ma anche discorsi, servizi giornalistici e le parole di Louis Armstrong, tutti di repertorio.

I video e le foto mostrate seguono un filo cronologico: la prima immagine mostrata è quella della protagonista che, ancora bambina, ascolta le parole (off rispetto alla scena) di un giornalista, il quale annuncia che «le forze militari statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi verso installazioni terroristiche». La seconda notizia che la piccola Carrie apprende dalla TV è quella dello schianto del volo Pan Am 103 sulla città di Lockerbie, accaduto nel 1988 a causa di un attentato terroristico.

Nella sigla è dato rilievo alla passione di Carrie per il jazz, con immagini nelle quali suona la tromba e altre di Louis Armstrong; inoltre, l’intero tema musicale ha sonorità jazz.

Mentre le immagini continuano a scorrere, anche la parte audio va avanti, con piccoli spezzoni slegati tra loro che riportano diverse notizie. Lo scorrere degli anni è evidente dalle foto di Carrie che cresce e da notizie come quella dell’attentato alla Usa School, dai discorsi di Bill Clinton e da quelli di Colin Pawell. Si arriva così al 2001, al giorno dell’attentato alle Torri Gemelle: le immagini che tutti noi conosciamo si alternano a quelle finzionali tratte dagli episodi della serie, mentre l’audio alterna spezzoni di notizie giornalistiche a parti di dialogo riprese dall’opera. L’ultima immagine di repertorio riguarda un piccolo passaggio del discorso che il presidente Obama ha tenuto nel maggio 2011 per annunciare l’uccisione di Osama Bin Laden. La serie, in termini di collocazione temporale, parte proprio da qui, dalla morte del ricercato numero uno al mondo ma anche dal timore che quello che è accaduto l’11 settembre 2001 possa verificarsi ancora.

Il protagonista maschile della serie, il sergente Brody, compare nella sigla solo verso la fine: sono mostrati alcuni frame del sergente insieme alla sua famiglia e all’interno di un labirinto assieme a Carrie, il momento del suo ritrovamento e, in una delle ultime scene, Brody è ripreso mentre guarda la casa Bianca.

Il labirinto è una costante all’interno della sigla, vi ritorna più volte. Esso, probabilmente, rappresenta l’intricata strada che è necessario percorrere per giungere alla verità, una strada nella quale spesso i ruoli vengono invertiti e non è mai chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice.

Dopo la sigla, c’è un riassunto di tre minuti di ciò che è successo nelle puntate precedenti al termine del quale, in bianco su sfondo nero, compare il titolo dell’episodio.

L’episodio segue le vite dei due principali protagonisti, chi attacca e chi si difende; spesso i due si contendono a distanza questo ruolo, «perché [Homeland] mette in scena un gioco di specchi contraddittorio e destabilizzante. Da una parte siamo portati ad abbracciare il punto di vista di Mathison, quasi in maniera letterale: come lei segue Brody sullo schermo, così noi spiamo la vita di entrambi dallo spioncino, e di certo non è solo il comportamento dell’eroe di guerra a darci preoccupazioni. Dall’altra i flash del passato di Brody ci forniscono una prospettiva privilegiata sul suo dramma interiore, ma anche su segreti tutt’altro che innocenti». Questo confronto è evidente anche nella volontà della regia di far apparire i due spesso con inquadrature caratterizzate da giochi di riflessi.

Molto interessanti i risvolti psicologici dei personaggi. Anche se non è un traditore della nazione, Brody non è più la stessa persona che lasciò l’America otto anni prima; è confuso, attanagliato da dubbi e incubi e questo non farà altro che destare ancora più sospetti agli occhi di Carrie che, già con problemi psichici, basa la sua teoria e la sua indagine ossessiva sulle ultime parole sussurratele all’orecchio da un condannato a morte iracheno. Qual è dunque il confine tra legittimo sospetto e paranoia?

«Homeland è il ribaltamento esatto della paura paranoica del controllo che ha segnato la storia di un’altra semi-guerra, la Guerra Fredda: se cinquant’anni fa la paura era quella di essere controllati, in Homeland è quella, tipicamente nevrotica, di non riuscire a tenere tutto sotto controllo».

Molto frequenti i flashback, che qui hanno un valore aggiunto: spesso si sovrappongono e si confondono con la realtà. Nessun particolare effetto video o audio per staccarli dalla storyline, ma rimangono di facile comprensione perché scollegati con il presente americano narrato fino a poco prima. Tramite la maggior parte di flashback si ricostruisce la vita di Brody sotto tortura. In questo scenario, emerge sempre più come la realtà, i tempi e i luoghi possano miscelarsi, facendo sì che il Medio Oriente somigli all’America e viceversa.

Si costruiscono, in questo modo, episodi giocati sulla sottile linea tra pazzia e normalità, tra attacco e difesa, basati su una suspense appena percepita, sui mezzi toni dei personaggi e delle situazioni che minuto dopo minuto crescono fino al punto di rottura che lancia la volata del finale di stagione.

Coraggiosa la modalità di ripresa dei dialoghi con camera (a mano) a 180°, uno dei pochi aspetti per cui si fa notare la mano del regista che, sempre importante, non vuole mai essere protagonista. Non vi sono particolari effetti speciali. Le scene di attentati in Afghanistan sono dipinte quasi in maniera epica, donando molta importanza al tema della morte. I dialoghi in lingua araba, nella versione italiana, sono lasciati con l’audio originale.

La colonna sonora è ridotta all’osso: nella prima stagione quattro brani in tutto, tre di Miles Davis e uno di Thelonious Monk. Vi è un tema jazz, ripetuto in tutte le occasioni, che fa un po’ da colonna sonora della serie. Non ci sono mai momenti di silenzio, in quanto i rumori di fondo sono onnipresenti.

Homeland è un’opera in cui sono ricorrenti i codici della denominazione e del riconoscimento iconico, cioè gli elementi che permettono allo spettatore di identificare e definire in modo rapido e preciso le figure sullo schermo. L’estrema chiarezza con la quale il pubblico riesce a definire i ruoli è merito della presenza dei segni: le divise dei marine, le bandiera americana, il nastro giallo legato a un albero fuori dalle case di chi ha un parente in guerra, la lingua araba, i messaggi in codice tra agenti della CIA, sono tutti elementi che, anche se non rilevanti, aiutano alla comprensione della narrazione. Anche le parole nemico, eroe, minaccia, nazione, famiglia hanno un peso specifico all’interno della serie: utilizzate molto spesso, sono una sorta di filo conduttore narrativo. La storia non ha un ritmo molto veloce e quello che tiene attaccato il fruitore davanti allo schermo anche nei momenti meno emozionanti è la consapevolezza che il racconto tornerà a percorrere la strada principale e, per farlo, spesso si serve dei concetti appena elencati.

Come chiarito nella parte dedicata alla struttura degli episodi, si ricorre molto spesso all’uso dei flashback, soprattutto quando il racconto riguarda il sergente Brody e la sua permanenza nel bunker. Un aspetto molto interessante da analizzare è il legame che intercorre tra questi flashback e la narrazione lineare: spesso le immagini, o meglio i ricordi, che affiorano dalla mente di Brody sono del tutto discordanti con la sua esposizione orale o con altri frame mostrati durante il corso delle puntate. Ad esempio, già nella prima puntata, è mostrata l’incongruenza, voluta, dei racconti dell’uomo. La moglie di Tom Walker, il marine che era con Brody in Iraq, lo contatta perché vuole fargli delle domande.

[Brody] Che vuoi che ti dica?

[Helen] Com’è successo?

[Brody] È morto, è davvero importante sapere come?

[Helen] Lo è per me!

[Brody Lo hanno pestato a sangue.

[Helen] Tu eri lì?

In questo momento parte il flashback di Brody: Tom, con le mani legate, è preso a pugni. La prospettiva della camera ci mostra prima il marine, ma non il suo aguzzino, e poi lo stesso Brody che assiste alla scena. Lo spettatore è sorpreso, dunque, dalla successiva risposta dell’uomo:

[Brody] No.

[Helen] Grazie di avermelo detto.

La puntata prosegue e lo spettatore, preso dai momenti di suspance che si alternano a una narrazione più lenta e meno coinvolgente, quasi dimentica questo incontro. Verso la fine della puntata, però, è lo stesso Brody che “ritorna sull’argomento”: sempre attraverso un flashback, rivive nella sua testa il dialogo con Helen ma le immagini montate sono quelle del pestaggio di Tom. La sovrapposizione audio-video produce come risultato una scena nella quale, mentre sono ripetute le due battute del dialogo («Tu eri lì?» / «No»), le immagini palesano la verità: non solo infatti, come già intuito nella scena descritta in precedenza, Brody era presente al pestaggio, ma è stato proprio lui a uccidere l’amico.

La scelta di mostrare sin da subito Brody come un bugiardo e un traditore mette lo spettatore in una situazione conflittuale, da una parte si sente rassicurato e certo che le teorie di Carrie siano fondate, dall’altra è ansioso di continuare a seguirne le vicende, perché è convinto che non tutto è come sembra.

I sospetti sul sergente Brody, nel corso delle prime puntate, aumentano: si rifugia in garage per adempiere alla preghiera mussulmana, afferma che non vuole più prendere ordini dal governo o dall’esercito, i suoi flashback continuano a mostrare una certa empatia con i suoi carcerieri.

Nessuna certezza neanche da parte dell’agente Carrie Mathison: nonostante la sua instabilità, i farmaci psicotici e la sua parete piena di foto, di scritte, di collegamenti che spiazzano lo spettatore (e se fosse come in A Beautiful mind?), quest’ultimo è affascinato dalle sue teorie, dalle sue intuizioni e dalla sua convinzione che Brody si sia convertito. Ed è proprio questo il punto forte di Homeland, il fatto che i personaggi abbiano dei ruoli mobili, diverse sfumature che aumentano le possibilità di differenti interpretazioni.

La serie ha sul pubblico una duplice funzione, da una parte svolge un ruolo catartico, aiuta a esorcizzare le paure, dall’altra le alimenta con frasi del tipo «quell’undici settembre a tutti sfuggì qualcosa», svelando, così, il fianco scoperto dell’America e dei suoi servizi segreti e lasciando intravedere l’angoscioso pensiero che tormenta non solo Carrie ma l’intero popolo americano: se è successo una volta può accadere ancora.

 

Daniele Alessandro Calò, Alessandra Ciraci

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