Hollywood

Hollywood


Hollywood è l’ultima serie creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, già ideatori di Glee (serie televisiva, 2009-2015) e di Scream Queens (serie televisiva, 2015-2016). Quest’ultima produzione viene definita da Murphy come “Faction” (Vogue) essendo questo l’aspetto particolare della nuova miniserie targata Netflix: un incrocio di personaggi puramente inventanti e di personaggi reali che hanno influenzano la storia del cinema con le loro storie, con le loro esperienze razziali e di emarginazione scrivendo i primi anni del cinema. I due sceneggiatori cambiano il destino dei personaggi, mutano l’andamento della storia riprendendo fatti realmente accaduti in una sorta di “what if”: cosa sarebbe successo se nei primi anni del cinema fossero state prese scelte diverse e più coraggiose? Un po’ sulla scia di “C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino, i due creatori iniziano cambiando la storia e il destino di Anne May Wong, famosa attrice asiatica, che non viene scritturata per un film importante che le avrebbe permesso di distaccarsi dal suo solito ruolo stereotipato, dandole la possibilità di riscattarsi e permettendole così di uscire da una dipendenza da alcool. Viene ripresa anche la storia di Hattie McDaniel, la prima donna afroamericana a vincere la tanto ambita statuetta d’oro ma costretta a dover seguire la cerimonia degli Oscar in un tavolo isolato e separato dagli altri, storia che non viene cambiata, ma fondamentale nella serie in quanto fonte d’ispirazione e di forza.
Murphy è già noto per la sua serie antologica American Crime Story dove riprende fedelmente fatti realmente accaduti: “il caso O. J. Simpson” nella prima stagione, e “l’Assassinio di Gianni Versace”, nella seconda stagione con protagonista Darren Criss, membro già noto nei vari cast diretti da Murphy come in Glee e che riappare in Hollywood tra i protagonisti. Ciò che viene fatto in questa miniserie è immaginare come sarebbe potuta essere Hollywood senza discriminazioni razziali, omosessuali e di genere. Viene introdotto ogni tipo di possibilità, a partire dalla Golden Tip Gasoline gestita da Ernie West, stazione di benzina dove in realtà lavorano affascinanti ragazzi, come i protagonisti Jack Castello e Archie Coleman che offrono favori sessuali a donne altolocate e soprattutto a uomini dello spettacolo non dichiarati, come ad esempio Cole Porter, famosissimo compositore statunitense, che appare nel primo episodio.
La miniserie viene lanciata da Netflix il primo maggio del 2020 ed è composta da 7 episodi. Il produttore è Eryn Krueger Mekash, mentre i produttori esecutivi sono Ryan Murphy, Janet Mock, Ian Brennan, Darren Criss, David Corenswet e Jeremy Pope (Wikipedia).

Per affrontare i problemi che caratterizzano i dietro le quinte della Hollywood degli anni ’40, la serie presenta i suoi personaggi uno alla volta, a partire da Jack Castello, protagonista già dai primi minuti, seduto in un cinema vuoto dove viene proiettato “news of the day” incitando gli spettatori con un “tu potresti essere il nuovo attore”. Ed è proprio il sogno americano ad essere al centro della storia e ad accumunare tutti i personaggi: il sogno di poter diventare un qualcuno di famoso in un futuro, di fare dell’arte del cinema il proprio lavoro. Sarà proprio Jack, aspirante attore, ad incontrare i vari protagonisti della serie, tutti appassionati di cinema con la speranza di poter diventare un giorno registi, sceneggiatori, attori o produttori. Ma sono svariati i temi presenti, ad incominciare dal razzismo che interessa i due personaggi afroamericani principali della serie: Archie Coleman e Camille Washington. Archie è uno scrittore costretto a doversi prostituire in un cinema a luci rosse per potersi permettere di vivere e che scrive opere per un solo dollaro a settimana; il suo sogno è quello che venga realizzato un film tratto dalla sua sceneggiatura su Peg Entwistle, attrice realmente vissuta. Archie scrive di Peg perché accumunati dallo stesso dolore causato dalla società: l’attrice si getta dalla famosissima “H” della Hollywood Sign (prima “Hollywoodland” poi divenuta “Hollywood” nel 1979, Wikipedia). Camille Washington, invece, è una promettente e bellissima attrice che sogna di poter riscattare il ruolo di tutti gli afroamericani costretti a dover interpretare ruoli di servi, badanti e maggiordomi, e sempre con un’interpretazione umoristica, senza mai mostrare le loro reali capacità recitative.
Ma non è solo il razzismo un tema importante, lo è anche l’omofobia che riguarda sia Archie che Rock Hudson, anch’egli aspirante attore che si affida all’agente Henry Willson, interpretato da Jim Parson, già noto nel mondo della serialità per il ruolo che l’ha reso famoso: Sheldon in The Big Bang Theory. I due raccontano diverse storie: dall’accettazione della propria omosessualità all’abuso sull’altro grazie al proprio potere e alla propria posizione.
Anche il tema della prostituzione è presente, sin dalla prima puntata, con Ernie West, un affascinante uomo che dirige la “Golden Tip Gasoline”, pompa di benzina che in realtà nasconde un giro di prostituzione, frequentata da donne altolocate trascurate dai propri mariti e da personaggi famosi di Hollywood non dichiarati.
È affascinante come viene rappresentato tutto ciò che caratterizza la produzione di un film, tutti i processi decisionali che portano alla scelta della scenografia, degli attori, del regista o anche semplicemente del budget. In questo caso tutto accade nella sede degli Ace Studios dove spiccano personaggi forti come Avis Amberg (interpretata dalla star di Broadway Patti LuPone, già presente nelle produzioni di Murphy come Pose e Glee), Ellen Kincaid (interpretata da Holland Taylor) e Dick Samuels (interpretato da Joe Mantello), che insieme ai giovani aspiranti attori cercano di cambiare il mondo del cinema. Sono proprio questi personaggi che sfruttano la loro posizione all’interno di Hollywood per portare avanti la sceneggiatura con la prima protagonista afroamericana, ovvero Camille Washington, diretta dal suo fidanzato, Raymond Ainsley, e con il primo sceneggiatore afroamericano e omosessuale, Archie.
Trattandosi della tanto famosa Hollywood, non mancano anche gli aspetti più negativi e crudi delle vite private dei potenti del mondo del cinema: festini private con orge, droga e uomini importanti con vite segrete fatte di amanti e di abuso di sostanze.
Insomma, Murphy riesce a dare alle sue produzioni grande valore trattando argomenti delicati e radicati nella società ormai da anni, così come è riuscito a parlarne in Glee, ispirando e aiutando adolescenti a fare coming-out, ad accettare le proprie origini e a convivere con la propria disabilità.

Sono i personaggi a costituire l’aspetto più interessante: parliamo, infatti, di protagonismo corale, in quanto si distinguono in personaggi realmente vissuti e personaggi nati dall’immaginario degli sceneggiatori, ma tutti collegati tra di loro da un destino comune: la fama di Hollywood.
Partendo dai personaggi fittizi, ovvero i protagonisti di questa storia alterata a lieto fine, il primo volto che appare è quello di Jack Castello, interpretato da David Corenswet già presente in The Politician, altra produzione di Murphy. Jack è lo stereotipo del “belloccio americano” che sogna in grande. Sarà questo a spingere e motivare Jack durante tutte le puntate, ovvero quel suo desiderio di diventare un attore sin da piccolo, di dimostrare che non è solamente un “bel faccino”, ma che può essere importante per qualcuno, essendo il cinema l’unico posto che lo fa sentire davvero vivo. Jack ha combattuto in guerra, si è trasferito ad Hollywood con la moglie incinta e con il sogno di far carriera, ma senza alcuna entrata fissa per poter mantenere la sua famiglia. Sarà allora costretto a lavorare per Ernie West (interpretato da Dylan McDermott), un affascinante e carismatico uomo che non ha avuto successo nel cinema e con una brutta tosse che lo accompagna per tutto il tempo, presso la “Golden Tip Gasoline” dove dovrà soddisfare desideri di ricche donne e partecipare a festini. Sarà durante questo lavoro che Jack incontrerà Arvis Amberg (moglie del direttore degli Ace Studios) con la quale instaurerà un rapporto intimo e di fedeltà, e sarà proprio lui a trovare Archie Coleman (interpretato da Jeremy Pope) e a portarlo a lavorare da Ernie per soddisfare la clientela omosessuale. Ed è qui che Archie incontrerà Roy Fitzgerald (interpretato da Jake Picking) un “belloccio americano” che non spicca per intelligenza, ma sogna di diventare attore, e sarà sotto la tutela dell’agente Henry Wilson, il quale eserciterà il suo potere su di lui abusandone e costringendolo a cambiare il suo nome in Rock Hudson e a rifarsi i denti.
La storia di Archie e Roy è quella più turbolenta di tutte le puntate, dettata da un amore impossibile e non accettata dalla società del tempo, ma grazie alla passione che li caratterizza fanno scelte importanti e decisive, andando contro ogni aspettativa e ogni ordine dato dall’agente. Sarà proprio la loro storia a caratterizzare uno dei cambiamenti più decisivi che Murphy vuole portare in scena: sarà la prima coppia gay dichiarata pubblicamente. Archie è uno dei personaggi che cresce maggiormente nel corso delle puntate: guidato sempre da sogni genuini, contrastati dal suo doversi prostituire, riesce ad avere il suo riscatto sociale diventando il primo sceneggiatore nero e gay, riscatto sociale che regala anche a Peg salvandola al termine del suo film.
Allo stesso modo, anche Camille Washington (interpretata da Laura Harrier) è la prima protagonista nera nel cinema, che sin dall’inizio dovrà combattere per ottenere la parte contro Claire Wood (interpretata da Samara Weaving) nonché figlia di Ace Amberg, presidente degli Ace Studios, e di Avis Amberg. Claire incarna, esattamente come Jack, lo stereotipo americano che tutti si aspetterebbero di vedere come protagonista: bella, bionda, occhi azzurri, raffinata e altolocata. Claire è un personaggio che cresce: ha un rapporto tormentato con sua madre Avis, che le è ostile perché gelosa del suo successo nel cinema e che, nonostante la gelosia iniziale, appoggia la battaglia che portano avanti per la produzione di Peg e diventa fonte di sostegno.
Dietro agli attori, però, ci sono la produzione e il regista. Spicca il ruolo di Raymond Ainsley, fidanzato di Camille, che la dirige nel suo ruolo più importante. Raymond è anche il primo a voler portare avanti la scenografia su Peg Entwistle e che combatte affinché Archie non venga sostituito con un altro sceneggiatore solo perché nero. Sarà proprio Camille a convincere il fidanzato a cambiare le carte in gioco, a cambiare il titolo in Meg e a proporre per la prima volta una protagonista nera, e Raymond sarà in grado di portare avanti questa rivoluzione cinematografica grazie al sostegno di Dick Samuels, probabilmente il personaggio più importante e interessante di tutta la serie. È tra i più tormentati e allo stesso tempo tra i più forti, non accetta e non dichiara la sua omosessualità, ma nonostante questa sua grande fragilità è in grado di farsi valere e di combattere per quello in cui crede, ovvero nel film Meg. Progetto che porta avanti insieme al sostegno della sua più fedele amica e collega Ellen Kincaid e ad Avis Amberg, diventata all’improvviso direttrice degli studios sostituendo il marito perché in coma, forte oppositore di questa produzione, avendo così la possibilità di riscattare la posizione femminile nella direzione di un film. Sono loro tre, personaggi forti e con una posizione importante, che smuovono il mondo del cinema per portare avanti la produzione, con un budget ridotto, con opposizioni e continue minacce.
Ed è qui che iniziamo a parlare di personaggi reali, perché sarà proprio la first lady Eleanor Roosevelt (interpretata da Harriet Sansom Harris) a convincere Avis e Dick a portare avanti la produzione con protagonista Camille. Un’apparizione breve, nella quarta puntata, di un personaggio così importante per la storia americana che con poche parole è riuscita a dare quella forza e spinta necessaria affinché questo progetto andasse avanti, usando parole forti e con una voce rotta dal pianto, “ciò che voi tre potete fare può davvero cambiare il mondo”.
L’altro personaggio che spicca in questa produzione non è altro che Henry Willson interpretato da un Jim Parson, il quale mostra che le sue capacità recitative vanno ben oltre la sit-com che l’ha reso famoso. Henry è uno dei più famosi agenti di Hollywood che lavora con attori gay richiedendo loro favori sessuali in cambio di lavori futuri. Appare come un personaggio forte che prevale sugli altri, con conoscenze importanti, dal quale tutti vanno in caso di bisogno e capace di ottenere qualsiasi favore lui voglia, ma soprattutto è un personaggio che fa abuso di alcool e che non accetta la sua omosessualità. La figura di Henry si evolve durante la serie: allenta la sua presa su Roy, dopo averne abusato e costretto a cambiare fisicamente e nel nome, riesce a diventare uno dei produttori di Meg sentendosi parte di qualcosa di importante e di un gruppo, cosa di cui andrà talmente tanto orgoglioso da portarlo a disintossicarsi e ad accettare la sua omosessualità, con la speranza di avere una relazione sana.
Tra gli altri personaggi reali che appaiono e che abbiamo già citato, ci sono Anne May Wong (interpretata da Michelle Krusiec), attrice asiatica che nella serie ha il suo riscatto mai ottenuto nella realtà; Hattie McDaniel (interpretata da Queen Latifah) prima vincitrice afroamericana di un Oscar; Vivian Leigh (interpretata da Katie McGuinness), protagonista di Via col vento, che si mostra con tutte le sue fragilità e le sue debolezze.

Hollywood è una miniserie di carattere storico-drammatica composta da una sola stagione di 7 episodi, che variano tra i 47 e i 55 minuti. La prima puntata, che come tutte si apre con il logo di Netflix, inizia con un teaser che mostra un sorridente Jack Castello in una sala cinematografica e che anticipa esattamente quale sarà il tema principale della serie: il cinema. Nella prima puntata non vi è una vera e propria sigla, se non una scritta bianca stilizzata di “Hollywood” su sfondo nero, della durata di pochi secondi, che va a tempo con l’accompagnamento musicale del notiziario. Inoltre, nella prima puntata, non viene citato alcun nome se non nei titoli di coda. Ma è solamente a partire dalla seconda puntata che vediamo per la prima volta la sigla subito dopo un teaser dinamico. La sigla è caratterizzata dalla presenza dei personaggi principali, Jack, Raymond, Archie, Camille, Roy e Claire, che salgono delle scale di notte, azione accompagnata da una musica veloce, e che affrontano diverse difficoltà: Jack dà la mano ad Archie, a simboleggiare il legame d’amicizia che hanno stretto nel corso della storia; Camille perde la scarpa, ma aiuta comunque Claire a salire, così come Claire è stata in grado di dare sostegno a Camille durante le riprese; Archie fa un salto da una scala all’altra per raggiungere Roy, ed è qui che si inizia a comprendere su cosa stiano effettivamente salendo, ma a sua volta perde l’equilibrio e viene preso da Archie, proprio a rappresentare la passione e il sostegno reciproco che caratterizza la coppia; viene ripreso anche lo sguardo complice e pieno d’amore tra Camille e Raymond e proprio in questo momento la musica d’accompagnamento rallenta e sembra addolcirsi. È a questo punto che Jack arriva per primo in cima, dove ormai si intravedono già le luci dell’alba ed è seguito dagli altri personaggi in piedi sulle lettere della famosissima “Hollywod sign” che non viene mai fatta vedere frontalmente, se non le prime cinque lettere dalla parte posteriore, sulle quali si trovano i personaggi, ad eccezione di Roy ed Archie che appaiono insieme sulla stessa lettera. Nella sigla vengono quindi presentati i protagonisti che dalla cima della scritta, simbolo importante della storia di Peg, guardano la città con le luci dell’alba. Al termine della sigla, che dura 55 secondi, riappare la scritta stilizzata della prima puntata, seguita dai nomi dei creatori, Ryan Murphy e Ian Brennan e subito dopo il titolo della puntata, seguito dai titoli di testa, mentre i nomi degli attori accompagnano la sigla.
Hollywood, essendo una miniserie, ha uno sviluppo narrativo orizzontale che giunge ad una perfetta conclusione con l’ultima puntata. Ad ogni episodio, i registi, grandi nomi già noti nella serialità, si alternano tra Ryan Murphy, Daniel Minahan (Six Feet Under, Game of Thrones, Grey’s Anatomy), Michael Uppendahl (Mad Men, American Horror Story), Janet Mock (Pose, prima transessuale ingaggiata da Netflix, Wikipedia) e Jessica Yu (Er, Parent Hood, Billions, This is Us). Sono presenti anche flashback che raccontano le storie di Anne May Wong durante delle toccanti scene di recitazione, così come il dolore provato durante la mancata vittoria agli Oscar, e la vicenda di Hattie McDaniel costretta a seguire la premiazione separatamente.
La colonna sonora è prevalentemente jazz, perfetta per accompagnare scene dinamiche e veloci che rappresentano la frenesia del mondo del cinema. È caratterizzata dai grandi nomi di Ella Fitzgerald, Perry Como, Andrews Sisters, Cole Porter (presente nella prima puntata), George Gershwin e Frank Sinatra.
La scenografia è caratterizzata dai colori vivaci e chiari della Golden Tip Gasoline, dalla riproduzione degli studios e dalle case sfarzose o umili dei vari personaggi, dai bar o dai ristornati, tutti ricreati realisticamente.
La serie presenta grande accuratezza nel descrivere e raccontare la vita dei personaggi durante gli anni ’40 e il loro modo di vivere: a partire dai tipici colori del vestiario (forte utilizzo di blu, marrone, nero e giallo per i personaggi maschili; bianco, rosso, giallo e nero per le protagoniste femminili, in particolar modo il rosso accesso utilizzato per le labbra); dal dettaglio degli abiti lussuosi e ben curati, con pellicce e gioielli, per finire all’hairstyling perfetto e curato nei minimi particolari. La somiglianza con i personaggi reali e gli attori che li interpretano, però, non è particolarmente realistica.
Importante anche l’utilizzo di brand famosi come le sigarette “Pall Mall” e la famosissima bibita “Coca Cola” riprodotti fedelmente nelle loro edizioni degli anni ’40.

I dialoghi si alternano tra quelli pungenti di Henry Willson che, con il suo carattere forte e tagliente è in grado di convincere le persone o minacciarle, utilizza un linguaggio volgare e spinto, e quelli profondi di Anne May Wong, che tendono a diventare dei veri e propri monologhi, in cui l’altro tende a fare piccole battute per portarla a parlare dei suoi sentimenti contrastanti nei confronti del cinema. Delicato è anche il discorso di Eleonor Roosevelt sul razzismo, nel quarto episodio, e su tutto ciò che ha visto nel sud dell’America, discorso motivato dal desiderio di poter dare speranza alle future generazioni.
Sono tanti i dialoghi che trattano argomenti profondi e a cui viene riservato molto spazio, ma viene anche enfatizzata la differenza di accenti tra i personaggi neri e bianchi. Nella seconda puntata, nel dialogo tra Archie e Raymond in cui parlando della sceneggiatura, Archie confessa che agli Ace studios non sono a conoscenza del suo colore, in quanto ha semplicemente camuffato l’accento al telefono fingendosi bianco. Nella stessa puntata, Ellen tiene una classe di dizione per le attrici, dove insegna loro a parlare elegantemente, con qualche spolverata di inglese per rendere l’accento americano, già stridulo e piatto, più aggraziato e raffinato.
Viene utilizzato un linguaggio frenetico e vivace durante le scene della produzione, dettato dalla rabbia per il budget, dalla difficile scelta durante i casting e sono presenti molti termini tecnici utilizzati nel mondo del cinema.

 

Jasmin Makhlouf (autrice); revisione a cura di Francesca Sammarco

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