Heroes

Heroes

Salva la cheerleader, salva il mondo. (Tagline della serie)


Heroes è un serial in quattro stagioni creato da Tim Kring, prodotto dalla Universal Media Studios, mandato in onda sulla NBC dal 25 settembre 2006 all’8 febbraio 2010; in Italia la serie è andata faticosamente in onda su Italia 1 dall’anno successivo ed è stata poi trasmessa su Steel (Mediaset Premium). La città di ambientazione prevalente è Los Angeles. Per ulteriori dettagli si rinvia all’informatissima scheda di Wikipedia.

Come nelle principali serie di culto, Heroes ha avuto vari sviluppi al di fuori della pura narrazione in episodi. «Durante la prima stagione sul sito della NBC è stata lanciata Heroes 360 Experience, un’estensione internet-digitale della serie, rinominata durante la seconda stagione in Heroes Evolutions […]. Sempre attraverso il sito internet ufficiale, negli anni sono stati resi disponibili anche riviste, action figures, giochi per cellulari, fumetti on-line e webseries. Per le prime tre stagioni inoltre, la BBC ha prodotto un making of della serie: Heroes Unmasked» [1].

Heroes tratta le vicende di persone comuni che scoprono, nella maggioranza dei casi loro malgrado, di avere poteri paranormali.

La serie è senz’altro il prototipo di una fusione tra due filoni fondamentali del cinema e del fumetto contemporanei:

– il linguaggio assegnabile al filone dei supereroi americani della Marvel e della DC (le case editrici giganti del settore), che ha prodotto nei fumetti, e poi autonomamente anche nel cinema, una sequenza impressionante di personaggi popolari, da Batman a Superman, dall’Uomo ragno a Hulk, da Spiderman ai Fantastici Quattro;

– la forza globalizzante del manga giapponese, che d’altra parte, nel tratto grafico e nei contenuti, influenza profondamente, e forse qualcosa di più, le nuove scuole fumettistiche americane.

Il debito contratto dalla serie di Kring con i suoi antecedenti è evidente ed esibito. È vero che alla base di Heroes non c’è un fumetto che abbia consentito di saggiare prima, e di strutturare poi, i personaggi, il loro raggio d’azione, il loro rapporto con il passato (che nei supereroi Marvel è quasi sempre un drammatico incidente di percorso in una vita normale), ma il peso dell’artwork e del fumetto, nella concezione teorica e nella rappresentazione pratica, è enorme e rappresenta il tratto distintivo della serie.

A differenza dei supereroi appena citati, intorno ai quali ruotano tutte le vicende che li riguardano, fatto sancito formalmente persino dai titoli dei film (che portano il loro nome e poco più), in Heroes cambia il tipo di protagonismo, decisamente collettivo. Non c’è un protagonista prevalente tra gli uomini e le donne che possiedono superpoteri. La vicenda può incentrarsi orizzontalmente, per un determinato segmento della narrazione, su vicende che riguardano un particolare personaggio: nella prima serie l’agenda delle singole emergenze è dettata da ciò che “vede” e dipinge in trance il pittore Isaac Mendez, o dal tormentone anaforico (e un po’ talmudico) «Save the cheerleader / save the world» (la cheerleader da salvare è la giovane Claire Bennet, legata agli avvenimenti narrati da misteriosi fili). All’interno della famiglia Petrelli il giovane Peter ha un peso maggiore del cinico fratello, il politico Nathan, e che di tanto in tanto alcuni personaggi dotati di superpoteri prevalgano per peso narrativo su altri; ma il principio sostanziale sembra quello della “collegialità”. Certamente, sul versante opposto a quello dei Buoni (ma anche qui il concetto di “buono” e di “cattivo” sono molto sfumati, e ciascun personaggio porta dentro di sé luci ed ombre), gli Antagonisti sono da una parte Sylar, l’orologiaio che, appunto, sa «come funzionano le cose» (è la riuscita battuta con cui si descrive) e si appropria, uccidendone i legittimi possessori e scoperchiandone il cranio, dei poteri degli altri; dall’altra una misteriosa Compagnia, un’organizzazione di persone “normali” il cui scopo è quello di sfruttare a suo vantaggio, e a qualunque costo, le caratteristiche che rendono queste persone speciali.

Il punto su cui si fonda Heroes (per i dettagli rinviamo alla ricca e affidabile scheda di Wikipedia) è la scoperta di un genetista indiano, Chandra Suresh, che si accorge di come una serie di variazioni genetiche consenta a un gruppo di persone, dalla vita e dall’aspetto del tutto normali, di fare cose straordinarie; lo scienziato morirà proprio a causa della sua scoperta, perché verrà prima deriso e poi ostracizzato dagli ambienti universitari di Mumbay, e poi, trasferitosi a New York, verrà ucciso. Il ventaglio di variazioni dei superpoteri è molto ricco: per fare solo qualche esempio, c’è chi accende fuoco con un gesto della mano, chi approfitta della ricrescita dei tessuti e quindi può procurarsi ferite a piacimento senza averne alcun danno, chi vola, chi uccide con il pensiero e chi legge il pensiero degli altri, chi priva gli altri della memoria, chi ferma e domina lo spazio-tempo, chi si muove alla velocità della luce, chi è in grado di acquisire i poteri degli altri per “osmosi”, semplicemente stando loro vicino. Si noti, peraltro, che in fondo i singoli superpoteri sono stati già sperimentati da altri eroi di altre narrazioni sequenziali (la capacità di volare o di muoversi in modo quasi privo di vincoli, per esempio, è se non altro la caratteristica di Superman). Ciò che cambia è l’interazione tra i multiformi poteri straordinari che raramente si concentrano nella stessa persona, perché coloro che ne sono dotati agiscono tutti insieme nel tempo (stiamo semplificando, come vedremo tra poco) e, per quanto le vicende riguardino programmaticamente il globo, New York sembra essere lo scenario privilegiato per densità.

La maggior parte dei personaggi, inoltre, detesta i propri poteri e cerca di nasconderli agli occhi degli altri. C’è chi accetta la propria missione nel mondo proclamando a gran voce la propria peculiarità, come il giapponese Hiro (cfr. su questo più avanti); c’è chi invece percepisce in modo drammatico la propria diversità, che segna la fine e l’impossibilità di una vita normale, come la già nominata Claire, che tutto vorrebbe (fare la chearleader, frequentare il liceo e le feste, tagliarsi e doversi medicare come tutti i ragazzi della sua età) tranne essere speciale. Come osserva la ragazza nel corso di un colloquio con l’unico amico adolescente al corrente delle sue peculiarità,

[Amico] Questa storia potrebbe portarti una certa popolarità

[Claire] Popolarità? // secondo te qui stiamo parlando di popolarità? // La mia vita di ragazza normale finisce adesso / Zack / Ti rendi conto che appena qualcuno a scuola si accorgerà di questa storia assurda farò la fine di un fenomeno da baraccone!?

[Amico] Non essere tragica / stai esagerando

[Claire] No / non sto esagerando.

La presentazione dei personaggi avviene per cerchi concentrici dal primo episodio. Allo spettatore è lasciata la percezione che il fenomeno dei superpoteri sia limitato a cinque, forse dieci personaggi; man mano che il quadro si ricompone, però, appare chiaro che le mutazioni genetiche riguardano centinaia di persone, e non tutte, ovviamente, diventano personaggi di Heroes. La ricomposizione è affidata in buona parte alle ricerche di Mohinder Suresh, figlio del genetista la cui scoperta ha messo in moto tutto il meccanismo: l’unico personaggio essenziale di Heroes a non essere toccato da queste mutazioni genetiche (che però si procurerà da sé in seguito).

Se un limite in Heroes appare abbastanza chiaro – ma all’interno di un serial di alto livello e di grande suggestione – è il rischio di decentramento della narrazione. Tutti i personaggi coinvolti, come si è detto, sono in qualche modo connessi tra loro, o lo saranno, ma a tratti la dispersione è troppo forte e la tensione cala leggermente. Ciò che a Lost riesce in modo magnifico qui è realizzato in modo più farraginoso.

Il secondo aspetto critico è dato dalla caratterizzazione dei personaggi, che spesso non appaiono come tridimensionali per via di un tratteggiamento un po’ tirato via, forse proprio a causa del decentramento della narrazione di cui si diceva, che non permette di far “funzionare” un personaggio che avrebbe bisogno di più tempo (in Lost il soccorso della linea narrativa del passato è essenziale). L’impressione è che a tratti i personaggi non seguano una linea di crescita costante e univoca. Peter Petrelli è un esempio di ciò perché non riesce mai a mettere in pratica i suoi poteri tranne che nell’episodio 1,15 (Unexpected).

Due protagonisti risultano però impeccabili su questo piano. Il primo è Hiro Nakamura, forse il personaggio più godibile, con la sua spalla comica Ando; il secondo è l’ex orologiaio, ora scoperchiatore di crani, Sylar (il cui vero nome è Gabriel Grey). Hiro e Sylar sono gli unici personaggi che, acquisita la consapevolezza del loro potere, si allenano per migliorarlo e aumentarlo. Vero è che durante la stagione tutti faranno ricorso alle proprie capacità, ma Hiro e Sylar sono costruiti a 360° e inseriti perfettamente nel contesto.

A volte la dispersione delle trame narrative diventa criticabile: si pensi ad esempio alla sparizione dall’intero subplot relativo all’amica irlandese di Peter, cui lo spettatore non sa ancora nulla a metà della terza stagione. Il problema non è dato dalla mancata messa a conoscenza dello spettatore, ma dal disinteresse stesso verso la ricostruzione del passato: Peter non si chiede nemmeno dove sia finita la sua amica, e tanto meno si preoccupa di andare a recuperarla o scoprire almeno se sta bene.

Heroes si basa principalmente sulla crescita individuale dei suoi eroi all’interno di una narrazione corale di un gruppo di individui che cambieranno il mondo, come ci è spiegato già nell’introduzione testuale dell’episodio pilota, che contrariamente alla prassi ha un titolo, Genesis, nome anche del primo volume. Prima che Mohinder Suresh inizi a parlare fuori campo (mentre è inquadrato Peter Petrelli su un tetto che sta per buttarsi) passano parole in bianco su fondo nero che sostituiscono – solo nel primo episodio – il taeser spiegando che alcuni individui non «solo lo salveranno, ma cambieranno il mondo».

La narrazione verticale e orizzontale sono ovviamente un unicum narrativo (come sempre avviene per i serial), anche se alcuni filoni presentano scelte che possono disorientare. Si pensi a Niki, una vistosa ragazza bionda dalla forza sovrumana che nasconde dentro di sé una alter ego che di tanto in tanto viene fuori prendendo il sopravvento. La sua vicenda non è inserita nella narrazione orizzontale dell’intera stagione: viene così aperta una sorta di seconda narrazione orizzontale che si evolve secondo le sue vicissitudini personali. In altri termini, la narrazione verticale dell’episodio che la riguarda non è inserita nel contesto che riguarderà invece tutti gli altri (solo Hiro e Nathan Petrelli vengono direttamente o indirettamente a contatto con lei dopo metà della prima stagione).

La scelta degli sceneggiatori è chiara e, in casi come questo, stimolante: non esistono in Heroes squadre di supereroi che poi si combatteranno o altre forme narrative che possano riguardare lo scontro tra il bene e il male. Qui il confine tra bene e male non è ben definito, come in tutta la grande serialità americana: non c’è un supereroe che si oppone a Sylar che va in giro a uccidere suoi simili per avere in cambio i loro poteri, ma è la polizia che se ne occupa. In questo modo gli sceneggiatori evitano banalità e si concentrano su un’evoluzione della storia che segua quella dei suoi protagonisti, nuovi elementi della specie umana.

Una rapida panoramica su nodi testuali ed elementi tecnici. La sigla è data dal pianeta Terra che ruota visto dallo spazio e dalla scritta «Heroes» che appare dopo un’eclisse solare. Il montaggio, almeno all’inizio, è prevalentemente parallelo, come è prevedibile in una serie i cui protagonisti non sanno di essere collegati tra loro da reti invisibili e occorre ricostruire i loro percorsi individuali. Fino ad un certo punto della narrazione che varia di personaggio in personaggio, i protagonisti non si conoscono reciprocamente e vivono chiusi nella solitudine il loro rapporto con i superpoteri, anche perché l’eventuale outing può generare derisione/incomprensione, e secondariamente una sfilza di pericoli.

Il rapporto di Heroes con gli scenari reali è complesso, e le due versioni dell’episodio pilota (una trasmessa in tutto il mondo, l’altra acquisibile solo attraverso i contenuti speciali della versione in dvd) parlano in modo nettissimo a favore di un sostanziale ripensamento dell’intero assetto della serie. Il pilot originario corrisponde a quello mandato poi in onda, salvo che per un particolare fondamentale: sono tagliate tutte le scene, fino all’eliminazione completa dei personaggi legati a questo filone narrativo, in cui un gruppo di fondamentalisti islamici progetta un’esplosione nucleare. Appare chiaro (lo si nota appieno in una serie iperrealistica come 24) che gli scenari post 11 settembre invogliavano a dare corpo alle paure metropolitane dell’apocalisse. La decisione di tagliare questa parte è da attribuire al network e non agli autori. La visione comparata di entrambe le versioni rende però completa giustizia alla decisione finale di eliminare queste scene, le uniche di taglio realistico in una narrazione sospesa tra sogno e incubo. Lo scenario dell’olocausto nucleare per la metropoli rimane intatto; i suoi progettatori, però, sono svincolati da qualunque attore riconducibile alla realtà politica, e l’incubo diventa ancora più impalpabile perché il nemico si fa oscuro, sfuggente, non individuabile. L’unico riferimento alla realtà tragica del terrorismo islamico rimane quindi il fatto che Isaac Mendez, il pittore con il dono di leggere il futuro durante gli stati di trance, dipinge un attentato suicida in Israele prima che esso sia effettivamente messo in atto.

Gli aspetti tecnici sono senz’altro impressionanti. La fotografia è eccellente; i colori, soprattutto nei momenti topici, sono cupi, con prevalenza di toni del grigio, del seppia e del marrone. Ogni dettaglio è curato in modo maniacale, dalla scelta dei vestiti che caratterizzano ogni singolo personaggio al breve, quasi subliminale, rumore del meccanismo di un orologio che introduce tutti gli ingressi in scena di Sylar. La colonna sonora, di grande suggestione, è adeguata alla complessità dell’opera.

 

Marcello Aprile; Daniele Pizzileo, Simone Zeoli

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