Gomorra

Gomorra

Sta’ senza penzieri. (Ciro Di Marzio)

Dopo il grande successo riscosso dalla serie Romanzo Criminale, Sky e il regista Stefano Sollima danno vita a un nuovo grande fenomeno televisivo: Gomorra – La serie.
Diretta da Stefano Sollima, Claudio Cupellini e Francesca Comencini, la prima stagione di Gomorra viene trasmessa dal 6 maggio al 10 giugno 2014 su Sky Atlantic.
Ideata dall’autore dell’omonimo libro Roberto Saviano e sceneggiata da Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Giovanni Bianconi, prodotta da Sky insieme a Cattleya e Fandango, in collaborazione con La7 e Beta Film, la serie è stata venduta in 50 diversi Paesi. Nei 12 episodi della durata di 60 minuti circa, Gomorra presenta uno spaccato dell’Italia più nera: ambientata nell’hinterland di Napoli, la vicenda vede due clan camorristi, Savastano e Conte, in lotta per la conquista della “terra dei fuochi”.
Dal 10 maggio al 14 giugno 2016, a distanza di circa due anni, viene trasmessa la seconda stagione che comprende altri 12 episodi. In cabina di regia, sempre il trio di cui sopra, coadiuvato dal regista Claudio Giovannesi.

Un quadro reale, e soprattutto attuale, quello narrato nel corso della prima stagione (12 puntate): una Napoli divisa tra potere decisionale di clan mafiosi per la gestione patriarcale e sanguinaria del territorio e la disperazione e la fame, che spingono giovanissimi adepti ad uccidere per pochi euro e a facilitare le cosche camorriste a sostituirsi allo Stato, poiché più presenti e attente al territorio, al “loro” territorio. Collusioni politiche ed imprenditoriali, mafia nei palazzi del potere e capitali investiti in imprese pulite sia in Italia che all’estero sono tutti riflessi di una realtà ben radicata nel nostro Paese, che fanno luce su un fenomeno sociale che non è più limitato ormai alla sopravvivenza, ma all’egemonia politico-mafiosa.
La vicenda, ispirata a fatti reali, ci presenta il clan Savastano, capeggiato dal leader don Pietro (Fortunato Cerlino), seguito poi dal figlio Gennaro (Salvatore  Esposito) e dalla moglie Imma (Maria Pia Calzone), che, tra 41bis e successioni al potere (reali o presunte), lotteranno per mantenere il comando e la supremazia sul territorio campano contro pericoli interni ed esterni, ma, soprattutto, facendo fronte alla rivalità messa in atto dal clan capeggiato dallo spietato Salvatore Conte (Marco Palvetti).
Infatti, se lo scontro con il boss Conte impegnerà buona parte delle energie di don Pietro sia in Italia che in Spagna, il pericolo più grande è quello interno, rappresentato dagli scontenti affiliati al clan che vogliono mettere in piedi una scissione. A capo della ribellione vi è il sanguinario killer Ciro Di Marzio (Marco d’Amore), detto l’immortale, che con le sue azioni incrinerà equilibri un tempo infrangibili.
Il punto di forza di Gomorra è la capacità di mettere perfettamente in scena uno spaccato di vita terribile nella sua realtà, che trasuda rabbia e inquietudine in ogni sequenza. Non c’è spazio per l’erotismo e i sentimenti, tranne qualche raro esempio di forte intesa e sensualità tra Don Pietro e Donna Imma o qualche cottarella di un giovanissimo Genny. Qui la presenza costante è quella della disperazione di chi vive la realtà, che troppe volte ha come unica scelta l’illegalità: a Scampia e Secondigliano i bambini non giocano, ma crescono in fretta facendo i corrieri della droga o i killer; i cittadini si sentono più protetti dalla malavita, che offre loro lavoro e protezione sostituendosi, così, alle istituzioni.
Ma in questo clima, gli stessi cittadini rappresentano potenziali clienti per la vendita delle sostanze stupefacenti o vittime di dinamiche di potere molto più grandi di loro.
Importante ruolo nella serie è assegnato a Donna Imma, a’ leonessa, che guiderà il clan Savastano sostituendosi al marito in galera, dando una svolta decisiva alla vicenda. Infatti, sarà nel periodo di reggenza di Donna Imma che il clan Savastano getterà le basi sia per l’egemonia che per i dissapori interni, che porteranno a tradimenti e scissioni. Donna Imma è la prima a vederci lungo: comprende che l’unico modo per svezzare il figlio mammone consiste nell’allontanarlo da casa, costringendolo a combattere per la sopravvivenza; capisce bene e in netto anticipo l’ambiguità di Ciro Di Marzio; guida con fedeltà e coraggio l’impero creato dal marito, pur consapevole di poterci rimettere la vita. Ogni personaggio è stato seguito da un regista: Sollima per Don Pietro, Comencini per Imma e Cupellini per Salvatore Conte.
Come per la serie Romanzo Criminale, la scelta di un cast non famoso ma di qualità è stata coraggiosa ma ha ben pagato: accanto al non essere televisivamente famosi, la maggior parte degli attori ha in comune studi ed impegni teatrali, che si fanno notare una volta sul set.
La serie è stata girata tra Napoli, Roma, Spagna e Germania. Il successo clamoroso della prima stagione ha spinto i produttori a realizzarne una seconda, naturale prosecuzione della prima, conclusasi nel sangue e con la morte di diversi personaggi, giunta a maggio 2016 sempre in esclusiva su Sky.
Dopo la lunga reclusione, Don Pietro, con il sostegno di Malammore e altri vecchi componenti fedeli al clan, riesce ad evadere. Nel frattempo, Genny e Ciro, dopo la morte di Imma avvenuta per mano dell’Immortale, si scontrano: un conflitto a fuoco dal quale uscirà vincitore Ciro. Risvegliatosi in ospedale, Genny, ormai ponte tra i cartelli sudamericani e i clan italiani per il narcotraffico, insegue il padre per decidere le sorti del clan Savastano. Don Pietro viene condotto in Germania, dove sono ambientati i primi episodi, e qui può contare sull’appoggio di Mico, esponente della ‘Ndrangheta che gli fornirà aiuto e armi. La scelta della località scandinava non è casuale. La figura di Mico e la strage nel suo locale sono atte a richiamare la strage (realmente avvenuta a Duisburg) riconducibile alla faida di San Luca. Ma nella seconda stagione i colpi di scena e i nuovi interessanti personaggi si susseguono a ritmi serrati. Ampio spazio viene ricoperto dalle figure femminili, vere protagoniste della stagione. È infatti una donna, nei 12 episodi datati 2016, a reggere le sorti della vicenda sanguinaria. Personaggi nella prima stagione tenuti più nell’ombra si rivelano nel corso della seconda, facendo conoscere allo spettatore tutta la loro indole e sfera più intima.
Precedenti alla serie tv sono l’omonimo film di Matteo Garrone e lo spettacolo teatrale.

Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino): capo famiglia del clan Savastano. Spietato, determinato e dal pugno di ferro, è in lotta col clan rivale capitanato da Don Salvatore Conte. Veterano della malavita, ama il lusso, sua moglie e non accetta concorrenza. Vedrà crollare il suo impero criminale e lotterà sino alla fine, persino contro suo figlio, per riprendersi ciò che è suo: Secondigliano.
Ciro Di Marzio (Marco D’Amore): killer spietato e ambizioso, il prediletto del boss Savastano, è soprannominato “l’Immortale” poiché sopravvissuto a dure prove di forza e gravi attentati. Giovane, affascinante, sposato e padre di una bambina. È amico del figlio del boss Savastano, Gennaro detto Genny. Ciro Di Marzio riveste un importante e ambiguo ruolo: inizialmente fedele al clan Savastano, sarà promotore della scissione una volta che Don Pietro verrà condannato al 41bis, Donna Imma lo degraderà e Genny, passato al comando della famiglia, lo tratterà non più da amico ma da soldato. Troverà un accordo con Salvatore Conte e sarà promotore dell’Alleanza, che finirà per dirigere.
Donna Imma (Maria Pia Calzone): è moglie di Pietro Savastano e madre di Genny. Forte, determinata e pronta ad assumere il comando durante la detenzione del marito, è la prima a vederci chiaro su Ciro. Convince suo figlio a recarsi in Honduras per un importante traffico di stupefacenti, ma in realtà Donna Imma vuole, attraverso quest’esperienza, fare crescere il ragazzo per prepararlo al dominio del clan Savastano. Si tratta del personaggio femminile più riuscito e di uno dei personaggi cardine dell’intera serie.
Genny Savastano (Salvatore Esposito): inizialmente non all’altezza di succedere al padre, tornerà da un viaggio all’estero, nel quale rischierà la vita, profondamente cambiato. Spietato e duro, creerà un nuovo clan attorno a sé, composto da giovanissimi per eliminare tutti i vecchi amici del padre che non lo stanno a sentire e ripongono poca fiducia in lui. Inizialmente amico di Ciro, diverrà suo acerrimo rivale dopo la morte di Donna Imma, uccisa per volere dello stesso Di Marzio ormai pronto per la scissione. Dopo essersi ritrovato con suo padre, deciderà di intraprendere una via differente, optando per affari illeciti su Roma, ove conoscerà Azzurra, che sposerà e dalla quale avrà un figlio.
Don Salvatore Conte (Marco Palvetti): è alla guida del clan rivale dei Savastano. Giovane, profondamente religioso, misterioso e cupo, capace di battute taglienti, Salvatore Conte porterà dalla sua parte Ciro e altri membri del clan Savastano. Vive tra Napoli e Spagna, dove è imprenditore e multiproprietario. Darà vita all’Alleanza assieme agli scissionisti e perderà la vita, lasciando così il suo amore (scandaloso e inconfessabile, dato che si tratta di un transessuale), in una trappola ideata da Ciro assieme ad alcuni uomini vittime del malcontento all’interno del clan Conte.
Malammore (Fabio De Caro): vecchio membro del clan Savastano, il più fedele degli uomini di don Pietro e suo braccio destro e zio di Patrizia. Dopo l’arresto di don Pietro, si mette al servizio della moglie del boss, Imma, e, al ritorno di Gennaro dall’Honduras, contrasterà l’idea di tradire i Savastano; ma Genny dopo la morte della madre ordina a O’Track di ucciderlo. In seguito metterà sua nipote Patrizia al servizio di don Pietro come “ambasciatrice”. In seguito Malammore diventa il gestore di tutte le piazze di spaccio per i Savastano. Per vendicarsi della morte di Imma, don Pietro lo incarica di uccidere la figlia di Ciro, Maria Rita: il soldato esegue l’ordine. Nel finale della seconda stagione, accompagna don Pietro al cimitero per incontrare Genny, che però ha venduto il padre a Ciro.
Scianel (Cristina Donadio): sorella di Zecchinetta, ucciso da O’Track per volere di Genny, diviene la reggente dell’importante piazza di spaccio del fratello. Inizialmente membro dell’alleanza, dopo i dissidi con i ragazzi del Vicolo, fa uccidere O’Track per vendicarsi della morte del fratello e per il fallito attentato al figlio Lelluccio. Successivamente, Marinella, moglie di Lelluccio, la vende alla polizia per vendicarsi dell’uccisione dell’amante Mario. Di conseguenza, passa dalla parte di don Pietro Savastano ma, mentre è in auto, viene fermata a un posto di blocco e arrestata.
O’Track (Carmine Monaco): dopo i vari dissidi interni all’Alleanza per l’acquisizione della piazza di spaccio del rione Sette Palazzi, viene ucciso per volere di Scianel.
Rosario “o Nano” Ercolano (Lino Musella): inizialmente affiliato al clan Savastano, amico e braccio destro di Ciro Di Marzio, è fautore della scissione. Viene ucciso, nel corso della seconda stagione, da alcuni sicari assoldati da don Pietro per creare tensioni tra gli scissionisti.
Patrizia Santoro (Cristiana Dell’Anna): capocommessa in un atélier dove si servono tutte le donne più in vista di Secondigliano, inclusa Scianel, Patrizia si rivelerà un “orecchio” utilissimo per suo zio, Malamore, luogotenente di Pietro Savastano. Verrà incaricata di essere ambasciatrice di Don Pietro, del quale arriverà ad essere la compagna.

Ogni puntata della serie si apre con un brevissimo prologo al quale segue poi la scritta GOMORRA, in stampatello color ruggine su sfondo metallizzato. In sottofondo, una musica accompagna i pochi secondi di presentazione della serie. Le musiche sono dei Mokadelic.
Ciascuna puntata parte in sordina, per poi lasciar spazio sempre più all’azione e all’intrigo di una crime story avvincente e realistica. Più che le esplosioni, i conflitti a fuoco e gli inseguimenti, che pure non mancano, colpisce la violenza cupa, a volte spietata, come – si riportano due esempi tra i tanti possibili – l’uccisione di Danielino o i giorni passati da Genny in Honduras, dove apprende la crudeltà delle bande latino-americane dei narcos.
La sigla è posizionata dopo pochi minuti dall’inizio e quando i toni sono ancora pacati. Ciascuna puntata è caratterizzata dall’uso di cliffanger.
La regia e la supervisione a cura di Stefano Sollima hanno fatto di Gomorra una serie senza precedenti. Distaccatosi molto dallo stile del precedente Romanzo Criminale, Sollima gira con un approccio realistico, asciutto. Nel corso dei 24 episodi (2 stagioni), assistiamo a una continua evoluzione di ciascun personaggio: la rigida impostazione iniziale che ciascuno di questi rivela è, così, progressivamente smussata.
Dietro al girato, si nasconde un’approfondita ricerca sul fenomeno da parte del regista anzitutto e degli sceneggiatori, che hanno osservato un approccio giornalistico per la stesura del copione. Gli episodi, ciascuno della durata di 60 minuti circa, sono contrassegnati, come si diceva poco fa, dalla presenza di diversi cliffanger, elemento fondamentale per accrescere la suspence e l’interesse da parte del pubblico.
Altra scelta coraggiosa e sempre vincente è quella musicale, dove  i neomelodici sono quasi assenti per lasciar spazio al post rock dei Mokadelic e a tanto rap, da Nto’ ai Co’ sang, per rinforzare sia il grido rabbioso che si leva dalle periferie della città, sia per sottolineare l’età giovanile di molti degli appartenenti alle cosche.
Un prodotto italiano qualitativamente ottimo sotto ogni punto di vista: regia, recitazione, fotografia, scenografia, effetti speciali, musica. Gomorra non è una semplice serie tv. Gomorra mette in scena il quotidiano, il vero, facendo luce sulle collusioni tra clan mafiosi e politica, stragi, terra dei fuochi, controllo di stupefacenti e disperazione di una terra dove la normalità è molto più agghiacciante della cronaca.

I colori di Gomorra sono freddi, con grandi contrasti tra luci ed ombre. Il cambio di stile rispetto a Romanzo criminale non potrebbe essere più evidente, anche sul piano della tecnica registica e della fotografia: da una parte Roma, con le contraddizioni di una città presa a tutto tondo, dall’altra la sterminata e anonima distesa di caseggiati dell’hinterland napoletano (non certo, per esempio, la città vecchia): nessuna concessione al paesaggismo, che pure, in una realtà come quella partenopea, sarebbe stato più che comprensibile. Un’altra differenza salta subito agli occhi: in Gomorra non ci sono personaggi buoni, nei quali ci si può identificare con valori positivi (come, per esempio, il commissario Scialoja di Romanzo criminale). I boss delle bande criminali, gli “ufficiali” di coordinamento e i meri esecutori condividono un mondo che non cerca riscatti. Lo Stato è altrove, estraneo: sono le pattuglie al ciglio della strada in cui ogni tanto, a cominciare da Pietro Savastano, si imbattono i camorristi («Spenga l’auto, estragga le chiavi e le appoggi sul tettuccio», intima in italiano un poliziotto al boss durante un controllo: 1,2). Non si direbbe che i momenti di interazione tra gli enti locali e i boss, o tra gli emissari di una politica debole e corrotta e i gregari, siano propriamente rapporti tra istituzioni indipendenti e associazioni di cittadini. Le relazioni sono oscure, inquietanti, il primo sindaco di Giugliano, Luigi Fabbretti, è amico di Savastano padre, il secondo, Michele, è un uomo di Genny.
La colonna sonora presenta un buon lavoro dei Mokadelics. Del gruppo, in particolare, sono le musiche che chiudono ogni puntata, diventando un vero e proprio nodo testuale: quando si sente la sequenza di note, lo spettatore sa che l’episodio finirà di lì a pochi minuti.
È un’opinione comunemente diffusa quanto sbagliata e semplicistica quella che Gomorra sia scritto e recitato in napoletano (inteso come dialetto napoletano). La lingua della serie è, invece, un’architettura complessa e stratificata, che si gioca tutta all’interno del continuum dialetto / italiano regionale. Non c’è una sola battuta di uno dei protagonisti tra loro o con i loro amici e familiari che non contenga elementi misti in tutto il ventaglio, dalla fonetica fino alla morfologia e alla sintassi.
Ecco un discorso di don Pietro ai suoi uomini, nel corso di una sorta di briefing nella seconda puntata della prima stagione (la trascrizione è semplificata; per i principali suoni del napoletano non rappresentabili in italiano, ɘ equivale alla vocale detta schwa e š alla sibilante palatale, come nell’italiano scena):

[Pietro Savastano] Qualcuno s’è cantato u caricɘ. C’è stata ‘na soffiata.

[Zecchinetta] Ma fosse stato Conte?

[Ciro Di Marzio] Conte tene rapporti coi messicani. Possibile che sapeva duu carico.

[PS] Cumm’è è. Ammɘ sta’ cu ll’uocchiɘ apiertɘ. Dopo l’altra notte ci stanno addosso. Ma Bulletta a ddo’ sta?

[CDM] Aggɘ telefonatɘ. Nu mm’ha rišposto. Ci aggɘ lasciatɘ nu messaggɘ.

Non è certo italiano standard, ma non è certo napoletano: il lessico presenta un abbondante numero di parole non dialettali (soffiata, carico, rapporti, il verbo telefonare), ma alcune di esse presentano un adattamento alla fonetica locale (caricɘ, telefonatɘ). Tratti alti e bassi si alternano persino nella stessa parola: in lasciatɘ è italiana la sc (in napoletano si sarebbe detto lassatɘ), ma è napoletana la vocale finale. Nelle battute di Savastano, soprattutto nella seconda, a una frase compiutamente dialettale («Cumm’è è. Ammɘ sta’ cu ll’uocchiɘ apiertɘ»), ma non per questo incomprensibile, ne segue una compiutamente italiana («Dopo l’altra notte ci stanno addosso») e poi una nuovamente dialettale («Ma Bulletta a ddo’ sta?»). È locale, nella battuta di Ciro, l’uso del verbo tenere per avere (per di più anche la fonetica, tene per tiene, è locale), ma la comprensione dell’enunciato è garantita dal fatto che il soggetto e tutti gli altri elementi della frase sono in italiano. Dove possibile, la naturalezza dell’andamento del dialogo è ulteriormente garantito da elementi fonetici genuini (la š di rišposto, ma anche possibile pronunciato con il rafforzamento della b, come in tutta l’Italia meridionale).
Insomma, anche da queste brevi note si capisce che l’intersecazione tra italiano e dialetto è continua, sia perché si parla così nella vita quotidiana, in cui la purezza della lingua è un concetto astruso e poco più che teorico, sia per garantire la comprensibilità a un pubblico non strettamente locale; la funzione sottotitoli è disponibile, ma davvero non necessaria.
Al di là dell’ambientazione campana, alcune puntate sono ambientate altrove. Per esempio, parte dell’episodio 1,5 si svolge a Milano, dove il ruspante italiano regionale campano di donna Imma e di suo figlio Genny viene a contatto con l’italiano regionale milanese di Franco Musi, il commercialista che si occupa degli investimenti della famiglia. Il cibo, in questa puntata, equivale ad una scelta antropologico-linguistica precisa: Musi mangia sushi; donna Imma, invece, mentre gli ordina di suicidarsi per fare cessare le indagini su di lui, che avrebbero potuto portare fino al clan dei Savastano, addenta spaghetti con le vongole. Mondi non comunicanti.
Gomorra è anche una serie con una lunga sequela di battute memorabili, che entrano subito nell’immaginario collettivo: si va da Sta’ senza penzieri, usata soprattutto di Ciruzzo Di Marzio (ma non solo da lui) a una sfilza di battute di uno dei personaggi più sarcastici, Salvatore Conte, che alterna modi di dire della tradizione dialettale (Chillɘ tenɘ a capa pe špart’e rrecchie, quello ha la testa per dividere le orecchie) a battute proprie, come l’indimenticabile francese maccheronico deux frittur che costituisce la sua ordinazione in un ristorante di Menton: ma non c’è che l’imbarazzo della scelta. L’effetto sul pubblico è moltiplicato dai The Jackal, un gruppo di attori youtuber napoletani che producono una serie di video intitolati “Gli effetti di Gomorra sulla gente”: un successo travolgente, con milioni di contatti.
La seconda stagione è forse meno convincente della prima: l’avvicendamento dei personaggi, prima che il pubblico si affezioni loro tanto da farli diventare insostituibili, è probabilmente troppo veloce. Resta il fatto che Gomorra è uno dei prodotti più originali della cinematografia seriale italiana dell’ultimo decennio. La conferma della serie nei palinsesti di Sky anche per i prossimi anni (tre stagioni sicure, probabilmente fino a cinque) è un sicuro segno di apprezzamento di un pubblico ormai maturo.

 

Nico Parente, Marcello Aprile

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