Girls

Girls

Vivere il sogno. Un errore alla volta
(Tagline della prima stagione)

Girls è una serie televisiva trasmessa dal canale statunitense HBO dal 2012 ed ancora in produzione. Di genere commedia, ne sono state registrate 3 stagioni per un totale di 32 episodi da 30 minuti circa e la HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione che sarà trasmessa nel 2015.
La storia nasce dalla mente di Lena Dunham creatrice, interprete, sceneggiatrice e produttrice della serie già vincitrice nel 2010 dell’Independent Spirit Award per la migliore sceneggiatura con il suo film indipendente Tiny Furniture (da lei scritto, diretto e interpretato).
Girls ha iniziato a concretizzarsi grazie al coinvolgimento di Judd Apatow come produttore esecutivo, il quale ha prodotto la serie attraverso la sua Apatow Productions. L’episodio pilota è stato commissionato a metà settembre del 2010, mentre l’ordine per l’intera produzione della prima stagione è avvenuto nel gennaio 2011 [1]. Lena Dunham ha curato la sceneggiatura di tutti i 10 episodi che compongono la prima stagione e ne ha diretti cinque.
Girls ha debuttato ufficialmente negli Stati Uniti il 15 aprile 2012 [2]. Dal giorno successivo, il primo episodio è stato reso disponibile online sul sito ufficiale della HBO e su You Tube. I primi tre episodi sono stati mostrati in anteprima al South by Southwest il 12 marzo 2012 [3]. In Italia i diritti per la messa in onda sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda a partire dal 13 febbraio 2013.

Girls è una comedy femminile, che presenta elementi romantici e gotici con una massiccia influenza di cultura indie facilmente rintracciabile anche nella scelta delle colonne sonore che accompagnano il susseguirsi delle puntate. La serie, ambientata a New York, ma lontana dalla solita rappresentazione scintillante della Grande mela, è incentrata sulla vita difficile di quattro ragazze tra precariato tanto professionale quanto sentimentale.
Una commedia a tratti amara con lo scopo di far riflettere lo spettatore. La serie infatti si presenta accurata nel ritrarre il senso di disperazione, di solitudine, di mancanza di ambizione e certezze nel futuro che affliggono le ultime generazioni.
Hanna, interpretata da Lena Dunham, è un’aspirante scrittrice appena laureata che si ritrova senza punti di riferimento nel momento in cui i suoi genitori le comunicano la loro decisione di tagliarle i fondi.
Il gruppo di amiche è completato da Marnie, migliore amica e coinquilina di Hanna e le due cugine: Jessa, esuberante e giramondo e Shoshanna, insicura, goffa e timida. Questo gruppo di giovani donne, molto diverse tra loro, scoprirà quanti sbagli si devono commettere e quante umiliazioni si è disposti a sopportare in nome dell’amore e delle proprie ambizioni.
Nell’ideazione del suo personaggio, come in quello delle amiche che circondano Hannah, Dunham si è ispirata ad alcune esperienze da lei realmente vissute. Inoltre, come fan di Sex and the City e Gossip Girl, ha voluto creare uno show che fotografasse la sua generazione. Tra le donne in cerca del vero amore di Sex and the City e le adolescenti privilegiate di Gossip Girl c’era un vuoto, rappresentato dalle ventenni di New York City, che la sceneggiatrice ha tentato di colmare con Girls.
A tal proposito la stessa Dunham, in un intervista al Corriere della sera dichiara: «Siamo la prima generazione globalizzata e internettizzata cresciuta interamente sui social media. A differenza delle girls di Sex and The City, che avevano le idee ben chiare in fatto di fidanzati, amici, sesso e carriera, noi siamo allo sbando in tutto. Dopo la laurea siamo disoccupate, precarie, andiamo a letto con un ragazzo anche se non ci piace perché sappiamo tutto su di lui grazie a Twitter e Facebook» [4].
Girls non ha nessuna pretesa di formazione o didattica su come imbastire le relazioni o trovare un buon lavoro o affermarsi in una città come New York, motivi per cui è stato etichettato come l’anti Sex and the city [5]:

due serie agli antipodi in quanto rappresentano due mondi completamente diversi. Non ci troviamo più nella città di Carrie: luccicante, glamour e vitale, ma in quella di Hanna: grigia, difficile e costosa.

Le protagoniste non possono permettersi di vivere in un confortevole loft affacciato su Central Park: abitano in piccoli appartamenti in condivisione a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn diventato punto di riferimento per i giovani e ritrovo dei cosiddetti hipster, tanto bistrattati sul web.
Non abbiamo davanti delle super modelle ma ragazze normali nelle quali è facile riconoscersi. Gli uomini sono lontani da quell’immagine comune di Mister Big, pronti a fare carte false per amore ma sono solo dei ragazzini spesso impreparati davanti alla frenesia del sesso e dei sentimenti.
La sessualità e la sua scoperta sono descritte in maniera esplicita, a tratti sgradevole ma necessaria e anticonvenzionale. A tal proposito la stessa ideatrice della serie dichiara: «Ci sono scene di sesso molto imbarazzanti. Non so perché ma io mi ritrovavo nuda tutto il tempo. So che farà schifo a qualcuno, qualcuno che non vuole vedere corpi come il mio o come il loro».
La particolarità di questa serie è data proprio dal fatto che Lena Dunham sbatte in faccia allo spettatore i particolari del proprio corpo imperfetto, in una dimostrazione esplicita di libertà creativa senza compromessi. La regista si mette letteralmente a nudo, comparendo in quasi tutti gli episodi senza vestiti, in tutta la sua fisicità di ragazza normale con le curve nei posti sbagliati e troppa cellulite. Anche i suoi tatuaggi, spiega Hannah ad Adam, sono stati fatti ai tempi del liceo per restituirle la “percezione di controllo sul corpo” di adolescente complessata.
Molte delle co-star della Dunham, lei compresa, sono figlie di nomi celebri dell’industria dello spettacolo e dei media, motivo per cui la serie è stata accusata di nepotismo [6].
La critica si divide tra chi ha lodato Girls per la sua natura grezza, l’umorismo e il tono rinfrescante e chi accusa l’autrice oltre che di nepotismo anche di aver creato un prodotto razzista e autoreferenziale.
La creatrice si difende dall’accusa di razzismo dovuta all’assenza di personaggi appartenenti a minoranze etniche (un ragazzo di colore apparirà solo nella seconda stagione) dicendo: «Ho scritto basandomi sulla mia esperienza, istinto e mondo personalissimi che, nel bene e nel male, sono bianchi. Non volevo escludere nessuno ma per onestà intellettuale credo di non poter raccontare in prima persona l’universo di una coetanea afroamericana».
Lo show ha ottenuto un punteggio di 87 su Metacritic e Tim Goodman dell’Hollywood Reporter l’ha definita una delle serie più «originali, azzeccate e avvedute degli ultimi tempi». Basandosi sui primi tre episodi, Goodman ha scritto che Girls esegue un ritratto credibile delle amicizie femminili, dell’angoscia per l’ingresso nell’età adulta, delle relazioni, della sessualità, dell’autostima, del culto dell’immagine e delle difficoltà del vivere a New York con pochi soldi in tasca, tutti argomenti «cuciti insieme con umorismo e amarezza».
La prima stagione della serie è stata premiata ai Golden Globe Awards 2013 come migliore serie TV nella sezione commedia o musical, mentre a Lena Dunham è andato il premio come miglior attrice. Sempre nello stesso anno ha vinto anche gli DGA Awards come miglior regista per una serie TV commedia, per la puntata pilota e i Writers Guild Awards come nuova migliore serie tv [7].

Il gruppo di amiche di Girls è formato da personaggi molto differenti tra di loro, caratterizzati tutti da una contraddizione: la strana sensazione dello stare al mondo e di esservi partecipi in prima persona ma senza riuscire a diventarne protagonisti.
Hannah Horvath (Lena Dunham), originaria del Michigan, dopo la laurea decide di trasferirsi a New York per cercare di coronare il suo sogno di diventare scrittrice.
Stagista non retribuita, si trova in difficoltà economiche quando i suoi genitori, Loreen e Tad Horvath (Becky Ann Baker e Peter Scolari), dopo due anni di mantenimento post-laurea e convinti che possa continuare a mantenersi da sola, decidono di non darle più soldi in modo da motivarla ancora di più nella scrittura.
Hannah si ritrova così costretta a chiedere al suo datore di lavoro uno stipendio che le viene negato perché, nonostante svolga un lavoro di inestimabile valore per l’azienda, rimane una tra le 50 richieste di stage, filtrate ormai come spam, che arrivano ogni giorno.
In amore, come nella vita, le cose non vanno meglio. Rincontrando il suo ex ragazzo del college Elijah Krantz (Andrew Rannells), viene a sapere che, alla fine della loro relazione, si è scoperto gay. Ha una strana e morbosa relazione con Adam Sackler (Adam Driver), un ragazzo che in passato ha avuto dei problemi di alcolismo. Il loro rapporto sembra essere incentrato solamente sul sesso, ma quando Adam le chiede di impegnarsi uffcialmente, lei si dimostra impreparata ad accettare la proposta di convivenza, e, anche se Hannah è ossessionata dal ragazzo, il loro rapporto rimane incostante ed effimero. La protagonista indiscussa di Girls è semplicemente umana, inadeguata, immobilizzata fra un eccesso di aspettative e l’impossibilità di concretizzarle.
Marnie (Allison Williams), invece, sua coinquilina e migliore amica per quasi tutta la prima stagione, è l’unica nel gruppo ad avere un lavoro. Ragazza responsabile, rigida, egoista e con la mania di avere tutto sotto controllo, Marnie lavora in una galleria d’arte.
Ciò che tiene maggiormente sotto controllo è la sua storia con Charlie (Christopher Abbott), un ragazzo molto dolce e premuroso ma per il quale lei non prova più attrazione, almeno fino a quando lui non la lascia per un’altra. Marnie nel corso delle stagioni sarà molto attratta da un artista concettuale, conosciuto ai tempi del lavoro nella galleria d’arte, Booth Jonathan (Jorma Taccone).
Shoshanna (Zosia Mamet), che è ancora studentessa alla New York University, passa le ore navigando sui social network ed ha un grosso problema: è ancora vergine.
Molto ingenua, insicura e impacciata avrà la sua rivincita quando inizierà la storia d’amore con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky), ragazzo trentenne, cinico e ormai disilluso da una vita che difficilmente prenderà una piega diversa. La loro relazione termina quando emergono le loro diversità di età, ambizione e interessi. Shoshanna per superare le sue insicurezze cerca di seguire come un mantra i consigli delle protagoniste di Sex and the City, per le quali nutre una totale venerazione (lei stessa nel pilot si identifica come un mix fra Carrie, Miranda e Samantha). Completamente opposto è il personaggio della cugina inglese Jessa Johansson (Jemima Kirke), ritornata da uno dei suoi numerosi viaggi in giro per il mondo, con la quale divide l’appartamento. Jessa è molto ammirata da Shoshanna: è come se fosse ciò che vorrebbe essere, ma non sarà mai. Anticonformista, libera e menefreghista, deve il suo carattere alla sua vita difficile, tra tossicodipendenza e genitori assenti.

Girls presenta una serialità orizzontale in quanto narra il susseguirsi delle vicende della vita delle protagoniste e non tutti gli argomenti trattati in un episodio si concludono in un arco narrativo definito. Ogni puntata, dopo un riassunto degli episodi precedenti, inizia con un teaser in cui lo spettatore è in grado di capire gli argomenti principali che saranno trattati nei 30 minuti successivi.

Sigla: La serie non ha una sigla predefinita, ma tra il teaser e l’inizio vero e proprio dell’episodio compare per alcuni secondi il logo della serie Girls, scritto in stampatello maiuscolo, con colori di sfondo e di caratteri sempre diversi.

Particolare la scelta di una colonna sonora sofisticata che accompagna le varie scene con diverse melodie, inedite. Mescola brani di alcuni fra i migliori artisti internazionali di ieri e di oggi: Mgmt, Oasis, Best Coast, Belle and Sebastian, The Pretenders, Brian Ferry, ecc.
Una delle scene più emozionanti di entrambe le stagioni ruota attorno al brano Dancing on my own della cantante electropop Robyn: Hannah e Marnie ballano questa canzone in uno dei rari momenti di sincera complicità tra ragazze.
Controcorrente anche nella tecnica narrativa, essendo Girls prodotto autobiografico in cui la Dunham si immerge nella sperimentazione più pura. Infatti è una serie che si permette di dilatare i tempi, di rompere le trame, di disfare le temporalità proprie di un formato “classico”, dando la sensazione allo spettatore che tutto si ripeta, che in realtà l’evoluzione tanto attesa dei personaggi non giunga mai a destinazione.
In ogni puntata, attraverso la rappresentazione di spezzoni di vita reale, Girls è capace di dare importanza ad argomenti solitamente ritenuti insignificanti, che acquistano nuove intensità grazie al modo in cui sono presentati.

Girls, come si evince dal titolo, non vuole raccontare la storia di un gruppo di amiche ma di quattro ragazze, ognuna con la propria storia, il proprio carattere e i propri fallimenti. Attraverso le varie sfaccettature dei personaggi e delle situazioni in cui si trovano, l’autrice vuole far riflettere lo spettatore.
Tutti i dialoghi, pur avendo un linguaggio a volte spinto e volgare, sono ricercati e ben strutturati per arrivare al nodo del discorso senza girarci troppo intorno.
In definitiva, è possibile affermare che, almeno per quanto riguarda l’aspetto linguistico, i protagonisti di Girls si avvicinano molto ai ragazzi che il target di partenza cerca di fidelizzare. Infatti, al contrario di altre commedie, come ad esempio Sex and the city, in cui ad una già difficile immedesimazione con le vite dei protagonisti si aggiungono talvolta dialoghi e situazioni che sembrano un po’ forzati, in Girls, oltre alla possibilità di identificazione con le vite delle ragazze di Brooklyn, il linguaggio sembra più adatto al pubblico di riferimento.
In una scena molto significativa del pilot, si percepiscono i caratteri e i ruoli dei genitori di Hannah e il loro rapporto con la figlia.
Hannah, dopo aver bevuto del tè all’oppio e aver avuto uno scambio di idee molto contrastanti con le sue due amiche Marnie e Jessa, va a trovare i suoi genitori in albergo, prima del loro ritorno nel Michigan, per far leggere loro seduta stante il libro a cui sta lavorando da tempo e convincerli a non tagliarle i fondi (Girls; 1,1):

[Hannah] Non vi voglio spaventare, ma io credo che potrei essere la voce della mia generazione, o almeno, una voce di una generazione. Ora per finire il libro vi chiedo solamente 1.100 $ al mese per i prossimi due anni.

(madre ride)

[Padre] Sono un sacco di soldi

[Madre] Pazzesco!

[Hannah] Lo dici tu che è pazzesco. Nessuno vive a New York con 1.100$ al mese, ma io sono determinata a finire questo libro e quindi sono disposta a fare dei grossi sacrifici.

[Madre] Perché non ti trovi un lavoro e ti apri un blog? Sei davvero viziata!

[Hannah] Sì, beh, di chi è la colpa, mamma?

[Madre] Di tuo padre!

[Padre] Tutto questo mi rende molto infelice, è un’orribile sensazione

[Madre] Non siamo una banca, Hannah.

 

Deborah Santoro

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Girls è una serie televisiva trasmessa dal canale statunitense HBO dal 2012 ed ancora in produzione. Di genere commedia, ne sono state registrate 3 stagioni per un totale di 32 episodi da 30 minuti circa e la HBO ha rinnovato la serie per una quarta stagione che sarà trasmessa nel 2015.

La storia nasce dalla mente di Lena Dunham creatrice, interprete, sceneggiatrice e produttrice della serie già vincitrice nel 2010 dell’Independent Spirit Award per la migliore sceneggiatura con il suo film indipendente Tiny Furniture (da lei scritto, diretto e interpretato).

Girls ha iniziato a concretizzarsi grazie al coinvolgimento di Judd Apatow come produttore esecutivo, il quale ha prodotto la serie attraverso la sua Apatow Productions. L’episodio pilota è stato commissionato a metà settembre del 2010, mentre l’ordine per l’intera produzione della prima stagione è avvenuto nel gennaio 2011 [1]. Lena Dunham ha curato la sceneggiatura di tutti i 10 episodi che compongono la prima stagione e ne ha diretti cinque.

Girls ha debuttato ufficialmente negli Stati Uniti il 15 aprile 2012 [2]. Dal giorno successivo, il primo episodio è stato reso disponibile online sul sito ufficiale della HBO e su You Tube. I primi tre episodi sono stati mostrati in anteprima al South by Southwest il 12 marzo 2012 [3]. In Italia i diritti per la messa in onda sono stati ottenuti da MTV, che ha trasmesso la prima stagione dal 10 ottobre 2012 e la seconda a partire dal 13 febbraio 2013.

Girls è una comedy femminile, che presenta elementi romantici e gotici con una massiccia influenza di cultura indie facilmente rintracciabile anche nella scelta delle colonne sonore che accompagnano il susseguirsi delle puntate. La serie, ambientata a New York, ma lontana dalla solita rappresentazione scintillante della Grande mela, è incentrata sulla vita difficile di quattro ragazze tra precariato tanto professionale quanto sentimentale.

Una commedia a tratti amara con lo scopo di far riflettere lo spettatore. La serie infatti si presenta accurata nel ritrarre il senso di disperazione, di solitudine, di mancanza di ambizione e certezze nel futuro che affliggono le ultime generazioni.

Hanna, interpretata da Lena Dunham, è un’aspirante scrittrice appena laureata che si ritrova senza punti di riferimento nel momento in cui i suoi genitori le comunicano la loro decisione di tagliarle i fondi.

Il gruppo di amiche è completato da Marnie, migliore amica e coinquilina di Hanna e le due cugine: Jessa, esuberante e giramondo e Shoshanna, insicura, goffa e timida. Questo gruppo di giovani donne, molto diverse tra loro, scoprirà quanti sbagli si devono commettere e quante umiliazioni si è disposti a sopportare in nome dell’amore e delle proprie ambizioni.

Nell’ideazione del suo personaggio, come in quello delle amiche che circondano Hannah, Dunham si è ispirata ad alcune esperienze da lei realmente vissute. Inoltre, come fan di Sex and the City e Gossip Girl, ha voluto creare uno show che fotografasse la sua generazione. Tra le donne in cerca del vero amore di Sex and the City e le adolescenti privilegiate di Gossip Girl c’era un vuoto, rappresentato dalle ventenni di New York City, che la sceneggiatrice ha tentato di colmare con Girls.

A tal proposito la stessa Dunham, in un intervista al Corriere della sera dichiara: «Siamo la prima generazione globalizzata e internettizzata cresciuta interamente sui social media. A differenza delle girls di Sex and The City, che avevano le idee ben chiare in fatto di fidanzati, amici, sesso e carriera, noi siamo allo sbando in tutto. Dopo la laurea siamo disoccupate, precarie, andiamo a letto con un ragazzo anche se non ci piace perché sappiamo tutto su di lui grazie a Twitter e Facebook» [4].

Girls non ha nessuna pretesa di formazione o didattica su come imbastire le relazioni o trovare un buon lavoro o affermarsi in una città come New York, motivi per cui è stato etichettato come l’anti Sex and the city [5]:

due serie agli antipodi in quanto rappresentano due mondi completamente diversi. Non ci troviamo più nella città di Carrie: luccicante, glamour e vitale, ma in quella di Hanna: grigia, difficile e costosa.

Le protagoniste non possono permettersi di vivere in un confortevole loft affacciato su Central Park: abitano in piccoli appartamenti in condivisione a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn diventato punto di riferimento per i giovani e ritrovo dei cosiddetti hipster, tanto bistrattati sul web.

Non abbiamo davanti delle super modelle ma ragazze normali nelle quali è facile riconoscersi. Gli uomini sono lontani da quell’immagine comune di Mister Big, pronti a fare carte false per amore ma sono solo dei ragazzini spesso impreparati davanti alla frenesia del sesso e dei sentimenti.

La sessualità e la sua scoperta sono descritte in maniera esplicita, a tratti sgradevole ma necessaria e anticonvenzionale. A tal proposito la stessa ideatrice della serie dichiara: «Ci sono scene di sesso molto imbarazzanti. Non so perché ma io mi ritrovavo nuda tutto il tempo. So che farà schifo a qualcuno, qualcuno che non vuole vedere corpi come il mio o come il loro»[6].

La particolarità di questa serie è data proprio dal fatto che Lena Dunham sbatte in faccia allo spettatore i particolari del proprio corpo imperfetto, in una dimostrazione esplicita di libertà creativa senza compromessi. La regista si mette letteralmente a nudo, comparendo in quasi tutti gli episodi senza vestiti, in tutta la sua fisicità di ragazza normale con le curve nei posti sbagliati e troppa cellulite. Anche i suoi tatuaggi, spiega Hannah ad Adam, sono stati fatti ai tempi del liceo per restituirle la “percezione di controllo sul corpo” di adolescente complessata.

Molte delle co-star della Dunham, lei compresa, sono figlie di nomi celebri dell’industria dello spettacolo e dei media, motivo per cui la serie è stata accusata di nepotismo [7].

La critica si divide tra chi ha lodato Girls per la sua natura grezza, l’umorismo e il tono rinfrescante e chi accusa l’autrice oltre che di nepotismo anche di aver creato un prodotto razzista e autoreferenziale.

La creatrice si difende dall’accusa di razzismo dovuta all’assenza di personaggi appartenenti a minoranze etniche (un ragazzo di colore apparirà solo nella seconda stagione) dicendo: «Ho scritto basandomi sulla mia esperienza, istinto e mondo personalissimi che, nel bene e nel male, sono bianchi. Non volevo escludere nessuno ma per onestà intellettuale credo di non poter raccontare in prima persona l’universo di una coetanea afroamericana» [8].

Lo show ha ottenuto un punteggio di 87 su Metacritic e Tim Goodman dell’Hollywood Reporter l’ha definita una delle serie più «originali, azzeccate e avvedute degli ultimi tempi». Basandosi sui primi tre episodi, Goodman ha scritto che Girls esegue un ritratto credibile delle amicizie femminili, dell’angoscia per l’ingresso nell’età adulta, delle relazioni, della sessualità, dell’autostima, del culto dell’immagine e delle difficoltà del vivere a New York con pochi soldi in tasca, tutti argomenti «cuciti insieme con umorismo e amarezza» [9].

La prima stagione della serie è stata premiata ai Golden Globe Awards 2013 come migliore serie TV nella sezione commedia o musical, mentre a Lena Dunham è andato il premio come miglior attrice. Sempre nello stesso anno ha vinto anche gli DGA Awards come miglior regista per una serie TV commedia, per la puntata pilota e i Writers Guild Awards come nuova migliore serie tv [10].

Il gruppo di amiche di Girls è formato da personaggi molto differenti tra di loro, caratterizzati tutti da una contraddizione: la strana sensazione dello stare al mondo e di esservi partecipi in prima persona ma senza riuscire a diventarne protagonisti.

Hannah Horvath (Lena Dunham), originaria del Michigan, dopo la laurea decide di trasferirsi a New York per cercare di coronare il suo sogno di diventare scrittrice.

Stagista non retribuita, si trova in difficoltà economiche quando i suoi genitori, Loreen e Tad Horvath (Becky Ann Baker e Peter Scolari), dopo due anni di mantenimento post-laurea e convinti che possa continuare a mantenersi da sola, decidono di non darle più soldi in modo da motivarla ancora di più nella scrittura.

Hannah si ritrova così costretta a chiedere al suo datore di lavoro uno stipendio che le viene negato perché, nonostante svolga un lavoro di inestimabile valore per l’azienda, rimane una tra le 50 richieste di stage, filtrate ormai come spam, che arrivano ogni giorno.

In amore, come nella vita, le cose non vanno meglio. Rincontrando il suo ex ragazzo del college Elijah Krantz (Andrew Rannells), viene a sapere che, alla fine della loro relazione, si è scoperto gay. Ha una strana e morbosa relazione con Adam Sackler (Adam Driver), un ragazzo che in  passato ha avuto dei problemi di alcolismo. Il loro rapporto sembra essere incentrato solamente sul sesso, ma quando Adam le chiede di impegnarsi uffcialmente, lei si dimostra impreparata ad accettare la proposta di convivenza, e, anche se Hannah è ossessionata dal ragazzo, il loro rapporto rimane incostante ed effimero. La protagonista indiscussa di Girls è semplicemente umana, inadeguata, immobilizzata fra un eccesso di aspettative e l’impossibilità di concretizzarle.

Marnie (Allison Williams), invece, sua coinquilina e migliore amica per quasi tutta la prima stagione, è l’unica nel gruppo ad avere un lavoro. Ragazza responsabile, rigida, egoista e con la mania di avere tutto sotto controllo, Marnie lavora in una galleria d’arte.

Ciò che tiene maggiormente sotto controllo è la sua storia con Charlie (Christopher Abbott), un ragazzo molto dolce e premuroso ma per il quale lei non prova più attrazione, almeno fino a quando lui non la lascia per un’altra. Marnie nel corso delle stagioni sarà molto attratta da un artista concettuale, conosciuto ai tempi del lavoro nella galleria d’arte, Booth Jonathan (Jorma Taccone).

Shoshanna (Zosia Mamet), che è ancora studentessa alla New York University, passa le ore navigando sui social network ed ha un grosso problema: è ancora vergine.

Molto ingenua, insicura e  impacciata avrà la sua rivincita quando inizierà la storia d’amore con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky), ragazzo trentenne, cinico e ormai disilluso da una vita che difficilmente prenderà una piega diversa. La loro relazione termina quando emergono le loro diversità di età, ambizione e interessi. Shoshanna per superare le sue insicurezze cerca di seguire come un mantra i consigli delle protagoniste di Sex and the City, per le quali nutre una totale venerazione (lei stessa nel pilot si identifica come un mix fra Carrie, Miranda e Samantha). Completamente opposto è il personaggio della cugina inglese Jessa Johansson (Jemima Kirke), ritornata da uno dei suoi numerosi viaggi in giro per il mondo, con la quale divide l’appartamento. Jessa è molto ammirata da Shoshanna: è come se fosse ciò che vorrebbe essere, ma non sarà mai. Anticonformista, libera e menefreghista, deve il suo carattere alla sua vita difficile, tra tossicodipendenza e genitori assenti.

Girls presenta una serialità orizzontale in quanto narra il susseguirsi delle vicende della vita delle protagoniste e non tutti gli argomenti trattati in un episodio si concludono in un arco narrativo definito. Ogni puntata, dopo un riassunto degli episodi precedenti, inizia con un teaser in cui lo spettatore è in grado di capire gli argomenti principali che saranno trattati nei 30 minuti successivi.

 

Sigla: La serie non ha una sigla predefinita, ma tra il  teaser e l’inizio vero e proprio dell’episodio compare per alcuni secondi il logo della serie Girls, scritto in stampatello maiuscolo, con colori di sfondo e di caratteri sempre diversi.

Particolare la scelta di una colonna sonora sofisticata che accompagna le varie scene con diverse melodie, inedite. Mescola brani di alcuni fra i migliori artisti internazionali di ieri e di oggi: Mgmt, Oasis, Best Coast, Belle and Sebastian, The Pretenders, Brian Ferry, ecc.

Una delle scene più emozionanti di entrambe le stagioni ruota attorno al brano Dancing on my own della cantante electropop Robyn: Hannah e Marnie ballano questa canzone in uno dei rari momenti di sincera complicità tra ragazze.

Controcorrente anche nella tecnica narrativa, essendo Girls prodotto autobiografico in cui la Dunham si immerge nella sperimentazione più pura. Infatti è una serie che si permette di dilatare i tempi, di rompere le trame, di disfare le temporalità proprie di un formato “classico”, dando la sensazione allo spettatore che tutto si ripeta, che in realtà l’evoluzione tanto attesa dei personaggi non giunga mai a destinazione.

In ogni puntata, attraverso la rappresentazione di spezzoni di vita reale, Girls è capace di dare importanza ad argomenti solitamente ritenuti insignificanti, che acquistano nuove intensità grazie al modo in cui sono presentati.

Girls, come si evince dal titolo, non vuole raccontare la storia di un gruppo di amiche ma di quattro ragazze, ognuna con la propria storia, il proprio carattere e i propri fallimenti. Attraverso le varie sfaccettature dei personaggi e delle situazioni in cui si trovano, l’autrice vuole far riflettere lo spettatore.

Tutti i dialoghi, pur avendo un linguaggio a volte spinto e volgare, sono ricercati e ben strutturati per arrivare al nodo del discorso senza girarci troppo intorno.

In definitiva, è possibile affermare che, almeno per quanto riguarda l’aspetto linguistico, i protagonisti di Girls si avvicinano molto ai ragazzi che il target di partenza cerca di fidelizzare. Infatti, al contrario di altre commedie, come ad esempio Sex and the city, in cui ad una già difficile immedesimazione con le vite dei protagonisti si aggiungono talvolta dialoghi e situazioni che sembrano un po’ forzati, in Girls, oltre alla possibilità di identificazione con le vite delle ragazze di Brooklyn, il linguaggio sembra più adatto al pubblico di riferimento.

In una scena molto significativa del pilot, si percepiscono i caratteri e i ruoli dei genitori di Hannah e il loro rapporto con la figlia.

Hannah, dopo aver bevuto del tè all’oppio e aver avuto uno scambio di idee molto contrastanti con le sue due amiche Marnie e Jessa, va a trovare i suoi genitori in albergo, prima del loro ritorno nel Michigan, per far leggere loro seduta stante il libro a cui sta lavorando da tempo e convincerli a non tagliarle i fondi:

[Hannah] Non vi voglio spaventare, ma io credo che potrei essere la voce della mia generazione, o almeno, una voce di una generazione.

Ora per finire il libro vi chiedo solamente 1.100 $ al mese per i prossimi due anni.

(madre ride) [Padre] Sono un sacco di soldi

[Madre] Pazzesco!

[Hannah] Lo dici tu che è pazzesco. Nessuno vive a New York con 1.100$ al mese, ma io sono determinata a finire questo libro e quindi sono disposta a fare dei grossi sacrifici.

[Madre] Perché non ti trovi un lavoro e ti apri un blog? Sei davvero viziata!

[Hannah] Sì, beh, di chi è la colpa, mamma?[Madre] Di tuo padre![Padre] Tutto questo mi rende molto infelice, è un’orribile sensazione[Madre] Non siamo una banca, Hannah

(Girls 1,1).

Deborah Santoro