Fargo - Seconda stagione

Fargo - Seconda stagione

Non c’è più equilibrio. In tutto il mondo. Prima distinguevi il bene dal male, c’era una morale. Adesso…
(Fargo; 2, 4)

Cambia il copione ma “questa è una storia vera. Gli eventi descritti hanno avuto luogo in Minnesota nel 1979. Su richiesta dei sopravvissuti, i nomi sono stati cambiati. Nel rispetto dei morti, il resto è stato narrato esattamente come è avvenuto”.
Anche gli episodi della seconda stagione di Fargo si aprono con questa introduzione. I più attenti avranno notato, anche senza avvertenze ulteriori, che rispetto alla prima stagione l’unica differenza è nell’ambientazione temporale: se la prima stagione si sviluppava nel 2006, Fargo 2 fa un tuffo nel 1979.
Una serie antologica, ma non troppo, dal momento che sono diversi i contatti tra le prime due stagioni entrambi relativi alla famiglia Solverson: ritroviamo Molly, protagonista della prima stagione che ora è solo una bambina marginale alla storia e poi Lou, padre di Molly che in Fargo 1 è in pensione dal suo vecchio lavoro di poliziotto e gestisce un umile bar, ma nel 1979 è al centro di una delicatissima indagine che parte da una serie di omicidi.

Luogo di partenza della storia è il Waffle Hut, una tavola calda 24 ore su una strada statale del Minnesota: ci sono il cuoco, la cameriera, un giudice e un’atmosfera rilassata ed accogliente che viene scompigliata dall’ingresso di Rye Gherardt, figlio di Otto (capo di un’organizzazione mafiosa a trazione familiare del Midwest settentrionale). Questo scenario, che potrebbe essere l’incipit di un buon western, diventa presto una carneficina che coinvolge anche una parrucchiera che si ritrova a passare di lì con l’auto. Ciliegina sulla torta (ed elemento tipico del linguaggio coeniano) è l’avvistamento di un disco volante fuori dal Waffle Hut.

Riassumendo. La serie tv Fargo nasce dall’omonimo film realizzato nel 1996 da Joel e Ethan Coen che ha portato alla coppia di fratelli/registi il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Nella serie figurano solo come prodottori esecutivi e “ispiratori”, definizione data da Noah Hawley, creatore delle trasposizioni televisive, nel corso di un’intervista.
Anche in quest’occasione non viene tradita l’impostazione generale di Fargo, a tal punto che questo nome nel linguaggio cinematografico e televisivo ormai non è più associato ad un titolo ma ad un mood su come raccontare le storie: gli ambienti innevati delle terre dell’Ovest, i personaggi complessi e paradossali, un intreccio narrativo basato su equivoci e scelte, le contaminazioni con generi come il werstern e la commedia nera, una sottile ironia legata alla natura umana per arrivare ad ottenere un thriller di primissimo livello con una forte identità.
Resta la dietrologia sulla frase introduttiva “questa è una storia vera”: anche in quest’occasione non sono mancate le ricerche per trovare legami tra lo sceneggiato e la cronaca del 1979, rimanendo alla fine nel mistero.
Altro paradosso è la collocazione geografica di Fargo che, contrariamente a quello che lascerebbe pensare l’incipit, non si trova in Minnesota ma nel North Dakota. Più che nella prima stagione, in Fargo 2 c’è una maggiore fedeltà geografica con la posizione geografica di Fargo, dato che la storia presenta spesso un incontro di confini (e giurisdizioni) tra Minnesota, North Dakota e South Dakota. Ovviamente nella città di Fargo non è stata girata nessuna scena.

I dieci episodi di Fargo 2 (durata 45-60 minuti) sono stati trasmessi negli Stati Uniti da Fox (canale FX) dal 12 ottobre al 14 dicembre del 2015, per poi sbarcare in Italia con Sky Atlantic il 22 dicembre 2015 con un doppio episodio in prima serata. Dalla primavera del 2017 è cominciata la messa in onda della terza stagione negli Stati Uniti e in Italia.
L’accoglienza di pubblico e critica è stata particolarmente favorevole e, a differenza del “concorrente” True Detective, la seconda stagione è riuscita a mantenere il confronto con la prima, nonostante sia stato fatto un evidente (e rischioso) sforzo narrativo in più nell’intreccio e nel numero dei personaggi. Pareri confermati anche dai Critic’s Choice Television Awards 2016 che hanno portato a Fargo 2 ben 4 premi: miglior miniserie o film per la televisione, miglior attrice protagonista a Kirsten Dunst, miglior attore non protagonista a Jesse Plemons e migliore attrice non protagonista a  Jean Smart.

La seconda stagione di Fargo non prosegue la narrazione della prima, ma, in un modo decisamente originale nell’ambito della serialità televisiva, propone una storia che cronologicamente si colloca vent’anni prima di quella raccontata nella prima stagione (e dieci anni prima della storia dell’omonimo film), cioè nel 1979. Questo espediente colloca le vicende in un contesto uguale a quello del film e della prima stagione, cioè gli ambiti criminali del Minnesota e del North Dakota, e inoltre permette allo spettatore di riconoscere vicende e personaggi già conosciuti nella prima stagione, ma quindi in azione nel passato. Durante la prima stagione erano stati spesso citati «i fatti di Sioux Falls», e in questa stagione vengono mostrati quei fatti; uno dei personaggi principali di questa stagione, Lou Solverson, era stato già presentato nella prima stagione, come padre di una delle protagoniste principali.
Fargo 2, dunque, ha la caratteristica rara di creare contemporaneamente sia una storia inedita che una sorta di prequel della prima stagione. E, come avvenuto anche nel “passaggio” dal film a Fargo 1, gli autori sono in grado di mantenere un rapporto non esplicito, ma almeno simbolico, tra i personaggi: Lou Solverson è un poliziotto brillante e solo all’apparenza goffo e provinciale, che molto ricorda la figlia Molly presente in Fargo 1; Ed Blumquist (e in qualche modo anche la moglie Peggy) è un semplice e frustrato paesano della working class della provincia statunitense, che inaspettatamente diventa un killer in fuga dalla legge, esattamente come il Lester Nygaard della prima stagione; Hanzee è un nativo americano, silenzioso, solitario, ma imprevedibilmente letale, che spesso ricorda il Lorne Malvo protagonista della stagione precedente.
La seconda stagione di Fargo intreccia quattro nuclei narrativi principali, per creare un plot definito dalla critica «estroso, avvincente ed emozionante» (“The Atlantic”), e addirittura «sublime» (“New York Times”).
Il primo nucleo è quello che vede protagonista la famiglia malavitosa dei Gerhardt, che vive un delicato momento in cui il padre, Otto, potente boss, ha avuto un ictus, e dunque, mentre gli affari sono gestiti dalla moglie Floyd, i tre figli iniziano un accanito susseguirsi di tentativi per dimostrarsi degni di sostituire il padre. Il figlio minore, Rye, proprio in un tentativo di rapina teso a dimostrare le proprie capacità agli occhi della famiglia, uccide tre persone e, nella fuga viene investito da un auto.
Qui si intreccia il secondo nucleo: a investire Rye è Peggy Blumquist, una parrucchiera un po’ svampita e un po’ nevrotica, la quale, dopo l’incidente, spaventata, non chiama la polizia, ma porta a casa Rye, ferito e incosciente. Ed, il marito di Peggy, è un semplice macellaio, che non sa gestire la situazione creata dalla moglie e, nel momento in cui Rye riprende conoscenza, preso dal panico, lo uccide. In questo modo Ed e Peggy si trovano a dover nascondere l’omicidio di uno dei figli della più importante famiglia mafiosa della loro zona.
Il terzo nucleo è quello della mafia di Kansas City, guidata dal criptico Mike Milligan, che si muove attorno ai territori dei Gerhardt per acquisirli, approfittando della debolezza della famiglia causata dall’ictus di Otto.
Il quarto e ultimo nucleo è quello che tiene insieme tutti i pezzi, cioè le attività di indagine svolte dalla polizia, principalmente dall’agente Lou Solverson e dallo sceriffo Hank Larsson.
L’intricata trama di Fargo 2 non esclude, però, una grande proliferazione di temi e la presenza del connotato “umoristico” che è forse la caratteristica principale del prodotto Fargo sin dal film. In questa seconda stagione è addirittura accentuata la vena da black comedy, con numerose battute satiriche riguardanti le condizioni dell’America reaganiana e gli stereotipi attorno ai nativi americani. Ci sono, inoltre, con accezioni complesse e denotazioni affascinanti, temi come quello della famiglia (le varie tipologie di famiglia: quella mafiosa dei Gerhardt e sanguinosamente slegata, quella desiderosa di normalità come quella dell’agente Solverson, quella dei Blumquist che vive nel sogno del working class hero), il tema dell’appartenenza e dell’identità (la vicenda avvincente e potentissima costruita attorno al personaggio del nativo americano Hanzee), e ovviamente i temi della criminalità organizzata e della giustizia.
Particolarità inaspettata (e sostanzialmente inspiegata) di questa stagione di Fargo è la breve ma determinante incursione nella fantascienza: Rye viene investito perché, mentre è in fuga, viene distratto da una luce accecante proveniente dal cielo; la stessa luce “interverrà” nelle puntate successive, fungendo addirittura da risolutivo deus ex machina. Questo aspetto è chiaramente architettato per spiazzare lo spettatore che, calato in una serie televisiva dall’impianto estremamente realista, si ritrova a veder risolti o complicati intrecci narrativi tramite un inspiegato intervento extraterrestre.

Il punto di contatto tra la storia di Noah Hawley e il cinema dei fratelli Coen va trovato proprio nei personaggi delle storie. Ironia, non sense, esistenzialismo e paradosso sono alla base di ogni dialogo; nei ruoli secondari, poi, questo aspetto trova la massima espressione con personaggi che compaiono in tutti gli episodi, al massimo pronunciano cinque o sei battute, ma la loro assenza sgonfierebbe l’intera serie.
Particolarità di Fargo 2 è quella di non avere un vero e proprio protagonista, ma di essere una serie corale con almeno otto personaggi che si presentano con un certo equilibiro in tutta la serie.
I più interessanti sono sicuramente i coniugi Ed e Peggy Blumquist, rispettivamente interpretati da Jesse Plemons (già presente in Breaking Bad e ingrassato a dismisura dopo essere dimagrito per interpretare il ciclista Floyd Landis nel film The Program) e Kirsten Dunst che non appariva sul piccolo schermo da oltre dieci anni. I due interpretano una coppia di opposti con Ed impegnato a rilevare la macelleria dove lavora e realizzarsi definitivamente e Peggy, parrucchiera facilmente influenzabile e sognatrice, incapace di rimanere con i piedi per terra: un imprevisto li mette in contatto con un mondo criminale che credevano lontano anni luce e improvvisamente diventano la mina vagante della storia.
Direttamente dal cinema western arriva la banda dei Gerhardt che a tratti ricorda la banda dei Dalton del fumetto Lucky Luke. Un ictus costringe Otto ad una lenta agonia e apre una faida fratricida per prendere il controllo degli affari di famiglia, conflitto che viene spento sul nascere dalla madre Floyd (interpretata da Jean Smart), che oltre a mantenere una linea di controllo fedele al marito cerca anche di imporre la sua figura di donna in un contesto criminale molto delicato in cui oltre alla scomparsa del figlio Rye deve fare i conti con l’invasione della mafia di Kansas City nei loro territori.
Il pugno duro di mamma Floyd, però, non basta a sedare i contrasti tra i suoi figli Dodd (interpretato da Jeffrey Donovan) e Bear (interpretato da Angus Sampson) che hanno due visioni diverse su come devono andare gli affari della famiglia dopo il ritiro del padre: il primo è impulsivo e ansioso di vendicare le azioni compiute dal gruppo di Kansas City e l’altro è irrimediabilmente fedele e attaccato al ventre materno. In questa diatriba provano a cercare il fratello Rye (interpretato da Kieran Culkin e reso molto somigliante a Steve Buscemi, attore del film Fargo) che è scomparso dopo i fatti del Waffle Hut.
Ma la punta di diamante della famiglia Gerhardt (e forse di tutta la serie) è l’indiano Ohanzee Dent (intepretato da Zahn McClarnon): è il braccio destro di Dodd, parla pochissimo e riesce attraverso la microdrammaturgia del suo volto a spaventare chiunque. Teoricamente svolge il lavoro sporco della famiglia, ma è anche alle prese con i continui insulti razziali dei wasp americani che non riesce a sopportare. Alle sue abilità tipiche della cultura indiana (ricerca delle impronte nei boschi innevati e strategie d’attacco accerchianti) unisce un carattere spietato e vendicativo. Per quanto l’interpretazione di tutti gli attori sia particolarmente curata e ben riuscita, l’anima del cinema dei Coen si trova irrimediabilmente nell'”Indiano di Fargo”.
Il braccio armato della legge è capitanato da Lou Solverson (interpretato da Patrick Wilson e già comparso nella prima stagione interpretato da Keith Carradine), agente della polizia di Luverne coinvolto nell’indagine sugli omicidi del Waffle Hut che rappresentano solo il punto di partenza di una lunga e solitaria lotta in cui si trova tra due fuochi: i Gerhardt e la mafia di Kansas City. Lou è un reduce del Vietnam e questo aspetto ricorre anche in altri personaggi della serie, proprio a voler rimarcare la difficoltà psicologica mostrata dagli ex soldati americani nel ritornare alla vita di tutti i giorni. Tra un mondo che sembra impazzito e una guerra criminale inarrestabile, Lou deve fare i conti anche con il cancro che ha colpito la moglie Betsy (interpretata da Cristin Milioti).
Un’altra rivelazione è data dal suocero di Lou, lo sceriffo Hank Larsson, interpretato da Ted Danson, che dopo una divertentissima parte da protagonista nella serie Bored to Death ritorna in un ruolo drammatico con grande qualità: vedovo e anche lui reduce (ma dalla Seconda Guerra Mondiale) emana una dolcezza mista a saggezza che è il punto di equilibrio della storia. Per quanto i fatti criminali di Fargo 2 siano spesso fuori controllo, nello sceriffo Hank lo spettatore ritrova la ragione e gli interrogativi su una natura umana sempre più spietata e senza senso. In lui ci sono le radici per riprendere il controllo.
A completare il cast abbiamo dei personaggi che sono figli di film come Ladykillers o The Big Lebowski.
Mike Milligan (interpretato da Boke Woodbine) guida l’assalto della mafia di Kansas City agli affari dei Gerhardt: citazionista compulsivo, ama parlare fino a sfinire il proprio interlocutore e riesce grazie ai suoi atteggiamenti sfarzosi ed eleganti a presentarsi più come una rockstar che come un sicario. Questo grazie anche all’aiuto di chi fa il lavoro sporco al suo posto, ovvero i fratelli Kitchen (interpretati dai gemelli Brad e Todd Mann), uguali anche nel vestire e rigorosamente muti per tutta la durata della serie. Anche quando sparano dai loro fucili a canne mozze non emanano alcuna espressione.
Per concludere, un personaggio che starebbe molto bene nella squadra di bowling di Drugo (il protagonista di The Big Lebowski) è l’avvocato Karl Weathers (interpretato da Nick Offerman), anche lui reduce dal Vietnam e famoso più per il suo legame con la bottiglia che per la sua arte oratoria nei tribunali. La sua amicizia con Lou e Betsy è una ventata d’ossigeno per la coppia.
Piccolo colpo di genio: un Ronald Reagan, interpretato da Bruce Campbell, impegnato nella campagna elettorale per le presidenziali del 1980 che viene scortato per una serie di incontri nel Minnesota da Lou Solverson.

La seconda stagione di Fargo è composta da 10 episodi, della durata variabile, tra i 45 e i 60 minuti.
Gli episodi non hanno una struttura fissa e ciò è dovuto, in parte, anche al fatto che molto raramente un episodio è scritto o diretto dallo stesso autore o regista di quello precedente. Non c’è una sigla, non c’è la presenza di un vero e proprio teaser introduttivo. Ogni episodio comincia, quasi ex abrupto, con una scena o un montaggio di scene spesso prive di dialoghi (di volta in volta con caratteristiche registiche differenti: l’episodio 3 fa uso di una sequenza di scene in split screen, altri episodi prevedono una scena iniziale dal montaggio normale), con un accompagnamento musicale sempre diverso, non vengono utilizzati, infatti, solo brani della colonna musicale composta per la serie, ma anche canzoni di musica pop o rock – spesso musica coerente con il momento storico in cui si svolge la storia: l’inizio dell’episodio 7 è accompagnato dal brano Locomotive breath dei Jethro Tull (e durante tutta la serie verranno inseriti altri espedienti musicali di questo genere, con brani dei Fleetwood Mac, dei Black Sabbath, di José Feliciano). L’unico elemento a raccordare gli incipit di ogni episodio è la comparsa sullo schermo, durante lo svolgimento della scena di apertura, della ormai storica frase (che non risponde al vero, come gli stessi Coen hanno ammesso: Fargo è ispirata da un “mash up” di diverse storie di cronaca nera, avvenute in luoghi e anni diversi disparati) «This is a true story. The events depicted took place in Minnesota in 1979.  At the request of the survivors, the names have been changed. Out of respect for the dead, the rest has been told exactly as it occurred», come già era stato per gli episodi della prima stagione e per l’inizio del film. In questa stagione, la frase appare sempre come se venisse battuta a macchina, dandone anche il rumore dei tasti.
Essendo valida anche per questa stagione, la frase pronunciata dai fratelli Coen a proposito della prima, «Questo è un film di dieci ore», Fargo 2 non segue delle strutture tradizionali della serialità televisiva. Si tratta, dunque, di una serie estremamente orizzontale, senza nessun elemento di verticalità. La serialità televisiva viene quasi utilizzata come uno strumento utile per poter costruire davvero un lunghissimo film, e ogni episodio è principalmente concentrato, sia registicamente che drammaturgicamente, sullo snodo della narrazione, quindi alla creazione di un capitolo della storia. Si tratta, dunque, di una serie che deve essere necessariamente vista nella sua interezza, e senza distanziare eccessivamente la visione degli episodi, per non perdere la dimensione voluta del «film di dieci ore».

Le battute ad effetto, il citazionismo ossessivo e le risposte inaspettate sono alla base dei dialoghi di Fargo 2. A tratti sembra che rispetto al film e alla prima stagione siano solo i costumi e le scenografie a cambiare per ovvie ragioni temporali. La stilistica dei dialoghi resta fedele e questo è stato confermato anche dallo stesso Noah Hawley, che oltre all’omonimo film ha citato anche altri lavori dei fratelli Coen come Sangue facile e Non è un paese per vecchi, indicandoli come punti di riferimento per la scrittura della serie.
Interessante, inoltre, nella visione in lingua originale, il gioco fortemente ricalcato degli accenti: ogni personaggio viene caratterizzato da una parlata caricata di sonorità e cadenze tipiche del luogo d’origine – l’agente Solverson e lo sceriffo Larsson, ad esempio, sono interpretati con un linguaggio burbero, mangiucchiato e laconico, tipico del nord degli States; Hanzee parla un americano basilare come se non volesse contaminare la sua lingua d’origine; Mike Milligan sfoggia un americano cantilenante e rauco, pieno di citazionismi un sense of humor “cittadino”.
Le tematiche dei dialoghi sono tra le più disparate (come i temi trattati all’interno di tutta la serie) e tra queste non poteva mancare quella religiosa, che può fornire un ottimo esempio della scelta narratologica alla base di ogni costrutto dialogico della serie:

[Irma Mundt]: Un giorno il Diavolo andò da Dio e disse “Facciamo una scommessa tra te e me per l’anima di un uomo”. E dall’alto videro Giobbe, un uomo devoto, religioso. E il Diavolo disse “Io gli farò cambiare idea. Maledirà il tuo nome”. E Dio disse “Provaci e perderai”. Così il Diavolo cominciò: uccise le mandrie di Giobbe e prese i suoi campi, lo appestò di piaghe e lo gettò su un cumulo di cenere. Ma l’idea di Giobbe rimase del tutto inalterata. Allora ti chiedo, figliolo: se il Diavolo non è riuscito a far cambiare idea a Giobbe, tu come potrai farla cambiare a me?

Monologhi apparentemente senza senso ma deliziosi, in grado di caratterizzare nettamente i personaggi e il loro contesto linguistico e sociale:

[Mike Milligan]: Oggi i ragazzi amano parlare la telefono, ma io credo molto nella corrispondenza, amichevole o meno. Se hai da fare un reclamo il mio motto è: mettilo per iscritto. Ad esempio la scorsa settimana ho comprato una di quelle macchine per il caffè a Sears, quelle con l’orologio incorporato. E il fatto è che – scusa il francesismo – è una vera cagata. E allora che cosa ho fatto? “Cara General Electric, la macchina per il caffè che ho comprato a Sears l’11 marzo fa un gran rumore quando bolle e sembra un grassone che sta per avere un infarto”.

[Skip Sprang]: La prego…

[Mike Milligan]: Il che mi porta a chiedermi: è per questo che la nostra un tempo grande nazione sta andando a rotoli? Vostro in pace e armonia, Mike Milligan.

E dialoghi che pescano puntualmente dall’attualità, senza alcuna retorica, e senza rinunciare a un mood agramente umoristico:

[Lou Solverson]: Tre morti al Waffle Hut.

[Karl Weathers]: No, cazzo!

[Lou Solverson]: Un vero macello. Donne perfino. Hank pensa a una rapina andata male.

[Karl Weathers]: Oh, certo! È questo che vogliono farti credere!

[Sonny Greer]: Chi?

[Karl Weathers]: Loro! Sai, quelli che sono al potere. La solita storia: Oswald ha agito da solo, la donna con il vestito a pois…

[Sonny Greer]: Di che parliamo?

[Karl Weathers]: La donna con il… Quando hanno sparato all’altro Kennedy, Robert a Los Angeles, la gente ha visto una donna con il vestito a pois uscire di corsa dall’hotel gridando “L’abbiamo preso”! Ma chi hanno arrestato? Mh?

[Sonny Greer]: Ehm…

[Karl Weathers]: Un arabo!

[Sonny Greer]: Ah, sì.

[Karl Weathers]: Razzisti coglioni!

[Lou Solverson]: È una rapina in un dinner del Minnesota, Karl, non l’assassinio di un presidente.

[Karl Weathers]: Oh, certo, è così che comincia: con una cosa piccola. Come un furto al Watergate Hotel. Ma sta a guardare, queste cose si ingigantiscono sempre.

 

Andrea Donaera, Andrea Martina

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