Fargo - Prima stagione

Fargo - Prima stagione

This is a true story. The events depicted took place in Minnesota in 2006.  At the request of the survivors, the names have been changed. Out of respect for the dead, the rest has been told exactly as it occurred. (Incipit di ogni episodio)

Fargo è una serie televisiva statunitense ideata da Noah Wawley e ispirata all’omonimo film premio Oscar 1997 e diretto dai fratelli Coen (tra i produttori esecutivi della serie). Nella sua impronta drammatica, miscela in maniera decisamente originale noir, thriller e commedia nera. Prodotta da FX Productions, The Littlefield Company e MGM Television, la prima stagione, costituita da 10 episodi (dalla durata di 50-70 minuti), è stata trasmessa negli Stati Uniti dal 14 Aprile 2014 su FX e le riprese della seconda stagione, sempre in 10 episodi, sono attualmente in corso. In Italia è andata in onda su Sky Atlantic dal 23 Dicembre 2014.
Ambientata nelle gelide terre del Minnesota, in Fargo si incrociano le vite dello spietato killer Lorne Malvo e del timido agente assicurativo Lester Nygaard.
La serie ha ricevuto numerosissime candidature e diversi premi, tra i più importanti il Golden Globe 2015 come Miglior serie TV e tre Emmy Awards 2015 (miglior miniserie, regia, casting).

«Non è una serie televisiva. […] È un film di 10 ore», questa è la dichiarazione rilasciata alla stampa dall’ideatore Noah Wawley, durante la presentazione della prima stagione. Difficile sostenere il contrario dopo aver visto l’ultimo episodio della prima serie.

Ospedale di Duluth, Minnesota, 2006. Lester Nygaard, quarantenne, mediocre agente assicurativo dalla vita coniugale frustrante e insoddisfacente, è nella sala d’aspetto del pronto soccorso a causa di un incidente: ha maldestramente urtato il naso contro una vetrina.  Per ingannare il tempo inizia a conversare con uno sconosciuto seduto accanto, anche lui in attesa di essere medicato a una ferita al volto. Lester racconta del diverbio avuto pochi minuti prima con un suo ex compagno di scuola, il quale si era vantato davanti ai suoi figli di averlo ripetutamente picchiato e umiliato da ragazzo, oltre a raccontare anche alcuni aneddoti sessuali sul passato della moglie di Lester. Lo sconosciuto, una volta ascoltata la storia, consiglia a Lester di vendicarsi e, addirittura, si offre volontariamente di uccidere il suo ex compagno di scuola. Nel frattempo l’infermiera chiama Lester che viene bloccato per un attimo dallo sconosciuto: «Lei dica solo sì o no». È tutta una questione di scelte. E dal “sì” di Lester inizierà un legame perverso tra i due che si evolverà lungo tutta la vicenda narrata nella serie.
Se la spina dorsale delle serie TV è data dall’intreccio delle storie dei personaggi, in Fargo questo schema salta in aria continuamente. Le storie non si incontrano, ma esplodono in maniera estrema.
Fargo è la rottura della routine americana, l’emergere del cinismo umano nel momento in cui cadono gli schemi del quieto vivere.
La narrazione è molto densa, pregna di una moltitudine di personaggi memorabili e mai didascalici: un assicuratore dalla vita piatta e anonima, il serial killer colto e dalla doppia personalità, l’agente di polizia che ama il suo lavoro e si scontra continuamente con la sciatteria e superficialità degli impigriti colleghi più anziani, il clan malavitoso messo alle strette da un solo uomo, il padre di famiglia con un arsenale in cantina, il sicario sordomuto e tanto altro ancora.
Con Fargo lo spettatore siede al posto del passeggero nei lunghi rettilinei innevati del Minnesota, strade che portano spesso ad incontrare un bivio, una direzione da prendere. Ed è qui che l’apparente calma del quotidiano viene spazzata via da scelte improvvise che mai penseremo di prendere. Metteteci anche il misto di ironia e paradosso in “salsa Coen” e il gioco è fatto.

Fargo si sviluppa intorno alle figure di Lester Nygaard (interpretato da un ottimo Martin Freeman), timido assicuratore dalla vita monotona, continuamente denigrato dalla moglie, ma capace di evolversi e dare un drastico cambio alla sua esistenza in modi inattesi e quasi scioccanti, e Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, che sfoggia un’interpretazione che gli varrà il Golden Globe), abile killer assoldato sia da privati che da potenti gruppi criminali.
Il loro controverso rapporto va a sfidare la bravura investigativa dell’agente della polizia di Bemidji, Molly Solverson (Allison Tolman), che verrà affiancata dal collega della polizia di Duluth, Gus Grimly (Colin Hanks), colpevole di aver lasciato andare Lorne Malvo durante un posto di blocco.
In Fargo, si sviluppano parallelamente anche le diverse vite dei due protagonisti. Lester vive all’ombra dell’esigente e cinica moglie Pearl (Kelly Holden) e del sagace fratello Chaz (Rached Blanchard). Lorne Malvo, invece, vive in un mondo più opaco, costantemente in trasformazione, in cui è costretto a difendersi da killer mafiosi – Mr. Numbers (Adam Goldberg) e Mr. Wrench (Russel Harvard) – e ad accettare incarichi da imprenditori ricattati come Stavros Milos (interpretato dall’eccellente Oliver Platt).
Anche per quanto riguarda i personaggi è molto forte il costante richiamo al film Fargo. Molti di essi sono quasi speculari a quelli ideati nell’opera originaria: la figura di Lester Nygaard sembra una reincarnazione del furbo ma inetto Jerry Lundegaard (anche i due nomi si richiamano a vicenda), interpretato da William H. Macy; i due killer protagonisti del film, incarnati dagli eccezionali Steve Buscemi e Peter Stormare, sembrano ripresentarsi in molte sfaccettature di Mr. Numbers e Mr. Wrench, inquietanti ma al contempo grottescamente ironici personaggi della serie; la poliziotta Marge Gunderson, resa al meglio da una grande interpretazione di Frances McDormand che le valse l’Oscar come miglior attrice protagonista nel 1997, può essere rintracciata in molti lineamenti dell’agente Molly Solverson (anche qui è presente la somiglianza tra i nomi) presente nella serie, a partire da un’attitudine ironica – di un umorismo un po’ british – fino ad arrivare alla scelta di far svolgere le indagini a entrambi i personaggi durante una gravidanza.

I 10 episodi della prima serie partono con un breve riassunto delle precedenti puntate a cui segue  un teaser, che nella durata varia da alcuni secondi fino ad arrivare a un paio di minuti. In questo spazio, le scene sono spesso prive di dialogo e anticipano azioni che accadranno nel corso degli episodi, oppure, attraverso il gioco del flashback, raccontano aneddoti sul passato dei protagonisti.
Sigla. Subito dopo il teaser abbiamo la “sigla”, con il malinconico (e maestoso) tema orchestrale realizzato da Jeff Russo. La particolarità stilistica della sigla è data dalle riprese che accompagnano l’ascolto: in ogni episodio ci troviamo in uno spazio aperto del Minnesota, sempre diverso, spoglie campagne o strade innevate. Tutto questo culmina nel logo della serie in campo largo a cui segue la premessa:
Questa è una storia vera. Gli eventi rappresentati hanno luogo in Minnesota nel 2006. Su richiesta dei superstiti i nomi sono stati modificati. Per rispetto nei confronti delle vittime tutto il resto è stato raccontato esattamente così come è accaduto”.
Anche in quest’ultima parte, gli autori regalano una piccola perla: la dissolvenza è omogenea, fatta eccezione per la parola “vera”che abbandona lo schermo per ultima.

Entrando negli episodi, emergono soprattutto due aspetti: la qualità tecnica delle scene (fotografia, montaggio, sonoro) e la potenza dei dialoghi, resa unica soprattutto dalle battute di Lorne Malvo, sempre taglienti e in una dimensione quasi da aforisma.
La struttura della serie è orizzontale e parte dal classico schema dell’omicidio a cui segue la relativa indagine. Ma in ogni episodio si possono rintracciare dei frammenti che potrebbero rappresentare degli ottimi cortometraggi, resi tali da situazioni inaudite e grottesche, ma anche dai dialoghi esasperati ma al contempo inesausti, a tratti disagevoli, sempre vicini alle tipiche costruzioni dialogiche di narratori americani contemporanei come Cormac McCarthy (non a caso autore di romanzi che hanno fatto da soggetto a film dei fratelli Coen).
Lungo l’intera trama che si sviluppa per tutta la serie (la storia si spalma temporalmente in un anno), può essere riscontrato un topos comune a tutti gli episodi: la difficoltà di prendere una scelta, e i radicali cambiamenti che sono conseguenza di questo sforzo. Proprio per questo, conversazioni apparentemente banali si trasformano in veri e propri duelli dialogici in cui la situazione può saltare da un momento all’altro (ad esempio la scena in cui Lorne Malvo prenota una camera di un motel, che tra l’altro è chiaramente una derivazione da un altro film dei fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, in cui le sensazioni di allarme e tensione sono le stesse).
Il livello della recitazione è molto alto (non a caso l’interpretazione di Lorne Malvo consegnerà a Billy Bon Thornton il “Golden Globe 2015), così come la cura di ogni singolo personaggio – particolare che emerge soprattutto nei personaggi minori (gran parte di questi sono interpretati da caratteristi).
Seppur la regia degli episodi abbia avuto diverse firme, si intravede uno stile comune, che prende molti tratti del cinema dei fratelli Coen. La fotografia è ricca di virtuosismi: un esempio può essere la sparatoria di Lorne Malvo all’interno di un grattacielo, che viene ripresa solo dall’esterno, passando di finestra in finestra, praticamente la versione 2.0 di una delle scene più belle de “La finestra sul cortile” di Hitchcock.
Questa impostazione soggettiva rimbalza spesso con la telecamera oggettiva, a tal punto da regalare scene ricorrenti e fondamentali (come il punto di vista della cantina di Lester dall’interno della lavatrice).
I colori e l’illuminazione riproducono nettamente il clima freddo dei luoghi in cui la vicenda è ambientata; gli interni hanno la particolarità di essere molto fedeli ai luoghi tipici della vita quotidiana nella provincia statunitense, sia le case che gli uffici della polizia o gli alberghi, con un impianto scenografico curatissimo, teso a dare quel senso di metodica tranquillità ricercato nello stipare oggetti in ogni luogo con ordine quasi ossessivo (i ninnoli e i soprammobili in casa di Lester, gli elettrodomestici all’avanguardia in casa di suo fratello, il pesce imbalsamato nell’ufficio del Capo della Polizia).
Talvolta il ritmo degli episodi tende a rallentare, ma questo aspetto non fa altro che rappresentare l’animo noir di Fargo, molto più attento ad indagare il personaggio e lontano dal canonico schema inizio-conflitto-finale, tipico del thriller di genere. Questa cadenza, dunque, è necessaria, per poter amplificare le scene di maggior impatto: può capitare, infatti, di rimanere ipnotizzati in un lungo dialogo che esplode improvvisamente tra schizzi di sangue. È chiaro che la serie vanta numerose scene “splatter” che si presentano spesso (seppur non con stucchevole frequenza), ma sempre inaspettatamente.
Il vero riassunto dell’emotività atipica della serie lo si potrebbe trovare nelle parole di Keith Carradine (uno degli attori secondari della serie): «È così oscuro e inquietante che ogni tanto muori dal ridere».

La difficoltà di inquadrare Fargo in un genere unico è data proprio dal linguaggio della serie. Banalmente si potrebbe parlare di thriller, ma l’accurato realismo dei personaggi ci avvicina al sottogenere noir, mentre alcuni dialoghi (se isolati) potrebbero tranquillamente far parte di una commedia o, al contrario, essere estrapolati da un romanzo americano alla Cormac McCarthy (tra citazionismo biblico, battute monosillabiche, umorismo nero e ampi monologhi simili a parabole).
Il conflitto è alla base dei dialoghi. Spesso possono sembrare ridondanti, ma non fanno altro che gonfiare l’attesa per quello che sarà poi il momento di rottura.
Alcune volte basta un semplice posto di blocco per far saltare gli schemi. L’importanza dell’esempio (tratto dal primo episodio, Il dilemma del coccodrillo) è data dallo sviluppo dell’azione:

[Lorne Malvo] Buonasera agente.

[Gus Grimly] Buonasera. Patente e libretto, prego.

[Lorne Malvo] Potremmo fare così: lei mi chiede i documenti, io le dico che l’auto non è mia e me l’hanno prestata. Vediamo che succede dopo. Potrebbe fare così. Oppure potrebbe risalire in auto e andare via.

[Gus Grimly] E perché dovrei farlo?

[Lorne Malvo] Perché certe strade non vanne percorse. Perché le mappe una volta dicevano “ci sono i draghi qui”. Adesso non lo dicono, ma non vuol dire che i draghi non ci siano.

[Greta Grimly] (Dalla radiotrasmittente) Papà, rispondi. Passo.

[Gus Grimly] Può scendere dalla macchina, signore?

[Lorne Malvo] Quanti anni ha (la figlia)?

[Gus Grimly] Ho detto di scendere dalla macchina!

[Greta Grimly] (Dalla radiotrasmittente) Papà, rispondi. Passo.

[Lorne Malvo] Ora le dico quello che succederà, agente Grimly. Io chiuderò il finestrino e me ne andrò via e lei tornerà a casa da sua figlia. E nel corso degli anni la guarderà in faccia e saprà di essere vivo perché ha scelto di non percorrere una certa strada in una certa notte, perché ha scelto di camminare nella luce, invece che nell’oscurità. Mi ha capito?

[Gus Grimly] Signore…

[Lorne Malvo] Sto per chiudere il finestrino.

Una situazione che potrebbe esplodere da un momento all’altro in una sparatoria o un inseguimento, viene semplicemente risolta attraverso l’uso della parola.
Figura centrale di questo approccio è sicuramente il personaggio Lorne Malvo, a tal punto che le sue minacce rimangono epiche: mai dirette, lasciano sempre uno spazio di interpretazione alla sua vittima, una possibile via d’uscita.
In quest’altro esempio (dall’episodio Gli imprendibili 6), Malvo è seduto nella sua auto e viene invitato da un vigilante di quartiere ad allontanarsi:

[Lorne Malvo] Lo sai, le persone credono che al secondo piano non serva l’allarme e di poter risparmiare qualche verdone ed essere lo stesso al sicuro. Un altro modo per risparmiare è non collegare l’allarme alla linea telefonica. Così suona la sirena, ma i poliziotti non vengono. E se vengono è dopo che li hanno chiamati i vicini. Il che, se questa comunità è legata come dici, ecco… potrebbe avvenire abbastanza in fretta da salvarti la vita o la vita dei tuoi figli. Forse.

La cura con cui è stata realizzata la serie si riscontra anche negli accenti degli attori: guardando gli episodi in lingua originale si sente la tipica cadenza degli Stati Uniti settentrionali, mentre la recitazione di Billy Bob Thornton è molto più asciutta, quasi da attore teatrale.
Seppur il doppiaggio in lingua italiana sia molto buono, una nota critica deve essere fatta sulla traduzione che, in alcuni casi, non risulta essere sufficientemente fedele. Un esempio emblematico può essere rintracciato in un dialogo dell’episodio Il dilemma del coccodrillo. Il killer Lorne Malvo si reca sul posto di lavoro di Sam Hesse, per conoscere le fattezze dell’uomo prima di decidere se ucciderlo o meno.
Traducendolo nel modo più fedele all’originale, il dialogo risulterebbe:

[Sam Hesse] Che diavolo vuoi?

[Lorne Malvo] Volevo solo darti un’occhiata… (Lo guarda rapidamente dai piedi alla testa. Sorride) Ok. Si può fare.

Nel doppiaggio italiano, invece, la scena è stata tradotta in un modo lievemente diverso, ma abbastanza netto, tanto da far perdere intensità e mistero alla situazione. Il senso di sospensione e di angoscia, misto alla sagacia dell’atteggiamento di Lorne Malvo, vengono attutiti da scelte troppo vicine a un certo modo italiano di scrivere sceneggiature, spesso troppo esplicativo:

[Sam Hesse] Che cavolo vuoi?

[Lorne Malvo] Solo vedere come sei fatto… (Lo guarda rapidamente dai piedi alla testa. Sorride) Ok. Mi è bastato.

L’utilizzo di «Cavolo» al posto di “Diavolo” ammorbidisce l’atteggiamento in realtà estremamente rabbioso di Sam Hesse; «Darti un’occhiata» sarebbe più adeguato perché meno esplicito e più misterioso di «Vedere come sei fatto», e ancor di più questo vale per «Si può fare», che quasi frastorna Sam Hesse, lasciando presagire che un qualcosa di pericoloso avverrà, per nulla reso dall’italiano «Mi è bastato», che invece esaurisce la scena.
Particolarmente degne di nota sono alcune curiosità, a partire dall’ampio uso del citazionismo, sottile e ben calibrato, riferito al film omonimo da cui la serie ha preso vita, il capolavoro del 1996. Tutta la narrazione è, in qualche modo, sempre accostabile a quanto intrapreso nel film, nel vortice di adrenalina e ironia, tra omicidi e indagini, faccende di soldi e questioni etiche. Il congiungimento più forte tra film e serie è dato da un accadimento, che trova inizio incompiuto nel lungometraggio e conclusione  nella serie: una valigia contenente un milione di dollari viene sepolta nella neve da uno dei personaggi del film, per poi essere ritrovata da uno dei personaggi secondari della serie tv.
Interessanti, ma non confermati dagli autori, anche alcuni elementi probabilmente non del tutto casuali: Billy Bob Thornton, l’attore che nella serie interpreta l’indimenticabile personaggio Lorne Malvo, vinse anch’egli l’Oscar, come miglior sceneggiatore per il film “Lama Tagliente”, nel 1997, lo stesso anno in cui fu premiato il film Fargo. È necessario, inoltre, segnalare che sia i fratelli Coen che gli autori della serie hanno rilasciato dichiarazioni mai del tutto chiare e a tratti discordanti riguardo la suggestiva (e inquietante) frase presente in apertura di ogni episodio (e presente anche in apertura del film omonimo), “Questa è una storia vera. Gli eventi rappresentati hanno luogo in Minnesota nel 2006. Su richiesta dei superstiti i nomi sono stati modificati. Per rispetto nei confronti delle vittime tutto il resto è stato raccontato esattamente così come è accaduto” (nel caso del film la data era il 1987): non è mai stato confermata la veridicità di questa affermazione, gli intervistati stessi hanno, in ultima analisi, lasciato intendere che si tratta di una sorta di goliardata o che comunque è stato preso spunto da diverse storie vere avvenute in diversi luoghi e in diversi anni, unite in unico plot.

 

Andrea Donaera, Andrea Martina

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