Faccia d'angelo

Faccia d'angelo

E adesso, secondo ti, di fronte agli schei, cosa cazzo conta voi altri?!

Faccia d’angelo (2012) è una miniserie televisiva prodotta da GoodTime srl e SkyCinema e diretta da Andrea Porporati. Composta da sole 2 puntate, la miniserie è andata in onda in esclusiva su Sky. Ricca di azione e di colpi di scena, Faccia d’angelo racconta l’ascesa e il declino del Toso, Felice Maniero, ambizioso criminale veneto in grado di scalare, appena ventenne, i vertici della criminalità.

Faccia d’angelo è una crime-story romanzata ispirata a fonti giudiziarie, fatti di cronaca e racconti che per anni hanno visto protagonista l’ex boss della cosiddetta “Mala del Brenta” Felice Maniero. Liberamente tratta dalla sua autobiografia, Una storia criminale, scritta assieme al giornalista Andrea Pasqualetto, Faccia d’angelo racconta un capitolo recente del nostro Paese intrecciando il boom economico conosciuto dal Veneto negli anni Settanta con l’ascesa di un ambizioso e straordinariamente intelligente criminale, il Toso. A capo di una piccola banda di ladruncoli, presto il Toso, bramoso di potere, stringe alleanze potenti e mette a segno colpi miliardari, controlla lo spaccio di stupefacenti nel suo territorio, gestisce bische, sequestra persone e si macchia di sangue. A dargli la caccia un gruppo di uomini (poliziotti e magistrati) che decide di pedinare lui e la sua spietata banda. Come ogni boss che si rispetti, il Toso è circondato da donne, una delle quali per lui di fondamentale importanza: sua madre.
Con Elio Germano nel ruolo del Toso, bravissimo e perfettamente calato nella sua parte, coadiuvato sul set da Linda Messerklinger, Katia Ricciarelli, Carmine Recano, Sebastian Cavazza, Stefano Fregni, Nino D’Agata, Ugo Piva, Fulvio Molena, Matteo Cremon, Andrea Gherpelli, Gianantonio Martinoni, Diego Pagotto, Carola Clavarino, Roberto Gudese, Elena Radonicich, Massimo Sangermano e Franco Castellano, Faccia d’angelo racconta nella prima puntata l’inizio della carriera criminale di un astuto ragazzetto, proveniente da una famiglia umile e semplice di contadini, stanco di vivere in povertà e pronto a tutto pur di arricchirsi.
La prima puntata verte sul confronto impari tra i pochi benestanti veneti, abili nel cavalcare l’onda del primo boom economico, e il resto della gente, semplice e in preda alla povertà. Forte delle sua alleanze con i “giostrai”, gruppi nomadi dediti ai sequestri, il Toso mette a segno i primi colpi (rapine e sequestri di persona) che gli permettono in breve tempo di poter frequentare, assieme ai suoi fedelissimi, l’ambiente delle bische. Entrato in affari con Arsenale prima, affermato boss del Veneto, e con i clan mafiosi provenienti dalla Sicilia e residenti a Milano poi, il Toso si accaparra la fiducia e la simpatia dei più rispettati “uomini d’onore”. Sposato e padre di un figlio, il Toso non è buono per fare il padre di famiglia e continua a vivere la sua vita tra casinò, rapine, oro, macchine di lusso e belle donne. Di una in particolare si innamora follemente: Morena, conosciuta per caso in discoteca. Ma gli affari sempre più sporchi e la guerra per il controllo del territorio porteranno il Toso e i suoi uomini a scontrarsi con le bande rivali, a subire tradimenti e a perdere le persone a loro care.
Se nella prima puntata, quindi, vediamo la nascita del personaggio e la sua rapida ascesa a boss, sempre contornata da action e imprese (realmente messe a segno da Felice Maniero) degne di Hollywood, nella seconda assistiamo a un lento declino del Toso tra arresti, evasioni, omicidi e latitanza. A pagarne le spese sarà, in particolar modo, il figlio, costretto a crescere lontano dal padre e dalla madre (morta) e accudito dalla fedelissima nonna (Katia Ricciarelli). La miniserie termina con l’arresto del boss a Capri, mentre soggiorna in compagnia della sua nuova compagna e del figlio.

Il Toso (Elio Germano), il protagonista, è uno spietato e astuto boss amante del lusso e delle belle donne. Al suo fianco una fedele banda composta da:
Doge (Diego Pagotto), il braccio armato del gruppo. Non ammette ostacoli, rivali o nemici. È impavido, non si pone scrupoli e crede in un solo dio: gli “schei” (i soldi);
Tavoletta (Matteo Cremon), così soprannominato per la sua particolare abilità alla guida e per la sua passione per l’alta velocità. È nella compagnia del Toso sin da ragazzino e rischierà la vita in un mancato colpo miliardario;
Moro (Andrea Gherpelli), criminale atipico, spietato ma profondamente religioso e rispettoso. Crede in Dio e si affiderà a lui per tutte le sue imprese criminali sino a quando non sarà ucciso a tradimento da falsi carabinieri;
Bepi (Gianantonio Martinoni), padrino del figlio del Toso, accompagnerà il boss sino alla fine. Fedele compagno, taciturno e complice riservato;
Schei (Fulvio Molena), gestisce gli affari della banda durante l’assenza del Toso. Lo stile per lui è tutto. Ama viaggiare in auto di lusso, esige i comfort, adora la bella vita, le ville e le donne, una in particolare;
Arsenale (Massimo Sangermano), boss incontrastato nel Veneto, gestisce bische e spaccio di stupefacenti. Alleato con la mafia siciliana, entrerà in affari col Toso e rimetterà la vita a causa di un tradimento commesso ai danni della banda;
Il Siciliano (Salvatore Martino), capofamiglia mafiosa gestirà il traffico di droga e tutte le attività illecite col Toso e i suoi.
Troviamo, inoltre:
Ispett. Ricci (Carmine Recano), con un forte senso del dovere e della giustizia darà la caccia al Toso e alla sua banda senza concedere tregua;
Morena (Linda Messerklinger), la ragazza del Toso. Intelligente, bella e incensurata. Unica colpa: essere innamorata del più spietato boss del Veneto. Perderà la vita in un incidente stradale;
La madre del Toso (Katia Ricciarelli), a conoscenza dell’attività illecita dell’amato figlio da sempre, lo proteggerà e fingerà di non sapere mai niente. Per lei, suo figlio è un innocente e resterà sempre il suo bambino.

Ogni puntata è introdotta dalla scritta bianca su fondo nero con la quale si annuncia che la serie è ispirata alle vicende criminali commesse dalla “Mala del Brenta” e narrate nel libro Una storia criminale di Felice Maniero e Andrea Pasqualetto.
La sigla è sempre preceduta da un prologo che introduce la puntata.

Sigla. La sigla iniziale di Faccia d’angelo è degli Afterhours, come il resto della colonna sonora. La sigla rimane immutata nel corso delle due puntate e presenta, di sfondo ai titoli d’inizio, il Toso mentre è intento a fondere ingenti quantitativi d’oro. Lo vediamo successivamente indossare abiti signorili, l’immancabile foulard ed infine munirsi di pistola. Le note finali vedono il volto di Elio Germano osservare infiniti lingotti d’oro per poi lasciare spazio alla scritta, sempre bianca su sfondo nero, in maiuscolo “FACCIA D’ANGELO”.

Il film inchioda letteralmente lo spettatore alla sedia, complice anche la bravura degli attori, con le imprese avvincenti e incredibili messe a segno dal Toso e dalla sua banda. Si entra subito nel vivo dell’azione, infatti, venendo catapultati all’interno di un caveau zeppo d’oro e svaligiato nel giro di pochi minuti o in un carcere di massima sicurezza nella quale avviene un’evasione clamorosa. Le due puntate sono ricche di azione, intrighi e fatti di sangue. Tante le cose non raccontate a causa del poco tempo a disposizione e la serie sembra, a tratti, fare balzi temporali troppo rapidi. Non conosciamo le sorti del resto della banda, o meglio dei pochi scampati agli attentati, e assistiamo rapidamente all’arresto del Toso, con il quale il tutto termina. Essendo liberamente ispirata all’autobiografia di Felice Maniero, già di per sé romanzata, la serie si attiene poco ai fatti realmente accaduti, se non a grandi linee. Soggetto e sceneggiatura sono dello stesso Porporati (regia), coadiuvato da Elena Bucaccio e Alessandro Sermoneta. La vicenda, ambientata in Veneto, è stata girata nel Nord Est, cornice perfetta per la miniserie, grazie al suo clima e alle atmosfere grigie e nebulose. Le musiche, degli Afterhours, ben si adattano allo sviluppo e alle varie fasi dell’interessante trama e il montaggio è ben realizzato.

Trattandosi di una vicenda criminale, i dialoghi sono realisti, persino brutali, con abbondanza di turpiloquio e di termini prettamente appartenenti al gergo malavitoso, ma freschi e diretti; la sceneggiatura è scritta in molto appropriato e calzante.
Scritte e didascalie compaiono soltanto per indicare i luoghi geografici in cui la vicenda si svolge e per fare chiarezza sull’ordine cronologico degli eventi. I dialoghi si svolgono tutti in lingua italiana di coloritura prosodica veneta, ma, in primo luogo, va notato che l’accento del nord-est dell’attore protagonista (molisano), Elio Germano, è di grande realismo e, per fortuna, controcorrente rispetto all’andamento linguisticamente piatto della fiction italiana, in cui spesso anche vicende ambientate nel nord presentano accenti geograficamente fuori luogo: l’ennesima conferma del grande valore della recitazione di Germano. L’accento siciliano e campano di alcuni protagonisti è funzionale alla trama.
Anche il linguaggio visivo è quello della nuova fiction italiana, svincolata dalle pastoie della televisione generalista e in linea, per fortuna, più con gli standard imposti da Romanzo criminale che con i biopics normalmente trasmessi dalla tv italiana.

 

Nico Parente

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