Elisa di Rivombrosa

Elisa Di Rivombrosa

Preferisco rischiare di morire per amore piuttosto che continuare a vivere senza di lui!
(Elisa di Rivombrosa; 2,12)

Elisa di Rivombrosa (2003-2005, Canale 5), liberamente tratto dalla Pamela di Richardson e ambientato nel Piemonte di Carlo Emanuele III di Savoia (nel XVIII secolo) si presenta con una formula narrativa da feuilleton, con conseguenti toni melodrammatici, ambientazione nel passato e abbigliamento d’epoca ben curati.
La regia è di Cinzia TH Torrini. Composta da due stagioni – e da una serie derivata, La figlia di Elisa – la fiction sembra appassionare il pubblico non solo per la storia in sé, liberamente ispirata al romanzo epistolare inglese del 1740, Pamela, o la virtù premiata di Samuel Richardson, in cui Elisa, una giovane serva si innamora, ricambiata, di un conte, ma anche per la scelta di due attori italiani, Vittoria Puccini, nel ruolo della protagonista che dà il nome alla fiction, e Alessandro Preziosi, nel ruolo del conte Fabrizio Ristori, le cui vicende sentimentali fuori dal set hanno alimentato anche una certa pubblicità mediatica. La vicenda narra la tormentata storia d’amore tra il conte e la popolana in un Piemonte che si vede poco, in realtà. Non solo perché la maggior parte delle scene è girata in interni di grandi e antichi palazzi, ma anche perché quasi tutti gli attori sono stati doppiati (in generale, da se stessi), con il preciso intento di dare ai personaggi una parlata priva di regionalismi che avrebbero potuto confondere il telespettatore.
La vicenda di Elisa di Rivombrosa segue tutti i cliché tipici non tanto di una fiction, ma di una telenovela: l’amore impossibile, la contrapposizione tra ricchi e poveri, la presenza di un ostacolo a un amore, in questo caso rappresentato non solo dalla marchesa Lucrezia, ma da tutta la società benpensante di Torino, intrighi, misteri e passioni. La fiction, benché trasmessa in prima serata, non sembra essere destinata alle famiglie, ma appare, piuttosto, un prodotto costruito ad arte per il pubblico femminile, e presenta temi ricorrenti nei dialoghi, come la personificazione dell’Amore che non chiede permesso e arriva sotto le spoglie di una dama.
La vicenda di Elisa rimane identica per i primi dieci/dodici episodi, che seguono questa struttura: incontro di sguardi tra i protagonisti, piccolo battibecco, approccio fisico, nuovo litigio, pace. Una volta dichiarato il reciproco amore che li unisce, ci saranno ben tre matrimoni saltati per cause materiali diverse: nel primo (che vede protagonista Elisa e un giovane stalliere) la sposa ci ripensa e lascia tutti basiti in chiesa, nel secondo (tra Elisa e Fabrizio), il parroco del borgo che doveva celebrare il matrimonio viene trovato morto e nel terzo tentativo, sempre tra Elisa e Fabrizio, alla fatidica formula «Chi ha qualcosa in contrario parli ora o taccia per sempre», tutta la nobiltà volta le spalle al celebrante, che è costretto a interrompere la cerimonia. La seconda parte della storia si svolge nelle carceri e sui cavalli: Fabrizio è in possesso di una lista di congiurati che vogliono attentare alla vita del re e fino alla fine, aiutato da Elisa, cercherà di consegnarla al re. Il lieto fine è d’obbligo per una serie che, visto il successo riscosso dal pubblico, prevede un sequel e uno spin-off altrettanto seguiti e ammirati dal pubblico, La figlia di Elisa.

Il testo è, in questo caso, diastraticamente compatto, e caratterizzato da un parlato piuttosto monocorde e da una pronuncia standard, quasi da doppiaggio, con pause di impronta teatrale e con accenni di inflessione dialettale limitati alla caratterizzazione dei personaggi della servitù ([cfr. Alfieri-Motta-Rapisarda 2008: 262]; si noti tuttavia che la pronuncia, secondo un problema ricorrente nella fiction italiana, è al massimo quella originaria degli attori, più che quella del luogo) e con un uso molto parco di segnali discorsivi e demarcativi.
La misura dominante è uno stile piuttosto formale tendente allo standard, anche per motivi di ricerca di realismo e per il tentativo di adeguamento al contesto, evidente soprattutto nei numerosi vocativi, di solito accompagnati da uno o più aggettivi («Mia cara Elisa», «Elisa mia», «Amico mio», «Mia madre», «Figlio mio», «Creatura mia!»), spesso un titolo nobiliare («Madame Elisa di Rivombrosa», «Conte Fabrizio Ristori», «Signor conte») e nel lessico, in cui si ritrovano singole parole, anche di pertinenza grammaticale («Benevolenza, «Destare, «Senonché), ed intere espressioni sostenute. Ecco un breve campionario del ricorso ad aulicismi («Patire la fame», «Arraffare nelle casse», «Andare a scatafascio», «Felice di avervi ritrovato», «Avere malvagiamente in animo di fare qualcosa», «Darsi la pena», «Chiedere di un medico» ‘invocare, mandare a chiamare’), anche in concorrenza con termini comuni, come nella climax che segue:

[Conte] Ma fino a quel giorno quei documenti sono spariti / distrutti / svaniti!

Inevitabile, vista la collocazione “storica” della serie, qualche forma lessicale come «Dama di compagnia», «Nobildonna», «Madame, ai vostri ordini!» e il relativo tentativo di mimesi del lessico politico. Pochissimi i casi di abbassamento del tono: «Sgualdrina», «Fare la figura dell’idiota», «Fare l’asino» ‘intestardirsi’.

Chiaro elemento-bandiera della collocazione “storica” della serie è l’uso dell’allocutivo di cortesia voi, usato dai personaggi delle classi alte nei confronti di membri del proprio ceto (con l’eccezione di persone piuttosto intime o di famiglia e dei servitori a cui essi danno del tu). I ceti più umili usano sempre tra loro l’allocutivo familiare tu e verso i nobili il voi.
Un forte indizio di orientamento verso la tenuta normativa e il registro formale del parlato è anche il settore della morfologia verbale: notevole frequenza dei congiuntivi, praticamente sempre usati, anche nei casi considerati più “a rischio”, ossia con i verbi di opinione («Credo che a volte la paura stimoli un po’ la nostra immaginazione», «Sua maestà ritiene che tagliare la testa a metà dei suoi nobili non sia un bel gesto», «Credi davvero che non ci pensi mai?», «Quindi voi pensate che con il capitano Lombardi ci fosse qualcuno?»), nelle relative limitative («Questo in fondo è l’unica cosa che conti / non è vero?»), nelle oggettive negative («Non voglio che le accada nulla di male»; «Non mi va che altri decidano il mio futuro»), con i verbi di aspettativa e desiderio («Allora speriamo che questo qualcosa accada»); preferenza per il futuro rispetto al presente in tutte le soluzioni: («Vorrà dire che la prossima volta stabiliremo regole più certe»; «Farò entrambe le cose»; «Quando tornerà in Piemonte»); alternanza passato prossimo / passato remoto in maniera piuttosto paritaria e in generale una maggiore varietà, rispetto ad altre fiction, nell’impiego dei modi e dei tempi verbali. A livello morfologico, non risulta rappresentata in maniera omogenea la casistica dell’uso medio. Presentano, infatti, occorrenza zero numerosi fenomeni, e le poche concessioni (anche a tratti substandard) ricorrono, significativamente, soprattutto nel parlato della servitù, come un caso di gli generalizzato per il maschile plurale nella battuta di Elisa («Avrai fatto felici quei poveri contadini! // gli hai distrutto mezzo campo»). Ma si veda il dialogo che segue tra Elisa e Amelia (un’altra componente della servitù) in cui l’italiano dell’uso medio risulta utilizzato per simulare l’oralità, soprattutto nei casi di sintassi marcata (peraltro poco invasiva e costituita più da frasi scisse che da dislocazioni) e in un paio di esempi di ci col verbo entrare e nelle scelte volutamente colloquiali nel lessico (sebbene manchino voci o strutture ascrivibili ad un livello diastraticamente inferiore):

[Amelia] E da quando ci si fa belle per andare a dormire?

[…]

[Elisa] È da quando sei entrata che dici cose senza senso.

[Amelia] Sei tu che fai le cose senza senso!

[…]

[Amelia] C’è qualcuno che dice che il signor conte / cj ha un certo interesse per te // ecco.

[…]

[Elisa] E questo che cosa c’entra?

[Amelia] C’entra / c’entra / c’entra moltissimo.

 

Maria Letizia Raganato (Dati generali e contenuti); Debora De Fazio (Lingua e linguaggio)

Cerca la serie tv

1 commento

  1. Maria Santina Ulargiu

    È emozionante bellissimo. Lo guarderei più volte. Grazie.

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *