Downtown Abbey

Downtown abbey

La vita vi ha cambiata, come ha cambiato me.
Del resto, che senso avrebbe vivere se non permettessimo alla vita di cambiarci?
(Downton Abbey; 1, 3)

Trasmesso in più di 40 paesi, Downton Abbey è il period drama o costume drama (“dramma in costume”) che ha letteralmente cambiato il genere, discostandosi dagli adattamenti letterari e avvicinandosi alla creazione di produzioni non necessariamente drammatiche. Ideato da Julian Fellowes (sceneggiatore anche di Gosford Park) e coprodotta da Carnival Films e Masterpiece, è stato trasmesso dal 2010 al 2015, anno in cui la serie chiude con la sesta stagione. Sono state registrate 6 stagioni, per un totale di 52 episodi della durata di 48 minuti ognuno. Il debutto si è avuto il 26 settembre 2010 sul canale britannico ITV1. In Italia il primo episodio è andato in onda su RETE 4 l’11 dicembre 2011, ed è stato ulteriormente trasmesso sul canale La 5, concludendosi il 28 febbraio 2016 con la messa in onda dell’ultimo episodio della sesta stagione.

Era il 15 aprile 1912 quando, attraverso i cavi del telegrafo, la notizia dell’affondamento del Titanic giunge nelle verdi e pacate campagne dello Yorkshire, in Gran Bretagna, nella fittizia tenuta di Downton Abbey, scombinando gli equilibri dell’aristocratica famiglia Crawley e dei loro domestici. Il pilot (episodio pilota) si apre, infatti, con la scomparsa del cugino di Robert, il capofamiglia, che avrebbe dovuto ereditare l’intero patrimonio familiare sposando Mary, la maggiore delle tre figlie. Arriva Matthew, potenziale nuovo erede che porterà nella tenuta un po’ del suo inflessibile borghesismo. Da qui partono una serie di intrecci che si sviluppano su due percorsi: le vicende “upstairs“ al piano superiore della tenuta, che vede protagonisti i nobili, e quelle “downstairs“ al piano inferiore riservato alla moltitudine di domestici.
La storia si snoda lungo un periodo di tempo che va dall’inizio del XX secolo fino agli anni ’20, durante il quale si sono verificati numerosi cambiamenti portati soprattutto dal primo conflitto mondiale, dalle innovazioni tecnologiche e sociali. Un ambito di notevole rilevanza, i cui cambiamenti sono evidenti agli occhi di tutti, è la moda. In particolare, le donne della tenuta sono le protagoniste di questa transizione che vede abbandonare i corsetti e gli abiti gonfi dell’epoca edoardiana e indossare le nuove tendenze tipiche di quegli anni: le spalle e le gambe scoperte, i capelli sciolti che si muovono a ritmo di musica come le frange degli abiti, le lunghe collane di perle, i bocchini per le sigarette contenute in preziosi astucci e il rossetto rosso che rappresenta una vera e propria rivoluzione. A tal proposito, è importante evidenziare che molti abiti di scena, accuratamente scelti dalla costumista Susannah Buxton, in realtà sono stati riciclati per limitare i costi della produzione; e così, come nota il sito Recycled Movie Costumes, l’abito di seta a maniche lunghe di Cora Crawley, era già stato indossato in precedenza da Uma Thurman nella pellicola The Golden Bowl del 2000. Malgrado ciò, nulla toglie fascino alla storia e, se si tratta di risparmiare, anche il riuso è ammissibile.

La serie è uno spaccato di vita sociale, «un affresco d’epoca maniacalmente curato in ogni dettaglio» [Aldo Grasso, Corriere della sera, 3 gennaio 2015].

Sono anni di grande ottimismo, contrassegnati dall’arrivo nelle case della luce elettrica e del telefono. E, assieme al progresso, anche le idee si fanno più coraggiose. «D’altronde Downton Abbey è anche il racconto di uno scontro generazionale. L’errore più grosso è quello di osservare la serie con lo sguardo spaesato della contemporaneità, dare un significato ideologico ai pizzi e merletti, ai crucci dei nobili e ai sospiri dei domestici. La vera novità è che Downton Abbey è una soap ben protetta, ben mascherata, ben arredata, forse è la prima con ampia copertura culturale» [Carlo Freccero, dichiarazione a Silvia Fumarole, La Repubblica, 9 gennaio 2014].

Il pubblico globale ha molto apprezzato la serie che, come sottolinea TGCOM24 il 27 marzo 2015, è stata premiata con una pioggia di Bafta, Emmy, Golden Globes e Guinness World Record; si pensi che ha conquistato Michelle Obama e la raffinata duchessa di Cambridge Kate Middleton, la quale è andata in visita agli studios londinesi.

Nel Bel Paese, sebbene la serie abbia avuto un grande riscontro da parte del pubblico, non ha raggiunto gli ascolti di altrettante serie straniere come Il segreto o Tempesta d’amore, perché il successo è dovuto anche al canale sul quale viene trasmessa: «È importante la rete, eccome: ognuno fa il proprio palinsesto ma RETE 4 non è adatta. In Gran Bretagna è naturale che siano impazziti. Gli americani, grandi fan di Downton Abbey, hanno un complesso verso gli inglesi, e il fatto che negli Stati Uniti vada in onda sulla Pbs, la rete pubblica, ha aggiunto forza. In Italia la fiction in costume è sempre vissuta attraverso la chiave del melodramma, mentre Downton è più complessa, è sui rapporti di potere declinati anche attraverso legami amorosi» [Aldo Grasso, Corriere della sera, 3 gennaio 2015].

In Downton Abbey non vi è un protagonista principale: ogni personaggio ha una propria storia che coinvolge e proietta lo spettatore in un mondo lontano dal nostro, tra falsi moralismi e autentica cordialità.
I parametri della narrazione seriale definiscono questo genere di protagonismo corale.

Il personaggio di Lord Robert Crawley (Hugh Bonneville), il capofamiglia, è ambivalente: da un lato rappresenta il figlio della Contessa Violet Crawley che meno riesce a comprendere i cambiamenti del primo Novecento, quando essere titolari di un patrimonio non basta per avere tutto il potere nelle proprie mani; dall’altro la sua personalità è tutt’altro che negativa: padre e marito amorevole, è l’unico personaggio che si mostra ben disposto ad accogliere Matthew e sua madre Isobel (Penelope Wilton) nella vicina Crawley House, nonostante la loro provenienza dalla middle class. Ma non è questo l’unico gesto che rivela la sua generosità: assume l’ex compagno d’armi John Bates (Brendon Coyle) come valletto, nonostante una ferita permanente sulla gamba che gli impedisca di svolgere alcuni sforzi, e si fa carico delle spese per la cura della cecità della cuoca Beryl (Lesley Nicol).

Sua moglie Cora Crawley (interpretata da Elizabeth McGovern di C’era una volta in America) è un’ereditiera americana che fin da subito mostra un’apertura mentale verso le nuove maniere sociali. È un personaggio dinamico che fa emergere la sua personalità a piccole dosi, cosicché il pubblico possa apprezzarla sempre di più.

Analogamente alla figura materna, le tre figlie della coppia esibiscono in tutta la loro giovinezza e grazia i tratti nitidi delle mutate consuetudini e tradizioni. Mary (Michelle Dockery), la maggiore delle figlie, è un personaggio inizialmente contrastato che acquisterà armonia grazie alla storia d’amore con Matthew (Dan Stevens), cugino di terzo grado del conte e avvocato di diritto a Manchester. I due giovani sono cresciuti in ambienti diversi: lei è una giovane ambiziosa che spera in un matrimonio facoltoso; lui è cresciuto in un ambiente modesto che non poche volte lo porterà a scontrarsi con le usanze di Downton. Tuttavia, nonostante i numerosi ostacoli, riusciranno a sposarsi e a realizzare il loro sogno. A cercare il grande matrimonio in un cavilloso labirinto, è la secondogenita dei conti Edith (Laura Carmichael). «Di natura sarcastica e di aspetto ordinario, vive nell’ombra della sorella maggiore, con la quale ha un rapporto conflittuale. A differenza di Mary, Edith è meno intransigente e pretenziosa, e cerca disperatamente l’amore che possa riscattarla dal suo stato di “figlia dimenticata”» [1].
Ma a portare una ventata di glamour e mondanità è Sybil (Jessica Brown-Findlay), la figlia minore che fin dalla prima stagione prende parte al progresso combattendo in prima fila per i diritti del popolo e delle donne. Aiuterà la cameriera Gwen (Rose Leslie) a studiare dattilografia e a diventare segretaria, e lavorerà come infermiera durante la prima guerra mondiale. Sybil incarna il personaggio autonomo che “fa direttamente da sé”: promuove l’attivismo politico e sociale nonostante il dissenso da parte della famiglia.

Dulcis in fundo, alle vicende dei piani superiori partecipa anche la strabiliante Maggie Smith nei panni della Contessa di Grantham Violet, madre di Robert e suocera di Cora. Dall’aspetto di una di quelle donne che si vedono nei quadri antichi con il volto rugoso, i capelli grigi argenteo e lo sguardo fermo, Violet rappresenta il personaggio modificatore in grado di manipolare i suoi cari, seppur in maniera signorile. E lo fa per il bene della sua famiglia, per l’attaccamento al buon nome della dinastia: per questo motivo si scontrerà con le nuove generazioni in grado di stravolgere l’etica e la morale del tempo. Tuttavia, attraverso il suo carattere pungente e sarcastico, riuscirà ad arrendersi alla rinnovata società, anche se continuerà a coprire gli occhi davanti all’abbagliante luce delle lampadine e ad esprimere ogni giudizio con una alzata di sopracciglio sputasentenze.

Come già innanzi spiegato, le vicende della tenuta si svolgono in una dicotomia spaziale tra il piano “upstairs” quello superiore, e il piano “downstairs” quello inferiore. Come spiega l’ideatore Fellowes : «Una delle cose più giuste che siamo riusciti a fare con Downton è stata quella di trattare i personaggi della servitù e gli aristocratici esattamente nello stesso modo. Alcuni di loro sono gentili, altri no, alcuni sono divertenti, altri per niente, ma ciò non è mai dovuto alla distinzione di classe» [Aldo Grasso, Corriere della sera, 3 gennaio 2015].
E così, il maggiordomo Charles Carson (Jim Carter), armoniosamente con il personaggio di Lady Violet, la sua alleata antiprogressista, mantiene intatta la sua coerenza verso le convenzioni del passato non come una frivolezza nostalgica, ma come una condotta congenita. Riveste il ruolo del personaggio conservatore, al quale si contrappone quello di Thomas Barrow (Rob James-Collier), il primo cameriere. Thomas è un giovane ragazzo che dimostra fin da subito di voler migliorare la sua posizione e diventare il valletto di Lord Robert Crawley. Ci prova, però, intraprendendo la strada sbagliata, che lo porterà a rendersi meschino verso gli altri e a complottare con la cameriera maligna Sarah O’ Brien (Siobhan Finneran) per eliminare ogni possibile rivale che possa presentarsi come un ostacolo per la sua carriera in ascesa. Tra le altre figure femminili “downstairs” vi sono anche la capo governante Elsie Hughes (Phyllis Logan), una donna caparbia ma dal cuore tenero, e l’intelligente capo cameriera Anna May Smith (Joanne Froggatt), molto apprezzata dal pubblico fin dalla prima stagione per la sua dolcezza e il suo buonsenso. Per ultima, e non perché il suo ruolo sia marginale, troviamo Daysi (Sophie McSchera), la sguattera della cucina. Il suo è un personaggio piatto in quanto semplice e unidimensionale: è infatti una ragazza minuta piuttosto timida e imbranata, la quale viene sempre condizionata dalle scelte altrui.

«La tenuta di Downton a sua volta è un personaggio a sé: un grande edificio che con la sua mobilità avvolge la famiglia Crawley, che invece inizia a veder traballare la sua condizione sociale» [2].

Downton Abbey è una serie TV basata sull’orizzontalità, cioè la trama si sviluppa all’interno di diversi episodi o addirittura stagioni.

L’episodio si apre direttamente con la sigla, senza teaser o riassunti sulle puntate precedenti.

Sigla. Della durata di trenta secondi, la sigla di Downton Abbey si apre con un’inquadratura a campo lungo in cui dominano ettari sconfinati di prato all’inglese tagliato a millimetro e la figura di un cane ed il suo padrone, che appaiono ridotti, mentre passeggiano verso la struttura della tenuta, sul fondo della scena. A questo punto compare un ampio finestrone che, aprendosi, conduce lo spettatore verso la frenesia diurna della dimora, attraverso il montaggio di immagini in sequenza che seguono un preciso ordine: i campanelli per la servitù che squillano perché qualcuno ai “piani alti” è pronto per la colazione, la posta perfettamente disposta nel portalettere, la teiera con l’acqua che bolle pronta per servire un buon tè, il cameriere che accuratamente posiziona le stoviglie sul raffinato desco, e, infine, una mano che si occupa di ultimare le faccende domestiche come accendere un abat-jour e ripulire il lampadario in cristalli.

Questa sigla ha evidentemente la funzione di presentare il tema della serie: le immagini anticipano allo spettatore colori e note fondamentali della trama.

La colonna sonora ideata e diretta da Hugo Moss e accompagnata dalle note di Did I Make The Most Of Loving You? del compositore scozzese John Lunn, si sposa perfettamente con le sensazioni contrastanti della serie quali il lutto, la speranza, la paura e la gioia. Nel contempo, i titoli di testa, che contengono le informazioni sul cast tecnico e artistico, scorrono su queste scene che terminano con l’immagine della tenuta riflessa verticalmente e la sovrapposizione della scritta “written and created by Julian Fellowes ”. Chiaramente, la scelta di questo frame finale allude ancora una volta alla bipartizione del microcosmo di Downton.
Dopo la sigla, i titoli di testa appaiono on screen per almeno un minuto.

Per quanto riguarda la struttura interna degli episodi, nella maggior parte dei casi vengono narrate due storie: una che segue gli intrecci dell’intera dimora, e una secondaria, che isola gli eventi legati a un solo personaggio attraverso l’alternanza tra il racconto principale e alcuni flashback che rievocano le sue condizioni precedenti. La bravura del regista sta nel non far avvertire il passaggio da una scena a un’altra: tutto appare fluido e omogeneo grazie al montaggio efficace di immagini che non si interrompono mai nettamente. È il caso di momenti quotidiani come il pranzo e la cena che si trasformano in veri e propri rituali di corte in cui tutti i personaggi si ritrovano seduti attorno al tavolo: «Gli stacchi sono sempre legati da un oggetto, da un gesto, da una combinazione» [Grasso: 2007]. Le riprese sono varie: durante i dialoghi si predilige il mezzo busto, in modo da dare importanza al parlante, mentre diventano panoramiche durante le feste come il Garden Party di agosto per far assaporare allo spettatore il fascino dello stile british.

Le immagini sono molto nitide e i colori caldi e brillanti sia per gli ambienti interni sia per quelli esterni.

L’atmosfera sonora quasi commenta i movimenti e i gesti dei personaggi; è un tipo di musica extradiegetica, tutta per noi spettatori, che crea un’acustica irreale in grado sovrapporsi al suono rozzo della scena: si abbassa, sfuma o scompare in sincronia con le immagini.

Nell’ultimo episodio della prima stagione, ad esempio, quando Lord Robert annuncia con profondo rammarico l’entrata in guerra con la Germania, il sottofondo musicale scandisce perfettamente la drammaticità della notizia accompagnata dagli sguardi dei protagonisti che si fanno tesi.
Verso la fine degli episodi vi è quasi sempre l’inaugurazione di una vicenda che verrà poi risolta nell’episodio successivo, quasi a voler formare una catena.
Tutto si conclude con la classica sigla e i titoli di coda riportanti i credits relativi ad ogni singola puntata.

Downton Abbey si caratterizza per la densità di contenuti, fortemente sottolineata da dialoghi perlopiù formali in cui non manca mai un po’ di british humor che cela la serietà di alcune circostanze.
Nel secondo episodio della prima stagione, Matthew Crawley e sua madre Isobel giungono a Downton perché il giovane ragazzo è stato nominato nuovo erede della tenuta. Il dialogo che segue ripercorre il momento in cui i due personaggi provenienti dal ceto medio esordiscono alla prima cena insieme all’aristocratica famiglia Crawley.

[Mary] Vi abituerete in fretta alle nostre consuetudini.

[Matthew] Se con questo intendete che il mio stile di vita è diverso dal vostro vi do ragione.

[…] SILENZIO IMBARAZZANTE

[Sybil] Come occuperete il vostro tempo?

[Matthew] Ho trovato lavoro a Ripon e comincio domani mattina.

[…] CRESCE LA TENSIONE

[Mr. Robert] Che genere di lavoro?

[Matthew] In uno studio legale, cercavano qualcuno con esperienza di diritto industriale, ma temo che dovrò occuparmi anche di lasciti e passaggi di proprietà.

[Mr. Robert] Sai bene che intendo coinvolgerti nella gestione della tenuta.

[Matthew] Non abbiate timore, avrò del tempo libero. E poi c’è sempre il week-end.

[Mr. Robert] Ne discuteremo dopo. Non vorrei mai annoiare le signore.

[…] VELATA IRONIA E A SEGUIRE UN SILENZIO IMBARAZZANTE

[Lady Violet] Robert, cosa è il week-end (nella forma scritta ancora non univerbata)?

[…] SGUARDI DISAGIATI E FINE DELLA SCENA.

Si può ben notare come le moderne esigenze comportano l’uso di neologismi a cui anche le vecchie guardie, come la contessa Violet, dovranno adeguarsi. Analoghe situazioni vengono a crearsi quando nella tenuta vengono introdotte “diavolerie” come il telefono e la luce elettrica.

[Anna May Smith] Potevi accendere la luce.

[Daysi] Oh, io non so…

[Anna May Smith] Si chiama elettricità, non è opera del diavolo.

Come è stato detto, i dialoghi sono formali e rispettano l’etichetta anche per una maggiore affinità con il contesto lussuoso. Di conseguenza, molto utilizzati sono gli allocutivi di cortesia come “Voi” per esprimere distanza ed educazione, oppure gli appellativi onorifici come “signoria vostra” o “milord”, o ancora “milady”. Importante è comprendere che lo stesso temperamento è utilizzato non solo dai domestici verso la nobiltà, ma anche tra i componenti stessi dalla servitù; solo nei dialoghi tra genitore-figlio, o marito-moglie si rileva un registro informale. È il caso della breve conversazione tra Lord Robert e sua figlia Sybil, dopo che quest’ultima ha dato il permesso alla cameriera Gwen di occupare la biblioteca di famiglia per un colloquio di lavoro (1,7):

[Sybil] Scusa papà, ma ora non si può entrare.

[Mr. Robert] Posso sapere perché?

[Sybil] Gwen è con il signor Promidge, sta sostenendo un colloquio.

[Mr. Robert] Io non posso usare la biblioteca perché una delle domestiche ha fatto domanda per ottenere un altro impiego?

[Sybil] In parole povere sì, papà.

Lo scambio di battute tra i personaggi della serie è molto spontaneo, non ci sono frasi fatte e prevedibili. Anzi, i dialoghi riportano alcuni elementi tipici dell’oralità come il turn-taking, cioè prendere il turno della conversazione [dall’analisi della conversazione elaborata dal sociologo californiano Harvey Sacks nel 1960]. Molte volte questo passaggio risulta difficoltoso perché non si riesce a stabilire bene quando iniziare e quando smettere di parlare; tuttavia, nonostante questa complessità, non vi sono numerose overlaps (sovrapposizioni): quando un locutore parla, gli altri ascoltano seguendo il flusso verbale e individuando il momento opportuno per potersi inserire. I fattori che contribuiscono a capire il cambio di turno sono il tono di voce, le percettibili pause, la postura e il contatto visivo.

Sono esclusi termini disfemici, o comunque legati alla sfera sessuale.

Il titolo originale resta invariato anche per la trasmissione sulle reti italiane.

 

Ilaria Dimaggio, Francesca Sammarco

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